E. Clemente R. Danieli Pearson Italia S. p. A



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, caratterizzato dalla variante dello 

sperimentatore che se ne va dal laboratorio dopo aver dato istruzioni al soggetto e alla 

vittima, lasciando il suo numero di telefono. In tal modo, il soggetto rimane solo con la vittima, 

ma è libero di chiamare lo sperimentatore ogni volta che si presenta un problema. Il signor Gino 

telefona a più riprese allo sperimentatore. Dopo aver somministrato la scossa di 150 volt, chiama 

per dire: «Professore, questo signore si lamenta. Vuole andarsene, non vuole ricevere altre scos-

se... Gli ho appena inviato la scossa di 150 volt e ha detto “Basta così!”».

Lo sperimentatore impartisce l’ordine di continuare e il signor Gino obbedisce.

Da solo nel laboratorio, esegue coscienziosamente le istruzioni fra le violente proteste della vitti-

ma. Raggiunti i 300 volt, quando la vittima dichiara che si rifiuterà di rispondere, il signor Gino 

telefona nuovamente allo sperimentatore, il quale l’invita a procedere, affermando che l’assenza 

di risposta deve essere trattata alla stregua di uno sbaglio.

«Lei vuole che io vada fino al voltaggio più alto? Va bene e quando arrivo in fondo, cosa devo fare?»

Dopo la scossa a 330 volt non si odono più né proteste né grida da parte della vittima. Preoccu-

pato, Gino telefona di nuovo.

«Professore, non sento più nessun rumore nell’altra stanza. Sono già arrivato ai 330 volt. Non sento 

lamenti, nulla, e la cosa mi pare un po’ preoccupante. Pensa che sia successo qualcosa a quel signore?»

Lo sperimentatore afferma che le scosse, benché dolorose, non provocano nessuna lesione nei 

tessuti. Di nuovo il soggetto si rimette al lavoro da solo nei locali del laboratorio. Dopo aver 

somministrato la scossa da 450 volt, chiama lo sperimentatore e gli ricorda nuovamente che non 

si ode nessun suono proveniente dall’allievo.

Alla fine, lo sperimentatore ritorna nel laboratorio e informa il signor Gino che l’allievo sta bene. 

Nell’intervista, quando gli viene domandato quale livello di tensione avesse provato, risponde: 

«Ero più nervoso per quel signore che per me stesso... Ero più nervoso per lui. Ero nervoso perché 

lei non era qui. Se ci fosse stato lei, non sarei stato per nulla nervoso. Sa, se quell’uomo fosse sve-

nuto mentre gli davo quelle scosse, sa, avrei l’impressione di essere stato responsabile per il fatto 

che ero io a inviargli quelle scariche elettriche».

La responsabilità di cui il soggetto si sente investito non nasce da astratte ragioni filosofiche, ma 

dalla circostanza di trovarsi solo con l’allievo. Continua: «Se lei fosse stato qui, avrebbe detto: 

“Smettiamo” o “Andiamo avanti” o una cosa qualsiasi, lei se ne intende più di me. È lei il profes-

sore... non io. Ma, d’altra parte, devo dire che dopo i 255 volt non l’ho più sentito lamentarsi». (Il 

soggetto imita i lamenti dell’allievo.)

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  Milgram costruì ben 18 situazioni sperimentali (quella 

di base + 17 varianti), modificando ogni volta un fattore 

diverso: ad esempio la distanza tra lo sperimentatore e il 

soggetto ignaro, la posizione nello spazio della vittima, il 

genere sessuale del soggetto ignaro ecc.




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E. Clemente - R. Danieli © Pearson Italia S.p.A.

Diversi mesi dopo l’esperimento, il signor Gino prese parte a una discussione di gruppo sulla sua 

esperienza. Visto a posteriori, l’esperimento gli sembrava fantastico. «Ne ero rimasto affascina-

to... quella sera sono andato in casa di amici; ho due sorelle che sono infermiere, sa, e anche loro 

lo hanno trovato straordinario... è qualcosa che non dimenticherò mai finché campo.»

Anche a distanza di mesi, non sembra aver mai preso in considerazione la possibilità di disobbe-

dire agli ordini di inviare le scosse.

«Mi rimanevano ancora otto pulsanti e lui [l’allievo] era diventato veramente isterico e avrebbe 

chiamato la polizia e chissà cos’altro. Allora ho dovuto chiamare tre volte il professore. E la terza 

volta mi ha semplicemente detto: “Continui pure”, così gli ho dato ancora una scossa. E poi non 

mi arrivava più nessuna risposta, non un solo lamento, nulla. Mi sono detto: “Dio mio, è morto; 

andiamo avanti, allora, finiamolo!”. E così ho continuato fino in fondo, fino a 450 volt.»

Il signor Gino non si oppone agli ordini ricevuti, pur indicando che sarebbe stato più a suo agio 

se lo sperimentatore si fosse trovato nel laboratorio con lui. Quando gli abbiamo chiesto se fosse 

stato turbato o contrariato quando somministrava le scosse, ha risposto: «No... mi sono detto 

che quello era un esperimento, che l’Università di Yale sapeva che cosa stava succedendo e che 

se andava bene per l’Università, andava bene anche per me. Loro ne sanno più di me... io facevo 

fino in fondo quello che mi si diceva di fare». Spiega poi: «Tutto dipende dai principi di una per-

sona, dal modo in cui uno è stato allevato, dagli scopi che si cercano nella vita, da come si vuole 

portare a termine le cose. L’ho imparato durante il servizio militare. Se mi veniva detto: “Tu vai 

su quella collina e attacca”, attaccavamo. Se il tenente diceva: “Si va sulla linea di fuoco, dovete 

strisciare sulla pancia”, si doveva strisciare sulla pancia. E se si incontrava un serpente, come 

ho visto capitare a molti ragazzi, vipere, e a questi ragazzi era stato detto di non alzarsi, loro si 

alzavano e venivano uccisi. Perciò penso che tutto dipende dal modo in cui uno è stato abituato 

nel passato».

Nel suo racconto, anche se le vipere costituivano un pericolo reale che provocava l’istintiva rea-

zione ad alzarsi, non si poteva disobbedire agli ordini del tenente di stare incollati al suolo. In 

definitiva, coloro che disobbedivano venivano annientati. L’obbedienza, anche nelle situazioni 

più difficili, garantisce la sopravvivenza. Al termine della discussione, il signor Gino sintetizza 

la sua reazione nel corso della prova.

«Ebbene, ho francamente creduto che quell’uomo fosse morto finché non avete aperto la porta. 

Quando l’ho visto mi sono detto: “Benissimo, sono contento”. Ma non mi avrebbe fatto niente 

sapere che era morto. Io avevo fatto il mio lavoro.»

(S. Milgram, Obbedienza all’autorità, trad. it. di R. Ballabeni, Einaudi, Torino 2003, pp. 82-84)

R

ifletti e comprendi



• 

Quale ti sembra la preoccupazione principale espressa dai discorsi del signor Gino?



• 

Qual è il senso delle frasi: «È lei il professore... non io» e «se andava bene per l’Università, andava bene anche 



per me. Loro ne sanno più di me»?


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