Due racconti



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02.04.2019
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corrado poli L’operaio svanito

La corsa

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DUE RACCONTI:

  • L’OPERAIO SVANITO

  • LA CORSA

CORRADO POLI

L’OPERAIO SVANITO1

il tempo era finito come pure lo spazio del paese dissoltosi in una città …


Il nonno era contadino. Il padre operaio. Lui non lo sapeva. Non lo sapeva più. Trent’anni fa, poco più che adolescente, Alberto, era stato assunto in fabbrica. La stessa del padre che era iscritto al sindacato e alla DC. Più che altro, il papà di Alberto con tutta la famiglia era iscritto alla parrocchia del paese. Che non era quasi più un paese, ma stava diventando un quartiere di città. Il parroco aveva simpatia per quella famiglia timorata di Dio e di tutto quanto odorasse di autorità.
Per ottenere quel posto di lavoro, il padre di Alberto aveva chiesto l’aiuto del parroco. Che facesse qualcosa per sistemare - una volta per tutte – il figlio che stava per diventare l’unica fonte di sostentamento per se stesso, la madre e il mutuo della casa. Da lì a poco - disse al parroco il padre di Alberto – sarebbe morto. Il parroco ne era già al corrente. Come sempre. Molti altri, in effetti, stavano morendo nel paese. Non era direttamente il volere di Dio, pensava il parroco. Però gli sembrava che Dio tollerasse la morte di qualcuno in cambio di posti di lavoro. Quindi era giusto così e non ci si doveva lamentare. Tanto meno si dovevano cercare eventuali responsabilità e colpevoli. Semmai era meglio pregare di più e con maggiore serenità. Chi sa mai un miracolo.
Il padre di Alberto, invece, morì puntualmente, per un cancro causato dall’inquinamento prodotto dall’industria chimica. Gli operai dello stabilimento chimico ricevettero un decoroso indennizzo dopo aspre lotte. Gli scioperi costarono molto ai lavoratori e alle loro famiglie. I sindacalisti si impegnarono con forza nelle sedi legali. Ne risultò un’azione efficace. Fu conveniente anche per gli avvelenatori, che se la cavarono pagando un modesto indennizzo e continuarono come prima.
Morì anche il direttore dello stabilimento per lo stesso tumore. Lui stesso affermò che aveva una predisposizione genetica ereditaria. L’inquinamento, secondo lui, non c’entrava nulla. Questa falsa opinione, condivisa dalla stessa famiglia del direttore, contribuì a rendergli più sereno il trapasso e ad allontanare possibili rimorsi.
Il padre di Alberto, comunque, non ricevette alcun indennizzo perché lui era metalmeccanico in una fabbrica vicina. Così i quindici operai chimici, morti sul lavoro per l’inquinamento, spirarono felici con il conforto dei parenti. I metalmeccanici, che avevano respirato la stessa aria, ma pochi metri distanti, morirono tristi. I parenti erano persino incazzati con loro per il fatto che perdevano l’unica fonte di reddito. Che diritto avevano di andarsene per sempre quando avevano il dovere di mantenerli? Non avevano fatto abbastanza per ricevere anch’essi l’assicurazione e l’indennizzo! Disgraziati!
Non così Alberto e la madre. Loro piansero sinceramente quel padre mite e affettuoso che si era sempre prodigato per il bene di tutti. Che aveva insegnato al figlio a riparare la bicicletta prima ancora che fosse in grado di comprargliela. Che la domenica lo portava a pescare, al bar o alla partita di calcio. Quel marito che aveva sempre amato, corrisposto, la moglie. Che non le faceva regali, né mandava fiori, ma rispondeva appieno alle sue esigenze. Quell’uomo che sposandola, aveva, se possibile, reso ancora più grama la loro esistenza materiale. Soffocati da un mutuo che aveva acceso in loro la speranza di un futuro migliore. Da proprietario, non più da proletario. Quest’ultima parola la sentiva pronunciare sempre più spesso negli ultimi mesi prima di morire. Non sapeva bene cosa significasse.
Il padre di Aristide, un cugino di Alberto, lavorava all’industria chimica. Quando morì, la famiglia ricevette l’indennizzo. L’indennizzo cambiò la vita di Aristide. Infatti si comprò la 850 coupé. Con la macchina nuova andò alla solita discoteca - che allora si chiamava dancing. Grazie alla macchina dette un passaggio all’Alice che era figlia di un calzolaio artigiano. Ad Aristide piaceva la bella vita e le ragazze e i soldi. Per questo lavorava sodo. Aveva imparato fin da piccolo che se non avesse lavorato sarebbe rimasto povero. Aristide non aveva mai accettato di essere povero e sentiva un profondo moto di ribellione contro i ricchi. Il parroco gli aveva raccontato a modo suo la parabola del buon Samaritano: “Vedi Aristide, Iddio ha voluto che il povero viandante venisse aiutato dal ricco e buon Samaritano. Per poter aiutare i poveri, Dio ha provveduto a creare i ricchi. Se il Samaritano non avesse avuto i soldi, come avrebbe potuto mettersi a disposizione del poveretto? Non ti devi arrabbiare se ci sono i ricchi e i poveri come te. Ma sperare che dalla tua strada passino dei buoni samaritani. Ricchi”.
Aristide reagì ai discorsi del parroco in un modo inaspettato. Anziché accettare la sua condizione, decise di diventare lui stesso un Buon Samaritano. Travisando quel tanto che era necessario l’insegnamento del parroco, pensò bene di cominciare ad arricchirsi lui stesso. Naturalmente allo scopo di aiutare quelli rimasti poveri. Poi perse la fede in Dio, nel parroco e nell’aiuto ai poveri. Ma gli rimase la passione per la ricchezza materiale. A modo suo Aristide era un rivoluzionario. E un poco lo era anche il papà di Alice. Quando i ragazzi decisero di sposarsi, l’azienda acquisì un lavoratore indefesso in più a salario zero. Non sarebbero riusciti mai a diventare facoltosi capitalisti, ma certamente non erano più operai. La Mercedes e la villetta adesso la possedevano e i figli non avevano conosciuto alcuna privazione. Soprattutto, Aristide era un imprenditore del nordest. Con sei operai sotto. Tutti immigrati dal Senegal perché altro ormai non si trovava.
*****
Alberto non ricevette l’indennizzo e dopo il funerale tornò a lavorare in fabbrica. Era una mattina di settembre e già c’era un poco di nebbia. O forse fumo, ma era difficile distinguere. Il raggi del Sole mattutino, attraversando l’aria inquinata formavano inediti colori d’autunno. Un’atmosfera magica e innaturale sovrastava le migliaia di lavoratori che in autobus, a piedi o in bicicletta avanzavano fianco a fianco verso il cancello della grande fabbrica. Al di là di quel cancello un brulichio di gente, di attività ordinata, di rumore ininterrotto come quello di una città. Al di là di quella soglia, il sorgere e il calare del Sole, l’alternarsi delle stagioni interessavano poco. Il tempo lo scandivano la sirena e i turni. Sebbene Alberto lavorasse in quella fabbrica da meno di un anno, si era già abituato a giorni sempre uguali. Soliti tempi, scarni i discorsi. Tutto procedeva monotono e sembrava non ci fosse verso che potesse mai cambiare. Anche se tutto era in effetti cambiato al paese dai tempi del nonno di Alberto, quando non c’era la sirena, ma la campana a scandire i ritmi della vita di campagna. E il nonno aveva cresciuto il figlio insegnandogli a fare il contadino perché sembrava che nulla potesse cambiare in quel mondo umido di terra, acqua e nebbia, tra quelle case, sempre le stesse, che costruivano il paesaggio nell’anima di ciascuno. Da secoli. In meno di dieci anni il nonno si era trovato con un figlio operaio ad abitare in una specie di città dove niente era rimasto come prima. Anche ad Alberto sarebbe accaduto qual cosa di simile. Ma ancora non lo sapeva.
Tutto, infatti, sembrava immutabile ad Alberto quella mattina. Ai cancelli della fabbrica trovò tuttavia una novità a cui non dette inizialmente peso. Pensò a un fatto estemporaneo da vivere come una festa. Aveva diciannove anni. Di fronte ai cancelli, alcuni studenti distribuivano volantini e impedivano agli operai di entrare in fabbrica con la forza dei ragionamenti, delle idee e di qualche energico spintone. Alcuni sindacalisti erano entusiasti di questa azione. Altri già si preoccupavano di mediare e temevano per le ripercussioni sui posti di lavoro. Alberto non capiva molto, ma si interessava a quello che dicevano quei ragazzi con la barba e i capelli lunghi, vestiti peggio di lui sebbene fossero arrivati con una Renault 4 o con la Vespa. Non parlavano come il padre e tanto meno come il parroco. Dicevano che la fabbrica apparteneva alla collettività e soprattutto a chi vi lavorava. Che bisognava liberarsi dei padroni che li sfruttavano, li avvelenavano, che mandavano in galera gli operai che si ribellavano. Che la violenza era giustificata contro l’ingiustizia. Bisognava unirsi nella lotta per un futuro migliore senza più padroni. Che la gente era tutta uguale con gli stessi diritti e la stessa dignità. La ricchezza sarebbe stata equamente distribuita. La proprietà dei mezzi di produzione doveva tornare ai lavoratori. E gli americani dovevano andarsene dal Vietnam. Questa ultima rivendicazione Alberto non la capiva. Che cosa c’entrava? Ma gli pareva tutto nuovo e bello. Entusiasmante. Per cui, anche se proprio non ne capiva il nesso, gli americani in Vietnam non ci dovevano restare un minuto di più.
Uno studente, nel mezzo della parapiglia e della discussione, gli rivolse la parola. Lo sventurato rispose. Alberto, curioso, cominciò a parlare con gli studenti. Loro lo invitarono alle riunioni che tenevano la sera. Inizialmente in qualche sede del PCI. Poi quei compagni non li vollero più e allora cominciarono a riunirsi in un’osteria del paese. Alberto arrivava stanco per il lavoro e le faccende di casa che si prestava con generosità a svolgere per aiutare la madre. Ma non perdeva un incontro con gli studenti. C’erano anche delle ragazze. Nei loro occhi la libertà e l’amore. Dopo qualche mese prese la parola. Nei primi tempi discutevano molto. In astratto, della giustizia, della proprietà, dello sfruttamento dei lavoratori. Poi cercarono di mettere in pratica quelle idee esaltanti. Tutto quanto gli era stato insegnato durante l’infanzia e l’adolescenza veniva visto da una prospettiva diversa e inaspettata. Non solo. Tutti erano decisi a cambiare tutto. Era stanco la sera Alberto. Quando rientrava a casa, si infilava sotto le tante coperte del suo piccolo letto, nella fredda cameretta della casa popolare con le macchie di umidità sui muri. Sulle sottili indiscrete pareti, Bob Dylan e Che Guevara avevano sostituito da qualche tempo Gigi Riva e Caterina Caselli.
Il mutuo era stato pagato con la liquidazione del padre. Ora, ad Alberto i soldi bastavano per iscriversi a un corso serale per prendere il diploma di ragioniere. La mamma si spaventò un poco di questa decisione del figlio. Era meglio che si comprasse una macchina a rate. Come l’Aristide. Il diploma avrebbe significato un salto sociale. Pericoloso, non ci si doveva montare la testa, pensava la donna. Anche il parroco non era favorevole alla decisione di Alberto. Lui ormai non li ascoltava più, pur continuando a rispettarli. In fabbrica aveva aderito al gruppo dei più estremisti. Parlava ai compagni invitandoli a lottare, a richiedere migliori condizioni di lavoro. A non accontentarsi solo di qualche lira in più, ma a pensare alla sicurezza, alla formazione professionale e a farsi una cultura. Quando c’era lo sciopero, organizzava i picchetti con gli studenti e gli altri operai. Avveniva spesso in quegli anni. Non alzava mai le mani per impedire a qualcuno di entrare in fabbrica. Si rivolgeva al compagno indeciso con accesi discorsi guardandolo fisso negli occhi. Trasmettendogli la sua convinzione e il suo entusiasmo per il mondo nuovo che stavano costruendo sulla base dei nuovi rapporti tra padroni e operai. Quello che studiava a scuola, alla sera, al sabato e alla domenica, anziché andare a divertirsi, gli permetteva ormai di scambiare opinioni con gli studenti. Alberto era diventato un leader operaio tra i più radicali. Partecipava e organizzava tutti gli scioperi. Ed erano tanti in quegli anni di crisi della grande industria. Eppure, se entrava in fabbrica, era puntuale e preciso nel suo lavoro. Svolgeva il suo compito con la massima diligenza. Le lotte sindacali e politiche non incidevano sulle sue mansioni. Per lui il lavoro doveva essere fatto bene per la soddisfazione e la coscienza. Alberto rimaneva un operaio del nordest.
Quando alcuni studenti - divenuti ormai professori - e qualche compagno operaio gli fecero capire che era giunto il momento di passare alla lotta armata per cambiare finalmente la società, Alberto si ritrasse. Calarsi il passamontagna sul viso non gli dava alcuna ebbrezza. Conosceva ancora la differenza tra il bene e il male.
Venne comunque licenziato. Non fu una ritorsione del padronato per la sua attività politica e sindacale. La fabbrica era in crisi, stava chiudendo perché non era più competitiva. Lo capivano da tempo anche gli operai. I più attivi trovarono quasi subito un altro lavoro nelle decine e decine di piccole aziende che sorgevano come funghi tutto intorno. Guadagnavano meglio anche se lavoravano molto di più. Trovavano anche maggiori soddisfazioni, le mansioni erano meno ripetitive, l’ambiente spesso famigliare. Qualcuno rimpiangeva la fabbrica, quella comunità uniforme, i ritmi uguali, il senso di potere delle grandi manifestazioni sindacali di massa. La massa non si trovava più: dissolta. Altri rimpiangevano quella grande fabbrica solo perché ricordava loro la gioventù. I più anziani e i meno industriosi si lamentarono a lungo. Cercarono di farsi assumere nel settore pubblico in cerca di sicurezza. Alla fine quasi tutti riuscirono a collocarsi in un modo o nell’altro nella società che stava cambiando per la terza volta in mezzo secolo dopo che per mille anni era rimasta la stessa.
Alberto, in quel periodo, si staccò progressivamente dal sindacato assumendo posizioni più radicali. Il discorso di Lama all’EUR non lo digerì e scese in piazza a gridare “Berlinguer, Agnelli, i nemici sono quelli!”. Non avrebbe mai pensato che poco più di un lustro dopo, avrebbe votato con il governo l’abolizione della scala mobile. Essendo un lavoratore diligente e capace, non ebbe difficoltà a trovare un nuovo posto di lavoro. Certo non riuscì a diventare impiegato, come gli avrebbe consentito il titolo di studio. Nemmeno lo volle. Gli mancava la cultura piccolo borghese. Lui si sentiva operaio e così fece il magazziniere che è una posizione intermedia. Usava il computer, ma spostava casse e guidava il furgone all’occorrenza. Seguiva anche parte della contabilità. Un lavoro di responsabilità. Gli piaceva. Con la consueta diligenza e precisione acquistò in men che non si dica la stima del padrone. Non pensava affatto a organizzare i lavoratori e il movimento operaio. In fabbrica erano in tutto una trentina e comunque non sarebbe stato seguito nemmeno dal cane. In secondo luogo, cominciava a pensare che fosse arrivato il tempo anche per lui di godersi un poco la vita e di fare le cose che facevano tutti. Le speranze giovanili di un futuro dorato della classe operaia, apprese all’osteria durante le serate con gli studenti gli sembravano svanite, ma avevano lasciato una traccia importante. La vita era un piacere, non un dovere e un dolore come gli avevano insegnato il padre, il parroco e la madre. Anche il lavoro - pensava adesso - non poteva considerasi una pena, una condanna a cui i poveri erano sottoposti. Il lavoro, si diceva, potrebbe e dovrebbe piacere. Si doveva cercare soddisfazione, autorealizzazione. Non solo un salario per sopravvivere e per potere garantire agi e privilegi ai ricchi.
E, se non si era realizzato il paradiso sociale, almeno era possibile crearsene uno privato. Riprese a vedere le partite alla televisione e al bar ci andava per giocare a biliardo. Si comprò un’utilitaria nuova e cominciò a risparmiare per farsi la casa. Presto, inevitabilmente, si fidanzò con Chiara e pensarono a sposarsi.

Sulle prime, il padrone della fabbrica in cui aveva chiesto di lavorare, diffidava di quell’uomo di cui si diceva fosse stato un leader della contestazione in fabbrica. Addirittura un diplomato e per di più sindacalista. Ma il parroco garantì dicendo che il titolo di studio era stato un errore di gioventù. La contestazione e le lotte sindacali, disse, erano ormai alle spalle per tutti, cose di altri tempi. E Alberto stava per sposarsi con Chiara.


Prese il lavoro, ma Chiara non la sposò. Vivevano insieme e avevano una figlia, che comunque battezzarono per la gioia della madre di Alberto. E del parroco che ricevette una gradita offerta per il servizio religioso. Della convivenza con Chiara, non benedetta dal sacramento, il parroco non ne fece una malattia. In fondo gli importava poco, bastava che tutto filasse liscio nel paese che era ormai a tutti gli effetti una parte di città dove non ci si conosceva tra residenti.
Tutto sembrava essersi di nuovo sistemato nella sua vita. Lavorava le ore del contratto. Aggiungeva spesso qualche straordinario. Lo faceva volentieri, non per le poche lire in più, ma perché lo riteneva necessario al buon andamento della fabbrica, per non lasciare ordini inevasi, per accontentare un cliente, per soddisfazione personale. Era un lavoratore dipendente, ma ci teneva a fare bene, ci metteva passione e ordine. Non diversamente da quando andava gridando sulla rivoluzione proletaria e la scacciata dei padroni e allo stesso tempo lavorava con diligenza.
Tutto sembrava essersi sistemato. Ovviamente non era così. Un giorno il padrone lo invitò nell’ufficio. Una modesta stanza nello stabilimento, di fianco al magazzino. A stento l’ufficio si distingueva dai locali in cui lavoravano gli operai. Il padrone era ricco, ma somigliava in tutto e per tutto ai dipendenti. Salvo da quelli neri che per almeno un’altra generazione non sarebbero diventati padroni. E il padrone non era nemmeno molto più ricco dei suoi dipendenti bianchi che ormai erano quasi impiegati, quasi benestanti. Erano lontani i tempi del padre di Alberto. Ora, alcuni degli operai andavano dal padrone e gli dicevano: “Toni, vago in pension e me meto in propio”. La pensione e la moglie - che naturalmente pure lavorava - erano il paracadute assieme alla casa di proprietà e ai risparmi provenienti dalla vendita di qualche pezzo di terra del paese diventato città. Figli da mantenere ne avevano pochi o niente. Vizi ancor meno. Così la fabbrica che era arrivata a quaranta dipendenti, ora era ridotta a quindici. Ma Alberto non si vedeva a fare il lavoratore autonomo anche se già gestiva il magazzino praticamente da solo. Sapeva tenere la contabilità, trattava con i fornitori, che, tra l’altro, erano quasi tutti ex operai della stessa fabbrica.
Il padrone quel giorno gli chiese di diventare un collega. Anziché un salario avrebbe avuto una partita IVA e un’impresa. Con possibilità di maggiore reddito, più autonomia, persino di uno stato sociale superiore. Non avesse paura, la sua compagna lavorava, tra liquidazione e pensione avrebbe ricavato da vivere anche se gli fosse andata male. Ma se fosse andata solo normale, avrebbe fatto dei bei soldi. Non c’era ragione di non fare il salto! Comunque, se non accettava, avrebbe dovuto lasciare il lavoro. Non lo disse, ma era implicito. Non c’era nessun sindacato a battersi per conservare quel posto di lavoro. Era rimasto l’unico bianco della fabbrica e a perdere il posto non erano le centinaia e migliaia di operai che marciavano compatte quindici anni prima. Solo lui. Non era alla fame certo come lo sarebbe stato suo padre e lui stesso tempo addietro. Gli si proponeva solo un cambiamento nell’organizzazione del suo stesso lavoro. Non era nemmeno un vero salto nel vuoto e vi erano indubbi vantaggi nella proposta del padrone.
Andando a casa non era felice. Si sentiva ancora una volta costretto a non poter scegliere. Così come quando venne mandato in fabbrica dal padre e dal parroco. Inoltre adesso era solo. Non più compagni di lavoro, basta con il sindacato e le lotte, spariti la mensa, il circolo aziendale e il cancello verso il quale si marciava compatti ogni mattina. Non divideva l’esistenza con un gruppo di eguali. Era immerso in una folla di diversi.
Si fermò a osservare lo scempio delle fabbriche dismesse. Gli passarono davanti gli anni dell’infanzia e della giovinezza. Quella fabbrica era una gabbia crudele, ma reale nella sua identità e razionalità. La si poteva odiare e sentirsene parte allo stesso tempo. Come una famiglia. Ora Alberto era un lavoratore e anche il datore di lavoro di se stesso. La sua fabbrica era piuttosto un ufficio in cui non si vedeva cosa si produceva. Viveva con una donna, ma non era sposato. La figlia, adottata, aveva la carnagione scura. Il lavoro non era penoso e lui ci si realizzava. La sirena non scandiva il tempo del paese. Nemmeno il campanile. Il tempo era finito come pure lo spazio del paese dissoltosi in una città. E il parroco faticava a conoscere in anticipo i fatti di tutti. Chi andava ancora a messa, cambiava chiesa ogni settimana. La domenica Alberto la passava come un giorno qualunque senza riposarsi, senza dedicarla al Signore. E Dio è padre e anche madre aveva detto il Papa prima di morire. E Alberto chi era se non riconosceva il mondo in cui viveva? Il nonno era contadino. Il padre operaio. Lui non lo sapeva. Non lo sapeva più.
Alla radio della macchina mentre una sera girovagava triste per la città inquinata, sentiva le notizie e i commenti sulle manifestazioni contro la globalizzazione. Pensava, o forse sperava: “Dovrei essere con loro”. Non ne aveva proprio voglia. Della globalizzazione comprendeva i pericoli e l’ingiustizia quando leggeva la stampa amica. Ma non ne sentiva la drammaticità. Non era una cosa sua. E quei ragazzi così diversi da com’erano lui e gli strani studenti di fronte alla fabbrica. Non li capiva perché erano più giovani? O non li capiva e basta?
Tante prostitute bionde, nere, brune. E spacciatori marocchini a mangiare hot dogs assieme a protettori albanesi presso le roulotte che di notte crescevano come funghi nella zona industriale per scomparire all’alba. Si domandava chi fosse tutta quella gente diversa, mai vista. Con cui non avrebbe mai parlato e non solo perché non ne conosceva la lingua. Ci pensò un poco: anche quelli che manifestavano contro la globalizzazione li aveva visti solo in televisione. In città, tutti i giorni, non li sapeva distinguere dagli altri. Non li vedeva. Erano tutti uguali e tutti diversi. Chissà cosa votavano i ragazzi del bar. Erano di destra o sinistra? Si accorse che nemmeno a lui importava, figurarsi a loro.
Alberto era convinto di essere di sinistra. Ma ormai significava solo votare per Rifondazione, per i Comunisti o per i Democratici di Sinistra con motivazioni varie, variabili e flebili. Niente militanza. Non avrebbe saputo da dove cominciare. Era di sinistra, come poter essere diversamente? Eppure, con il reddito che si ritrovava, le nuove norme del governo di destra lo agevolavano. Non era giusto, naturalmente. Ma quei provvedimenti erano disegnati proprio per lui, anche se non lo avrebbe mai ammesso. Se poi davvero avesse aperto la partita IVA, come lo costringeva il padrone, quel governo fascista lo avrebbe aiutato come mai era successo prima. Certo, i principi ideali, il conflitto di interessi, le rogatorie internazionali, la giustizia. La solidarietà con i compagni disoccupati del Mezzogiorno, la scuola pubblica, “ma io avrei i soldi per mandare mia figlia alla privata”, pensò un attimo prima di realizzare che: “anzi già ce la mando”. Non ci capiva niente. Anzi cominciava a capire che la sinistra, quella sinistra era come la destra e non ce n’era un’altra. E allora a fare le cose di destra è meglio che sia la destra che sa fare il suo mestiere. Sì gli ideali, ma quali? Se la destra lo ingannava con le televisioni controllate, i partiti della sinistra gli impedivano di esserne parte attiva. Comandavano le loro vecchie burocrazie sopravissute agli slogan che aveva gridato. Gli rimanevano i no global. Ma li detestava senza saperne il perché.
Si ricordò di quella volta che partecipò a un atto di violenza. Anzi di giustizia proletaria. Nulla di drammatico. Decisero con i compagni di far capire che il direttore di fabbrica - servo dei padroni - era indesiderato. Presero tutto il suo ufficio e lo spostarono in mezzo alla strada. Direttore incluso. Trent’anni fa. I più violenti proposero di sprangargli il cranio. Alberto lo impedì. Li indirizzò con sapienza verso il cancello e la portineria, verso alcuni depositi con ampie vetrate. Alcuni si premurarono di spaccare tutto il possibile nell’ufficio. Sorrise a vedere la macchina da scrivere volare dalla finestra attraverso il vetro. Il falò della carte sembrò purificare tutto il male che il potere di una semplice firma può fare alle persone. Spezzò tutte le penne e le matite. Ricordò con soddisfazione porte e finestre crollare sotto i colpi di spranga e il lancio dei sassi. Spaccarono tutto il possibile tranne la testa del direttore che comunque si prese una bella paura. Se la fabbrica fosse andata tutta a fuoco avrebbe goduto al di là di qualsiasi pensiero razionale o morale. La fabbrica lo opprimeva con il grigio, il rumore, l’organizzazione, con tutto. Pensava a suo padre e suo zio morti di tumore. Agli occhi tristi di quanti nel suo quartiere erano malati, invecchiati anzi tempo. Ai morti ammazzati da quella fabbrica assassina impunita.
Con questo ricordo passò davanti a un Mc Donald’s della città. Si fermò e stette per un poco a guardarlo. Sapeva che era il bersaglio simbolico della manifestazione contro la globalizzazione. Ma era una lotta che a stento capiva e sicuramente non sentiva. Quel Mc Donald’s non riusciva a odiarlo, non gli procurava sentimenti. Infelice e insoddisfatto, avrebbe voluto fare qualcosa. Domani la figlia avrebbe compiuto gli anni e con gli altri genitori avrebbero fatto una festa. All’età di lei, i regali che le aveva comprato quel giorno lui non li avrebbe sognati per tutta la vita. Quel Mc Donald’s non gli sembrava mostruoso e alla sua bambina piacevano le patatine. Lui, che la viziava, ce la portava volentieri. Con Chiara. E si mangiavano anche loro l’hamburger.
Dopo aver tirato il sasso e udito il fragore dei vetri e le urla della gente, fuggì via alla disperata con la sua auto dileguandosi facilmente tra le stradine del quartiere che ben conosceva. Il gesto gli aveva procurato una bella scarica di adrenalina. Sarebbe stato lo stesso se si fosse impegnato in una partita virtuale al computer. Tornò a casa e guardò Inter-Juve su Tele+. Ma il giorno dopo partecipò a un’assemblea contro l’inquinamento elettromagnetico del suo quartiere e si trovò presto a organizzare la protesta dei residenti anche contro il traffico e per le piste ciclabili. Per Alberto stava cominciando un’altra storia. Lo faceva per la sua bambina. Che crescesse sana, lontana dalle onde, libera dall’asma, senza dover temere che finisse sotto una macchina appena messo il naso fuori di casa.

LA CORSA (prima parte)



di Corrado Poli
Avvitò l’ultimo chiodo sulla suola della scarpetta da corsa. Si soffermò a guardarla. Con un gesto spontaneo ne baciò la parte superiore di pelle vellutata. Ripose le scarpe in un sacchetto di plastica robusta, tale che i chiodi non potessero bucarlo, e lo infilò nello zainetto assieme alla maglietta, ai calzoncini, alla tuta. Inforcò, Contardo, la bicicletta e si avviò verso il campo sportivo di Pavia. Lungo il Naviglio, verso la Certosa. Lentamente, per non compiere nessuno sforzo inutile prima della gara, della finale degli ottocento metri. Era ottobre e, in pianura padana, la nebbia ritornava ad appannare la vista di tutti. I pavesi si sentivano protetti da quella cappa bianca, eppure maledivano da generazioni l’umidità che penetra le ossa.
La partenza della corsa era fissata alle otto e mezza. A quell’ora, d’estate, in Irlanda, il Sole rimane sospeso nel cielo, incerto sul da farsi, se tramontare permettendo alla gente di andarsi a rilassare nei bar, o se dare l’impressione che ci sia ancora il tempo per sbrigare qualche faccenda. Sebbene fossero già le sei del pomeriggio, nemmeno Liam aveva bisogno di affrettarsi per recarsi alla pista di atletica di Londonderry che, da casa sua, distava dieci miglia di prati verdi, quasi sempre bagnati dalla pioggia.
Vestì la tuta e preparò la borsa avendo cura, soprattutto, di controllare i chiodi delle scarpe da corsa. Bevve un the e mangiò alcuni biscotti con del miele. Uscì sull’aia antistante la modesta casetta di campagna a un piano. Il cane gli fece le solite feste, le galline e il gallo si allontanarono al suo passaggio. Sollevò la porta della rimessa, aprì il portellone della sua vecchia Ford Escort verde bottiglia, ripose la sacca sportiva. Sedette al volante e si avviò guidando con prudenza verso la città e il piccolo stadio grigio con la pista di terra rossa. La marmitta della vecchia auto emetteva un rumore sordo a cui Liam non prestava attenzione. Attraversando il villaggio, si fermò un attimo dal fotografo per lasciargli delle diapositive da sviluppare. Parlarono un poco. Approfittò della sosta per fare un paio di telefonate dalla cabina telefonica. Alla zia ricordò un impegno per conto della madre, e con un amico si accordò per andare al concerto rock di Belfast, il giorno dopo. Poi riprese l’auto, allacciò la cintura, accese il motore e, ingranata la marcia, continuò il suo viaggio verso la pista. Entrò in città attraversando i quartieri operai e la zona delle fabbriche dismesse. Qualche isolato residenziale e, infine, gli si presentò davanti agli occhi il conosciuto stadio con le piccole tribune. A quella vista, sentì un tonfo al cuore, per un attimo gli mancò il respiro. Impallidì. Liam aveva paura.
Fin da piccolo aveva dimostrato un notevole talento per la corsa. Quel bambino un po’ gracile, biondo rossiccio, di statura media, riusciva bene in tutti gli sport. Ma nella corsa eccelleva. Lo sfidavano anche i ragazzi più grandi e Liam vinceva quasi sempre. Quando giocavano, nei cortili delle scuole o nel paese, sembrava il re delle lepri. Per istinto, sfuggiva sempre a chiunque lo inseguisse. La pelle bianca con qualche lentiggine, i capelli tagliati corti. Gli incisivi appena sporgenti, le orecchie a sventola, confermavano una sua discendenza dal più veloce dei roditori. Il magnifico leprotto si chiamava O’Hara, come molti irlandesi e anche questo sembrava un segno del destino. Chiamarlo Hare divenne inevitabile. Intorno a lui, tra gli amici e nel paese, si era sviluppata una specie di mitologia di provincia. In realtà, indipendentemente dal suo reale valore di atleta, Liam era sempre stato considerato un talento eccezionale. Quando si parlava di lui si immaginava la sua corsa leggera su e giù per le colline, le sue volate in paese e in pista. E poiché su di lui non c’era null’altro da dire o pensare, questo contribuiva a fare di Liam una leggenda paesana.
La sua gara preferita era la campestre che si corre d’inverno. Gli piaceva vincere il freddo con la fatica della corsa. Aspettare intirizzito la partenza in calzoncini e canottiera mentre nevicava o pioveva a dirotto acqua gelida, il vento soffiava forte e la neve residua fiancheggiava il percorso di gara. Gli piaceva sentirsi attorniato da duecento e più concorrenti scalpitanti per il gelo e per l’istinto di lanciarsi nei campi fangosi e un po’ innevati del percorso. Sapeva che in poche centinaia di metri di corsa si sarebbe liberato di loro. Partiva velocissimo per andare in testa e staccare tutti. A Liam riusciva bene perché, oltre che resistente, era anche molto veloce. E si sa che i primi trecento metri di una corsa campestre con oltre duecento concorrenti si percorrono più rapidamente che quelli di una gara di velocità. Anche Contardo preferiva la campestre.
Il giudice spara per dare la partenza solo dopo che qualcuno è già scattato. È tutto uno sgomitare, spintonarsi in un rimbombo di passi, grida, incitamenti. Si fa attenzione alle curve, a dove metti i piedi sul terreno insidioso, ai fossi che devi saltare e agli ostacoli. Se sei tra i migliori, il rumore e la confusione scemano gradualmente, cominci a prendere il ritmo di gara, a guardarti intorno e ti accorgi che si è rimasti in pochi, i soliti, i più forti, i favoriti. Questi già li conosci, mentre tutti gli altri, quelli che erano con te fino a un attimo prima e non sai nemmeno chi siano .... quelli arrancano dietro e non li vedi e non li pensi, ma in cuor tuo ne percepisci l’esistenza e la cosa ti dà soddisfazione, ti senti il leader che trascina tutti, lo sai che loro sono dietro e tu sei il primo e quando passi davanti al pubblico molti altri passeranno dopo di te e non riceveranno gli stessi applausi, la stessa ammirazione. Ti accorgi che qualcuno dei favoriti è rimasto attardato e allora continui a tirare anche più forte per demoralizzarlo e impedirgli di raggiungerti. E capita che ti ritrovi da solo con gli altri a seguirti distanti, e guadagni terreno su terreno e non sai se stai chiedendo troppo a te stesso oppure è una di quelle giornate che non ti stancherai mai. Quei giorni in cui ti pare impossibile che la fatica possa mai sopraggiungere. Come preso da un raptus, decidi di andartene da solo senza pensarci su, senza sollevare inutili interrogativi sulla tua capacità di resistere a quel ritmo per tutti i dieci chilometri del percorso. E ormai non senti più il rumore dei passi degli altri né il loro ansimare. Riesci anche a guardarti intorno, fai attenzione a dove poggi i piedi per cercare il terreno più solido, noti una bella ragazza che ti applaude, senti gli odori della terra, dell’aria, della campagna. Il ritmo dei passi nel fango e il respiro sono la tua compagnia, con il vento e la pioggia e la fatica che ora comincia ad affiorare. Ma corri leggero e ti sembra che quella fatica non ti stancherà mai. Salti gli ostacoli, i fossi e gli steccati, ti dai lo slancio quando affronti le curve e le leggere salite. Poi a un tratto ti si apre davanti un grande prato di cui non vedi la fine, e allora ti viene il dubbio di avere speso troppe energie e che gli altri sono stati saggi a non seguire il tuo ritmo forsennato. Continui a correre e la gente ti incoraggia e applaude. Gli incitamenti diventano più nervosi e incerti, “dai che ce la fai” ti dice qualcuno e tu capisci che lui stesso ha un dubbio e infatti, dietro, ti pare di percepire qualche passo e il fiato di qualcuno. Ora senti lo stesso spettatore che poco prima ti ha incitato, gridare con pari entusiasmo “dai che lo prendi” e capisci che quello da prendere sei proprio tu. E il prato non finisce mai e il vento tira forte in senso contrario e ora non è più una sensazione, il rumore dei passi alle tue spalle è reale e ti preoccupa non sentire il fiato dell’avversario, vuol dire che non è stanco, non ansima nemmeno. Mentre tu a ogni salto, a ogni lieve salita senti il cuore entrarti in gola e i polmoni ti scoppiano. Le gambe pesano e i piedi sprofondano in quel fango su cui poco fa sembravano galleggiare. E se prima evitavi con un agile salto le pozzanghere, ora ci finisci puntualmente dentro. Il freddo ti prende lo stomaco, non riesci a respirare a fondo perché la pancia ti duole. Un avversario ti passa e pensi che non importa arrivare secondo ... poi ne arriva un altro e un altro ancora e ne sei un po’ dispiaciuto, ma in fondo non ti interessa più di tanto perché hai goduto di quella corsa libera tra gli alberi, nel fango e sull’erba, su prati e colline, tra tanta gente che ti faceva festa, mentre correvi da solo alla testa del gruppo sapendo che in duecento ti seguivano e finché è durato è stato bello e la campestre non è come le altre gare, non importa vincerla, basta correrla .... arrivi stanco e infreddolito, ti danno il the caldo, lo bevi lento, ti cambi e ti copri con tutto quello che hai nella borsa perché adesso fa freddo e sei distrutto, ma bisogna aspettare una premiazione di cui ti importa poco perché la gioia autentica l’hai provata durante la corsa, il vero premio l’hai già ottenuto.
Questa è la corsa campestre. Gli ottocento metri in pista sono un’altra cosa, il vero avversario sei tu stesso, il tempo, il cronometro, il giudizio oggettivo di te stesso e degli altri.
Liam doveva vincere quella gara.
Giunse allo stadio in tempo per poter iniziare la preparazione alla prova con calma. Rimase qualche decina di minuti sulla tribuna a leggere un giornaletto prestando distrattamente attenzione alle competizioni che si susseguivano. Poi scese e andò a iscriversi. Non si curò di conoscere i nomi degli avversari leggendo la lista dei partecipanti. Sapeva di dover correre la propria gara. Alla lepre non serve sapere se tra i segugi ce n’è qualcuno di particolarmente dotato. Sa che deve fuggire il più lesto possibile. Immagina anche troppo bene cosa succede se il cane sarà stato più veloce e resistente.
Quando mancavano quaranta minuti alla partenza, Liam iniziò il riscaldamento con un po’ di stretching e una corsa in souplesse. Non vedeva l’ora di cominciare per calmare quella tensione nervosa inespressa. Si tenne in disparte dagli altri atleti, dai suoi avversari che insieme scherzavano e parlavano durante il rito della preparazione alla gara. Non si era isolato per potersi meglio concentrare sullo sforzo, né per impaurire gli avversari rifiutando la loro compagnia e i loro inutili discorsi su tattiche e pronostici. Semplicemente era timido. Voleva vincere e sapeva di averne la possibilità. Sapeva anche che nella gara avrebbe dato tutto se stesso e un metro dopo il traguardo avrebbe esaurito ogni sua energia. Ma se ci fosse stato qualcuno più veloce?
Quando, di tanto in tanto, andava a Londonderry ad allenarsi assieme ai compagni, loro chiacchieravano, ridevano, si raccontavano di sport, donne e politica. Talora cantavano durante la corsa per farsi vedere forti e per non smentire un consumato luogo comune sugli irlandesi. Liam correva senza prendere parte alle conversazioni - tanto meno ai canti - che pure ascoltava con attenzione. Insieme, in una comitiva di quattro o cinque ragazzi, correvano per oltre un’ora sui prati o le strade sterrate tra i muretti di pietra. Ai frequenti scrosci di pioggia non potevano prestare attenzione alcuna, altrimenti nessun irlandese sarebbe mai uscito a correre. Nelle ultime miglia, l’istinto dei corridori e un inconscio spirito di emulazione, spesso li portava ad accelerare gradualmente fino a terminare l’allenamento con una bagarre finale simile a una vera e propria gara. Alla fine dell’allenamento erano sempre di umore migliore che alla partenza.
La corsa per Liam era un gesto naturale. Non vuol dire però che gli allenamenti quotidiani fossero una passeggiata divertente. Tutt’altro. Le prove in pista, il lavoro in palestra e gli infiniti chilometri sulle colline gli costavano una fatica immane che solo la volontà e l’ambizione - e un po’ anche l’abitudine, la vocazione e il masochismo tipico dei mezzofondisti - gli permettevano di sopportare. Nemmeno per lui era sempre facile alzarsi la mattina e uscire per correre. Le gambe talvolta le sentiva gonfie e pesanti. Oppure gli facevano ancora male per l’allenamento duro del giorno prima. Talora non riusciva a respirare, si sentiva svuotato di forze e irrigidito nella muscolatura. Come capita a tutti. Ma come succede a pochi, non c’era stata una volta in cui, dopo i primi passi, il suo corpo non si fosse sciolto in quel gesto per lui così naturale. Poteva essere più o meno veloce a seconda se era in forma o no, se era una buona giornata o una di quelle così. Eppure la sua corsa era sempre identica e nessuno avrebbe potuto capire se faticasse davvero. Non era perfetto il suo stile, ma chi lo guardava si entusiasmava per la facilità con cui si muoveva. I suoi piedi sfioravano appena il terreno, quasi lo accarezzavano con delicatezza e la fatica non appariva mai. Nemmeno sul suo volto con quello sguardo tra l’assorto e il distratto. Persino negli ultimi cento metri della gara, quando gli altri apparivano stravolti, lui manteneva un’espressione rilassata, quasi assente. Sembrava immerso in altri pensieri. Quando veramente soffriva per la fatica e lo sforzo, appariva una piccola ruga tra le sopracciglia e qualche goccia di sudore gli imperlava la fronte. Nulla di più.
Era alto un metro e settantacinque. Non molto per un atleta del suo livello. Le sue gambe erano lunghe sebbene non sproporzionate. La pelle bianca faceva risaltare le vene e i muscoli affusolati, ma evidenti. A vederlo fermo pochi avrebbero sospettato le sue qualità di atleta e corridore. Una persona comune all’apparenza. Ma quando cominciava a correre, anche un profano comprendeva l’eccezionalità di quel gesto apparentemente così normale. Riusciva, senza intenzionalità alcuna, a rilassare tutto il corpo pur facendo mulinare le gambe per mezzo di impulsi rapidi ed energici. Rilassava a tal punto anche i muscoli del collo che la testa gli ciondolava appena.
Liam non era mai stato bravissimo a scuola, ma aveva passato sempre discretamente tutti gli esami. Non aveva interessi particolari. Sentiva musica, usciva con gli amici e aveva una ragazza. Pensava che si sarebbe sposato con lei e, appese le scarpette al chiodo, avrebbe fatto l’allenatore e l’insegnante di educazione fisica a Londonderry.
Incatenata la bicicletta al rastrello antistante lo stadio, Contardo entrò al campo scuola del CONI dove già c’erano molti atleti, allenatori, accompagnatori e del pubblico. Salutò molta gente con affabilità e scambiò con alcuni qualche parola. Si interessò dei risultati delle competizioni dei suoi compagni di squadra e volle conoscere com’era andata. Contardo era nato sulle montagne dell’Oltrepò, a Pietragavina all’inizio della Val Staffora. Da quando era studente universitario risiedeva a Pavia in un appartamento di via Breventano, nella città giardino. Glielo avevano comprato i genitori, persone istruite e benestanti. Per allenarsi correva lungo il naviglio e conosceva numerosi percorsi di campagna tra le marcite e le rogge dietro la Certosa, tra Mirabello e Borgarello. Quando tornava nella villa dei genitori a Pietragavina si allenava lungo sentieri che pochi conoscevano alle pendici del Monte Penice e del Brallo. Gli piaceva inerpicarsi per le montagne su terreni sconnessi. Diceva che era un ottimo allenamento, che rinforzava le caviglie e migliorava la potenza, la velocità e la resistenza necessarie a un ottocentista. L’allenatore avrebbe voluto che corresse di più in pista, ma a lui piaceva la corsa campestre, la vera corsa. Contardo aveva le sue idee ed era difficile fargliele cambiare. Gli piaceva discuterle, chiedeva mille consigli a tutti. Poi faceva come voleva lui e tutti dovevano adeguarsi.
Fin da piccolo era sempre stato tra i migliori corridori della scuola e delle compagnie di giochi tra bambini. Aveva passato tutte le selezioni locali e regionali. Aveva vinto anche quelle nazionali. Ora ambiva al titolo assoluto. Alto e longilineo, il suo stile di corsa era esemplare. Quando allungava la falcata sembrava perfetto. Impeccabile, ma solo quando si distendeva nell’azione finale. E anche in quel caso troppo perfetto per essere davvero ineccepibile. C’era qual cosa di meccanico, rigido, che solo gli esperti riuscivano a cogliere senza tuttavia comprendere perché quella perfezione esteriore suscitasse una sensazione a metà tra l’irritazione, il disagio e l’insicurezza. Sembrava che quella corsa coordinata e potente fosse un meccanismo delicato il cui equilibrio era appeso al filo di un caso, non sicuramente ripetibile. E così lo percepiva lui stesso. Anche da piccolo, a scuola, non sempre accettava le sfide dei compagni. Talora si sentiva debole, non riusciva a far girare le gambe come avrebbe desiderato. Allora non gli sembrava che valesse la pena cimentarsi. Gli piaceva correre liberamente, ma non riusciva a sottrarsi al desiderio di competere. Nelle gare il più delle volte vinceva. Se non vinceva, arrivava ultimo. Restava bloccato, certi giorni si sentiva un altro, un brocco. E si tormentava nel dubbio ricorrente se il vero Contardo fosse il brocco di quei giorni o il campione degli altri. In realtà, tutti convenivano, sicuri, che il ragazzo era un vero campione, un atleta di talento. Ma i dubbi maggiori li nutriva proprio lui, Contardo, e se li doveva tenere. Così ogni gara diventava l’ennesimo esame finale. Non c’era stato nulla prima e sentiva che non ci sarebbe stato null’altro dopo quella gara.
Contardo aveva paura. Non temeva gli avversari. Nelle tattiche sapeva di essere di gran lunga il più abile. Dubitava della sua capacità di esprimersi, quel giorno. Della possibilità di non riuscire a dare il massimo delle sue capacità. Che considerava alla stesso tempo eccezionali e limitatissime. Temeva di incappare in una di quelle giornate. Di cedere alla fatica. Di essere incapace di soffrire e di gettare nella competizione tutta la sua forza. Fosse riuscito a dare tutto se stesso, era arcisicuro di essere il migliore. Ma quel giorno, in quei ricorrenti momenti decisivi della sua vita, temeva che non sarebbe stato all’altezza.
Contardo era ben conosciuto in tutta le regione e soprattutto nell’Oltrepò. Quando i paesani incontravano quel ragazzo longilineo ed elegante pensavano alla sua famiglia, al fatto che si stava per laureare con ottimi voti, a come suonava bene il sassofono, alle sue iniziative di lavoro volontario, a varie situazioni in cui egli era stato presente. Tornavano loro in mente molti episodi a cui aveva partecipato, tra cui anche che fosse un bravissimo corridore, di livello nazionale, quasi internazionale ... ma era difficile identificarlo per quel solo aspetto della sua vita. Avrebbe dovuto vincere almeno le Olimpiadi per poter diventare una leggenda in Val Staffora.
Quando mancavano dieci minuti alla partenza, Liam si recò verso la sacca che aveva lasciato presso il tavolo dei cronometristi, alla partenza degli ottocento metri.
Il traguardo e la partenza degli ottocento metri - e di tante altre cose - coincidono.
Estrasse le scarpe chiodate e le calzò senza togliersi ancora la tuta per tenere caldi i muscoli il più a lungo possibile. Liam usava chiodi molto corti perché i suoi piedi non avevano bisogno di aggredire il terreno. Il suo passo non faceva rumore. Provò alcuni allunghi senza interrogarsi sulle proprie condizioni di forma e senza pensare ad alcuna tattica di gara. L’allenatore gli fece un segno con il pugno per incoraggiarlo ad impegnarsi. Liam non cambiò l’espressione concentrata e assorta, ma quell’inutile incitamento accentuò la sua paura. L’allenatore gli suggerì i tempi di passaggio sul giro. Liam pensava solo a fuggire. Sentiva altri allenatori impartire consigli:
“Attaccati a Liam e non mollarlo finché ce la fai!”.
“Parti forte al primo giro ... poi qualche santo provvederà”, gli irlandesi, si sa, sono religiosi ...
Un allenatore si limitò a guardare negli occhi il suo atleta e gli disse semplicemente: “Mi raccomando“.
Tutte queste frasi, che non poteva evitare di sentire, ferivano i nervi tesissimi di Liam. Eppure nessuno nello stadio pensava che Liam potesse fallire. La naturalezza della sua corsa dava la garanzia di un risultato sicuro. Non avesse vinto, Liam avrebbe comunque portato a termine la gara in modo decoroso. Liam non incappava mai in disfatte clamorose.
L’altoparlante chiamò i corridori degli ottocento metri alla linea di partenza. Lentamente tutti si aggregarono nei pressi del giudice di gara, perdendo tempo e approfittando per sgranchirsi i muscoli ancora un poco nella speranza o nell’illusione di potersi liberare dell’emozione e della fatica che sentivano ancor prima di partire. Gli allenatori davano gli ultimi inutili consigli più che altro allo scopo di far calare la tensione. La propria, oltre che quella degli atleti. Tutti si conoscevano bene tra loro e si scambiarono un breve saluto. Solo perché non ne potevano fare a meno. A ciascuno l’altro sembrò spaventevole. Si tolsero infine la tuta. Liam sentì il fresco del vento sulle gambe e provò una sensazione di leggerezza, un desiderio incontenibile di partire finalmente. La maglietta di colore bianco e giallo sbiadito, troppo larga per il suo torace smilzo, non risaltava sulla pelle dello stesso colore. I corridori si guardavano l’un l’altro di sottecchi e soprattutto spiavano Liam cercando inutilmente di percepirne una debolezza, un’emozione, un lieve zoppichio. Liam continuava a ignorare gli avversari. Liam aveva paura, ma nessuno lo avrebbe mai sospettato. Al re delle lepri tremavano le gambe eppure non vedeva l’ora di sentire lo sparo per mettersi a correre.
Il colpo di pistola finalmente arrivò come una liberazione per Liam e per tutti gli atleti. Una decina di rapide falcate e qualche leggera sgomitata per guadagnare la posizione alla corda e la testa della corsa. Una volta partito, nella mente di Liam c’era un solo pensiero: arrivare al traguardo restando sempre in testa. Finché non li vedeva, finché gli stavano dietro, per lui gli avversari non esistevano. Pareva li ignorasse. Nonostante sapesse bene di essere proprio lui, il magnifico leprotto, l’obiettivo dei segugi all’inseguimento. Davanti aveva solo la pista su cui doveva percorrere due rapidi giri. Dietro c’era una paura istintiva del confronto, di altri che non voleva vedere. Di altri che stimava e che sentiva migliori di lui. Si sentiva braccato. La paura lo faceva fuggire. Provava anche uno strano piacere.
I primi duecento metri li percorse in ventisei secondi e mezzo, frutto del rapido avvio e del successivo rallentamento per prendere il ritmo giusto di gara. Gli gridarono il tempo di passaggio, ma non vi badò. Sebbene quasi sconvolto dal timore arcano della presenza degli avversari alle sue spalle, la classe e l’esperienza di corridore non gli avevano mai fatto commettere l’errore di una partenza sconsideratamente veloce. Sapeva adeguare il ritmo alla lunghezza della gara anche senza pensare. Dopo lo sparo per Liam esisteva solo il traguardo, lì dove arrivare a trovarvi rifugio. Non c’era altro e non poteva permettersi di confondere spazio e tempo. La salvezza stava tutta nel moderare la velocità della sua corsa verso la tana in relazione ai metri che mancavano per raggiungerla. Eppure aveva la sensazione di correre sempre al massimo della velocità possibile, senza risparmiarsi.
Gli ottocento metri non sono la campestre. Parti e arrivi. In mezzo non c’è nulla. Non ti guardi intorno, non senti il cuore, il tuo stesso respiro, nemmeno la stanchezza che cresce, solo le gambe che ti fanno male fin dal primo metro e fin dal primo metro credi di non farcela eppure corri veloce. Sei in una dimensione diversa, non hai bisogno di fare attenzione a dove metti i piedi, la pista è sempre uguale, il pubblico ti incita, tu non lo senti.
A un certo punto decidi di fermarti e cedi al dolore e alla fatica ... il mondo circostante ti riappare improvvisamente, rivedi l’erba, i colori, i particolari della pista, i volti delle persone intorno .... non riesci a respirare, il cuore rimbomba in un torace diventato troppo piccolo per contenerlo, percepisci il sudore che ti scivola sul volto, senti l’odore dell’erba e del tuo corpo piegato in due. Ti senti abbandonato dagli sguardi di tutti che seguono chi sta ancora correndo. Eppure avverti la disapprovazione degli spettatori, degli amici, dell’allenatore e senti il peso della colpa di non aver saputo superare quel momento di crisi. Non ti senti più nemmeno stanco e vorresti subito ripartire, non aver vissuto quell’attimo in cui hai deciso di fermarti. E guardi gli altri che ancora corrono e vorresti essere con loro a soffrire. Troppo tardi, hai perso. Ti prende una tristezza grande, la vergogna di esserti ritirato fa più male al cuore di quella corsa senza fiato. Ti sei fermato, sei uscito dalla vorticosa dimensione della corsa, ti senti inutile. Non ti fermare allora Liam ....
I secondi duecento metri li percorse in ventisette secondi. Dal rumore dei passi degli inseguitori riconosceva esattamente chi si era staccato, chi resisteva ancora al suo ritmo e chi invece lo tallonava da presso. Non si voltava mai a controllare. Dicevano perché era sicuro di sé. Era vero esattamente il contrario. Si sarebbe fermato se solo avesse visto i volti decisi degli avversari. All’inizio del secondo e ultimo giro, qualcuno, ringalluzzito dal suono della campana e dal fatto di passare vicino al pubblico, tentò di superarlo a causa del suo lieve rallentamento. Venne preso ancora una volta dal panico e reagì allargandosi appena un poco nella corsia scoraggiando l’inseguitore che subito desistette e perse qualche metro.
Per un attimo Liam si sentì solo e sicuro così che poté concentrarsi sul suo ritmo senza dimenticare tuttavia il traguardo e il desiderio di segnare il tempo record. Non gli sembrò di rallentare, eppure percorse i terzi duecento metri in ventotto secondi e mezzo. Quasi tutti gli altri fecero anche peggio. Tranne uno. Non era una tattica la sua, ma come sempre un istinto. Sapeva, anzi sentiva, di dover conservare le proprie forze per quell’ultimo rettilineo che tutti gli ottocentisti ricordano come una ripida salita.
I mezzofondisti sanno bene che il tratto cruciale della gara degli ottocento sono i duecento metri successivi al suono della campana. Ai cinquecento metri gli allenatori urlano i tempi di passaggio e gli incitamenti per la volta finale. Ai cinquecento metri la gara volge al termine, il più è stato fatto e non resta che dare tutti se stessi. Diventa più facile perché la fatica non ti permette di pensare e allora corri senza fare alcun calcolo, e paura ed emozioni sono scomparse sostituite dal dolore alle gambe diventato insopportabile, dal cuore che ti scoppia in gola. Non badi più alla fatica e non senti più nemmeno gli incitamenti dei compagni e del pubblico, quel che conta è arrivare davanti, raggiungere quel traguardo e riposare. Ogni volta ti riprometti che quella sarà l’ultima corsa della tua vita che è inutile, è stupido infliggersi tali sofferenze. Ma proprio perché l’ultima non devi mollare.
Ai cinquecentocinquanta metri, a un tratto, Liam percepì la presenza di un atleta in rimonta. Ai seicento metri cominciò a sentirne il fiato e i passi. Pur avendo già aumentato il ritmo rispetto agli ultimi duecento metri, approfittò della curva per correre in scioltezza. Senza forzare al massimo, iniziò una graduale progressione. Gli spettatori e gli altri atleti erano eccitati dall’esaltante competizione, gli gridavano di darci dentro. Liam non se ne accorgeva. Sapeva che l’avversario che lo inseguiva - quello di sempre, di cui ogni volta non riusciva a liberarsi - non l’avrebbe attaccato in curva. Quel corridore che sperava di aver stroncato con il suo passo veloce e leggero nei primi seicento metri. Quel corridore che incessantemente ritornava a popolare gli incubi del re delle lepri. Non c’era volta che Liam potesse finire una gara tranquillo. Quell’altro si materializzava improvvisamente dietro di lui. L’altro più bravo, più forte, diverso, ignoto.
Uscito dall’ultima curva, gli si presentò il rettilineo finale, al solito in ripida ascesa. Al suo fondo vide il traguardo, la tana. La mente di Liam era già volata su quel filo di lana che ora doveva raggiungere anche con il suo corpo. Le sue gambe mulinavano veloci. Non sentiva più la fatica e riusciva a produrre uno sforzo completo, massimo, libero. Riuscì, come sempre, a non contrarre inutilmente i muscoli e a procedere con le residue forze nella sua andatura naturalmente armoniosa. Ma quei passi e quel fiato si avvicinavano. Come sempre. Non si voltava e non riusciva a dare un nome a quello sconosciuto avversario che riappariva dal nulla quando mancavano poche falcate alla vittoria. Ne percepiva ormai l’ombra e ne scorgeva al suo fianco le mani e i piedi durante la distensione di falcate sempre più ampie. Mentre le sue si accorciavano sempre di più. Si sentiva debole, impotente, piccolo. La mente era già oltre il filo di lana, ma il corpo procedeva a fatica. C’erano pochi metri tra lui e il traguardo ormai, ma nulla ormai si frapponeva tra lui e il solito incombente ignoto segugio che stava per azzannarlo alla soglia della tana.
Si preparò con meticolosità alla gara. Volle che l’allenatore gli desse i tempi di passaggio ai duecento metri e ai cinquecento poiché quelli erano i punti cruciali della competizione. Nello stadio c’erano molti suoi amici, compagni dell’università, ragazze e persone venute dalla Val Staffora per vederlo vincere. Qualcuno per vederlo possibilmente perdere. Contardo correva per farsi vedere da loro, per comunicare con loro. Per farsi amare. Correva per gli altri e modulava la propria gara sugli altri, quelli in pista e quelli in tribuna. Per dimostrare di essere il migliore. Così come era convinto di essere. Così come temeva di non sapere esprimere.
Con furbizia, allo sparo scattò per primo, ma dopo alcune falcate veloci per conquistare la parte più interna e ambita della pista, si lasciò sfilare da tutto il gruppo rimanendo ultimo. Evitava così di prendere parte alle lotte per la posizione quando chiunque, anche un corridore di scarsa qualità, ha le energie per contrastare il passo dei favoriti. Un atteggiamento antipatico, decisamente supponente. Percorse i primi duecento metri in ventotto secondi, quasi dimenticando che stava correndo la finale. Nonostante il ritmo lento, sentiva le gambe legnose, la sua azione non era fluida. La paura rendeva Contardo svogliato ed estraneo alla competizione. Da giorni si domandava se sarebbe stato all’altezza quando fosse arrivato il momento. Quel momento era arrivato e lui non se ne sentiva ancora parte.
All’uscita della seconda curva, gli atleti che lo precedevano, istintivamente, cercarono di superarsi a vicenda. Chi aveva conquistato il ciglio della pista si allargava per impedire il sorpasso. Così Contardo - come prevedeva e ben sapeva dall’esperienza - poté agevolmente superare quattro concorrenti all’interno della pista senza deviare dalla linea di corsa. Cominciò la progressiva accelerazione. Il suo stile cominciava ad essere elegante, la falcata sciolta. Solo allora, eliminati i dubbi, iniziava veramente la sua gara. Al suono della campana superò un altro concorrente decisamente in crisi. Davanti aveva ancora due atleti. Al passaggio dei cinquecento metri passò uno dei due e, come proiettato da un elastico, liberò la sua progressione per recuperare quei dieci metri che lo separavano dall’ultimo avversario. Quello di sempre. Quello che non riusciva mai a raggiungere. Quello che gli restava immancabilmente davanti. Immaginava, durante i duri allenamenti, di potere un giorno correre davanti a tutti e vincere senza dover soffrire gli ultimi metri. Ma questo nella realtà non riusciva mai a metterlo in pratica. Qualcuno gli sfuggiva e gli restava davanti.
Ora le gambe non erano più legnose sebbene lo sforzo fosse massimo. Cercava però di non scomporsi per potere essere ancora più efficace nella progressione. Al crescere della fatica, la falcata si allungava, la velocità aumentava, Contardo si sentiva inarrestabile. Gli spettatori e gli amici cominciarono ad ammirare la sua corsa fluida e potente, naturalmente elegante. Per percorrere il tratto tra i quattrocento e i seicento metri impiegò solo ventisei secondi e pochi decimi. E stava ancora accelerando. In mente non aveva altro che l’idea di raggiungere quella canottiera bianca e gialla sbiadita che copriva le membra di un ragazzo biondo rossiccio dalla pelle pallida. L’unico avversario rimasto si avvicinava sempre più. Ormai avrebbe quasi potuto toccarlo. Avrebbe avuto energie a sufficienza per superarlo già durante la curva o appena prima. Seppe controllarsi per non compromettere la gara. Gli restò dietro ancora per un poco. Senza la presenza di quel ragazzo biondo rossiccio che gli sfuggiva leggero davanti non avrebbe saputo cosa fare. Aveva bisogno di lui.
Se l’avesse superato si sarebbe trovato davanti una pista vuota e senza senso.
All’uscita della curva Contardo aveva abbandonato ogni tattica. Non sentiva più la fatica sebbene pochi secondi prima avesse temuto di non farcela a tenere quel ritmo indiavolato imposto dall’uomo in fuga. Iniziò il sorpasso e cominciò finalmente a vedere il traguardo. Un traguardo che non fosse solo l’avversario. Guadagnò ancora qualche metro e quasi affiancò quel punto di riferimento. Come Achille con la tartaruga, Contardo recuperava terreno su terreno, ma lo spazio di un attimo gli impediva sempre di raggiungere quell’avversario che gli sfuggiva.
A pochi metri dall’arrivo Liam e Contardo erano ancora alla pari.
Terminata, esausti, la gara rimasero ancora un attimo sulla pista per riprendere fiato mentre gli altri corridori tagliavano l’uno dopo l’altro il traguardo. Strinsero la mano ad alcuni avversari e parlottarono appena con l’allenatore. Cercarono la borsa con la tuta che avevano lasciato all’esterno della pista e si rivestirono. Prima di farsi la doccia corsero ancora un paio di giri di defaticamento. Ormai la tensione nervosa era scomparsa e non avevano più paura. Non erano nemmeno stanchi, si sentivano liberati da quell’incubo che li aveva tormentati per giorni, per settimane. Rientrarono negli spogliatoi e fecero la doccia nel grande salone assieme ad altri atleti che per lo più commentavano le gare o si facevano gli usuali scherzi dei ragazzi. A loro non interessava molto discutere della gara. Avevano fatto quello che dovevano nel migliore dei modi. Ogni briciola di energia era stata spesa, non potevano rimproverarsi nulla. L’acqua calda della doccia li tonificava e dava una sensazione di piacere al loro corpo provato. Gli allenatori, nel salutarli, si congratularono ancora, ma c’era comunque in entrambi un’insoddisfazione di fondo. Quella di sempre, che non aveva nulla a che fare con il buon risultato della gara.
Avevano stabilito il proprio record personale, ma non riuscivano a togliersi dalla mente quegli ultimi cento metri. Anche quella volta non erano riusciti a liberarsi di lui come avrebbero voluto. Avrebbero desiderato, almeno una volta, trovarsi in testa agli ultimi cento metri di una gara importante senza che ci fosse ancora una volta qualcuno con cui dovere lottare. Eppure, pensavano - anzi sapevano - che se la competizione si fosse risolta ancor prima dell’arrivo, sarebbero mancati gli stimoli per stabilire il record. La gara ottimale per loro non era quella vincente, ma quella in cui arrivavano secondi dopo aver profuso tutte le forze per aver ragione dell’ultimo avversario. Se avessero vinto non avrebbero mai potuto essere certi di aver dato il meglio di loro alla competizione, alla vita. La sconfitta costituiva la componente essenziale della perfezione della loro gara. Allo stesso tempo, volevano rompere per primi quel filo di lana. Se vincevano soffrivano per l’incompletezza e la brevità del piacere. Se perdevano - purché avessero dato tutto - godevano di una duratura melanconia che sapevano sarebbe stata la loro fedele compagna di tutta la vita. Una tristezza che ormai avevano imparato ad amare, che dava loro la spinta per cimentarsi in nuove corse con il desiderio, la convinzione e la paura di vincerle. Volevano ancora desiderare ansiosamente la vittoria e sperare nel successo perché solo così avrebbero potuto amare di nuovo appieno la sconfitta.
Liam cercava inutilmente di sfuggire a un incubo, Contardo inseguiva un miraggio.
Alle dieci il Sole non era ancora del tutto tramontato e il cielo era temporaneamente sgombro da nuvole. Asciugatosi con calma, dopo la doccia, si vestì per incontrare la sua ragazza. Avrebbero cenato insieme, una pizza forse, e probabilmente avrebbero finito per fare l’amore nell’appartamento di lei. Sarebbe andata proprio così se quel grosso camion avesse rispettato la precedenza o se i freni della vecchia Escort avessero funzionato a dovere. Liam rimase una leggenda al suo paese.
La sera della gara, Contardo rientrò a Pietragavina guidando la sua piccola Suzuki a quattro ruote motrici. La nebbia era stata fittissima fino a Voghera e Salice Terme. Poi si era diradata, ma la strada tortuosa della Val Staffora e l’asfalto viscido richiedevano molta prudenza. Era molto stanco, assonnato e certamente non del tutto soddisfatto di come erano andate le cose. Non faceva molta attenzione alla strada che conosceva bene e si fidava troppo della tenuta di strada della Suzuki. D’altronde era convinto di sapere guidare molto bene. E forse era vero. A un tratto, subito dopo una curva, proprio in mezzo alla strada. Ferma immobile, accecata dai fari alogeni del piccolo fuoristrada. Pietrificata dal terrore e dall’incapacità di muoversi, una lepre costrinse Contardo a frenare bruscamente. Per non investirla, per catturarla viva, pensò in un attimo. Nonostante la brusca frenata e l’asfalto viscido, l’ABS impedì che l’auto sbandasse. Il piccolo fuoristrada si fermò a dieci metri dalla lepre terrorizzata. Contardo la catturò, la infilò in un sacco e la portò a casa. Un po’ gli fece pena il povero animale catturato. Con l’istinto - o con la scusa - del cacciatore, pensò altresì che, cucinata a dovere, la lepre avrebbe realizzato la sua vita in modo pieno e secondo natura. La natura secondo gli uomini.
Proseguì per Varzi, passò il paese seguendo la strada lungo lo Staffora e il vecchio mercato del bestiame. Si inerpicò sui tornanti che conducevano a Pietragavina. Arrivò, infine, sano e salvo a casa per cenare con i genitori, i fratelli e qualche amico invitato. Tutti gli fecero festa e furono sorpresi e contenti anche per la inusuale cattura della lepre che misero in una gabbia in attesa di ucciderla e cucinarla. Contardo non riusciva a togliersi dalla mente la canottiera bianca e gialla del ragazzo biondo rossiccio.
Terminata la cena, i ragazzi decisero di scendere a Varzi per passare la serata in un locale dove sapevano di incontrare alcuni amici. Contardo riprese la Suzuki, ma disse che avrebbe raggiunto gli altri poco dopo. Voleva passare da Letizia per chiederle di unirsi al gruppo. Aveva bevuto del vino, quello buono dell’Oltrepò a cui non si può rinunciare, soprattutto dopo l’ultima gara della stagione. Con la mente ancora a quegli ultimi cento metri, salì a Zavattarello dove abitava Letizia. Lungo il percorso osservava le osterie fumose e affollate del sabato sera. Faceva già freddo in montagna e il fondo della strada era ghiacciato. Letizia accettò di buon grado l’invito e insieme scesero a valle. Prima di riunirsi agli amici si fermarono a chiacchierare in macchina per qualche decina di minuti. Contardo aveva un terribile dolore al tendine di Achille e temeva che non avrebbe potuto più correre per molto tempo. Forse che avrebbe dovuto smettere lo sport prima di aver ottenuto i risultati sperati. Prima di aver raggiunto l’ultimo immancabile avversario. Parlò di questo con Letizia. Lei gli dimostrò molto interesse e sembrò partecipare ai suoi dubbi. Gli fece molte domande e, vedendolo triste e di cattivo umore, gli prese la mano e lo accarezzò con dolcezza. Dopo tanti incontri finalmente era arrivato il momento che Contardo da tempo desiderava. Le accarezzò i capelli. Parlarono ancora molto, con grande intimità. Si tenevano le mani. Entrò, gli sembrò, nel cuore di lei. Letizia gli parlò dei suoi programmi per il futuro, così come fanno sempre i giovani e mai i vecchi. Lasciò quasi intendere che in quel futuro forse c’era un posto per lui. O forse no. Che, in ogni modo, di quel suo compagno di scuola così veloce nella corsa fin da quando facevano le elementari, non si sarebbe mai dimenticata. Erano cresciuti insieme, avevano passato ore in corriera quando andavano al liceo a Voghera. E quante feste, compleanni, sagre, gite in montagna ... una lunga vita in comune alle spalle, un passato lungo e irrinunciabile come appare a chi ha solo ventiquattro anni. Contardo le baciò la mano e le passò una carezza sui capelli e sul viso. Letizia non si sottrasse, né si irrigidì. Contardo cominciò a baciarla sulla fronte e a toccarle il corpo per poi cercare le sue labbra. Letizia accettò quell’affetto, ma con accortezza, fece in modo di impedire che Contardo trovasse il tempo e l’occasione per baciarla. Contardo, che non si dava per vinto, le chiese se forse non sarebbe stato meglio trascorrere la serata insieme, anziché riunirsi alla compagnia. Letizia disse di no.
La serata la passarono perciò nel locale seduti a un tavolo con gli amici tra bevute e discussioni. Non era nel suo umore migliore, Contardo, ma non era nemmeno più triste del solito. Al bancone, seduto sull’alto sgabello - il cadreghin come lo chiamava il titolare di quel Highlander pub della Val Staffora - un ragazzo biondo rossiccio con le orecchie a sventola beveva la sua birra offrendo le spalle ai nostri. Non sembrava di quelle parti. Era solo e taceva. A un certo punto si voltò con il deliberato intento di incrociare lo sguardo di Contardo. A Contardo sembrò che il ragazzo biondo rossiccio volesse chiedere notizie della lepre catturata lungo la provinciale della Val Staffora. I due sconosciuti si guardarono per qualche secondo profondamente senza dire nulla, stranamente turbati. Nessuno al pub se ne accorse. Una domanda rimase sospesa. Quegli occhi penetrarono nell’animo di Contardo e cominciarono a trascinarlo in un vortice di pensieri da cui, sentiva, non si sarebbe più liberato.
Le gare erano ormai finite e le lezioni all’Università non ancora cominciate. Il tempo sembrava buono e i ragazzi potevano godere di qualche giorno di vacanza in occasione delle feste dei santi e dei morti. Non volevano perdere l’occasione, prima dell’inverno, di fare una breve vacanza. Di questo parlarono per lo più quella sera. Contardo lanciò l’idea di organizzare un’escursione di qualche giorno in montagna dormendo in un bivacco. Alcuni dei ragazzi accettarono. Letizia, come previsto, disse che non poteva. Contardo, che se lo aspettava, non se ne afflisse più di tanto e si prodigò ugualmente per organizzare la gita.

1 Una versione (non autorizzata dall’autore) di questo racconto è pubblicata in “Nuovi Argomenti”, n.18, giugno 2002.






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