E. Vittorini, Politica e cultura (IL Politecnico)



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28.11.2017
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E. Vittorini, Politica e cultura (Il Politecnico)

Questo intervento di Vittorini, pubblicato nel numero 31-32 (luglio – agosto 1946) del Politecnico, nacque come risposta ai lettori del giornale, che evidentemente avevano scritto al direttore Vittorini per commentare l’intervento critico contro il Politecnico scritto da M. Alicata e pubblicato circa un mese prima su Rinascita, il settimanale del P.C.I.
Alicata, un importante intellettuale e membro del partito comunista, aveva criticato la linea del
Politecnico, accusando il giornale di non essere allineato con le posizioni del P.C.I., come sarebbe stato doveroso visto che Vittorini, il suo direttore, era iscritto a quel partito.
Le considerazioni che Vittorini fa in questo intervento sono molto importanti, perché affrontano i nodi del problemtico rapporto tra cultura e politica, che sarà poi al centro, qualche mese più tardi, dello scontro con Togliatti, segretario del P.C.I., che, in seguito a questa risposta di Vittorinbi, riproporrà le critiche di Alicata.
In particolare per Vittorini la politica resta limitata entro i confini della cronaca, al contrario della cultura, che invece fa storia. Quindi la politica ha il diritto di subordinare a se stessa la cultura solo quando opera cambiamenti
qualitativi all’interno della società, cioè solo nei momenti rivoluzionari.
Vittorini rivendica l’autonomia della cultura dalla politica tradizionalmente intesa, sostenendo che l’intellettuale si deve battere per obiettivi più generali e meno contingenti di quelli della politica di un partito, secondo le finalità esplicitate già nell’editoriale pubblicato sul primo numero del Politecnico (cfr. Una nuova cultura).

RISPOSTE AI LETTORI POLITICA E CULTURA

Cari amici, vi rispondo a tutti insieme, perché tutti toccate lo stesso argomento, sebbene da punti di vista così diversi: qualcuno da amico del «Politecnico» e amico anche del P.C.I. o iscritto al P.C.I.; altri invece da semplici amici del «Politecnico» indifferenti verso so il P.C.I. ; e altri infine da amici del «Politecnico» che, senza simpatia verso il P.C.I., vorrebbero dirmi in sostanza: «vedi? ce lo aspettavamo, ecc...». Ma tutti i nostri lettori sono interessati e la mia «risposta» va a tutti: compresi coloro che non sanno ancora nulla dell'accaduto. La questione è importante: riguarda i rapporti tra una linea politica e un atteggiamento culturale, tra azione politica e azione culturale; e implica la distinzione tra doveri politici e doveri culturali.

Che cosa è accaduto? Il mio amico e compagno Mario Alicata, scrittore che può considerarsi esponente ufficiale del Partito Comunista Italiano, ha scritto del nostro « Politecnico » sul numero 5/6 di «Rinascita», rivista che può pure considerarsi ufficiale del Partito Comunista Italiano, e ne ha scritto giudicandolo sfavorevolmente. Egli ha detto che cosa «Il Politecnico» «avrebbe dovuto essere» e trova che non lo è stato; ha detto quale funzione avrebbe dovuto svolgere e trova che non l'ha svolta. Invece di giudicarci, cioè, per quello che siamo ci ha giudicati per quello che non siamo, senza peraltro tener conto che nei sei mesi di vita del settimanale e nelle condizioni d'isolamento in cui il settimanale è vissuto, mai avremmo potuto svolgere un compito nel senso da lui presunto.

Il giudizio di Alicata è dunque erroneo... Ma ogni giudizio può essere erroneo come può essere giusto, e non vi è nulla di strano che Alicata abbia sbagliato. La cosa in sé non ha importanza. Dell'importanza acquista per il significato che le si vuole attribuire. Tutti voi che mi avete scritto lo dimostrate. E un settimanale romano, «La Fiera Letteraria», ha persino parlato di «sconfessione» del «Politecnico»... Sconfessione da parte di chi? E perché? Qui si incorre in una serie di errori. Si vede in Alicata il Partito Comunista stesso. Si vede in «Politecnico» un organo del Partito Comunista. Si esclude che un comunista (Alicata) possa avere su una certa questione un parere personale. Si esclude che un comunista (me stesso) possa svolgere un'attività culturale che non sia soggetta al controllo politico del suo partito. E così si presume che il Partito Comunista abbia inteso sconfessare, col giudizio di Alicata, «Il Politecnico».

L'errore principale, naturalmente, è di ritenere «Il Politecnico» comunista per il fatto di essere diretto da un comunista. Già varie volte noi abbiamo messo in guardia i nostri lettori contro questo errore. Col nostro invito a rinnovare la cultura italiana (nel quale è tutto il contenuto del «Politecnico») noi non abbiamo espresso una esigenza di comunisti che fa politicamente comodo al Partito Comunista; ma abbiamo espresso un'esigenza storica della cultura italiana stessa che non importa se fa o non fa politicamente comodo a un partito o a un altro. Il nostro lavoro non può certo ignorare il marxismo, perché nessun lavoro culturale può ignorarlo. Ma è lavoro di marxisti e non marxisti insieme, e il piano su cui si svolge non può, perciò, essere marxista, o può essere marxista solo nella misura e nel modo in cui il marxismo è positivo anche per i non marxisti, come accade che il Cristianesimo sia positivo anche per chi non crede in Cristo [1] . O i marxisti dovrebbero uniformarsi alla linea di condotta dei preti cattolici che rifiutano tutto quanto può esservi di cristiano fuori dalla pratica del culto? Far passare «Il Politecnico» per una rivista di comunisti significa presentare la nostra esigenza culturale come un sottoprodotto dell'esigenza politica del P.C.I. e questo non serve che ai nostri avversari in quanto dà loro la possibilità di tenerci «politicamente» fuori dal campo della cultura italiana, o non serve che agli avversari del P.C.I. in quanto dà loro la possibilità di rendere il Partito Comunista Italiano responsabile di tutto quello che «Il Politecnico» può dire di diverso dal P.C.I. E’ al Partito Comunista Italiano che Mario Alicata fa il torto più grave giudicando «Il Politecnico» nel modo stesso in cui gli avversari del «Politecnico» e gli avversari del P.C.I., per ragioni distinte, amano giudicarlo.

Ma io qui non vi rispondo, amici comunisti e amici non comunisti del «Politecnico», solo per chiarire l'equivoco. La questione che voi ponete, scrivendomi, va molto al di là dell'equivoco e non basta che l'equivoco sia chiarito per considerarla risolta. Voi, i comunisti e filocomunisti, siete rimasti perplessi all'idea che il nostro partito possa sconfessare, per sua comodità politica, un movimento culturale. E voi, gli amici non comunisti del «Politecnico» , vi rallegrate dell'idea che io abbia avuto finalmente la prova dell'impossibilità di essere «vivi», così mi dite, quando «si aderisce a un partito come il comunista» [2] . «Allora» , vi chiedete, i primi, «non avremmo un "Politecnico" o altro del genere in regime comunista?» «Vedi?» esclamano i secondi, «se l'Italia diventasse comunista la cultura anche non ostile al regime sarebbe soggetta all'Agitprop [3] , alla polizia, alla violenza...» E tanto i primi che i secondi sembrate aspettarvi da me un gesto di «indipendenza».

Ma non è questo che occorre. Da un pezzo io ho in mente di chiarire a me stesso, in un articolo, il significato del mio Partito, e il significato della sua tendenza ad essere un partito nuovo, il significato della mia necessità di militarvi, e via di seguito. Io so come oggi non esista nel mondo una serietà rivoluzionaria fuori dal mio Partito e da un pezzo ho in mente di scriverne per chiarirlo a me stesso. Ora voglio dire soltanto, agli amici comunisti e non comunisti del «Politecnico», che il mio Partito è tale da consentire la più ampia indipendenza in fatto di cultura. Non è per porre termine all'attività del «Politecnico» che il mio Partito ha ospitato, nella sua rivista «Rinascita», lo scritto di Alicata contro «Il Politecnico». Se così fosse io dovrei smettere di dirigere «II Politecnico» o essere espulso dal mio Partito. Poiché invece io continuo a dirigere «Il Politecnico» e non sono espulso dal mio Partito la pubblicazione dello scritto di Alicata è una conferma che in seno al mio Partito si possono avere opinioni culturali anche contrastanti: quelle di Alicata che io chiamo codine, e le mie che Alicata chiama intellettualistiche [4] .

La libertà culturale è cosa implicita nelle attuali ragioni del mio Partito. Certo la politica è parte della cultura. E certo la cultura ha sempre un valore anche politico. L'una, certo, è cultura diventata azione. L'altra ha un valore anche politico nella misura in cui inclina a diventare azione. Ma l'una, la politica, agisce in genere sul piano della cronaca. La cultura, invece, non può non svolgersi all'infuori da ogni legge di tattica e di strategia, sul piano diretto della storia. Essa cerca la verità e la politica, se volesse dirigerla, non farebbe che tentare di chiuderla nella parte già trovata della verità. Soprattutto non vorrebbe lasciarla sbagliare, e l'errore è necessario pungolo alla cultura perché si rinnovi.

Pure, Lenin ha parlato altrimenti in proposito [5] . Egli vedeva nelle arti, o nella filosofia, solo quanto di esse era di ausilio all'azione politica e cioè quanto in esse era azione, quanto in esse era politica. Ma Lenin parlava in un momento in cui l'azione politica era molto di più che azione politica, e anche se egli non intendeva parlare per il momento, il momento era in lui, anzi era lui stesso, in gran parte, che lo generava, e sarebbe fariseismo il leninismo che volesse applicare a tutti i momenti le raccomandazioni leniniste di quel momento. Infatti l'azione modificatrice della politica ha un suo corso ordinario in cui modifica solo quantitativamente, e momenti straordinari in cui modifica, invece,qualitativamente [6] . E’ allora, è all'atto in cui modifica qualitativamente che essa (l'azione politica) ha il diritto sostenuto da Lenin di considerare come una forza ausiliaria il resto della cultura. Essa allora, in effetti, è sintesi di tutta la cultura, è molto di più che politica, è filosofia, è religione, è arte, e agisce qualitativamente appunto perché non è soltanto politica, ma è tutta la cultura, né altro si deve vedere nelle parole di Lenin che la pretesa di far riconoscere questa possibilità della politica d'essere, a un certo punto, tutta la cultura e azione di tutta la cultura. Ma quando la politica è sul piano ordinario della cronaca e produce modificazioni semplicemente quantitative, essa è di nuovo una parte, anche se applicatrice, anche se realizzatrice, non è un tutto, e non può pretendere di guidare, giudicare, controllare, frenare o limitare il resto della cultura. Allora, anzi, il resto della cultura assume il carattere, di fronte alla politica, di cultura in assoluto; e allora è questa cultura differenziata dalla politica che produce delle modificazioni qualitative o le prepara, le elabora; e allora i doveri culturali si differenziano dai doveri politici, Hemingway ha diritto di commettere errori su errori [7] , John Reed ha il diritto di essere ripubblicato [8] , «Il Politecnico» ha il diritto di indicare un fascismo nella Chiesa Cattolica [9] . La grandezza dell'uomo politico in queste fasi di politica ordinaria, è di saper rinunciare alle sue possibilità straordinarie. E’ la grandezza che abbiamo avuto, per esempio, in Cavour. Saper non essere che un modificatore quantitativo, anche se ha tutte le qualità per essere un modificatore qualitativo. Saper non essere che politico anche se ha tutto per essere un Lenin, e cioè un uomo di cultura che porta la cultura al potere.

E’ quello che oggi vediamo in Togliatti [10] . Egli è forse il migliore tra tutti i capi dei Partiti Comunisti europei perché meglio di tutti sa limitare la propria azione al quantitativosenza mettere ipoteche sul qualitativo e senza infliggere in nessun campo, e meno che mai nel campo della cultura, discipline da qualitativo o da pseudo qualitativo. Ma anche con un capo dalla mente aperta come Togliatti, un Partito Comunista (cioè rivoluzionario) resta un fatto serio, e resta un fatto molto serio militarvi, non facile certo per uomini di indole leggera. Perciò mi riesce doloroso che taluni di voi amici comunisti del «Politecnico» vi troviate così d’accordo con gli amici non comunisti del «Politecnico» nell’aspettarvi da me, dinanzi al malinteso dell’episodio Alicata, un gesto d’orgoglio intellettuale che sarebbe in pratica, di leggerezza. Non voglio negare che nei Partiti Comunisti (dico di tutto il mondo) vi sia alle volte del meccanicismo per cui l’uomo di cultura si trova in difficoltà o anche posto a dura prova. Ma questi sono difetti d’ogni consorzio umano e d’ogni tipo di associazione. L’uomo di cultura è posto a dura prova in ogni ambiente. Egli tollera l’incredibile nella società borghese. O combatte. La sua funzione è, ovunque, di combattere per migliorare la società ed eliminarne i difetti. Lo stesso può fare in seno al Partito Comunista. Nel Partito Comunista non c’è nulla che stia al di fuori o al di sopra dei suoi aderenti. Tutto è nei suoi aderenti. E dipende da essi migliorarlo ed eliminarne i difetti. Pur di sapere essere responsabili, si capisce, e di saper anche accettare i rischi della propria condotta. Qui è il dovere politico che ritorna. Cioè: il dovere culturale non ci libera dal dovere politico. Noi dobbiamo adempiere il primo, a costo di andare contro il secondo. Ma dobbiamo poi portare la responsabilità anche del secondo. E’ la nostra condizione di uomini di cultura che lo esige. E quei tanti uomini di cultura che sono usciti strillando da un Partito Comunista o da un altro non hanno ragione: hanno torto. Essi hanno chiamato la società borghese a giudicare il nostro Partito per dei difetti del nostro Partito che sono molto più gravi proprio nella società borghese. Che cosa hanno fatto così facendo? Parlo di un Koestler [11] , ad esempio. Essi hanno tradito non solo il Partito e la classe operaia. Hanno tradito anche la loro condizione di uomini di cultura.

Qui vorrei prevenire un’obbiezione. E’ a proposito di quando la politica apporta modificazioni qualitative e quando apporta modificazioni solo quantitative. Quando? Quando la politica è tutta la cultura? Quando invece è solo una parte della cultura? E come è dato a noi di distinguere?

L'uomo politico è portato in genere a pretendere che siamo sempre in fase qualitativa. L'uomo di cultura è portato al contrario a pretendere che siamo sempre in fasequantitativa. E, si capisce, c'è sempre qualcuno che si sbaglia. O si sbaglia il primo. O si sbaglia il secondo. Ma è nella natura della condizione di entrambi di sbagliarsi o aver ragione, come di pagare per aver sbagliato credendo d'aver ragione. Il guaio sarebbe di arrivare ad un tempo in cui non fosse più possibile che uno dei due si sbagliasse. Allora addio: la storia sarebbe prevedibile, si svolgerebbe tutta preveduta, e il suo corso non sarebbe più un corso vivo. D'altra parte, l'inclinazione dell'uomo politico a pretendere che siamo sempre in fase qualitativa è non meno antistorica di quella dell'uomo di cultura a pretendere che siamo sempre in fase quantitativa. L'uomo di cultura è un «pacifista» nell'inclinare a una pretesa simile. Vuole essere tranquillo, vuole essere pigro, non vuole vivere tra le correnti d'aria della dialettica e rischiare raffreddori. Che cosa diavolo vuole? Farsi del suo diritto «guerriero» un privilegio da godere «in pace» come una sinecura d'abbazia [12] . Ma lo stesso vuole l'uomo politico dove inclina alla pretesa che è specifica in lui. Inclina, cioè, a facilitarsi il compito: uscire dalla dialettica, non aver più da scegliere tra varie strade, poter procedere in un'unica direzione... È per questo, perché anche lui si addormenta, se sostiene che la politica è «sempre» tutta la cultura [13] .

Ma le obbiezioni che mi si possono muovere sono innumerevoli, e io non posso mettermi a prevenirle tutte. Io vedo, rileggendo, che non sano sicuro di quanto pure vi ho detto con sicurezza. La questione è molto importante, voi ed altri che me ne hanno scritto con altre motivazioni (M. R.  Milano, S. T.  Patema, G. R.  Pescara, V. S. - Forlì, ecc.) l'avete sollevata, e valeva la pena che venisse posta in pubblico. Prego perciò di non considerare questa mia risposta se non come un modo di porla, appunto, in pubblico. Certo io mi sono sforzato, scrivendone, di chiarirla a me stesso. Ma veramente me la sono chiarita? Non avrò usato la parola «cultura» nel suo significato più ampio, e la parola « politica » nel suo significato più angusto? Non avrò attribuito ai miei termini un senso che si può allargare o restringere, o addirittura capovolgere? E non sarò stato arbitrario nella mia distinzione tra «uomo politico» e «uomo di cultura»? Non sarà stata astrazione dire «uomo di cultura»? E non è astrazione parlare dell'azione politica come di un'attività speciale dell'«uomo politico»? Non è astrazione parlare della cultura come di un'attività speciale dell'«uomo di cultura»? Questi sono dubbi fondamentali per la questione, e rendono incerto tutto quanto vi ho detto. Io potrei anche tirarmi indietro, rimandare di rispondervi, pensarci su meglio. Ma riuscirei a chiarirmi qualcosa da solo? Preferisco buttarmi allo sbaraglio, con tutto quello che ho di mio sullo stomaco, e vedere se una chiarezza salti fuori da una discussione [14] .

E.V.

(n. 3132, luglioagosto 1946)



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[1] Vittorini sostenne sempre la necessità e la possibilità di un incontro tra cattolici e comunisti, superando pregiudizi ideologici, per una battaglia comune mirante a rinnovare la società. Questa collaborazione era stata in effetti la “scommessa” del Politecnico, che raccoglieva infatti posizioni culturali di comunisti e non-comunisti.

[2] Il P.C.I. era visto dai non-comunisti come un partito in cui c’era poca libertà e poca tolleranza per posizioni non allineate. In effetti il P.C.I. di qugli anni era particolarmente condizionato da una mentalità stalinista, ossia repressiva e autoritaria, come quella che vigeva nell’ U.R.S.S. guidata da Stalin (negli anni 1922-1953), che aveva anche assunto un rigido controllo della cultura attraverso il suo ministro Zdanov (da qui il termine zdanovismo, ad indicare in generale uno stretto controllo del potere politico sulla cultura).

[3] ossia asservita al compito di “far propaganda” a qualcuno (partito o idea). Il termine è di origine russa e significa propriamente “agitatore politico”.

[4] Vittorini crede di poter garantire che all’interno del P.C.I. sia accettata la libertà di pensiero. Presto questa sua fiducia sarà però mesa in crisi, ed egli nel 1951 uscirà dal partito.

[5] Nikolaj Lenin (1870-1924) fu uno dei principali pensatori marxisti. Guidò la rivoluzione russa e fu il fondatore dello stato sovietico. Gli successe Stalin.

[6] La distinzione tra qualità e quantità è essenziale nel discorso vittoriniano: la prima rappresenta l’insieme dei valori costitutivi di una società, e nel momento della loro realizzazione, la politica si identifica con la cultura; mentre la seconda risponde più ad un concetto di “obiettivi misurabili”, come quelli tipici della quotidianità dell’azione politica: in questi casi, largamente più frequenti, la cultura non si identifica con la politica, ma rivendica per sé compiti più generali, ambiziosi e dinamici. Questa distinzione vittoriniana sarà oggetto della critica di Togliatti, e sull’argomento Vittorini tornerà nel corso della polemica. [7] Ernest Hemingway fu scrittore molto caro a Vittorini, che ne tradusse in italiano varie opere (ricambiato dallo scrittore americano che volle fare la prefazione alla traduzione diConversazione in Sicilia). Tra l’altroVittorini pubblicò a puntate sul Politecnico il romanzo Per chi suona la campana. Qui Vittorini difende Hemingway da chi lo accusava di incoerenza politica.



[8] John Reed (1887-1920) fu scrittore e giornalista statunitense, autore dell’opera Dieci giorni che sconvolsero il mondo, in cui fa la cronaca della Rivoluzione sovietica, della quale fu testimone diretto. Vittorini pubblicò sul Politecnico un brano dell’opera (cfr n. 6, 3 novembre 1945). Quest’opera in realtà non era ben vista dal partito comunista, in quanto proponeva una lettura rivoluzionaria del comunismo, assai lontana dalla politica del partito di quegli anni.

[9] Vittorini ebbe sempre molto rispetto per la religione cattolica; ma ciò non gli impedì di criticare la Chiesa cattolica per le sue connivenze con il fascismo e per i suoi comportamenti che Vittorini giudicava “antidemocratici”.

[10] Palmiro Togliatti (1893-1964) fu tra i fondatori del P.C.I. (1921), che diresse come segretario dal 1944 fino alla morte. La sua attività politica fu condizionata dal suo legame con l’U.R.S.S e dal suo passato stalinista.

[11] Scrittore inglese che nel 1938 uscì clamorosamente dal partito comunista, contestndone l’operato e le scelte.

[12] La “sinecura” era propriamente un beneficio ecclesiastico che veniva concesso, come privilegio, senza l’obbligo di celebrare gli uffici religiosi e di assistere i fedeli. Il termine è comunemente usato, fuori dal contesto ecclesiastico, per indicare un’attività che comporta poco impegno e poche responsabilità.

[13] L’identificazione di cultura e politica è quindi per Vittorini una tentazione pericolosa sia per “gli uomini di cultura”, che così si accomoderebbero nella celebrazione dell’attualità, senza vivere il travaglio della ricerca e del conflitto, intrinsici all’attività culturale, sia ai politici, che sarebbe indotto a non mettere mai in discussione la linea politica, sentita come valida una volta per sempre.

[14] Vittorini ha sempre creduto nella discussione, nel dibattito delle idee, come strumento per risolvere i problemi.





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