E’ stato pubblicato in Italia IL libro del Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del pontificio consiglio della giustizia e della pace, dal titolo “pace e guerra”



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E’ stato pubblicato in Italia il libro del Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del pontificio consiglio della giustizia e della pace,

dal titolo “pace e guerra” (edizioni cantagalli, siena 2005).

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo il capitolo conclusivo del libro

Pacifici, pacifisti, pacificatori.
Card. Renato Raffaele Martino

La pace è un patrimonio della persona, una sua qualità etica e spirituale. Pacifiche non sono primariamente le istituzioni, i trattati internazionali, le relazioni tra le cancellerie. Pacifico è prima di tutto l’uomo, ogni singola persona capace, per dono di Dio e per virtù propria, di vivere un rapporto non conflittuale con se stesso e con gli altri. La pace è la ricchezza umana propria degli uomini di pace, dei “pacifici” di cui ci parla Gesù nel discorso della montagna: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Il messaggio di salvezza di Cristo riguarda anche tutte le realtà secolari, ma la sua proposta si rivolge primariamente e direttamente al cuore dell’uomo e da lì passa anche alle relazioni interpersonali e alle strutture. Non avremo mai strutture di pace senza uomini di pace, persone pacifiche. Troppo spesso, in passato, ci si è illusi che dei meccanismi o dei processi strutturali garantissero un mondo di pace senza più bisogno di uomini pacifici. Qual è la principale risorsa per la pace? Certamente lo sono le intese internazionali, il prevalere del diritto e della legge, gli organismi e le agenzie che operano per essa. Tutte risorse importanti, e tuttavia secondarie ed indirette. Cause strumentali, potremmo dire, perché la “principale” risorsa sono gli uomini di pace, i pacifici.

L’uomo di pace semina la pace attorno a sé, da lui essa si effonde per cerchi concentrici alle persone vicine, alla società, all’ambiente di lavoro e via via a tutte le relazioni in cui egli è impegnato. L’uomo di pace è pacifico sempre e in ogni occasione della vita, in quanto la pace appartiene al suo essere, è un habitus che egli non dismette. Gli atteggiamenti di pace gli vengono spontanei ed egli vive con grande serenità una moralità della pace tale che la lotta e la guerra non trovano nemmeno udienza al suo cospetto.

Pacifista è, invece, chi si mobilita per la pace e ne fa un progetto sociale e politico. Il pacifismo è una cosa buona, ma può anche degenerare. Esso trae tutti i propri frutti positivi solo se è portato avanti da uomini di pace. Si può dire che il pacifismo dipenda dall’essere pacifici. Il pacifismo senza protagonisti pacifici rischia addirittura di tradire lo scopo della pace. Può diventare una ideologia, manichea nei suoi giudizi e perfino intollerante. Insensibile alla complessità delle situazioni, alle responsabilità in gioco, ai tempi che talvolta sono richiesti perché una prospettiva maturi progressivamente. Il pacifismo non si accontenta di testimoniare, vuole convincere, acquisire consenso, tradursi in proposta vincente e, quindi, anche di potere. Si tratta di aspettative e di processi legittimi che possono però adoperare, per raggiungere i risultati, la violenza delle parole e degli atteggiamenti, l’esclusione e il facile giudizio, la scelta di parte assolutizzata come l’unica espressione di un autentico pacifismo. Il pacifismo è utile perché diffonde una passione per la pace e crea occasioni di educazione vicendevole all’ideale della pace. Ma ha bisogno di essere continuamente emendato, ricondotto alle sue ragioni più profonde, ossia alla pace che alberga nei cuori degli uomini pacifici. Infatti, a ben rileggere la storia del pacifismo, ci si accorge che esso ha avuto tanto più successo quanto più è riuscito a incarnarsi in uomini pacifici. E’ riuscito a mobilitare le coscienze e a ottenere anche concreti risultati politici proprio perché i suoi protagonisti hanno saputo guidare il movimento pacifista mediante le loro qualità di uomini pacifici, liberi e disponibili al richiamo della pace.

Il pacifismo nel senso ora detto non va confuso con la testimonianza profetica per la pace, di cui parlerò più avanti. Il Concilio vaticano II elogia “coloro che, rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono del resto alla portata anche dei più deboli, purché si possa fare senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri e della comunità”1. Nella Chiesa è sempre esistito un atteggiamento deciso ed audace che punta esclusivamente all’utilizzo di forme di difesa non violenta assumendo il compito di una testimonianza profetica della pace e della comunione del Regno. Se chi compie tali scelte viene spesso chiamato “pacifista”, io preferirei chiamarlo un “testimone profetico della pace”, in quanto egli si ispira immediatamente alla parole di Cristo e non si pone in un’ottica di movimento politico cui la parola pacifismo allude. Il testimone di pace, in questo senso, è piuttosto affine al pacifico di cui si è detto in precedenza, solo vi aggiunge una chiara testimonianza esterna, disposto a pagarne le conseguenze.

Nell’ultimo decennio del millennio scorso e in questi primi anni del presente la Chiesa e il Papa hanno levato fortemente la propria voce contro la guerra, ma, come è stato giustamente osservato, “il papa non può essere qualificato come un pacifista”2. Innanzitutto perché egli ha sempre reso onore a chi ha offerto la propria vita per la salvezza della patria; secondariamente perché non ha mai condannato a senso unico le guerre, ma sempre solo “la” guerra, unico, spesso, a rammentare alla coscienza dell’umanità anche tante guerre “dimenticate”; in terzo luogo perché è stato tra i primi a ipotizzare anche forme adeguate di intervento umanitario e di interposizione 3. Ma soprattutto egli non può essere annoverato tra i pacifisti per quella sapienza del realismo cristiano secondo cui l’unico modo di servire la pace è di non impossessarsene, ma lasciarsi, invece, da essa conquistare. Nel pacifismo militante c’è, in fondo, una volontà di possedere la pace e di imporla. Non c’è dubbio che essa debba anche essere posta e, entro certi limiti, imposta, ma è altrettanto vero che essa deve germinare e crescere. La si può coltivare, produrla è difficile. La sapienza del realismo cristiano sa bene che la pace è un dono di Dio prima che una conquista umana, sa anche che la pace piena non è cosa di questo mondo e, quindi, con pazienza, cerca di essere conquistato dalla pace piuttosto che conquistarla. Non si diventa “operatori di pace” se non ci si è resi capaci dei accogliere la pace dentro di noi.

Eccoci, così, al pacificatore. Egli trae alimento dal suo essere un uomo di pace per collegarsi ad altri uomini di pace e, come tali, inserirsi dentro le situazioni storiche di conflitto per portare parole, atteggiamenti e soluzioni di pace. Se quello del pacifico è un modo di essere e il pacifismo un processo, quella pacificatrice è un’azione. Quanto il pacifismo può essere utopistico e astratto, tanto l’azione pacificatrice è concreta e realistica. Quanto il pacifismo semplifica, giudica e talvolta condanna, tanto l’azione pacificatrice vuole invece capire la complessità, aiutare a crescere, proporre soluzioni migliorative, convertire alla pace convertendosi ad essa. Il pacificatore entra nei conflitti della storia e si fa lievito. Se il pacifismo è guidato spesso dall’ideologia e percorre un progetto politico, il pacificatore, o “operatore di pace”, è guidato prima di tutto dall’amore, perché, come scriveva Agostino, “Avere la pace significa amare”4. In questo senso, credo, il Santo Padre, davanti ai molteplici conflitti che il suo lungo pontificato gli ha fatto sperimentare, e specialmente in occasione della guerra in Iraq, ha più volte invitato ad essere uomini di pace e a farsi pacificatori. Fu lui, infatti, a distinguere nettamente tra “pacifismo” e “apostolato della pace” 5. Per essere seminatori di pace (Gc 3,18) occorre essere personalmente pacifici: «Vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi» (2 Cor 13,11; vedi anche Rm 12,18; 1 Ts 5,13).

La distinzione tra le tre espressioni – pacifico, pacifista, pacificatore – trova alimento nel primato della pace dono di Dio rispetto alla pace conquista dell’uomo. Senza questa distinzione di due piani complementari non si capirebbe perché mai i primi pacificatori sono gli uomini di preghiera. Né si capirebbero le due grandi iniziative di preghiera proposte dal Santo Padre e attuate ad Assisi nel 1986 e il 24 gennaio 20026 . La pace è prima di tutto un dono di Dio: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). La consapevolezza che gli uomini da soli non sanno darsela pone in crisi il pacifismo ideologico e apre lo spazio per i pacifici e pacificatori. Nel Discorso al Corpo diplomatico del 1987 il papa ha posto una domanda a cui ha dato subito una risposta. Ecco la domanda: “Alcuni diplomatici si chiederanno forse come può la preghiera per la pace promuovere la pace”. Ed ecco la risposta: “Il fatto è che la pace è innanzitutto un dono di Dio”7.



C’è bisogno di uomini pacifici e pacificatori perché la pace non sarà mai solo frutto di funzionamenti strutturali o di meccanismi giuridici e politici. Una pace “impersonale”, frutto di logiche indipendenti dalla persona, è una contraddizione in termini. Le pagine che seguiranno intendono proprio ricostruire, in alcune delle sue linee essenziali, questo quadro concettuale, spirituale e relazionale di un’ umanità “pacifica e pacificatrice”.


1 Gaudium et spes - Concilio ecumenico Vaticano II, Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (7 dicembre 1965), n. 79, in Concilio Vaticano II, Costituzioni, Decreti, Dichiarazioni, Testo ufficiale e traduzione italiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, p. 1021.


2 A. Riccardi, Governo carismatico. 25 anni di pontificato, Mondadori, Milano 2003, p. 165.


3 Per esempio nel Messaggio per la celebrazione della Giornata della Pace del 2000 egli ha scritto: “Evidentemente, quando le popolazioni civili rischiano di soccombere sotto i colpi di un ingiusto aggressore e a nulla sono valsi gli sforzi della politica e gli strumenti di difesa non violenta, è legittimo e perfino doveroso impegnarsi con iniziative concrete per disarmare l’aggressore. Queste tuttavia devono essere circoscritte nel tempo e precise nei loro obiettivi, condotte nel pieno rispetto del diritto internazionale, garantite da un’autorità riconosciuta a livello sopranazionale e, comunque, mai lasciate alla mera logica delle armi” (Supplemento a “L’Osservatore Romano” del 13-14 dicembre 1999, p. III).


4 Sermo 357, 15: De laude pacis, 2; PL, XXXIX, 1582.


5 Cit. in Riccardi, Governo carismatico cit., p. 166.


6 Si veda a questo proposito: Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Giovanni Paolo II e la famiglia dei popoli. Il Santo Padre al Corpo Diplomatico (1978-2002), Introduzione di S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi, Città del Vaticano 2002, pp. 25-29.


7 Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede-1987, in Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Giovanni Paolo II e la famiglia dei popoli cit., p 145.




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