Ecosistemi urbani



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CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI

ECOSISTEMI URBANI


Convegno nell’ambito della Conferenza annuale della ricerca

22-24 ottobre 2001


SEZIONE

Qualità della vita e percezione ambientale


Relazione:


Ecologia della vita pubblica nelle città

di

Enzo Scandurra1



1 Docente di Urbanistica presso l’Università di Roma La Sapienza

tel: 06-44585177 – fax: 06-44585186

e-mail: enzo.scandurra@uniroma1.it

Il termine ecologia e il suo corrispondente aggettivo, ecologico, hanno finito, nel tempo, con l’acquistare un significato diverso da quello originale. Inizialmente essi connotavano un sapere di tipo olistico e, dunque, trasversale alle discipline tradizionali. Successivamente hanno finito con il perdere la loro carica irriducibilmente antagonista al modello culturale convenzionale per diventare – l’ecologia – essa stessa uno dei tanti “saperi” specialistici (disciplina) che affianca quelli già esistenti.

Parlando di ecosistemi urbani, mi riferirò ad un concetto leggermente più astratto di quello praticato dalle discipline; mi riferirò al concetto di salute ecologica di un sistema unico (quello urbano) rappresentato dall’ambiente più un’elevata civiltà urbana1.

Non credo infatti sia possibile (o almeno non dovrebbe esserlo) parlare di ecosistema urbano in presenza di un contesto sociale che non persegua fini ecologici, così come, in maniera del tutto simmetrica, non credo che nessun ecosistema sia minacciato da una società che abbia attenzione e rispetto ai nessi e alle relazioni che legano l’intero vivente. Ritengo, per conseguenza, che non abbia molto senso (anzi sia del tutto insensato) che una società si dia degli obiettivi ecologici se la sua cultura è basata su presupposti di dominio, ineguaglianza, onnipotenza, onniscienza e sul predominio dell’economia. Né ritengo che una società ecologica debba necessariamente rinunciare al suo patrimonio di conoscenze scientifiche e tecnologiche; al contrario, il perseguimento di fini ecologici richiede un elevato sviluppo proprio di queste conoscenze, ma finalizzate a obiettivi diversi.


La civiltà della nostra epoca sembra essere imprigionata e ingabbiata nelle sue stesse false premesse epistemologiche. Da una parte essa persegue tenacemente gli obiettivi dello Sviluppo, della Tecnologia, del Mercato, della Globalizzazione e, dall’altra, essa non accetta quei “sottoprodotti” rappresentati dagli effetti di retroazione negativa che l’ambiente perturbato produce come risposta a tale violenza. Vuole, ad esempio, da una parte aumentare la sua capacità produttiva (la crescita non può che aumentare e così pure il Pil) e dall’altra evitare le patologie sociali e ambientali che tale sviluppo produce (è tipica di questo atteggiamento schizofrenico la formula dello “sviluppo sostenibile”). Da una parte teorizza e pratica una sorta di teologia tecnologica, dall’altra non accetta le conseguenze, talvolta tragiche, di questa delega in bianco ai sistemi tecnologici (e qui il caso delle Twin Towers appare tragicamente emblematico).

Il risultato finale è quello di intervenire sui sintomi (attraverso provvedimenti ad hoc) che non scalfiscono le patologie a monte, provocando spesso una spirale evolutiva senza sbocchi: se abbiamo più caldo acquistiamo dei condizionatori contribuendo ad elevare ancor di più la temperatura del globo; se circolano troppe auto, costruiamo nuove autostrade, facendo aumentare il numero di auto, se subiamo un attacco terroristico, rispondiamo con la guerra, e così via.

Bateson soleva dire che la civiltà contemporanea è abbastanza saggia da poter provocare la distruzione del mondo… pur con le migliori intenzioni.

Si potrebbe anche dire che da sempre l’astuto uomo cerca delle scorciatoie, cerca di aggirare l’ecologia con l’uso della tecnologia… ma, come molti sanno, il dio ecologico non può essere beffato.


Anche le idee, come gli ecosistemi, possono essere ecologiche o no. E anche le idee, come i sistemi viventi, subiscono il vaglio della selezione naturale che decide quali di esse sopravvivranno e quali no. Solo che molto spesso le idee che sopravvivono e si rafforzano non sono sempre quelle giuste. La frequenza con la quale esse tendono a persistere le trasformerà ben presto in abitudini, modi di dire che diventeranno azioni concrete, pratiche che possono portare ad imboccare vicoli ciechi evolutivi. Molte di queste idee, infatti, possono essere patogene se affiancate da tecnologie potenti (ad esempio l’idea del dominio sulla natura affiancata da biotecnologie in grado di operare modificazioni genetiche profonde e irreversibili).

I mezzi e i modi attraverso i quali comunichiamo le nostre idee ecologiche fanno anch’essi parte dell’ecologia delle idee: il problema centrale è questo:




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