Dossier: Toccati dalla bellezza «È bello… essere qui» (Lc 9,33). Toccati dalla divina bellezza nell’evento della Trasfigurazione



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Sommario

N. 2 Anno Marzo/Aprile 2015

Editoriale

La Bellezza... il canto del “cuore cherubico”

Nico Dal Molin
Dossier: Toccati dalla bellezza

«È bello… essere qui» (Lc 9,33).

Toccati dalla divina bellezza nell’evento della Trasfigurazione

Rosalba Manes


finestra “Bellezza”

di Leonardo D’Ascenzo
Via pulchritudinis e cammini vocazionali

Amedeo Cencini


finestra Via pulchritudinis

di Nico Dal Molin
I quadri della mia vita

Gloria Riva


Bellezza e vocazione

Marko Ivan Rupnik


Pensieri

Verità e Bellezza

Pietro Parolin


Vocazione e santità

Nunzio Galantino


Linguaggi

Film: Due giorni, una notte

Olinto Brugnoli
suoni

Rap: World music e street video

Maria Mascheretti


post-it vocazioni

a cura di M. Teresa Romanelli
colori

Georges de La Tour, Il sogno di San Giuseppe

Antonio Genziani



Questo numero della Rivista è a cura di Maria Teresa Romanelli

EDITORIALE

La Bellezza...

il canto del “cuore cherubico”

di Nico Dal Molin - Direttore UNPV - CEI
Il Convegno vocazionale vissuto nello scorso gennaio 2015, di cui questo numero di «Vocazioni» riporta gli Atti, è stato una esperienza pensata, dedicata e consegnata alla Bellezza.

Ad esso ci si è introdotti con un segno di “bellezza semplice”: una sorpresa che l’Orchestra Filarmonica di Copenaghen, il 5 maggio 2012, ha riservato ai passeggeri della metropolitana cittadina: nella quotidianità di un giorno come un altro, i viaggiatori si sono sentiti inondare di gioia e di stupore al suono delle note del Mattino di Edward Grieg.

Come sarebbe bello porre sigilli di Bellezza lungo le strade della nostra quotidianità…
Perché la scelta di un Convegno nazionale e di un anno di pastorale vocazionale dedicato alla Bellezza?

Possono illuminarci le parole del poeta e filosofo libanese Khalil Gibran (1883-1931), nella sua opera più nota, Il Profeta: «Un poeta disse al Profeta: “Parlaci della Bellezza”. Ed egli rispose: “Dove cercherete e come scoprirete la Bellezza, se essa stessa non vi è di sentiero e di guida?”».

Parlare di Bellezza significa parlare di Vocazione, perché ogni Vocazione è una testimonianza meravigliosa di un cammino originale verso la Santità.

Ce lo ha ricordato Papa Francesco durante l’udienza generale di mercoledì 19 novembre 2014: «La santità è il volto più bello della Chiesa, il volto più bello: è riscoprirsi in comunione con Dio, nella pienezza della sua vita e del suo amore. La vocazione alla santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: essa è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso».

Ed esprimendo quel nucleo vitale e profondo che è al cuore di ogni vocazione e di ogni sforzo creativo, che può animare la pastorale vocazionale, Papa Francesco afferma:

«Tante volte siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che possono dedicarsi esclusivamente alla preghie ra. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la “faccia da immaginetta”. No! Non è questa la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo… che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la nostra testimonianza cristiana, nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. Ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova».

Il Vangelo di Luca, che proclamiamo nella notte santa di Natale, ci racconta che sono gli Angeli a portare il primo annuncio ai pastori: «Non temete; ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). Creature divine che si accostano a persone disprezzate, impure, emarginate dal contesto socio-religioso del mondo ebraico di quel tempo.


Parlare di Bellezza significa anche e soprattutto parlare di Stupore, di Meraviglia, di Gioia.

Ma esistono ancora questi sentimenti nel nostro modo di vivere? Dovremmo davvero chiedercelo con verità, nel profondo del cuore, noi che siamo oramai come muri di gomma su cui ogni realtà sembra rimbalzare via.

Che cosa fa nascere lo stupore in noi?

E come tornare a guardare con stupore alla bellezza di ogni Vocazione?


Lo stupore germoglia e cresce come una pianticella che va coltivata, nel cuore di chi sa attendere. Non certo in coloro che vivono il momento presente come se fosse il tutto; ma in chi sa scrutare l’orizzonte della vita, guardare oltre ogni situazione, lieta o triste che sia, perché «il dolore di oggi prepara la gioia di domani, e la gioia di oggi aiuta a vivere la sofferenza di domani» (C.S. Lewis, Diario di un dolore).

Lo stupore nasce quando si coglie la Bellezza della vita; quella Bellezza che spesso non sappiamo più vedere, scorgere, apprezzare, perché il nostro cuore, e quindi gli occhi che sono il riflesso del cuore, sono annebbiati da sfiducia e negatività.

Scoprire la Bellezza è come trovare una perla dentro al nicchio di una conchiglia fangosa, sul fondo nel mare; è come far emergere il diamante dal guscio duro e nero della pietra; è come trovare pepite di oro scintillante dentro poveri e fragili vasi di argilla.

Ci sono molte scintille luminose di Bellezza e di Santità intorno a noi, ma noi non ce ne accorgiamo! Dovremmo ritrovare il canto estatico del “cuore cherubico”, di cui parla in maniera appassionata il teologo ortodosso russo Pavel Aleksandrovic Florenskij (1882-1937), che morì fucilato dal regime sovietico l’8 dicembre 1937.

Lo stupore nasce e cresce nei cuori semplici, che sanno arrendersi a ciò che non è tutto e immediatamente comprensibile; solo allora lo stupore sboccia in una Benedizione e in un Grazie: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
Torniamo a riassaporare il gusto dello stupore per cogliere i semi di bellezza che germogliano attorno a noi. Non ce ne accorgiamo perché viviamo la nostra vita con frenesia; perché siamo rinchiusi in un guscio di indifferenza che ci avvolge; perché camminiamo spesso con il passo troppo veloce per guardarci attorno; perché i nostri occhi e i nostri orecchi sono distratti: non vedono… non sentono; ma soprattutto perché i nostri cuori hanno perso il gusto e la voglia di cercare e di desiderare la meraviglia della Speranza.

«La bellezza non è un bisogno, ma un’estasi. Non è una bocca assetata, né una mano vuota protesa, ma piuttosto un cuore bruciante e un’anima incantata. Non è un’immagine che vorreste vedere né un canto che vorreste udire, ma piuttosto un’immagine che vedete con gli occhi chiusi, e un canto che udite con le orecchie serrate. Non è la linfa nel solco della corteccia, ma un giardino perennemente in fiore e uno stormo d’angeli eternamente in volo. La bellezza è l’eternità che si contempla in uno specchio. Ma voi siete l’eternità e siete lo specchio»

(Kahlil Gibran).



DOSSIER

«È bello… essere qui» (Lc 9,33).

Toccati dalla divina

bellezza nell’evento

della Trasfigurazione

di Rosalba Manes. Docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà Pontificia Gregoriana, Roma.
L a sola via percorribile verso la felicità consiste nell’essere uomo, donna d’avvento: qualcuno che ascolta più di quanto non parli…1.
Tra i racconti della vita di Cristo vi è un evento che ci invita a fermarci, a disconnetterci dal turbinio dei nostri andirivieni e sostare nella contemplazione di una bellezza che rapisce, che incanta, che conquista: la trasfigurazione2.

La vita umana non procede per obblighi o imposizioni, ma per fascinazione di bellezza. Non ci attrae ciò che ci costringe, ma ciò che ci fa intuire un’esperienza di liberazione, che intercetta i nostri sensi, che scava dentro e pianta un seme di passione. Non ci attrae ciò che rappresenta sottrazione o divisione, ma ciò che prospetta addizione, moltiplicazione.

La trasfigurazione di Gesù alla presenza di tre dei suoi discepoli è un episodio che mostra come l’uomo subisca fortemente il fascino della bellezza e sia attratto da ciò che lo apre al mistero, al “di più”, alla pienezza di vita. L’evento vissuto sul monte ha il sapore dell’irruzione dell’eternità nel tempo, dell’infinito nello spazio, del divino nel tessuto dell’umano, irruzione che riossigena la storia e la proietta verso il suo compimento.
1. Dal chrónos al kairós

Come il ramo del mandorlo che germoglia segna l’inizio della primavera, così la trasfigurazione si presenta come la pregustazione del Cielo e della gloria della Risurrezione. Nei Vangeli essa appare come un evento di grazia in cui all’uomo, fragile e impaurito dalla prova e dalla croce3, è dato di ossigenare mente e cuore e di ricevere una spinta a salire oltre la ripetitività del quotidiano. È l’esperienza che vivono i discepoli, tre uomini che sono icona della sequela Christi, ma anche icona dell’umano spesso lento a decifrare parole ed eventi. La trasfigurazione è un’esperienza che ricorda all’uomo il suo destino, il télos, e ricorda che la luce divina abita i travagli della nostra storia personale e collettiva, che Dio e l’uomo possono sperimentare un sabato comune. La vita è salita, fatica, ritmo incalzante di avvenimenti, ma Dio concede momenti sabbatici, momenti dove il chrónos, che fagocita l’uomo e lo rende schiavo dello spazio, cede il posto al kairós, che libera l’uomo dalla tirannia delle cose; momenti kairotici dove tutto si distende e si può gustare la bellezza dello stare l’uno alla presenza dell’altro in uno spazio che non soffoca, non costringe, non delimita. Stabat, come ci insegna il quarto Vangelo attraverso la presenza fedele delle donne e del discepolo amato ai piedi della Croce (cf Gv 19,25), è il verbo della fedeltà, della presenza, della comunione inossidabile. È risposta al desiderio di Gesù: «Rimanete in me… rimanete nel mio amore» (Gv 15,4.7.9).

Sul monte Dio e l’uomo si danno appuntamento da sempre: Dio scende, l’uomo sale, in «un movimento a fisarmonica»4 che emette melodie di ricerca, desiderio, passione, comunione. Dio e l’uomo si cercano e si trovano in un presente che non è disconnesso né dal passato (rappresentato da Mosè ed Elia), né dal futuro (la gloria eterna). In Cristo Dio e l’uomo coabitano in un connubio mirabile; per mezzo di Cristo Dio e l’uomo si incontrano, si parlano, sperimentano la più dolce delle amicizie. In Cristo la luce divina rifulge ra diosa nella fragilità della carne segno che il corpo è sacro, è tempio, è casa di Dio.

Sostiamo ora presso il roveto ardente della Parola per sperimentare il calore di Dio, convinti che la Parola è «la prima sorgente di ogni spiritualità cristiana»5. Saremo pro-vocati dalla Parola a scegliere tra la bellezza effimera che passa e non salva e quella che profuma di redenzione ed è depositaria del nostro destino ultimo.

Chiediamo al Signore di farci entrare nella nube luminosa per immergerci nel mistero di Dio, Trinità d’Amore.
2. Un midrash cristologico che fa seguito al primo annuncio della passione

L’episodio della trasfigurazione che appare in Lc 9,28-36 non è un racconto evangelico fra gli altri, ma un mistero della vita di Cristo.

Evento pieno di significato salvifico è stato annoverato da San Giovanni Paolo II tra i Misteri della luce6. La trasfigurazione infatti è «mistero di luce per eccellenza»7, è epifania, manifestazione visibile e concreta della luce divina, ed è raccontata dagli evangelisti attraverso l’impiego di motivi epifanici, teofanici e apocalittici, per creare una sorta di midrash cristologico8, un modo di commentare9 questo evento della vita di Cristo ricorrendo ad un accumulo di generi letterari diversi, una tecnica per esprimere il cristocentrismo e mostrare che l’attenzione non va posta al cosa è accaduto, ma al senso del racconto. Si tratta della manifestazione del divino che ir rompe nel tessuto del feriale, all’interno di un evento pedagogico che aiuta l’uomo a conoscere l’identità di Gesù e a consolidare la propria fede10.

La gloria di Dio irrompe nella storia umana attraverso la persona di Gesù di Nazaret. Questa gloria però non è connessa al successo o all’approvazione della sua missione, ma a ciò che l’uomo di ieri e di sempre rigetta: la prova. Sul piano narrativo la trasfigurazione appare come un momento di tregua, una pausa dalle tensioni presenti intorno a Gesù. Nell’episodio si scioglie una tensione: il fatto che figure significative della prima alleanza dialoghino con Gesù attesta che il Dio del Primo Testamento è proprio quello di Gesù e Gesù è proprio il Figlio del Dio del Primo Testamento.

Il racconto è preceduto da quello che potremmo definire stage di discepolato che inizia con la domanda di Gesù circa la sua identità (Lc 9,18-20a) e la confessione di Pietro (Lc 9,20b), prosegue con il divieto di Gesù di non rendere pubblica la sua identità (Lc 9,21) e il suo primo annuncio della passione (Lc 9,22), e si conclude con l’istruzione di Gesù sulle esigenze della sequela (Lc 9,23-27). Una collocazione molto importante, dunque, quella dell’episodio della trasfigurazione, perché segue immediatamente un’istruzione che non contiene rimandi ad un esito favorevole della missione di Gesù, ma che si incentra tutta sulla prova della sua passione e morte e sulla necessità della Croce.

Le parole di Gesù mettono a nudo l’essere umano: lo trovano ricalcitrante dinanzi alle movenze del discepolato e del dono gratuito di sé. L’uomo vuole salvare la propria vita, metterla al sicuro, Dio invece lo invita a liberarsi dalle protezioni e a sprecare (Lc 9,24). L’uomo vuole essere grande ed esercitare il potere, Dio invece dice che bisogna essere piccoli (Lc 9,48). L’uomo pensa che la sua esistenza sia anonima e mediocre e Dio vuol farlo sentire degno della vera bellezza con una luce che viene dall’Alto, da Dio, dall’ «atmosfera dell’amare e del donare»11.


3. I sette quadri della pericope evangelica della trasfigurazione

La pericope presenta sette quadri:

1. Una preghiera ad alta quota e l’epifania della luce divina (vv.28-29)

2. Il dialogo con due figure celesti significative nella storia d’Israele circa l’esodo di Gesù (vv. 30-31)

3. L’estasi dei discepoli (vv. 32-33)

4. L’ombra di Dio e la paura dei discepoli (vv. 34)

5. L’epifania della paternità divina e della figliolanza di Gesù (v.35ab)

6. La richiesta del Padre che invita i discepoli ad accogliere la parola del Figlio (v. 35c)

7. Il silenzio dei discepoli (v. 36)
3.1 Una preghiera ad alta quota e l’epifania della luce divina (vv. 28-29)

«Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto prese un altro aspetto e la sua veste divenne di un bianco splendente».
Luca colloca l’evento della trasfigurazione in una cornice temporale dal sapore pasquale: «otto giorni dopo». Si tratta dell’ottavo giorno, del giorno dopo il sabato, del primo giorno della settimana, il giorno della risurrezione (cf Lc 24,1), il giorno del Signore in cui si aprono gli occhi ai due di Emmaus (cf Lc 24,13).

Il Gesù di Luca nei momenti più importanti della sua vita ricerca sempre la comunione con il Padre e lo fa attraverso la preghiera.

Gesù prega e accade qualcosa… Un cambiamento tocca il suo aspetto ed è come se la sua persona, di colpo, emettesse luce. La preghiera, il dialogo d’amore filiale che egli intrattiene con il Padre suo, dà il suo frutto: la luce del Cielo si comunica sulla terra.

Lo scenario richiama Es 24,1-18 che ha per protagonisti Mosè, Aronne, Nadab e Abiu ma, al posto della «gloria di Dio» che appariva come fuoco, qui c’è una gloria incarnata, Gesù, che risplende di luce divina. Non una presenza invisibile, ma un volto, i cui tratti presentano una novità che invita ad aprire gli occhi sull’identità di Gesù. Non una realtà nascosta, ma una presenza che si rivela e che presenta una veste inedita che è bianca e anticipa l’evento della Risurrezione, che brilla come un lampo che rifulge nel buio.

Le esigenze del discepolato esposte da Gesù potevano far ipotizzare che Dio fosse un problema, ma la luce della trasfigurazione invece afferma che Dio è un Soggetto di dialogo che si lascia incontrare e si fa vedere in un’esperienza concreta, sensibile, che intercetta tutto dell’uomo, e che è l’Oggetto ultimo del nostro desi derio, la “grande bellezza” a cui aneliamo. Per essere suoi discepoli occorre lasciarsi illuminare da Cristo, lasciarsi raggiungere e conquistare dalla bellezza di una luce che è gioia per gli occhi e per le profondità dello spirito. E tale è l’esperienza dei santi: Francesco d’Assisi nelle Lodi di Dio Altissimo canta «Tu sei bellezza» e Caterina da Siena nel Dialogo della divina Provvidenza parla del suo Amato come della «bellezza sopra ogni bellezza».

Il richiamo al monte è fortemente evocativo: in Marco evoca la chiamata dei discepoli, in Matteo il dono della Parola, in Luca la preghiera. Il Dio interpellato dal dramma della sofferenza umana scende sul monte per far salire l’uomo (cf Es 3,8), segno che Dio è coinvolto e coinvolgente. Il monte non è un luogo tra tanti, ma un autentico contesto teologico di rivelazione. La tradizione legata a Pietro richiama la testimonianza oculare resa dagli apostoli relativa a questo evento accaduto mentre i discepoli erano con lui sul «santo» monte12. Il monte, come il Sinai, il Carmelo e l’altura di Sion, è lo scenario privilegiato dell’incontro con Dio.

Al contesto teologico del monte si coniuga l’esperienza della preghiera che in Luca appare come il respiro del Figlio, il luogo dell’esperienza intima della comunione. Prima di ricevere il battesimo (Lc 3,21), di scegliere i Dodici (Lc 6,12), prima di essere catturato (Lc 22,39-46) e prima di morire (Lc 23,34.46), Gesù prega. Monte, preghiera, aspetto luminoso, sono elementi che rimandano alla beatitudine dell’uomo che gode la visione di Dio. Gesù, che ha annunciato ai discepoli l’inizio dei suoi dolori e il destino di sofferenza che toccherà anche loro, vuole riempirli di consolazione e «li attira con l’immagine della bellezza e della felicità del cielo»13.

I discepoli vedono un volto inedito di Gesù, un volto splendente.

Il Sal 34,6 sostiene che guardando al Signore si diventa raggianti. E tale è l’esperienza della preghiera. Ma qui Gesù non è solo raggiante.

È luce stessa! Il suo volto è luce. Quella del volto di Dio è una tematica che pervade tutto il Primo Testamento14. Il volto è esperienza di incontro, è la comunicabilità della persona che fa presentire la possibilità di conoscenza15. Il volto di Cristo diventa “altro”, lascia vedere Dio. Cristo è l’icona di Luce e Bellezza che riflette in permanenza la gloria divina che rifulge sul suo volto umano (cf 2Cor 4,6), quella gloria che condivide col Padre da sempre (cf Gv 17,5). Il prologo del quarto Vangelo ci dice che Dio nessuno lo ha mai visto, ma l’Unigenito che è nel seno del Padre, Lui lo ha spiegato e rivelato (cf Gv 1,18). I discepoli possono vedere Dio, diversamente da Mosè che lo vede solo di spalle (cf Es 33,18-23) e diversamente da Elia che ne può percepire la presenza in modo appena percettibile, mediante una voce di silenzio sottile (cf1Re 19,11-13). La veste di Gesù diviene «bianca» e brilla come nelle visioni del Primo Testamento16 e nella letteratura apocalittica17. È un tripudio di luce, immagine che nella Scrittura rimanda a Dio stesso18. In Cristo che prega sul monte con cuore filiale19, l’uomo può vedere i tratti del Padre. Il Dio che abita una luce inaccessibile (1Tm 6,16) rende la sua luce fruibile sul volto del suo Figlio amato.

Accade come se nel Cristo orante Dio uscisse dalla sua intimità per farsi vedere agli uomini20.

Come provocati da chiamata nella chiamata, tre dei discepoli, cioè Pietro, Giacomo e Giovanni, sono invitati a sostare dal loro procedere feriale e a salire. Chi sono questi tre? Sono i soli ad aver assistito al miracolo della figlia di Giairo (Lc 8,51) e gli unici che accompagneranno Gesù nell’orto del Getsemani (stando a Mt 26,37). Essi si trovano dinanzi a un nuovo roveto ardente: il volto luminoso di Cristo, sorgente e meta di ogni vita umana. Si trovano di fronte a una carne gloriosa, che irradia lo splendore divino, quella luce che la grammatica umana fa fatica a descrivere.


3.2 Il dialogo con due figure celesti significative nella storia d’Israele circa l’esodo di Gesù (vv. 30-31)

«Ed ecco, due uomini dialogavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme».
Alla manifestazione della luce divina nella carne del Figlio, segue la comparsa di due figure significative del passato d’Israele. Due morti che però sono vivi e dialogano con Gesù-Luce: Mosè ed Elia. Si tratta di due uomini che hanno vissuto una profonda comunione con il Signore, che ne hanno fatto esperienza sul monte, due uomini di fede cari alla memoria d’Israele: Mosè, l’«uomo di pietà», «amato da Dio e dagli uomini» (Sir 45,1), ed Elia, «simile al fuoco», «la cui parola bruciava come fiaccola» (Sir 48,1), chiamato a comparire negli ultimi tempi per convertire il cuore dei padri verso i figli e viceversa (cf Sir 48,10; Mal 3,24).

Nella tradizione ebraica Mosè ed Elia non sono però solo figure “di gloria”, premiate nella vita futura, ma sono anche profeti che hanno sofferto ostilità e persecuzione e che, malgrado numerose prove, sono rimasti fedeli a Dio. Mosè ed Elia «rappresentano la Scrittura in quanto preannuncia il destino di sofferenza di Gesù»21 e aiutano a far conoscere il destino di Gesù. La sofferenza e la gloria non sono in antitesi, ma camminano insieme verso il compimento delle Scritture che è la morte di Croce. Inoltre Mosè ed Elia testimoniano la fedeltà inossidabile di Dio: come Dio è stato presente nella storia di Israele, salvando i suoi profeti, così sarà presente nel destino di sofferenza del suo Figlio, salvandolo dalla morte.

Negli scritti apocalittici parlare con esseri celesti è segno di comunione22, per cui il colloquio di Gesù con i due anticipa la sua partecipazione al mondo celeste, ma dice anche il dialogo, la comunione e l’abbraccio tra prima e nuova alleanza23. I due accompagnatori di Gesù, entrambi figure esodali perché pronti sempre a mettersi in cammino e a lasciarsi guidare da Dio per la salvezza propria e per quella altrui, parlano dell’esodo di Gesù che sta per compiersi, quell’esodo che trasfigurerà la storia. La morte di Gesù (éxodos) si colora di Pasqua (dóxa), di una potenza di liberazione che questa volta non tocca un solo popolo, ma l’umanità intera del presente, del passato e del futuro.



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