Enea trivardi



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enea trivardi

patalusio

fisancoria


Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino,
non vi entrerà.

( Vangelo di Luca 18, 17 )

1

Era la prima volta che lo sentivo parlare da vicino, finalmente avrei potuto riconoscerne le idee dominanti, quelle più sottili, le sonorità più frequenti, i concetti più annidati.



Fui sorpreso. Credevo di aver capito male, ma le frasi che mi venivano incontro erano soltanto di un tipo, frasi elementari senza apparente profondità. Forse si trattava di una singola frase di due parole reiterata, anzi era di sicuro un'imprevedibile successione di lettere ripetuta per tre volte scambiando le parole. Una formula misteriosa, ibrida, modulata con incostanza; prima mesto, poi melodicamente da fringuello, poi il fringuello diveniva una cornacchia indignata ma le sillabe restavano quelle.

Da un'angolazione non facile sbirciai il suo sguardo, era spento nel vuoto. Milelli aveva spesso quello sguardo. Stava davanti alla finestra chiusa, in piedi ma non stabilmente, con le mani in tasca. Di nuovo mormorò, convinto.

“Patalùsio fisancòria, fisancoria patalusio... Fisancoria patalusio.”

Una pausa, poi nuove produzioni, stavolta più articolate. Un miscuglio degli ingredienti vecchi con guizzi inediti aggiuntivi. Continuavo a guardarlo incuriosito. Gli stavo a tre metri, se si fosse voltato mi sarebbe dispiaciuto. Rimossi il timore delle conseguenze. Ora due metri e mezzo, al più. Milelli proseguiva, aveva cambiato ancora voce. Sembrava esprimersi col tono plumbeo di una tortora.

“Patafrìsio, filacca pizzandòria. Patalusi milària, pilèria fisalùsio. Pileria patafrisio.”

I tacchi martellanti della dottoressa Fumasante invasero il campo sonoro in un momento. Non me l'aspettavo. Sentii un blocco temporaneo sotto alle costole, come se mi fosse stata data una strizzatina intensa e breve agli organi vitali. Non volevo farmi trovare così vicino a Milelli.

La donna doveva essersi fermata davanti alla porta della segretaria. Da tale posizione non poteva vederci, eravamo dietro l'angolo. Meglio così, pensai, paventavo più la sua reazione che quella di Milelli. Bussò con forza alla sua maniera, cinque colpi appressati e pungenti che rimbombarono per tutto il corridoio.

Lui intanto si era appoggiato con i gomiti al davanzale, le mani reggevano il mento. Aveva smesso di parlare. Non capii se l'interruzione fosse stata causata dalla Fumasante. Indietreggiai, aprii la bocca. Avrei voluto comunicare, non trovavo il pretesto. Milelli gravava ancora sul davanzale. Provai affetto elementare per lui, una sorta di compassione mista ad amicizia bambina. Mi venne naturale comparare quel sentimento al crogiolo di emozioni che la gatta di Giorgia sapeva far nascere in me, tutte le volte che la prendevo in braccio. Mi vergognai per questo accostamento, Giorgia avrebbe detto che ero un insensibile.

Osservavo la mole rilasciata del mio collega. La figura statica era incorniciata dal sipario della tendina. Uno spicchio di luna scendeva dietro i cipressi, connotando Milelli come l'unico frutto di un'ombrata natura morta. Il frutto si scosse. Ancora un segnale, acutissimo, contro il vetro.

“Filazza piccandòria. Patalìsi. Pisìlio, piisilio! Pisidòria malùsio.”

Voltai le spalle soddisfatto dell'investigazione. Mancavano cinque minuti alla firma per l'uscita, mi avviai speditamente verso il portico. Sapevo bene che Milelli si tratteneva fino alle otto; gli orari delle guide erano ridotti, rispetto a quelli dei custodi.

La Fumasante doveva essere entrata in segreteria; passando vicino alla porta percepii un rumore di pratiche sfogliate. La campana della chiesa vecchia suonò le sette.

Presso il tavolino delle firme si trovavano già tutti tranne me; i giardinieri, il bigliettaio, il caposervizio di turno, le altre due guide, l'archivista appena assunta, il gruppo esterno dei restauratori. Oggi però c'era anche il ragionier Fazzoletti. In genere andava via alle due, ma la questione dei locali pericolanti si era ripercossa anche nella sua attività. La segretaria doveva averlo costretto a rimanere fino a quell'ora; lei continuava perfino a lavorare, rintanata in ufficio col responsabile dei beni culturali della soprintendenza archeologica, appunto la dottoressa Fumasante.

Mi accolse proprio Fazzoletti.

“Aldo, oggi sei l'ultimo! Com'è?”

Sorrisi in modo scontato.

“Piccole cose da sistemare, niente di che.”

Giulio, una delle due guide, volle scherzare platealmente.

“Piccole cose fisiologiche da sistemare? Da quando hai lasciato la stanza fino ad ora sono passati venti minuti!”

“Bravo, hai capito. E' che l'avvicinarsi della firma mi mette agitazione, e allora ecco fatto.”

Michela, l'altra guida, manifestò la sua nota povertà mentale apostrofandoci.

“Ragazzi, che finezza! Non sapete dire altro?”

La affrontai convogliando la rabbia in un canale verbale lucidissimo. Con lei in genere mi veniva bene. Purtroppo dopo sentivo sempre di aver segnato un rigore a porta vuota.

“So dire anche altro, se vuoi. Per esempio che pure l'inizio di giornata mi mette agitazione, ma anche il primo pomeriggio. Sai, scaricarsi fa bene. Tu non ti agiti mai?”

“Ah, ah. Che spirito. Che classe.” Si girò verso Tozzi, il bigliettaio, per cercare conforto. Lui la fece contenta con uno dei due sorrisi che aveva in dotazione, quello senza i denti di fuori. Non conoscevo nessuno gioviale come Tozzi.

Il motore non riusciva ad accendersi, il freddo umido si era affezionato al nostro museo più che ad ogni altro posto di Gaglianello. Gennaio è gennaio, e qui nella valle dei laghi non si scherza, è il mese più difficile. Ma stava esagerando, dalla fine di dicembre avevamo visto al massimo tre giorni di sole compreso oggi. Purtroppo poi eravamo circondati dagli alberi. Belli, maestosi, ma quanta ritenzione idrica nell'aria.

Dovetti scendere a controllare i morsetti delle candele. Mimare i gesti del meccanico mi dava sempre sicurezza, benché mi capitasse raramente di scovare il problema. L'unica volta in cui la riuscita fu conclamata risaliva al corteggiamento di Giorgia. Chissà se le mie mani sporche di grasso e vittoriose la coinvolsero più del resto. Ma da quel felice pomeriggio dello scorso inverno, solo riparazioni operate da meccanici in tuta.

I morsetti sembravano a posto, finsi di vagliare le buone condizioni della batteria e della cinghia. Alzai gli occhi al di là del cofano, Milelli stava ancora lì. Ma non combina nulla, decretai istintivamente, poi arrivò celere il pensiero moderatore. Non fa nulla perché non c'è da fare nulla, a quest'ora. Eppure oscillavo. E' vero che i visitatori non possono più entrare, pensavo, è vero che nessuno lo prega di fare nulla, ma i ladri? Lui è un custode, sta lì per custodire. Se arriva un malvivente Milelli che fa? Gli spara addosso un po' di patafrisi, di pilerie o quello che ha detto, vedi come lo mette in fuga, sempre che si accorga della presenza inusuale. Lo mette in fuga, tutti così dovrebbero essere i custodi.

Continuavo a rimuginare. Le ultime riflessioni superarono la soglia della bocca. Parlai da solo, mi dissi che Milelli era un antifurto inutile con tanto di stipendio, un disadattato, un pazzo. Guardai la finestra, indirizzai la domanda definitiva a voce media.

“Non se ne rendono conto? Perché non lo fanno buttare fuori?”

A dispetto dell'aberrante percorso mentale avrei voluto che Milelli mi guardasse con benevolenza. Quelle deduzioni drastiche non riuscivano a farmelo odiare, si fermavano come moschini davanti al vetro che lo proteggeva preservandolo come fosse un'icona rispettabile. Milelli appariva integrato all'edificio; le finestre bifore dell'ex chiostro proseguivano sul lato destro del museo, fino alla terza che conteneva una figura umana, la conteneva quasi tutti i pomeriggi. Come una pianta ornamentale, ma Milelli era una pianta con gli occhi, e se ora mi avesse scrutato sarei stato addirittura felice. Probabilmente scrutare non era sua abitudine, almeno sul posto di lavoro. Mi chiesi se avesse moglie e figli, o almeno una compagna; non concepivo che pure alle persone care rivolgesse quello stereotipo di sguardo ebete.

Sei mesi fa, quando venni assunto stabilmente come guida, Milelli fu la prima persona che incontrai dopo aver firmato il contratto. Ero appena uscito dalla segreteria; ridevo, piangevo, pensavo a mia madre malata, non avevo tempo per nessuno stimolo esterno. Mi passò di fianco, urtò la mia spalla, era un gigante distratto. O forse lo aveva fatto apposta. In un altro momento gli avrei sparato contro qualche parolina, quel giorno seppi solo voltarmi per un secondo. Così conobbi la sua statura, la sua inerzia. Rimasi stupito dalla componente di curiosità che mi attraversò. Cosa farà qui, pensai, l'addetto alle pulizie? O non potrebbe essere un turista rimasto separato dal suo gruppo?

Nei mesi seguenti ci incrociammo raramente, soprattutto verso sera. Non era quasi mai in compagnia, quantunque certi suoi monologhi mi ingannassero; spesso lo sentivo parlare da dieci-quindici metri, non lo vedevo e credevo che non fosse solo, avanzavo con cautela. Puntualmente però lo trovavo a passeggiare con la tipica lentezza inquietante, su e giù intorno a una mattonella o due, guardando a mezz'aria senza espressione. Non volevo avvicinarmi ulteriormente, avevo una piccola dose di timore ma più che altro una bella fetta di timidezza. Timidezza, a volte ossequio. Milelli poteva essere un poeta che in quello spicchio di tempo forgiava versi irripetibili. Un custode artista, solitario, incompreso da tanti. Ma oggi con quelle parole insensate il mito si era dissolto in un attimo.

Il motore girava bene, percorrevo la strada oltre il bivio di Castelchiaro. Giorgia mi aveva promesso le tagliatelle fatte in casa, il flusso di aria calda sul cruscotto diventava vapore culinario e già sentivo l'odore di sugo. Ripensavo a quell'idiota a cui avevo dato del poeta, provavo rimorso per i poeti veri; mi pentivo per aver ridotto l'idea di lirismo al puro lato estetico, mi facevo pena. Avevo creduto di saper riconoscere un artista da un'inezia del suo comportamento, basandomi su certi dipinti che raffigurano uomini intenti a verseggiare tra gli alberi con una pergamena in mano, rapiti dal loro stesso canto.

Sulla statale c'era meno nebbia; solo un po' nell'ultimo tratto in prossimità del lago. Quando arrivai a Perla avevo fame conclamata. Le luci del casale erano accese in molte stanze, i nostri amici dovevano aver deciso di venire prima. Lottai per scacciare un piccolo fastidio istintivo causato dalla loro presenza a cena; avrei desiderato un lume di candela con effusioni tra le varie portate.

Maurizio e Lina mi accolsero per primi. Ricambiai la loro ilarità mettendo via l'ultimo pensiero.

“Ciao Mauri'! Ciao Lina, siete già qui!”

Renato e Palmetta erano rimasti in cucina con Giorgia, mi salutavano dal vetro. Maurizio mi prese in disparte trattenendomi sull'uscio mentre Lina entrava.

“Ho portato il microfono e la chitarra. Stasera devi cantare per forza!”

“Come in commissariato.” Il mio poco entusiasmo lo stupì.

Durante la cena Giorgia era strana. Forse la preoccupava il padre a letto con l'influenza, forse invece la causa era il periodo di magra col negozio, insomma le mie battute la facevano ridere poco. Invece rideva per le solite quattro cretinate dette da Renato, era amorfa. A un certo punto parlando del mio ambiente di lavoro venne fuori il discorso di Milelli. Fui perentorio.

“No, ragazzi, credetemi. E' proprio matto. Gio', perché non lo vuoi capire?”

“Perché quando me l'hai indicato mi sembrava sano e forte. Una bella presenza.”

Spiegai l'accaduto agli invitati.

“Giorgia una delle prime volte è venuta a prendermi, tanto per vedere dove lavoravo, e Milelli stava parlando con un mio collega. Con Giulio, vero Gio'? Era una coincidenza memorabile, lui passa tutto il giorno in solitudine completa. Ma in quel momento sembrava una persona normale.”

“Amore, Milelli è una persona normale.”

“Sì, certo, patati'. Infatti tu non sai cosa si dicevano.”

Sgranai gli occhi teatralmente guardando prima Lina e poi Palmetta.

“Sapete di cosa parlavano, sapete? Milelli stava accusando Giulio di avergli sottratto il portafoglio. Giulio negava, era sbalordito. Poi per fortuna hanno ritrovato il maltolto sopra un lavandino, lui e Giulio stavano ancora discutendo. Ecco tutto il loro grande dialogo.”

Giorgia scosse la testa.

“Perché sarà un distratto cronico, non ha tempo per preoccuparsi delle cose di questo mondo.”

La criticai secco.

“Allora poteva evitare di preoccuparsi anche del portafoglio, no?”

Sorrise solo Renato, peraltro timidamente. Non capivo se la giuria mi desse ragione. Restavano sospesi nel dubbio. Il mio successivo resoconto sulle frasi astruse che pronunciava non fece presa, o meglio fece presa nella direzione opposta. Si erano incuriositi positivamente. Giorgia poi aveva messo il mattone finale, proteggendo Milelli e giustificandolo appieno. Reagii con riluttanza.

“Non vi sembra matto. Allora lunedì venite al museo, alle sei e mezza. Qui facciamo troppa teoria, troppe discussioni a tavolino. Invece venite, sperimentate. Va bene per lunedì? Renato tu non puoi, lo so. Ma per voi altri mi pare che non sia un problema.”

Maurizio era galvanizzato.

“Line', che forza! Sono proprio ansiosa di conoscere questo... come si chiama?”

“Milelli, amore. Come il compagno di classe di tuo nipote, quello che è venuto a pranzo da noi.” Sembrava disinteressata.

“Sarà il padre?”

Intervenni serio.

“Spero di no per quel ragazzo. Spero di no, Maurizio.” Aprii le braccia. “Allora è deciso? Per lunedì!”

Giorgia mi fissò sconsolata.

“Vuoi prenderti sempre la ragione, con le buone o le cattive.”

Gelai. Sembrava dirmi altre cose, mille altre informazioni criptate in quella frase molesta. Rimossi il segnale.

“Vado a preparare il dessert, aspettatemi.”

Giorgia continuava ad essere strana anche dopo i commiati. A mezzanotte ancora non veniva a coricarsi. La raggiunsi in cucina.

“Nervosa?”

“Nervosa.”

“E' per tuo padre?”

“Non lo so. Papà sta meglio, sta meglio.” Era visibilmente rinchiusa in un silenzio voluto.

“Ho fatto qualcosa? Ti sei offesa per qualcosa che ho detto?”

“Forse sì. Tu classifichi.”

“Guarda che eri nervosa dall'inizio della sera. Milelli non c'entra, è inutile che mi imbrogli.”

Urlò di scatto a testa bassa.

“Allora perché mi chiedi se quello che hai detto mi pesa? Perché!”

Si rintanò nel bagno. Tornavo a percepire un gelo aggressivo, adesso ne connotavo la sorgente dentro lo stomaco. Attaccai per non soccombere.

“Giorgia, se ti sei stancata di me basta che tu...”

Aprì la porta con violenza. Ci scrutammo da dieci centimetri. Rividi la testa bionda che l'anno prima aveva illuminato i miei giorni da zero a mille watt, forse anche lei ritrovò in me qualche tratto del passato. Mi puntava uno zigomo, non sapevo se consapevolmente. Si calmò, sbuffando. Mi guardò tenera.

“Scusami. Aldo scusami. Il negozio mi distruggerà, e distruggerà tutti i rapporti che ho con le persone vicine e lontane.”

La accarezzai, aveva la pelle più tesa del solito.

“Ma allora manda a monte tutto. Se i guadagni non sono quelli che ti aspettavi manda a monte tutto, per favore. Io un posto fisso ce l'ho, e tu puoi ricominciare a fare lezioni private.”

“Da quando ero bambina volevo fare l'erborista, non te l'ho mai detto?” Tornò severa. “Sì che te l'ho detto. Fare l'erborista o comunque curare, curare. Anche se non fosse un'erboristeria, sempre un qualcosa che curi, che aiuti. Mandare a monte significa morire.” Si era chiusa di nuovo, il tono era torvo.

“Morire, che parolona.” Ma sentivo di aver fallito. Lei confermò lo stato di attacco.

“Una parolona troppo saporita, fuori dall'intervallo dei valori normali. Tu vivi di parole medie, parole tiepide. Parole anche precise ma omologate. Se uno sgarra non perdoni. Che siano troppo saporite o troppo insipide, non perdoni. E le parole insensate, quelle poi non le sopporti proprio.”

Mi apparve Milelli, a suggello della triste osservazione.

“Gio', buona notte. Domani ne parliamo.”

Mi convinsi che l'erboristeria doveva essere davvero il problema di fondo. Tornai nel letto. Faticai a trovare la posizione per dormire, se mi mettevo supino visualizzavo Milelli che parlava con la voce e le idee di Giorgia, se mi giravo di fianco costruivo l'immagine di Giorgia che pronunciava le parole insensate di Milelli e si perdeva nel vuoto come lui. Provai a pancia in sotto ma sacrificavo la digestione. Alle due presi sonno, Giorgia era appena entrata in camera. Non feci in tempo a dirle buona notte.

2


Alle sei e dieci del lunedì seguente Giorgia e Lina si presentarono nella biglietteria del museo, spiegando a Tozzi che erano venute a trovarmi e chiedendogli di farle entrare gentilmente. Dal portico li osservavo e sentivo le loro voci un po' a fatica. Tozzi si ricordava di Giorgia, non esitò a farla passare. Poi esaminò velocemente Lina, più per un principio di attrazione fisica che per altri motivi. Lei dovette capire. Per reazione esclamò confusa, ridendo.

“Vuole che faccia il biglietto? Se vuole lo faccio!”

“Noooo, si figuri. Prego, prego!”

Invece la seconda domanda di Lina fu tragicamente precisa e contestuale.

“Senta, c'è mio marito che dovrebbe raggiungerci presto, sta parcheggiando. Siamo solo due, io e lui. Solo per un saluto ad Aldo.”

Tozzi ripeté il si figuri lasciandolo appassire in bocca.

Maurizio arrivò di corsa. Si curò poco del bigliettaio, gli sorrise con economia e transitò senza neanche porsi il problema di pagare o almeno di ringraziare.

Mi raggiunsero a passo svelto. Sapevo che Palmetta non sarebbe venuta, tuttavia mi accontentavo di quei tre testimoni. Milelli stava vicino alla solita finestra, così almeno lo avevo lasciato cinque minuti prima. Salutai da lontano Tozzi. Maurizio mi spalleggiò apertamente.

“Dai, che mi faccio un po' di sane risate. Giorgia, mi dispiace per te ma dovrai soccombere!”

Lina aveva una faccia spenta. Quasi sicuramente si era accodata al marito per inerzia, e per non deludermi. Aspettava immobile, il cappotto bianco la ingrassava più del normale. Maurizio la scosse afferrandole un braccio.

“Vivace, Lina. Vivace!”

Giorgia moderò l'atmosfera.

“Scusa, se si sente di stare così lasciala stare così. E poi non siamo mica al circo. Questa è una cosa seria, Aldo deve imparare a regolarsi.”

Volevo risponderle in modo piccante ma non trovai subito le parole. Mi limitai a farle una smorfia. Indicai il corridoio.

“Le scale sono laggiù a destra. Le saliamo e lui ci aspetta lì dietro, dopo un po' di metri, se non si è mosso. Svelti, dovesse andare al bagno o chissà dove.”

Mi seguirono solerti. Salii le scale pregandoli di non accostarsi troppo, facevo cenno di procedere con disinvoltura. Prima di superare l'angolo riconobbi il mormorio di Milelli, mi voltai fermando il gruppetto con la mano. Mossi le labbra dicendo alt in silenzio, malgrado fossi consapevole che del mio comando avrebbero compreso al più la vocale.

“Vieni avanti,” bisbigliai a Giorgia, “così almeno ti rendi conto.”

Le tesi la mano, me la prese e girammo l'angolo. Milelli era in posizione canonica, guardava fuori. Quasi cantava.

“Filacca pisidòria. Frìttile pisandòria maccarìle...”

Per un attimo mi venne il dubbio che fosse proprio una lirica, enunciata in un linguaggio che non sapevo comprendere. Intanto si era azzittito. Temevo che voltandomi avrei incontrato la faccia austera di Giorgia, pronta a schierarsi dalla parte di quel demente. Invece quando la guardai era soltanto assorta. La interpellai con aria trionfale.

“Bello, eh? Che ne dici?”

Lei non si scomponeva, però era titubante.

“Sarà un vizio, un semplice vizio. Come te che ti mangi le unghie. E poi che male fa?”

Lina e Maurizio ci raggiunsero.

“Come sta andando?” mi domandò Maurizio.

“Aspetta, speriamo che ricominci.”

Giorgia era infastidita. Guardò Lina.

“Ha detto qualche parola strana, è vero. Ma tutta questa idiozia non la vedo. Anzi è simpatico, è rilassante.”

La sua nota fu posta in discussione da un attacco acutissimo, sempre contro il vetro.

“Calìzzi! Mrètile calizzi pisicùra! Pisiiilio!”

Maurizio si tappò la bocca, gli occhi rivelavano un eccesso improvviso di ilarità. Emise un verso per sfiatare la risata. “Mamma mia!” disse Lina, incrociando lo sguardo cambiato di Giorgia. Milelli si voltò come per colpire un pallone di testa. Lentamente il corpo seguì la torsione del collo. Ci sorprese. Non potevamo camuffare le tracce dello sconvolgimento emotivo; le labbra di Maurizio vibravano, Lina era a capo chino, io e Giorgia stavamo uno di fronte all'altra con gli sguardi orientati verso quella sorgente di onde rare.

Camminò verso di noi, pesante alla sua maniera. Quando fu al nostro fianco si fermò. Per la prima volta ebbi paura di un'aggressione. Aveva una muscolatura per niente tonica, ma ero spaventato dall'eventualità di un raptus, sulla scia delle frasi assurde proferite.

Mi fissò, passò di scatto a Lina, poi a Maurizio, infine stazionò negli occhi di Giorgia. In mezzo secondo stirò le labbra disegnando un sorriso teso e le ricompose. Si rivolse a lei con tono spigliato, giocoso.

“Filacca patalusio.”

Subito cambiò espressione, come se volesse pronunciare una frase di condoglianze, una frase triste ma necessaria.

“Patalusio.”

Si allontanò con passo più veloce del solito. Giorgia era a bocca aperta, riconoscevo in lei una netta componente di attrazione. Lo odiai a morte, quasi gridai.

“Gio', quello è matto, capisci? E' matto!” Volevo convincerla con la stessa presunzione di un insegnante che spiega il teorema di Pitagora a un alunno svogliato. Maurizio intanto stendeva un commento, tra una risata e l'altra.

“Se lo racconti non ci credono! Aldo, ma chi l'ha assunto qui? E' matto!”

“Andiamo” dissi bruscamente, continuando ad analizzare le impressioni preoccupanti stampate sul viso della mia compagna.

A cena io e Giorgia non conversammo, se non per approvare il formaggio che ci aveva regalato la signora Stucchi. Ci guardavamo muti, spaesati, forse entrambi consci di aver contratto un morbo simultaneamente, per colpa di un batterio annidato nel museo. Un microrganismo che non attaccava gli individui singoli, bensì le coppie. Il solito batterio tanto studiato e poco compreso, quello che fa raggrinzire una delle due coscienze indebolendone l'attrazione per l'altra coscienza che invece comincia a lievitare terrorizzata, infiammandosi e pressando sul torace. Sentivo che Giorgia era lontana anni luce da me, e scoppiavo dentro. Alla fine non mi trattenni. Sbattei il pugno e urlai.

“Porca miseria, ti affascina! Quell'imbecille ti affascina, ammettilo!”

Inizialmente sentii di avere spaccato un cristallo, ma mi ricredetti. Dagli occhi di Giorgia mi parve di apprendere che il cristallo era già spaccato, io avevo soltanto cominciato a togliere i pezzi di quel penoso mosaico nato da tempo. I suoi occhi mi comunicavano che non si era affatto stupita di quel gesto impulsivo, anzi era come se fosse soddisfatta di vedermi così. Ora attendeva, lo leggevo bene, attendeva che sbraitassi meglio, dovevo strizzare via tutto il fiele accumulato. Ma sbagliavo la chiave di lettura. Mi anticipò coriacea.

“Quanti anni di università hai fatto, compresa la specializzazione?”

Giocava a scacchi, aveva sicuramente pronta la seconda e forse la terza mossa, già pregustava la vittoria. La lasciai fare, mi comportai alla lettera sperando in una sua svista.

“Sette anni, più otto mesi per la dissertazione finale. Stavo per diventare assistente ma ho deciso di cambiare strada. Ti ripeto tutto questo ma dovresti saperlo a memoria.”




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