Effatà apriti



Scaricare 196 Kb.
Pagina1/6
14.11.2018
Dimensione del file196 Kb.
  1   2   3   4   5   6

http://www.chiesadimilano.it



Effatà apriti


[0] Vi racconto un'esperienza. Questa Lettera pastorale era partita bene. Mi veniva giù quasi di getto. Scrivevo con una certa noncuranza, quasi con innocenza. Sfioravo i problemi più gravi con tanta facilità, come uno sciatore lanciato al volo lungo una pista difficile. Dicevo tra me: “Com'è bello e com'è facile comunicare, quando si ha davvero qualcosa dentro!”.

Poi ho fatto leggere il primo abbozzo a tante persone sperimentate e competenti. Hanno apprezzato il lavoro, il tema, il modo di trattarlo. Hanno sentito che era importante e urgente. Ma insieme mi hanno comunicato centinaia di osservazioni minute e preziose (tralasciare questo, aggiungere quello, sottolineare quell'altro, chiarire un paragrafo, riscriverne un altro). Ho cominciato a farlo diligentemente e mi sono accorto che stavo perdendo la scioltezza.

Prendevo coscienza del fatto che le cose da dire su questo argomento (come su ogni altro tema importante e complesso) sono tantissime; che volendo essere stringati si diventa ermetici; che volendo spiegare e giustificare tutto si diventa pedanti, ecc. E mi sono detto: “Com'è difficile comunicare davvero ciò che uno ha dentro!”.

Ecco, vorrei che tutti voi approfittaste di questa mia esperienza (non nuova, ma che ogni volta mi costa come se fosse la prima): comunicare è difficile, richiede un va e vieni dialogico, interlocutori pazienti, benevoli e attivi.

Vi suggerisco dunque questo esercizio: leggete, fin dove vi riesce, queste pagine che ho scritto con amore. Leggendo, individuate le frasi, i paragrafi che “passano” subito, che vi dicono qualcosa, che vi svegliano dentro, e dite: “Qui il nostro vescovo è riuscito a comunicare!”. Individuate anche le pagine che “resistono”, che appaiono ostiche e difficili o astratte o lontane dalla vostra vita, e dite: Qui non è riuscito, si è irrigidito, ha perso la scioltezza. Io però come direi la stessa cosa in forma più sciolta e immediata?”.

Ne verrà fuori un vero e proprio “esercizio di comunicazione”. In parte recepirete ciò che ho voluto dire, in parte ve lo ridirete con parole vostre, e sarà ancora meglio. Avremo così dato il via a una comunicazione attiva, reciproca, non semplicemente a una lettura passiva e rassegnata. Avrò già raggiunto un bel risultato, e ne sarò contento.

Affido questa Lettera a tanti “comunicatori di gioia e di santità” che ricordiamo quest'anno in maniera particolare: san Gregorio Magno nel XIV centenario dell'ordinazione episcopale (590); san Bernardo di Chiaravalle nel IX centenario della nascita (Z090); sant'Ignazio di Loyola nel V centenario della nascita (1491) e nel 450° anniversario della fondazione della Compagnia di Gesù (1540); san Giovanni della Croce e san Luigi Gonzaga nel IV centenario della morte (1591); santa Margherita M. Alacoque nel III centenario della morte (1690); il cardinale John Henry Newman nel I centenario della morte (11 agosto 1890) e santa Teresa di Gesù Bambino nel I centenario della professione religiosa (8 settembre 1890). Se il loro nome e la loro memoria sono giunti hno a noi, è perché hanno saputo comunicare al mondo qualcosa di valido. Anche noi siamo chiamati a metterci in fila con loro.
[1] “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole” (Gen 11, 1). Così la Bibbia idealizza quei primordi felici in cui gli uomini si potevano intendere con facilità e spontaneità. Ma impegnati in un gigantesco sforzo che avrebbe dovuto consacrare la loro onnipotenza tecnologica, gli uomini non seppero reggere alla tensione: si confusero e poi si dispersero. Tale confusione è considerata dalla Bibbia un castigo divino, che lega per sempre al nome di una città il simbolo della confusione dei linguaggi e della fatica che gli uomini e le culture fanno a intendersi tra loro: “La si chiamò Babele, perché il Signore confuse la lmgua di tutta la terra” (Gett 11, 9).

Babele rappresenta dunque l'impossibilità di tutti gli umani a parlare tra loro con un unico linguaggio. Essa evoca segnali che si accavallano, si confondono ed elidono a vicenda. Babele è il luogo degli appuntament; mancati: le lingue non si intendono, gli equivoci si moltiplicano e la gente non si incontra. Al massimo ci si urta, ci si irrita a vicenda, ciascuno si lamenta perché l'altro non l'ha capito.

Babele è il simbolo della non-comunicazione della fatica e delle ambiguità a cui è soggetto il comunicare sulla terra.

Babele è anche il simbolo di una civiltà in cui la moltiplicazione e la confusione dei messaggi porta al fraintendimento.

Nasce di qui la domanda angosciosa: come ritrovare nella Babele di oggi una comunicazione vera, autentica, in cui le parole, i gesti, i segni corrano su strade giuste, siano raccolti e capiti, ricevano risonanza e simpatia?

E' possibile incontrarsi in questa Babele, inserire anche in una civiltà confusa luoghi e modi di incontro autentico? è possibile comunicare oggi nella famiglia, nella società, nella Chiesa, nel rapporto interpersonale? come essere presenti nel mondo dei mass-media senza essere travolti da uoumi di parole e da un mare di immagini? come educarsi al comunicare autentico anche in una civiltà di massa e di comunicazioni di massa?


[2] A tante domande sulla malattia del comunicare umano contrapponiamo ora una scena di risanamento. Contempliamo Gesù nel momento in cui sta facendo uscire un uomo dalla sua incapacità a comunicare. Si tratta della guarigione del sordomuto raccontata in Mc 7, 31-37. S. Ambrogio chiama questo episodio -e la sua ripetizione nel rito battesimale - “il mistero dell'apertura”: “Cristo ha celebrato questo mistero nel Vangelo, come leggiamo, quando guarl il sordomuto” (I misteri, I, 3).

Dividiamo il racconto in tre tempi: la descrizione del sordomuto, i segni e gesti di apertura, il miracolo e le sue conseguenze.

1. La narrazione evangelica precisa anzitutto il disagio comunicativo di quest'uomo. E' uno che non sente e che sì esprime con suoni gutturali, quasi con mugolìi, di cui non si coglie il senso. Non sa neanche bene cosa vuole, perché è necessario che gli altri lo portino da Gesù. Il caso è in sé disperato (7, 31-32).

2. Ma Gesù non compie subito il miracolo. Vuole anzitutto far capire a quest'uomo che gli vuol bene, che si interessa del suo caso, che può e vuole prendersi cura di lui. Per questo lo separa dalla folla, dal luogo del vociferare convulso e delle attese miracolistiche. Lo porta in disparte e con simboli e segni incisivi gli indica ciò che gli vuol fare: gli introduce le dita nelle orecchie come per riaprire i canali della comunicazione, gli unge la lingua con la saliva per comunicargli la sua scioltezza. Sono segni corporei che ci appaiono persino rozzi, scioccanti. Ma come comunicare altrimenti con chi si è chiuso nel proprio mondo e nella propria inerzia ? come esprimere l'amore a chi è bloccato e irrigidito in sé, se non con qualche gesto fisico? Notiamo anche che Gesù comincia, sia nei segni come poi nel comando successivo, con il risanare l'ascolto, le orecchie. Il risanamento della lingua sarà conseguente.

A questi segni Gesù aggiunge lo sguardo verso l'alto e un sospiro che indica la sua sofferenza e la sua partecipazione a una così dolorosa condizione umana. Segue il comando vero e proprio, che abbiamo scelto come titolo di questa lettera: “Effatà” cioè “Apriti!” (7, 34). E' il comando che la liturgia ripete prima del Battesimo degli adulti: il celebrante, toccando con il pollice l'orecchio destro e sinistro dei singoli eletti e la loro bocca chiusa, dice: “Effatà, cioè: apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio” (Rito dell'Iniziazione Cristiana degli Adulti, n. 202).

3. Ciò che avviene a seguito del comando di Gesù è descritto come apertura (“gli si aprirono le orecchie”), come scioglimento (“si sciolse il nodo della sua lingua”) e come ritrovata correttezza espressiva (“e parlava correttamente”). Tale capacità di esprimersi diviene contagiosa e comunicativa: “E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano”. La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande come l'acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si diffondono per le valli e le cittadine della Galilea: “E, pieni di stupore, dicevano: "Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti"” (7, 35-37).

In quest'uomo, che non sa comunicare e viene rilanciato da Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica, noi possiamo leggere la parabola del nostro faticoso comunicare interpersonale, ecclesiale, sociale. Possiamo anche individuare le tre parti di questa Lettera: 1. rendersi conto delle proprie difficoltà comunicative; 2. lasciarsi toccare e risanare da Gesù; 3. riaprire i canali della comunicazione a tutti i livelli.
[3] Il comunicare autentico non è solo una necessità per la sopravvivenza di una comunità civile, familiare, religiosa. E' anche u^ dono, un traguardo da raggiungere, una partecipazione al mistero di Dio che è comunicázione.

Tutte queste ryflessioni ci inducono a dedicare un biennio del nostro cammino pastorale al tema del comunicare. Non è un tema accessorio o “di lusso”. Si tratta di una condizione dell'essere uomo e donna e dell'essere Chiesa.

Il tema si pone in continuità con il triennio educare 1987-1990 (Dio educa il suo popolo, Itinerari educativi, Educare ancora) e con i primi cinque programmi pastorali 1980-1986 (La dimensione contemplativa della vita, In principio la Parola, Attirerò tutti a me, Partenza da Emmaus, Farsi prossimo). Non mi dilungo a spiegare questa continuità. Essa apparirà più chiara nella terza parte della presente Lettera.

Rifletteremo sulla realtà del comunicare per un biennio. In questo primo anno, ci occuperemo delle condizioni generali del comunicare umano; nel 19911992 considereremo il mondo dei mass-media e il nostro posto in questo pianeta difficile.

La presente Lettera è divisa in tre parti che si rifanno al noto trinomio vedere, giudicare, agire, con l'avvertenza che il giudicare o “valutare” è connesso con l'ascolto e la contemplazione del mistero di Gesù, fonte di ogni giudizio giusto.

Le tre parti della Lettera corrispondono alle tre parti della narrazione del sordomuto guarito (Mc 7, 31-37)


[4] Perché il tema del comunicare, che è un tema di sempre, è particolarmente attuale in questo inizio degli anni '90?

Sottolineo alcune occasioni provvidenziali che caratterizzano questo momento storico.

La prima riguarda il continente europeo. Siamo oggi interpellati da quella straordinaria possibilità di futuro che il Papa ha chiamato con il nome di “Europa dello spirito” (cf Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede, 12 gennaio 1990). E' necessario, perché tale Europa sia possibile, un grande sforzo comunicativo tra i paesi europei, tra l'est e l'ovest, tra il nord e il sud d'Europa. Tale impegno tocca da vicino la vita delle Chiese: è un impegno di comunicazione ecumenica ed è insieme impegno di operare a favore di condizioni di vita in cui la pace, la giustizia e la salvaguardia dell'ambiente siano assicurate per tutti. Questo impegno è stato assunto dai rappresentanti delle Chiese europee a Basilea nel maggio dell'anno scorso 1989. Senza un salto di qualità nella nostra capacità di comunicare, non coglieremo questa occasione provvidenziale e forse unica della nostra storia.

La seconda occasione è data dalla presenza sempre più consistente anche nella nostra diocesi di persone provenienti dal terzo mondo.

La comunità cristiana è chiamata in causa non solo per le emergenze assistenziali, ma anche e soprattutto per preparare le basi di una Europa multirazziale capace di vivere in pace e giustizia, superando i rischi dei ghetti e dei conflitti razziali che simili fenomeni portano con sé.

La terza è la preoccupazione recentemente espressa dalla Chiesa italiana sul rapporto nord-sud anche nel nostro paese, con la Lettera sulla questione meridionale dell'ottobre 1989. Commentando tale lettera nel discorso di sant'Ambrogio, del 6 dicembre 1989, ricordavo che essa ci impegna anche a rapporti di mutua comprensione, fraternità, accoglienza. Gli eventi degli ultimi mesi non hanno reso più facile questo compito. La lettera che la Conferenza Episcopale Italiana promulgherà per gli anni '90 sul tema della carità dovrà trovarci preparati a questo esercizio di comunicazione fraterna.

La quarta occasione è quella della preparazione ormai imminente al grande giubileo dell'anno 2000. Il Papa ne ha parlato dalla sua prima Enciclica. Vogliamo vivere questa vigilia del terzo millennio in uno sforzo non solo di apertura verso tutti ma pure di rinnovata capacità a comunicare il Vangelo nel contesto della “nuova evangelizzazione”. Tale comunicazione della fede non può prescindere da quel mondo dei mass-media che sempre più diventa lo scenario consueto della cultura europea e che minaccia di inghiottire con la sua potenza ogni messaggio non omogeneo a una cultura della concorrenza e del successo.

Perché sia possibile una comunicazione autentica del messaggio in una Europa “mediatizzata”, in un mondo che sta raggiungendo la dimensione del “villaggio”, occorre che noi ci impegniamo a migliorare in tutti i campi le nostre capacità comunicative per metterle al servizio del Vangelo.


[5] “Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano, i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele” (Mt 15, 29-31). “... e pieni di stupore dicevano: Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!” (Mc 7, 37).

Queste parole dei vangeli mi ricordano lo choc provato durante la visita a Varanasi (Benares), la capitale religiosa dell'India.

Lungo la discesa che porta al fiume Gange, prima di giungere all'ultima scalinata dove si discende per il bagno sacro, sono ammassati in mezzo alla strada centinaia di miserabili: storpi, lebbrosi, paralitici, ciechi... Si agitano incessantemente, gridano, tendono le mani ai passanti per avere un poco di elemosina. Si muovono a fatica, aggrappandosi a una ringhiera di legno che passa per il centro della strada e permette loro di tirarsi con le mani e scivolare sul terreno per ottenere un posto migliore per chiedere l'elemosina. E' una visione che toglie il fiato! Nessuno di loro parla con chi gli sta accanto, nessuno sembra pensare al suo vicino e alle sue immense sofferenze. Ciascuno cerca di farsi notare più dell'altro con grida e gesti, così da attirare su di sé l'attenzione dei pellegrini.

Ripenso spesso a questo triste spettacolo quando considero la folla delle incomunicabilità umane che si toccano l'una con l'altra ma non si parlano, ciascuna tesa verso una impossibile realizzazione del suo desiderio.


[6] Qualcuno tuttavia mi dirà: “Non esageriamo con queste immagini tetre! Noi sappiamo comunicare e non abbiamo da chiedere niente a nessuno”.
E' vero che ci sono tanti bei momenti comunicativi anche nella nostra società. Si pensi ad esempio alla facile comunicazione che di solito esiste tra genitori e figli negli anni dell'infanzia e della fanciullezza. Ma sono proprio questi momenti belli che ci fanno capire che in tanti aspetti della vita le cose non vanno proprio come dovrebbero andare.

Proviamo a fare una piccola esplorazione al di là della facciata. Quanta voglia frustrata di comunicare e quanta stizza e anche rabbia di non saper comunicare c'è dentro di noi e intorno a noi!


[7] “Non sono in pace con me stesso. Sono in contraddizione con me stesso. Non mi riesce di esprimere i miei sentimenti come vorrei. Debbo mandar giù e reprimere, e questo alla lunga mi logora e mi deprime... Non mi capisco, sento dentro tanta contusione . . . ” .

Queste espressioni non sono inventate. Sono un repertorio di ciò che sentiamo dentro di noi o ci viene comunicato in confidenza da altri o cogliamo dietro il viso rabbuiato e teso dei nostri amici. La fatica a vivere dentro di sé, a livello personale, una limpida comunicazione tra pensiero e cuore, tra desideri e azioni, tra sogni e realtà, tra sentimenti e espressione esterna, tra malumori e sfoghi, è qualcosa che ci portiamo dentro e che talora ci è divenuta così connaturale da pensare che non vi sia rimedio alla “piccola nevrosi” che ogni essere umano deve sopportare. Ma quando leggiamo, per esempio, qualche vita dei santi o una loro autobiografia o quando incontriamo qualche persona da cui traspare una grande limpidità, dominio di sé e pace, allora intuiamo che esiste un modo diverso di vivere, che esso ci sarebbe più connaturale, ma...


[8] La fatica del comunicare nel rapporto di coppia e nel rapporto genitori-figli (dopo che essi hanno raggiunto una certa età) è così proverbiale che stimiamo felici eccezioni quelle coppie o quei genitori che dicono di non aver problemi a questo riguardo. Anzi li riteniamo su questo punto poco credibili, desiderosi di mostrare una facciata diversa da quella che invece è la fatica quotidiana che tutti sperimentiamo. Eppure sarebbe possibile migliorare notevolmente il tessuto comunicativo all'interno della famiglia se soltanto volessimo crederci un po' di più e investire un po' di sforzo su un punto che è essenziale per la sanità e la gioia della vita.

Non parliamo poi dei casi in cui tale rapporto viene infranto e la comunicazione appare toralmente bloccata: sono i casi che finiscono nel divorzio o comunque nel crollo dei rapporti di coppia (nel mondo occidentale siamo da un terzo alla metà delle unioni matrimonialì fallite). Nel caso dei figli abbiamo le rotture drammatiche provocate dalla droga o da scelte asociali; anche quando non si arriva a tali eccessi la conflittualità o almeno il blocco comunicativo, ii mutismo tra genitori e figli dopo i quindici-diciassette anni raggiunge livelli alti e preoccupanti.


[9] Le esperienze di fatica nel comunicare tra loro da parte dei diversi soggetti sociali è talmente grande che Ci slamo quasi rassegnati a una conflittualità permanente tra gruppi con interessi diversi sia a livello economico che a livello culturale e soprattutto politico. Non è che una certa conflittualità, se contenuta entro i giusti livelli, sia sempre un male. Ma il tasso odierno di litigiosità, esasperato non di rado dagli organi della comunicazione di massa, ha raggiunto limiti che sembrano indicare una certa “nevrosi sociale”. Esso affatica gli operatori sociali, economici e politici, molto più del lecito, crea nell'aria un clima di instabilità e di conflitto che impedisce di godere anche delle cose belle che la vita e la società pur ci offrono.
[10] Anche la Chiesa appare spesso non sciolta nel suo comunicare quotidiano. Il livello di litigiosità della società civile si trasmette in parte anche alle istituzioni ecclesiastiche. Non di rado si comunica con difficoltà all'interno, ad esempio, della parrocchia: tra parroco e preti collaboratori, tra preti e Consiglio pastorale, tra parrocchia e movimenti, tra i diversi gruppi di fedeli e le diverse categorie sociali e culturali (per esempio: vecchi residenti e nuovi immigrati). Un sintomo di questa fatica comunicativa è dato anche dal moltiplicarsi di piccoli gruppi omogenei atti a facilitare la comunicazione al loro interno. Tale rimedio si rivela giusto solo in parte, perché un'intesa di gruppo ricercata per se stessa rischia poi di esprimersi all'esterno in chiusura verso altre realtà ecclesiali e quindi non risolve il problema se non al primo livello della comunicazione interpersonale.

Anche la comunicazione della fede, che pure è un compito primario della comunità cristiana, appare spesso titubante e incerta. I genitori fanno fatica a comunicare la loro fede ai figli, specialmente dopo una certa età, i credenti sono imbarazzati a parlare di fede ai non credenti.

E' questo uno dei problemi più drammatici della nostra cultura occidentale, che sembra essere entrata in un “mutismo di fede” che rasenta la paralisi.
[11] Se poi e saminiamo quel fenomeno che pure dovrebbe costituire nella odierna società un collante sociale di prim'ordine, cioè la comunicazione di massa, vediamo che essa sembra avere da tempo abdicato a questa sua funzione per divenire cassa di risonanza, anzi di ampliamento di tutti i conflitti, anche di quelli interpersonali. A partire dalla cronaca spicciola, in particolare la “cronaca nera”, fino alla comunicazione riguardante i grandi fenomeni politici, il linguaggio e il tono degli strumenti della comunicazione di massa (radio, quotidiani, settimanali, televisione) tende sempre più a suscitare sensazioni forti ed eccitanti per “vendere” meglio e più di altri le informazioni. La cosa diviene più preoccupante quando la “cassa di risonanza” appare legata a interessi forti e occulti.

Puntando sul sensazionale, calcando sui particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si genera una inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un accresciuto bisogno di emozioni sempre più elettrizzanti.

Emerge anche un problema inquietante: queste logiche della comunicazione di massa fino a che punto tendono a plasmare e a rendere più diflicile la stessa comunicazione interpersonale?
[12] Ritornando dunque alla domanda iniziale sulla “folla delle solitudini” possiamo concludere che, pur potendo noi contare, grazie a Dio e al nostro residuo di sanità mentale e umana, su non poche comunicazioni che ancora “avvengono”, in realtà c'è una miriade di canali comunicativi che, a partire dai nostri rapporti interpersonali, sono bloccati o ingorgati. C'è davvero una folla di solitudini che gridano il loro bisogno di essere risanate.

Per questo ci rivolgiamo in questa Lettera e in questo programma pastorale a Gesù, Signore e maestro della comunicazione umana, che “ha fatto udire i sordi e parlare i muti”, perché ci assista in questo cammino verso il ristabilimento di comunicazioni più autentiche tra noi e in tutta la nostra società.


[13] A questo punto non vorrei che il lettore pensasse che, per il risanamento dei nostri blocchi comunicativi, gli si proporrà una via astrusa, pedante e difficile. Neppure vogliamo sostituirci ai manuali che trattano a lungo della comunicazione interpersonale e sociale, dei suoi disturbi e dei rimedi. Lasciamo a ciascuno il suo mestiere. Io parlo come vescovo e mi limito a indicare quei punti nodali che possono aiutare a cambiare direzione nella vita. Mi interessa perciò rispondere ora alla domanda: che cosa sta alle radici della “folla di incomunicabilità”, che abbiamo sopra richiamato? Non parlo delle radici propriamente strutturali, riferibili ad esempio alla imperfezione dei mezzi di comunicazione umana, né di radici in cui appare chiara una deviazione morale maliziosamente intesa, come nel caso della menzogna e della falsità. Parlo di qualcosa di più subdolo e pervasivo.
[14] E' sempre pericoloso semplificare in una mate- ria così complessa. Ardisco farlo perché ritengo che c'è una ragione di fondo a cui si possono riportare molti insuccessi e fallimenti nella comunicazione.

Si tratta di una talsa idea del comunicare umano che sottostà a tanti tentativi falliti di entrare in comunicazione con l'altro. Tale falsa visione non è sbagliata per difetto, cioè per una carente visione dell'ideale comunicativo. E' sbagliata piuttosto per eccesso: vuole troppo, vuole ciò che il comunicare umano non può dare, vuole tutto subito, vuole in fondo il dominio e l1 possesso dell'altro. Per questo è profondamente sbagliata, pur sembrando a prima vista grandiosa e affascinante. Che cosa c'è infatti di più bello di una fusione totale di cuori e di spiriti? che cosa di più dolce di una comunicazione trasparente, in perfetta reciprocità senza ombre e senza veli? Ma proprio in tale ideale si cela una bramosia e una concupiscenza di “possedere” l'altro, quasi fosse una cosa nelle nostre mani da smontare e rimontare a piacere, che tradisce la voglia oscura del dominio.




Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5   6


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale