Donato Negro I loro nomi sono scritti nei cieli



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13.11.2018
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Donato Negro

I loro nomi sono scritti nei cieli

Antonio Primaldo e Compagni

Martiri di Otranto

Otranto

“Esultano in cielo le anime dei Santi

che hanno seguito le orme di Cristo;

e come per il suo amore hanno effuso il proprio sangue

così con Cristo esultano per sempre”.

Introduzione
Otranto…
Come un reliquiario la natura custodisce a Otranto le orme del passato. Le due sponde della “Valle delle Memorie”, distinte dalla piccola vena d’acqua del fiume Idro, abbracciano da sempre i brandelli del passato, gli scampoli di storia, impigliati alle rocce e ai monumenti, ma si aprono a chi vi giunge per presentare, una per una, le scansioni salienti di quel tempo.

Storia di un piccolo popolo certamente, ma insieme spiraglio prezioso per osservare anche il panorama universale dell’umanità. È sempre così: ogni situazione umana piacevole o spiacevole, per quanto apparentemente universale e insignificante appaia, è in relazione di osmosi con il contesto. A volte questo legame è più esplicito, a volte meno. Ma c’è sempre. Tanto che tutto, in questo piccolo centro salentino, sembra svelare la sua innata vocazione all’universalità.

Nell’VIII secolo, la dominazione bizantina mise in fuga migliaia di monaci, a causa della lotta iconoclasta iniziata nel 726 con l’imperatore Leone III Isaurico. Essi giunsero anche nel Salento e si insediarono in abitazioni rudimentali, in delle grotte, le “laure”, molte delle quali visibili ancora oggi. La loro presenza sul territorio contribuì al diffondersi in modo capillare della tradizione bizantina che ben si incastonò nella semplice cultura della gente. Grazie a loro il clima ecclesiale divenne vivace anche teologicamente e artisticamente. Basta pensare al Monastero greco di San Nicola di Casole, che era dotato di un raffinato «scriptorium», di una casa dello studente, di una ricca biblioteca, di una scuola pittorica italo-greca. Nel territorio otrantino si annovera anche la presenza di un’Accademia talmudica, celebre in tutto il bacino mediterraneo per i suoi inni1.

L’ampio orizzonte visivo, poi, che si apre sul mare Adriatico, raggiunge le montagne del sud dell’Albania e la città di Valona che è collocata su un golfo di rara bellezza naturale. A solo 70 Km da lì c’è subito Otranto, la punta più orientale d’Italia, la “porta d’Oriente”.

Era l’estremo punto d’imbarco per la Terra Santa, l’ultimo porto, dopo quello di Brindisi, sulla “via francigena” e si trovava in una delle più grandi arterie di comunicazione delle genti d’Europa, attraversata dai tanti pellegrini che si recavano a Roma o a Gerusalemme. Queste “peregrinationes maiores” non sono state secondarie per la fede cristiana pugliese che ha potuto toccare con mano la forza e le fatiche dell’itineranza di quanti vivevano la ricerca della fede sulle orme degli Apostoli.

Ai pellegrinaggi di ieri hanno fatto seguito i flussi migratori di oggi di chi, dopo il crollo dei muri dei totalitarismi, ha attraversato con mezzi di fortuna il Canale d’Otranto, spinto dal desiderio di riacquistare l’ebbrezza della libertà, dalla disperazione causata dalle lunghe e violente dittature e dalla ricerca di una stabilità lavorativa.

Nel centro storico le viuzze fanno un girotondo attorno alla maestosa cattedrale che esprime l’identità più profonda e la vocazione ultima di questo popolo e ne costituisce l’asse attorno a cui hanno orbitato nel tempo le vicende liete e tristi, i momenti ordinari e quelli destinati a segnare la storia.

In essa, poi, si incontra la sintesi della fede e della cultura medioevale, scritta su pietra con una sorprendente ricchezza di immagini nel capolavoro musivo del pavimento che, per opera del presbitero Pantaleone, narra, attorno al tema centrale dell’Albero della vita, alcuni momenti biblici, intrecciati con scene della vita quotidiana e con episodi mitologici e cavallereschi dei maggiori cicli culturali d’Europa e d’Oriente.

E proprio nella cattedrale, in una collocazione simmetrica all’altare dell’Eucaristia, c’è il cappellone in cui sono custodite ed esposte alla venerazione dei fedeli le reliquie dei Martiri Antonio Primaldo e Compagni. Qui si sente il bisogno di fermarsi per ascoltare l’eterna e universale lezione di questi fedeli che nel 1480 scelsero di morire, pur di non rinunciare alla loro fede in Gesù2.

I
I Martiri: Testimoni di Cristo



Martirio – lo sappiamo – come termine e come realtà storica vuol dire Testimonianza. Il martire è un testimone. I Santi Martiri di Otranto sono, dunque, i Santi Testimoni di Otranto.

Ma ci chiediamo, testimoni di che cosa? Nel linguaggio comune quando parliamo di testimonianza intendiamo una dichiarazione che attesti qualcosa: è importante allora che il testimone sia credibile e veritiero, che la sua attestazione sia un riferire qualcosa che egli conosce per esperienza immediata (non per sentito dire o di seconda mano), che così la testimonianza sia diretta e certa.

E allora cosa ci dicono i Santi Martiri di Otranto? Essi con il sacrificio della loro vita, con una scelta suprema, compiuta in libertà, ci dicono molto: ci parlano dell’essenziale, di ciò che è più importante nella vita. Ci spiegano, potremmo dire, con una lezione suprema – che parla alla mente, al cuore e allo spirito – che cosa sia la Fede nella Buona Novella di Gesù. Ci spiegano la Fede: la Fede pura e semplice, la Fede nuda ed essenziale: Fede, Fede pura.

Mettiamoci, perciò, alla scuola dei Santi Testimoni di Otranto: sentiamo nella loro storia il riflesso del Vangelo e comprendiamo cosa ci insegnano. Cosa dicono e insegnano a noi, uomini e donne del XXI secolo.



1. La Fede del Crocifisso: la Fede nel Crocifisso
I Santi Testimoni di Otranto insegnano anzitutto a tutti i fedeli della Chiesa universale che Gesù di Nazareth è il Cristo, è il Figlio di Dio e Dio, è morto sulla Croce per noi e dalla Croce attira tutti a sé.

La nostra fede non è altro. È l’abbraccio di un Maestro che è stato condannato a morte dagli uomini, per i quali insegnava; che è stato martirizzato sullo strumento di tortura e della morte più infamante e disprezzata, utilizzato per gli schiavi, sulla Croce. Ecco perché la nostra Fede si rivolge alla Cattedra della Croce e raccoglie la lezione di Fede del Crocifisso. “Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»” (Lc 23, 32-34).

Gesù, innocente, è condannato a morte e martirizzato. E dalla Croce la sua voce è preghiera: preghiera di perdono, preghiera d’amore. Questa è la Fede di Gesù. E questa Fede Gesù, dalla Croce, ha donato e dona, ancora oggi, a noi. Essere credenti significa accogliere questo dono: volgere il nostro sguardo a Colui che hanno trafitto.

Sì, Gesù, noi crediamo che Tu sei il Signore. Sì, Signore crocifisso per noi, noi crediamo. Sorreggi la nostra incredulità. Accresci la nostra Fede.

Noi, allora, accogliendo, pur con la nostra debolezza umana, il dono della Fede, riusciamo a scorgere nella testimonianza dei Santi Testimoni di Otranto il riflesso luminoso di Gesù Crocifisso. Ecco che noi li riconosciamo veritieri e credibili testimoni della Fede nel Crocifisso. Quello dei Martiri fu il volto di una Chiesa intera che sul colle della Minerva agiva in “memoria di Lui”, offrendo tutta se stessa, volontariamente.

Uomini semplici, che avevano le nostre stesse debolezze e paure, non più forti di noi nel fisico, non più preparati di noi nell’intelligenza della dottrina cristiana, legati di affetto umano ai loro familiari, alle loro case e alla loro terra, come lo siamo noi, amanti della vita e desiderosi di felicità e di salute, proprio come noi. Eppure abbracciati – nel cuore, nel pensiero, nello spirito – al Crocifisso: e perciò convinti che il senso della vita sta nel credere in Qualcuno che è Lui la vera Vita. Ecco perché il loro martirio, la loro testimonianza nel sangue, non è testimonianza di morte: ma di Vita. C’è una realtà più grande della vita umana corporale: questo noi crediamo. E questo dà senso alla nostra stessa vita umana e corporale. Noi amiamo la vita umana perché non abbiamo paura di perderla: per amore della vera Vita.

I Santi Testimoni di Otranto ci insegnano che, sì, è possibile. Ci sono stati, cioè, uomini come noi che hanno accolto nella loro vita la Vita: è possibile la Fede nel Crocifisso. E questa Fede ci fa parlare con le stesse parole del Crocifisso: preghiera di perdono e d’amore.

Non c’è imprecazione, lamento, bestemmia nel cuore e nelle parole dei Santi Testimoni di Otranto: se, in quel momento, davanti alla sconfitta e all’oppressione, davanti alla terribile minaccia di morte, si fossero sentiti abbandonati da Gesù, traditi da Lui, se non avessero più creduto alla verità della Fede del Crocifisso, avrebbero abbandonato la Fede nel Crocifisso. E avrebbero avuto salva la vita, avrebbero riabbracciato genitori, spose, figli, familiari e parenti, sarebbero tornati nelle loro case. Non lo fecero perché credevano nella più grande verità di Gesù. Sì, Gesù Crocifisso: Lui Via, Verità e Vita. E le loro parole furono di preghiera: lode e ringraziamento al Signore. Fede pura.

Testimoniarono con parresia la convinzione della loro fede.

Non parliamo, allora, innanzi tutto di attualità dell’insegnamento dei Santi Testimoni di Otranto: parliamo di perennità di tale insegnamento. Ciò che ci insegnano è sì attuale, perché è perenne: è l’annuncio di ciò che costituisce la verità profonda, l’essenza reale, della nostra esistenza: Gesù ieri, oggi, sempre.

Si capisce allora che le parole e i sentimenti dei Santi Testimoni di Otranto non potevano essere di rancore vendicativo ma di perdono, non di odio ma di amore. Li uccidevano ad uno ad uno: non tutti insieme nello stesso momento. Dopo Antonio Primaldo, tutti gli altri vedevano il martirio dei fratelli: vedevano, negli altri, quello che presto sarebbe capitato a loro. Eppure non inveivano, non gridavano insulti e maledizioni ai loro carnefici. Se lo avessero fatto avrebbero smentito la loro Fede: allora sì la loro morte sarebbe incomprensibile. Possiamo capire il martirio come scelta di odio? Che cosa testimonierebbe allora?

E tuttavia, anche come atto cristiano di Fede viva, tutto ciò è forse superiore alle nostre capacità umane di comprensione; è certamente incomprensibile ai nostri cuori intorpiditi di oggi, alle nostre mentalità borghesi e comode, intrise di materialismo pratico. Ma ecco, accogliendo il dono della Fede, possiamo aprirci alla comprensione dell’insegnamento dei Santi Testimoni di Otranto. E, con loro e in loro, alla comprensione di tutti i martiri cristiani di oggi; tanti sono, infatti, ancora oggi, i battezzati che, in varie parti del mondo, vengono uccisi, martirizzati, a causa della loro Fede in Gesù Crocifisso.

Questa, allora, la loro voce, nella preghiera di lode al Signore: Perdono, Perdono, Perdono; Amore, Amore, Amore.

Noi non abbiamo altra forza se non l’Amore. Non abbiamo altra scienza se non l’Amore. Non abbiamo altra insegna se non l’Amore. La Fede pura è Amore puro.

Questo è il Cristianesimo: ieri, oggi, sempre.



2. Testimonianza del Risorto: testimonianza di Vita risorta
Ma la nostra fede ci dice che Gesù è Risorto. Ed ecco allora, proprio dalla Risurrezione, aprirsi una lunga via di martirio-testimonianza che giunge fino ai Santi Testimoni di Otranto, e li comprende, e continua a giungere fino a noi, oggi. È la via che inizia con il primo martire, con il Protomartire Stefano, del quale ci attesta la Parola di Dio.

Il Martirio cristiano è testimonianza nella Resurrezione e della Resurrezione. È testimonianza che può essere accolta solo aprendosi allo Spirito. Perciò è decisiva per noi oggi. E il Protomartire Stefano ci dice di non opporre resistenza allo Spirito Santo (At 7, 51). E così, nel Protomartire Stefano, la Parola di Dio ci presenta il senso esplicativo – nello Spirito Santo – che ogni martirio cristiano porta nella storia.

“Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane chiamato Saulo. E così lapidarono Stefano mentre pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò forte: «Signore, non imputar loro questo peccato». Detto questo, morì” (At 7, 55-60).

Nella scena del martirio, di ogni martirio, ci sono sempre i falsi testimoni che si prostituiscono al potere, che pongono i loro mantelli ai piedi dei persecutori. Ma i martiri, veri Testimoni della Vita, vedono la gloria di Dio e vedono Gesù risorto. Discepoli e testimoni del Risorto.

Se la vita cristiana è una vita salvata, realmente, allora è una vita nella Resurrezione: una vita nuova, resuscitata, in cui traluce la bellezza divina di Gesù risorto. Il corpo di Gesù risorto porta i segni del martirio subìto, della crocifissione: porta le piaghe alle mani, la ferita al costato. Eppure è un corpo glorioso: che mostra la vittoria sulla morte, sulla violenza, sul male. La storia non è cancellata: i suoi segni rimangono visibili. Ma viene salvata, e perciò risuscitata e trasfigurata: glorificata.

I cristiani sono ‘cristofori’, portatori di Cristo: non in modo estrinseco e meccanico, arido, dottrinale, astratto. Ma in modo vivo e vitale: perché si rivestono di Cristo. Cristo è in loro e loro sono in Cristo. Sono, perciò, in Cristo risorto, uomini e donne nuovi.

I Santi Testimoni di Otranto ci danno, appunto, questo vitale, attuale e attuoso insegnamento: una vita realmente risorta. La pia tradizione popolare degli otrantini ha tramandato la devota icona di un Antonio Primaldo decollato che tuttavia rimane in piedi. Ai primi del XVI secolo, nella sua opera Istoria della città di Otranto, Giovanni Michele Laggetto così presentava questa icona: “[Antonio Primaldo], essendogli stato tagliato il capo, stette saldo e diritto senza cadere mai a terra come una colonna, nonostante che i turchi con forza lo spingessero per farlo cadere. Ma finquando non finì il supplizio di tutti gli altri egli non cascò mai. Finito ciò, con gli altri tutti morti, cadde anche lui, da solo, accanto agli altri”.

Questa icona, nella forma semplice e ingenua, ma teologicamente profonda, della religiosità popolare, ci presenta una vita cristiana risorta. Antonio Primaldo è decapitato, morto alla vita corporale. Il suo corpo senza testa reca evidenti segni di martirio. Eppure non è un ‘corpo senza vita’: è figura di Risurrezione. È un corpo retto dalla Vita. Peraltro questo prodigio avviene a vantaggio dei suoi compagni: per testimoniare loro la Risurrezione e animarli, sorreggerli, sostenerli, affinché anche loro, a loro volta, siano testimoni del Risorto.

Questo è, appunto, l’insegnamento, evangelicamente vero e perciò perenne e attualissimo, dei Santi Testimoni di Otranto. Lo Spirito Santo dà sempre, anche a noi oggi, cristiani del XXI secolo, immersi e sommersi dal materialismo pratico, nel quale rischiamo di annegare e soccombere, ci dà – dicevo – la grazia per resistere, ci dà la forza di realizzare il prodigio: essere con la nostra vita quotidiana, nelle sue piccole e grandi prove, testimoni del Risorto. In piedi nella prova e pur provati. In piedi per la forza di Cristo.

Vivere la vita nuova e bella del Vangelo: questa la nostra via, la nostra salvezza, la nostra gioia, la nostra speranza e la nostra Risurrezione.

Così Gesù risorto ci dona gioia e beatitudine: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia” (Mt 5, 10-11).

I Santi Testimoni di Otranto ci invitano, allora, ad impegnarci per la giustizia nel nostro mondo di oggi, contrastando tutte le ingiustizie sociali e le oppressioni e le violenze contemporanee: uomini e donne risorti e perciò in lotta, in modo mite e nonviolento, ma radicale e forte, per la giustizia e per la pace. “Ciò si otterrà innanzi tutto con la testimonianza di una fede viva e matura, vale a dire opportunamente educata alla capacità di guardare in faccia con lucidità alle difficoltà per superarle. Di una fede simile hanno dato e danno testimonianza sublime moltissimi martiri. Questa fede deve manifestare la sua fecondità, col penetrare l’intera vita dei credenti, anche quella profana, col muoverli alla giustizia e all’amore specialmente verso i bisognosi” (Gaudium et Spes, n. 21).

I Santi Testimoni di Otranto ci invitano ad andare controcorrente rispetto alla mentalità diffusa, ci esortano ad essere anticonformisti: a non conformarci, cioè, al mondo con le sue seduzioni, con il suo materialismo pratico, con il suo utilitarismo egoistico, individualistico, edonistico.

I Santi Testimoni di Otranto ci guardano negli occhi e ci chiedono di fare la nostra scelta; ci chiedono di decidere e di deciderci per una vita nuova, risorta, veramente cristiana, lasciando la nostra vita vecchia, materialistica ed egoista. Abbiamo sentito e sentiamo, spessissimo, che il mondo ci chiede un comportamento cattivo, egoistico, vendicativo e violento, tutto chiuso sul nostro interesse particolare, ma Cristo risorto ci propone l’esatto opposto e ci lascia intravedere una vita nuova, risorta in una vera felicità, viva e gioiosa nella generosità e nella misericordia, non triste e annegata nella cupezza, nell’affanno, nell’angoscia:


Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5, 21-22. 38-40. 43-44).
Questo i Santi Testimoni di Otranto hanno fatto e ci invitano a fare.

Riportato alla sua essenzialità e alla sua purezza, questo è il messaggio del loro martirio a noi cristiani del XXI secolo: accogliere in noi l’irruzione luminosa dell’amore di Dio e configurare la nostra vita a Cristo morto e risorto.



3. Laici sugli altari
I Santi Testimoni di Otranto erano fedeli laici: uomini che vivevano nella società, come lavoratori, nella normale vita familiare. Affrontarono il loro martirio animandosi a vicenda, senza essere sorretti – in quel tragico e supremo momento – dai loro pastori.

Ecco allora un vero modello di fede per il laicato cristiano di oggi. Vivere il proprio Battesimo in prima persona. Assumendosi direttamente impegni e responsabilità che, come ci ricorda con forza profetica il Concilio Vaticano II, derivano dal sacerdozio comune di tutti i battezzati.

Negli anni ’30 del secolo scorso, il cardinale arcivescovo di Milano, il beato Ildegardo Schuster, chiese all’arcivescovo di Otranto, Cornelio Sebastiano Cuccarollo, alcune reliquie dei Martiri Idruntini, scrivendogli: “Io conterei di collocarle in venerazione sotto l’altare di qualche nuova chiesa trattandosi di fedeli del laicato, i quali, soli, senza l’assistenza dei sacerdoti, ma con la sola assistenza dello Spirito Paraclito che parlava per il loro labbro, hanno confessato intrepidamente la Fede, anteponendola alla vita. Io spero che la loro urna potrebbe diventare tra noi una sorgente di grazie e di magnanime ispirazioni per la nostra Azione Cattolica”. E ricevute, dunque, le reliquie, il Card. Schuster le collocò nella chiesa ambrosiana di San Martino.

Meditando il Vangelo di Gesù, divenuto fibra intima nel vissuto dei Santi Testimoni di Otranto, i fedeli laici di oggi potranno, con tripudio spirituale, intravedere la primavera della fede cristiana e della Chiesa. Sì, certamente: non siamo affatto all’autunno e al tramonto del cristianesimo in Europa. Siamo appena all’alba. Una primavera è vicina.

I martiri cristiani, in tutti i tempi, sono le gemme piccole e deboli, che annunciano una vicina e bella fioritura. Ma chi dovrà realizzare questo prossimo sbocciare di cristianesimo vissuto? È ai laici soprattutto che è affidato questo compito, difficile, certo, ma anche appassionante ed esaltante.

Preghiamo, per intercessione dei Santi Testimoni di Otranto, che lo Spirito Santo doni fortezza ai battezzati di questo nostro tempo: doni Fede, doni Speranza, doni Carità.

Al soffio dello Spirito, con generosità e con slancio apostolico, uomini e donne, giovani e anziani, coniugati o celibi o nubili, siano testimoni credibili!

Per l’intercessione dei Santi Martiri, Ti preghiamo, Signore.


II
Giovanni Paolo II e i Martiri di Otranto



1. Splendida testimonianza e tesoro della Chiesa
La visita di Giovanni Paolo II a Otranto (il 5 ottobre 1980, all’inizio del suo pontificato e cioè quasi al compiersi del suo secondo anno) fu un omaggio di fede ai Beati Martiri, nel quinto centenario del loro martirio:
Esattamente cinque secoli fa, si ebbe la splendida, univoca, eroica testimonianza delle centinaia e centinaia di figli di codesta Terra generosa, i quali, incitati e preceduti dall’esempio mirabile del Beato Antonio Primaldo, caddero ad uno ad uno per “tener fede alla fede” […].
Nelle sue visite alle comunità cristiane, peraltro, Giovanni Paolo II ha fatto memoria delle più antiche tradizioni della stessa Chiesa, non per sterile archeologismo, ma perché – come ad Otranto – egli ha voluto ricordare che la vita della Chiesa di oggi si innesta nella comunione dei santi, nella testimonianza di fede già vissuta, nell’alveo evangelico scavato dalla costanza e talvolta dal sangue dei credenti in Cristo che ci hanno preceduto. Egli, che nel suo lungo pontificato avrebbe beatificato e canonizzato un grandissimo numero di battezzati, ha voluto pure rilanciare, ad Otranto, la venerazione ai Santi martiri; mostrando peraltro, come avrebbe fatto altre volte e in occasioni diverse, l’importanza pastorale di una religiosità popolare, vissuta nel segno della fedeltà al Vangelo:
Il sangue dei Martiri di Otranto, che bagnò e consacrò proprio queste zolle, è un tesoro prezioso che forma parte di quella nascosta energia che penetra ed alimenta, nella sua più profonda vitalità, la Chiesa a livello universale e locale. Ma – come è evidente – soprattutto per voi, abitanti della Terra d’Otranto, esiste questo tesoro, frutto di meriti, di insegnamenti e di esempi.

Restiamo in comunione con i Martiri. Essi scavano l’alveo più profondo del fiume divino della storia. Essi costituiscono i fondamenti più consistenti di quella città divina che si eleva verso l’eternità.



2. La scelta per Cristo!
Il culto dei Martiri assumeva, per Giovanni Paolo II, le forme di un esame di coscienza: era un invito a riflettere sulla realtà della propria fede, nella sincerità spirituale di ogni credente. Da qui poteva allora scaturire, nel segreto della coscienza di ciascuno, uno stimolo interiore a seguire l’esempio dei Martiri.

Parlando, in particolare ai giovani, il papa affermava:


Non possiamo leggere oggi, senza intensa emozione, le cronache dei testimoni oculari del drammatico episodio: i cittadini di Otranto, al di sopra dei quindici anni, furono posti dinanzi alla tremenda alternativa: o rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce. Antonio Pezzulla, un cimatore di panni, rispose per tutti: «Noi crediamo in Gesù Cristo, Figlio di Dio; e per Gesù Cristo, siamo pronti a morire!». E subito dopo, tutti gli altri, esortandosi a vicenda, confermarono: «Moriamo per Gesù Cristo, tutti; moriamo volentieri, per non rinnegare la sua santa fede!».

Erano forse degli illusi, degli uomini fuori del loro tempo? No, carissimi giovani! Quelli erano uomini, uomini autentici, forti, decisi, coerenti, ben radicati nella loro storia; erano uomini, che amavano intensamente la loro città; erano fortemente legati alle loro famiglie; tra di loro c’erano dei giovani, come voi, e desideravano, come voi, la gioia, la felicità, l’amore; sognavano un onesto e sicuro lavoro, un santo focolare, una vita serena e tranquilla nella comunità civile e religiosa!

E fecero, con lucidità e con fermezza, la loro scelta per Cristo!
Ecco allora il valore esistenziale personale (e personalistico) che la venerazione dei Santi Martiri assume per Giovanni Paolo II. È una voce che interpella la coscienza. È una richiesta di coerenza di vita, della quale si intende – riflessa nella testimonianza dei Martiri – l’interna verità. Da qui la richiesta seria e impegnativa:
Siete disposti a ripetere, con piena convinzione e consapevolezza, le parole dei beati martiri: «Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo»?

Essere disposti a morire per Cristo comporta l’impegno di accettare con generosità e coerenza le esigenze della vita cristiana, cioè significa vivere per Cristo.



3. Prova definitiva e radicale
Giovanni Paolo II guardava, con speciale venerazione, ai Martiri di Otranto: per richiamare la necessità storico-umana, cosmica e apocalittica del martirio, cioè della testimonianza di fede. Essa è legata all’eco che per tutta la Creazione suscita il Nome di Cristo quando si innesta, appunto, come suggello vitale, alla testimonianza dei battezzati:
La verità sul martirio ha nel Vangelo un’eloquenza piena di penetrante profondità ed insieme di trasparente semplicità. Cristo non promette ai suoi discepoli successi terreni o prosperità materiale; egli non presenta davanti ai loro occhi alcuna «utopia», come è capitato più di una volta e come capita sempre nella storia delle ideologie umane. Egli semplicemente dice ai suoi discepoli: “vi perseguiteranno”. Vi consegneranno agli organi delle diverse autorità, vi metteranno in prigione, vi chiameranno davanti ai diversi tribunali. Tutto ciò “a causa del mio nome” (Lc 21,12).

La sostanza del martirio è legata, dall’inizio e nel corso di tutti i secoli, con questo nome! Noi qualifichiamo come martiri quei cristiani che, nel corso della storia, hanno subìto sofferenze, spesso terrificanti, per la loro crudeltà «in odium fidei». Coloro ai quali «in odium fidei» veniva infine inflitta la morte. Quindi coloro che accettando, in questo mondo, le sofferenze e subendo la morte hanno reso una particolare testimonianza a Cristo.

Mettendo davanti agli occhi dei suoi discepoli l’immagine delle sofferenze che li aspettano a causa del suo Nome, il Maestro dice: “Questo vi darà occasione di render testimonianza” (Lc 21,13).

Cinquecento anni fa qui, ad Otranto, ottocento discepoli di Cristo hanno reso appunto una tale testimonianza, accettando la morte per il Nome di Cristo […].

Noi guardiamo con gli occhi dell’autore dell’Apocalisse e vediamo nel grande cimitero di Otranto e, al tempo stesso, nella prospettiva dell’eterna Gerusalemme... vediamo: «sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa... venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli» (Ap 6,9.11).
Ed ecco che in questa prospettiva, il martirio è veramente, per Giovanni Paolo II, la prova: la grande prova e la vera prova; il crogiolo in cui il cristiano viene ‘provato’ e trovato santo. La vetta umana e mistica: l’apice autentico dell’esistenza, per la sua assoluta radicalità esistenziale. Rifulge così nel martirio e quindi nei Martiri di Otranto la più piena verità dell’umanesimo cristiano:
Il martirio è una grande prova, in un certo senso è la prova definitiva e radicale. È la più grande prova dell’uomo, la prova della dignità dell’uomo al cospetto di Dio stesso. È difficile dire a questo proposito più di quanto afferma proprio il libro della Sapienza: «Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé» (Sap 3,5). Non esiste una misura più grande della dignità dell’uomo di quella che si trova in Dio stesso: negli occhi di Dio. Il martirio è dunque “la” prova dell’uomo che ha luogo agli occhi di Dio, una prova nella quale l’uomo, aiutato dalla potenza di Dio, riporta la vittoria.

Attraverso tale prova sono passati, nel corso della storia, numerosi confessori e discepoli di Cristo. Attraverso tale prova sono passati i martiri d’Otranto cinquecento anni fa.



4. Il Santo Patrocinio dei Martiri di Otranto:

per l’ecumenismo, la pace, il dialogo inter-religioso
Ma il cuore spirituale dell’insegnamento di Giovanni Paolo II a Otranto, nel ricordo dei Martiri, si riassume in tre punti-chiave (che costituiscono peraltro altrettante architravi del suo pontificato): l’apertura ecumenica all’Oriente cristiano; la pace; il dialogo interreligioso, in particolare fra le grandi religioni monoteistiche. Tali punti-chiave sono incardinati nell’insegnamento del Concilio Vaticano II.

Giovanni Paolo II ci ha insegnato che la Chiesa deve respirare con due polmoni: l’Occidente latino e l’Oriente greco. Ha visto nel culto dei Martiri una via possibile di dialogo (così ad Otranto, ma così anche nell’enciclica Slavorum Apostoli del 1985 e nella lettera apostolica Orientale Lumen, in preparazione al Giubileo del 2000, in cui proponeva ai cristiani ortodossi un martirologio comune). Nel nome dei Martiri Idruntini, allora, la Chiesa di Otranto ha una vocazione storica e, dunque, una missione da compiere: essere un ponte verso l’Oriente cristiano. Nel 1980 a Otranto Giovanni Paolo II ebbe infatti a dire:


Oggi, presso le tombe gloriose dei martiri d’Otranto, invoco l’intercessione di coloro le cui “anime sono nelle mani di Dio”, e, insieme con tutta la Chiesa, elevo fervida preghiera affinché le parole dell’insegnamento del Concilio Vaticano II diventino sempre più una realtà.

Va, in questo momento, un pensiero deferente e cordiale alla Chiesa in Bisanzio che ebbe storici legami con la Chiesa locale di Otranto. […] La posizione geografica di Otranto, che ne fa quasi una testa di ponte verso l’Oriente, ha favorito nel corso dei secoli un intenso scambio con quelle regioni […]. La Chiesa seppe calarsi in questo mondo cosmopolita, raccogliendone e potenziandone l’istanza universalistica, così congeniale con la cattolicità della sua missione. I monasteri di questa zona, le chiese disseminate nel territorio, la stessa Cattedrale costituiscono altrettanti privilegiati punti d’incontro fra il pensiero ortodosso e quello latino, fra la liturgia greca e quella romana […]. Sono testimonianze storiche esaltanti, che devono continuare ad ispirare l’azione dell’attuale Chiesa idruntina.


L’ecumenismo, come riconciliazione tra cristiani divisi, introduce poi alla riconciliazione tra uomini, tutti gli uomini, di ogni etnia, popolo e nazione: è il grande tema della Pace, che è sempre stato a cuore a Giovanni Paolo II (il quale non dimenticava i dolori della seconda guerra mondiale). Con sguardo non solo rivolto al passato, ma anche profeticamente al futuro, nel 1980 ad Otranto il papa aveva detto:
Talvolta l’orizzonte della storia si oscura e gli animi tremano di fronte alla potenza terribile dell’odio e della violenza. Tenete ferma la fede in Gesù: Egli è la nostra pace.
La visione della Pace, peraltro, ha sempre più assunto, in Giovanni Paolo II, una valenza interreligiosa. Nel 2003 nel messaggio per la Pasqua, il papa avrebbe esortato: “La fede e l’amore di Dio rendono i credenti di ogni religione artefici coraggiosi di comprensione e di perdono, pazienti tessitori di un proficuo dialogo interreligioso, che inauguri un’era di giustizia e di pace”.

Tutti ricordano momenti di grande significato simbolico: l’incontro del 1985 a Casablanca con i giovani musulmani, la visita alla sinagoga di Roma nel 1986 (preludio del gesto compiuto nel 2000 al Muro occidentale del Tempio di Gerusalemme) e soprattutto il grande incontro interreligioso di preghiera per la pace ad Assisi nel 1986. Ma i punti di fondo di questa coraggiosa e rivoluzionaria scelta pastorale erano già stati precedentemente indicati da Giovanni Paolo II: nella visita ad Ankara, capitale della Turchia, nel 1979, nel successivo viaggio in terra africana e in paesi a maggioranza islamica e poi ancora, nel 1980, ad Otranto. Proprio qui, davanti alla tomba dei martiri e in ricordo vivo della loro testimonianza, egli infatti affermò:


Da questa antica terra di Puglia, protesa come una testa di ponte verso il Levante, noi guardiamo con attenzione e simpatia alle regioni dell’oriente e particolarmente là dove ebbero origine storica le tre grandi religioni monoteistiche, cioè il cristianesimo, l’ebraismo e l’islam. […] Riuniti oggi qui, presso le tombe dei Martiri di Otranto, […] in unione con questi Martiri, noi presentiamo al Dio unico, al Dio vivente, al Padre di tutti gli uomini i problemi della pace in medio oriente ed anche il problema, che tanto ci è caro, dell’avvicinamento e del vero dialogo con coloro ai quali ci unisce - nonostante le differenze - la fede in un solo Dio, la fede ereditata da Abramo. Lo spirito di unità, di reciproco rispetto e di intesa si dimostri più potente di ciò che divide e contrappone. […] Gerusalemme […] divenga il punto d’incontro, verso cui continueranno a volgersi gli sguardi dei cristiani, degli ebrei e dei musulmani, come al proprio focolare comune; intorno a cui essi si sentiranno fratelli, nessuno superiore, nessuno debitore agli altri; verso cui torneranno a dirigere i loro passi i pellegrini, seguaci di Cristo, o fedeli della legge mosaica, o membri della comunità dell’Islam.
È questa una parola profetica che risuona oggi, nella sua pura luminosità evangelica, in un Mediterraneo, in un’Europa e anche in un’Italia e anche in un Salento certamente molto più multi-religiosi di qualche decennio fa. Ed è in questo impegno di fraternità interreligiosa che dobbiamo ancora e più di ieri fare nostro: “Nessuno superiore, nessuno debitore”.

E proprio l’esperienza dei Martiri invita a tale attenzione, affinché non sia travisato e stravolto il senso del loro sacrificio. Si tratta pertanto di purificare la memoria della Chiesa Cattolica, estirpando ogni possibile residuo di risentimento, di rancore, di politica astiosa, ogni eventuale tentazione di odio e di violenza, ogni atteggiamento presuntuoso di superiorità religiosa, di arroganza confessionale, di superbia morale e culturale.

I Martiri di Otranto hanno, in questo senso, anche una grande e attualissima forza simbolica. Martirio significa testimonianza e “purificare la memoria della Chiesa” significa riflettere – con un impegnativo esame di coscienza – sulla relazione tra la Buona Novella del Vangelo di Gesù e la concreta testimonianza della Chiesa nella storia. È quello che Giovanni Paolo II ha fatto nel Grande Giubileo del 2000, con la preghiera universale di richiesta di perdono, il 12 marzo 2000 nella Basilica di San Pietro: forse il punto spiritualmente più alto del suo pontificato.

La consegna al dialogo interreligioso delle tre grandi religioni figlie di Abramo si coniuga pertanto con la verifica evangelica del perdono. Senza una viva coscienza di perdono non si dialoga, perché si è bloccati da ostacoli interiori. Senza autentici vissuti di perdono non si dialoga, perché mancano le premesse esistenziali. Senza la testimonianza, il martirio, del perdono non c’è vero dialogo. In un testo, scritto subito dopo l’attentato, ma reso noto solo dopo la sua morte, Giovanni Paolo II afferma: “L’atto del perdono è la prima e fondamentale condizione perché noi, uomini, non siamo reciprocamente divisi e messi uno contro l’altro, come nemici. Perché cerchiamo presso Dio, che è nostro Padre, l’intesa e l’unione”.

L’intercessione dei Santi Martiri Idruntini si unisca allora all’intercessione del Beato Giovanni Paolo II, affinché il Signore guidi l’umanità tutta all’edificazione – nella giustizia e nella pace, nel dialogo ecumenico e inter-religioso – della comune Civiltà dell’Amore.

Santa Maria dei Martiri

Su ogni Calvario della Storia c’è il Signore e lì, accanto a lui, Maria. Il tradizionale inno sintetizza nel solo ed eloquente “stabat” la fermezza di questa donna che partecipa alla sofferenza del Figlio, offrendo il suo infinito dolore di madre, nella fiducia di non essere mai abbandonata da chi l’ha adombrata con il suo amore.

Sta ai piedi della croce, ma vi sta con dignità, senza disperazione, continuando a custodire nel suo cuore anche quest’ultima e definitiva parola. Sta sul Calvario e vi rimane come discepola, cosciente che suo Figlio le stava chiedendo di allargare ancora di più il suo grande cuore.

Da quel momento in poi, Lei continuerà a passare attraverso le doglie del parto per generare alla Luce i figli di adozione. Da quel momento Lei sarà la Madre di tutti i Martiri.

Anche ad Otranto Lei c’era. La piccola cappella della Madonna del Passio è ai piedi del Colle dei martiri. Il santuario della Madonna dei Martiri è, invece, proprio lì sul Colle. E al centro del Cappellone dei martiri in Cattedrale troneggia la bellissima statua lignea della Madonna delle grazie. Ogni passo, ogni momento di quel dramma l’ha vista coprotagonista. Non trattiene dal salire sulla croce, ma vi sale insieme a chi si fida, anche in quell’ora, della chiamata di suo Figlio. E contemporaneamente, Lei donna del Magnificat, esorta a non dimenticare che i “giusti sono” sempre “nelle mani di Dio” e che “nessun tormento li toccherà”.

Per questo la presenza di Maria, mentre invitava i Martiri a una risposta generosa, chiede anche a noi di non fare sconti e instancabilmente continua a ripeterci l’unico materno comandamento che già a Cana aveva permesso di cambiare l’acqua in vino: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Lei, la donna del “sì”, ci insegna a scandire anche i nostri “sì”. Con amore.



Preghiera

Eterno Padre,

che ricolmi di santità chi è fedele fino alla fine,

accogli la nostra umile preghiera

per intercessione dei Santi Antonio Primaldo e Compagni

che contemplano ora il Tuo volto.


Gesù Signore,

che non hai risparmiato la tua vita per noi

e hai chiesto ai Santi martiri di Otranto di salire sul Calvario,

aiutaci ad ascoltare la Tua parola,

ad accogliere la grazia della tua presenza

e a configurarci ogni giorno a Te,

Figlio amato del Padre.
Spirito d’Amore,

che con l’unzione del crisma hai reso forte il cuore di questi laici

davanti al rischio di rinnegare la fede,

dà a noi lo stesso ardore davanti ad ogni compromesso

perché la nostra testimonianza sia sempre

umile e coraggiosa, pronta e generosa.


Santa Maria dei Martiri,

compagna di viaggio di chi crede,

aiutaci a seguire senza scoraggiamenti Gesù

nel cammino tracciato dai Santi,

per amare ogni fratello che incontriamo sulla strada della vita.
O Santi Antonio Primaldo e Compagni,

che insieme avete affrontato la prova suprema del martirio,

sostenete i legami fraterni della diocesi di Otranto e della Chiesa intera,

perché possiamo vivere la grazia di una comunione vera

per essere segno di riconciliazione e di pace per tutti. Amen.

Indice
Introduzione pp.


I. I Martiri: Testimoni di Cristo pp.
1. La Fede del Crocifisso: la Fede nel Crocifisso pp.
2. Testimonianza del Risorto: Testimonianza di Vita risorta pp.
3 Laici sugli altari pp.
II. Giovanni Paolo II e i Martiri di Otranto pp.
1. Splendida testimonianza e tesoro della Chiesa pp.
2. La scelta per Cristo! pp.
3. Prova definitiva e radicale pp.
4. Il Santo Patrocinio dei Martiri di Otranto: pp.

per l’ecumenismo, la pace, il dialogo inter-religioso


Per concludere pp.
Preghiera pp.


Scritti e Documenti Pastorali

Di Mons. Donato Negro





1 G. Gianfreda, Identità di un popolo. Commemorazione civile del fatto di Otranto, 13 agosto 2002, pro manuscripto.

2 L’11 febbraio 2013, papa Benedetto XVI, nel Concistoro ordinario pubblico, ha decretato la Canonizzazione di Antonio Primaldo e Compagni Martiri di Otranto, fissandone la solenne celebrazione per il giorno 12 maggio 2013.



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