Eremo Santi Pietro e Paolo



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Eremo Santi Pietro e Paolo

Sabato 13 Marzo 2004


Meditazione – Contemplazione tenuta dal Dott. Giuseppe Anzani

Gesù crocifisso, l’innocente condannato


Devo dirvi che mi ha fatto molta impressione questo Cristo senza croce e senza braccia. È una figura che mi evoca in un attimo alcune sculture gotiche, che ci sono nel mio duomo e nel duomo di Milano. È anche un’immagine di un regista-poeta del bergamasco, Ermanno Olmi, che nel film “Il mestiere della armi” fa galleggiare sopra un fiume un Cristo di legno, mutilato, che i Lanzichenecchi hanno rubato ad una chiesa. Senza braccia, come se qualcuno gli avesse voluto impedire l’abbraccio. Più ci penso - al Cristo in croce, a questo Cristo al muro – e più trovo che, senza l’abbraccio, diventa una tragedia incomprensibile e su questo, anche brutalmente, vorrei richiamare la riflessione vostra, perché non pensiate di essere venuti stasera a vedere chissà quale spettacolo pio, qualche cosa devota. Vorrei dirvi brutalmente che la croce è un attrezzo di morte, come vuole la legge. Noi ne facciamo dei ciondoli e ce li mettiamo al collo, ne facciamo dei trofei e li mettiamo in cime ai campanili o in cima alle vostre belle montagne, forse. Bisognerebbe avere abbastanza brutale pensiero da immaginare che sopra l’altare di marmo, tra i candelabri fosse piazzato un impiccato che penzola giù dalla forca. La croce è anche peggio. Come ci ricorda lo storico romano Tacito, la croce non è neanche il patibolo degli uomini. Gli uomini non vanno in croce, ci vanno gli schiavi. E gli schiavi non sono uomini, sono cose, come le bestie. E quello che penzola dalla croce, questo attrezzo lungo di tortura - perché ci si può stare appesi per ore, per giorni; e il corpo va verso un soffocamento, una tetanizzazione dei muscoli … e quando il condannato vuole rizzarsi per prendere un attimo di respiro deve far forza sui chiodi, in questo spasimo, fino a quando una mano misericordiosa arriva a spaccargli le ossa delle gambe e il corpo si affloscia nella morte. È un uomo questo? No, è un verme! Questa è la morte infame, questa è la morte ignobile, questa non è neanche la morte dei malfattori, è la morte degli schiavi e degli eversori, dei terroristi, quelli che minacciano l’ordine costituito, il dominio che regge il mondo.

Andiamo su a vedere, allora. E la prima cosa che ci viene da chiederci – la gente sensibile, come noi siamo, si incuriosisce, si appassiona anche della gente che muore, che è condannata a morte. Gli chiediamo: “Ma tu, chi sei? Ma che cosa hai fatto?”. Noi ci incuriosiamo dei condannati a morte. Quando leggiamo le cronache che vengono dai paesi dove la pena di morte è conosciuta dalla legge e praticata – sono ancora quasi un centinaio nel mondo questi paesi - noi sappiamo come nei bracci della morte si distende a volte una disperazione lunga … Ci chiediamo: “Ma avranno avuto un regolare processo? Non sarà che la mano si è abbattuta più facilmente sul negro, sul povero, sull’ignorante, sul diseredato, piuttosto che sul bianco, sul ricco? Sul pugile che viene assolto perché è famoso e sul nero che la folla ha indicato come il violentatore della ragazza bianca, per il quale si prepara rapidamente un corda insaponata? Ecco, ci incuriosisce questo. Avrà avuto un regolare processo? “Cristo, chi ti ha processato? Che cosa hai fatto? Noi i processi li facciamo a tutti. Abbiamo fatto il processo ad Eichmann, abbiamo fatto il processo a Priebke, stiamo facendo il processo a quel violentatore di bambini, nel Belgio. Abbiamo macinato processi su processi. Tu, che cosa hai fatto? Perché sei condannato?”.

E ci sentiamo dire – vedendo quel cartello che gli hanno messo in testo e parlando con quel centurione che viene giù dal colle, insanguinato (chissà quanti ne avrà ammazzati lui, uno specialista di queste esecuzioni) che dice: “Questi è il Figlio di Dio”. Ma, centurione, tu non sai cosa dici, ma tu sei pazzo. Il Figlio di Dio. Ma sai cosa vuol dire Dio? Dio è una parola impronunciabile. Dio è un volto che non si può guardare, chi lo guarda non può restare vivo. E come può penzolare da un legno? Questa è una bestemmia! Questo è uno scandalo! Oppure, oppure tu forse non credi. Tu forse hai questo moto del cuore, guardi verso il cielo e immagini che di là ci sia qualcuno che ci spieghi questi enigmi, in cui noi brancoliamo. Lo chiami Dio forse anche tu, divinità, ma allora se tu immagini che un Dio faccia morire un Figlio innocente, allora questa è una follia. O bestemmia, o follia, non si scappa, non si scappa! E io non voglio, almeno questa volta, passarla liscia, perché la fede è dura, la fede si paga, la fede si sconta attraverso questo buio che deve attraversarlo fino in fondo questo mistero. Ha ragione Turoldo quando dice, in una sua poesia, tratta dai Canti Ultimi: “(No, no) Credere a Pasqua non è giusta fede. Troppo bello sei a Pasqua. Fede vera è al Venerdì Santo, quando tu non c’eri lassù, quando non un’eco risponde al suo alto grido e a stento il nulla dà forma alla tua assenza”.

Scandalo e follia. Bisogna attraversarlo tutto questo abisso del dolore crocifisso, perché non si esce alla luce senza essere trascinati fuori da una potenza che è più grande della follia e dello scandalo. E allora, andiamo su, andiamo su a vedere, andiamo su a vedere, a guardare questo processo. Fateci conoscere le accuse, vogliamo sapere, vogliamo capire. Che ha detto il Pubblico Ministero, che ha detto l’avvocato, che ha detto la sentenza? Ecco, davanti al Sinedrio, dove c’è il primo processo, compaiono i testimoni d’accusa, che parlano della distruzione del tempio. Gesù di Nazaret, mi sembra che lì è condannato a morte per un odio che viene da lontano, che l’ha spiato quando lui guariva di sabato, rimetteva i peccati al paralitico, prima di farlo “zompare” su e portarsi via il lettuccio, quando perdonava l’adultera, quando andava in casa di pubblicani e peccatori. L’hanno spiato. Questo odio non sopporta la straordinaria forza di un amore che coinvolge il cuore, la ragione, l’esistenza; di un amore folle, folle, che ha rivoluzionato la relazione tra uomo e uomo, il rapporto dell’uomo col denaro, col potere, la religione, persino con la legge del sabato, di fronte all’accoglienza, all’ascolto, alla guarigione, alla salvezza. Ecco, lì, al Sinedrio, Gesù di Nazaret è condannato a morte dai preti perché incarna il volto e l’agire di un Dio umano. Un Dio umano: che bestemmia! Un Dio umano, dalla misericordia infinita.



Davanti a Pilato comincio a capire qualcosa di più. Finalmente lì si ha a che fare con un capo d’accusa che riguarda le relazioni civili, le relazioni sociali. “Ha turbato l’ordine pubblico”. “Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, proibiva di pagare le tasse a Cesare, diceva di essere il re”. Questa è veramente una accusa inconsistente e il giudice lo sa. Lo sa talmente bene che lo dice tre volte. E il cronista (sentite un po’ che reportage che ne fa, è bellissimo): Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, la autorità e il popolo (tutti li mette lì, tutti), disse: Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, non ho fatto l’istruttoria segreta, l’ho messo proprio tutto in pubblico, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate e neanche Erode e infatti me l’ha rimandato. Non ha fatto niente che meriti la morte. Perciò dopo averlo castigato (chissà perché) io lo rilascerò. Questa è una specie di pre-sentenza, è una promessa di sentenza, è la sentenza istruttoria. È come dire: questo non ha fatto niente, io lo rilascerò. Ma essi si misero a gridare tutti insieme: a morte costui, dacci libero Barabba. Quest’ultimo era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città. Pilato parlò di nuovo loro volendo rilasciare Gesù: ma che male ha fatto costui? Ma essi urlavano: crocifiggilo, crocifiggilo. Ed egli per la terza volta disse loro: non ha trovato nulla in lui che meriti la morte; lo castigherò severamente e poi lo rilascerò. Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso. Le loro grida crescevano e allora Pilato decise che la loro richiesta fosse eseguita e rilasciò loro Gesù. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e che essi richiedevano e abbandonò Gesù alla loro volontà. Allora qui Gesù è condannato a morte perché comunica la liberazione e la vita mentre il sistema di potere e di dominio per conservarsi ha bisogno di dare la morte. Vedete la differenza. Il Sinedrio rappresenta il potere culturale, legislativo, religioso. Il procuratore di Roma rappresenta l’impero occupante che fornisce il braccio armato per dare la morte. Chi è questo Pilano. Io ha trovato la notizia che ne dà il filosofo Filone di Alessandria che ne parla come di un essere arrogante, duro, capace solo di violenza, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose. Chissà se questo Filone era un cronista imparziale. A noi pare che l’infamia di questo giudice sta nel fatto che Pilato è convinto dell’innocenza dell’imputato eppure lo condanna a morte. E non è convinto in segreto, lo dice chiaro, lui l’istruttoria la fa in pubblico e in pubblico proclama: è innocente. E tre volte dice questa parola, ma stranamente non la esegue. Brutalità, cinismo, ragion di stato? Forse no. Pilato è semplicemente un giudice vigliacco. Chissà perché il suo nome è entrato nella storia, in tutte le messe: patì sotto Ponzio Pilato. Il giudice vigliacco. Ma non è solo. Da qualche tempo dietro la nostra scrivania ci hanno fatto scrivere, oltre che “la legge è uguale per tutti” “la giustizia è amministrata in nome del popolo”. Chissà cosa vogliono dire. Pilato amministrava la giustizia in nome di Roma ma non se n’è “disimportato” del popolo quella volta, perché è stato anche il popolo che là ha sentenziato: crocifiggilo! E questo urlo della folla. E per ultimo forse nel popolo c’era anche i suoi che l’hanno abbandonato. E così alla fine, quando l’innocente muore, è un verme sul legno, non c’è più nessuno. La sua morte è la sconfitta e l’abbandono. Dio non si muove. Sì che si aspettava qualcosa: vediamo se viene Elia a liberarlo, oppure, scendi dalla croce e ti crederemo. Non scende. E non viene nessuno. Alla fine egli getta un tremendo grido: perché mi hai abbandonato? che sfonda il cielo.

È il mistero di questa ora delle tenebre. È l’assurdo infinito di un innocente condannato, di un’ingiustizia suprema. Io vi confesso che a volte a questo punto non ho più il coraggio di alzare gli occhi sul morto. Adesso che sei morto non ti voglio più vedere, non ti voglio più guardare, non ho cuore di guardarti, non ha più senso, non riesco più a capire. Non ti sei salvato. Perché non ti sei salvato? Forse qualcuno ci dovrà spiegare perché doveva patire Cristo. Perché noi non lo capiamo. Credevamo… come i due di Emmaus. Perché il Cristo doveva patire per entrare nella sua gloria? È come sentire quelle riflessione della teologia che il Cristo compiva allora la volontà del Padre. La volontà del Padre? Come è possibile una volontà che dà morte al Figlio? Da qui viene una delle massime obiezioni alla credibilità, delle massime obiezioni ad una fede che fa buttare sangue, che pure è stata cantata in questa maniera da Bossuet, per esempio. L’ira del Padre… come è possibile? Certo, qualcuno dice: è il paradosso di Dio e la morte dell’innocente che libera dalla condanna il colpevole, che nella morte del Figlio si consuma il mistero dell’amore, della sofferenza e della gloria. Io non capisco. Giovanni ci presenta un Figlio che muore ed è glorioso nel momento della morte, ed è gloriso, in qualche maniera fuori del tempo, fuori di quel suo spazio. Io non lo capisco. Certo, la nostra fede è fede nel risorto, ma attraverso al croce. Io non lo capisco. Mi si dice che ciò che non capisco dovrebbe essere adorato, ma Cristo, Cristo vorrei tirarti giù da quella croce, come Pietro un giorno ha cercato di dissuaderti da questa follia e tu lo hai sgridato con un parola così tremenda, con l’insulto peggiore. Cristo però lasciaci un poco capire, facci venir via un poco, facci girare gli occhi dalla tua insopportabile croce, andiamo via, torniamo in città, torniamo nel mondo. Noi abbiamo bisogno di fare giustizia, facciamo giustizia. Qui si è consumata la peggiore delle ingiustizie. Ma sì, scendiamo giù, andiamo in città. Come si spiega allora che il nostro panorama è ancora pieno di croci? Chi sono i crocifissi, che cosa hanno fatto? Chi li ha condannati? Ci sono croci che sembrano derivare dal caso, dalla sventura, a chi tocca tocca. La roulette della vita. La stessa cosa è nascere sani e nascere malati, nel corpo e nella mente. Ma ci sono tante tante tante croci che nascono da sentenze nostre, di giudici vigliacchi gli uni degli altri. Ci sono tantissimi crocifissi innocenti. La storia che noi studiamo, quella che i nostri ragazzi studiano tuttora a scuola, a cominciare dalle caverne, è la storia delle guerre che hanno fatto le genti, dalla clava, dalla lancia, dal giavellotto, da quello che canta Omero fino alle moderne diavolerie delle armi di distruzione di massa, che invano si vanno cercando ora nelle cantine del paese occupato ma che certamente di sono sulla faccia della terra. Solo nel secolo scorso, delle grandi guerre, dalla Grande Guerra del ’14-’18, della Seconda Guerra Mondiale, quella che ha portato all’ecatombe nucleare (il grande sole di Hiroshima), all’olocausto coi sei milioni morti nei campi di sterminio. Pensate che nel 1948 il mondo ha promesso “mai più guerre!”: la Dichiarazione universale delle Nazioni Unite. E poi … anche adesso siamo in guerra. E negli anni passati abbiamo avuto l’ex Jugoslavia, la regione dei Grandi Laghi, gli Khmer rossi. E le cose che accadono durante le guerre! Le cose che accadono sugli innocenti, sui bambini, sulle donne. Cose che non sta bene ripetere qua ma che riempiono di orrore. Questo è un mondo pieno di crocifissi. Chi ha sentenziato queste atrocità? E la disuguaglianza non fa forse morire a migliaia gli innocenti ? Certo anche oggi, prima di sera, si conteranno a migliaia i bambini che saranno morti per fame, per mancanza di acqua pulita, per la diarrea. E non ci pesano come vittime innocenti sulle sentenza tacite che li condannano, questi Cristi, questi figli dell’uomo, questi piccoli Gesù? Noi trasecoliamo quando nei nostri tribunali durante i processi affiorano storie di bambini seviziati, storie di pedofilia, storie (sento dire in quella trasmissione che fa Forbice) di bambini rapiti, portati in Sudafrica e depredati degli organi. Di quelle cose! A stento ci stanno nei deliri! Ci sembra di non riuscire neppure a credere a simili violenze. Eppure è talmente banale l’innocente crocifisso, nella poesia di una poetessa moderna l’immagine di questo enorme grido silenzioso: “tace il bimbo innocente condannato al patibolo dell’aborto”. Ancora centocinquantamila all’anno in Italia. E le disarmonie dentro la società, quella che soffoca proprio il grido dei miserabili, dei poveri. Non è vero che decisioni di vita o di morte si prendono ancora oggi da infiniti Pilati dentro questa società? Leggevo due giorni fa sul Corriere della Sera un articolo di Tiziano Terzaghi, uno scrittore che ha vissuto tanto tempo in India, ora vive a New York, e diceva che ogni tanto guardando a Manhattan vede passare qualche impiegato con la valigetta di cuoio, entrare in un banca e dice: quest’uomo che nessuno ha eletto, che nessuno conosce, quest’uomo ha nella sua valigetta di cuoio documenti che gli permettono in un attimo di spostare valanghe di denaro da una paese all’altro, secondo che gli rendano di più o di meno, condannando qualche volta alla disperazione le popolazioni. È giusto questo? Noi viviamo in un mondo fatto così.

C’è un poeta musulmano che ha lasciato questa poesia che trafigge. Dice così: “La tua voce, Nazareno, è l’agonia di un flauto, la mia gola è di spine, le mie mani un braciere e come te io vivo ancora. A Betlemme per incontrarti ho attraversato il ponte dei chiodi, la tua morte è mia, il tuo sangue è il mio e come te io vivo ancora. Ho seguito il cammino della croce, ho conosciuto il tormento del profeta, sono stato tradito, mille giuda gridano: crocifiggete l’arabo!”.

E persino dentro la famiglia, dove l’amore è promesso, non si trova a volte una croce? Quando ci si rinfaccia l’un l’altro la pochezza dell’essere, facendo colpa dell’altro il proprio vuoto di amore. No questa terra è un’aiuola troppo feroce per poterla amare. Siamo venuti via da là e non abbiamo trovato altro che l’assurdo di croci moltiplicato. Per potervi invocare salvezza sulla terra invece che distruzioni. In sintesi io trovo che tra gli uomini il mistero più grande, questo delirio di potenza e di onnipotenza che è condanna a morte dei propri simili. L’ingiustizia, le armi, le mine. Le sappiamo tutti ormai. Ma c’è qualcosa di più che non diciamo mai: sono anche le dottrine, le verità astratte che si sono fatte complici delle condanne e perfino le religioni, se diventano ingredienti dei sistemi del mondo, come il fondamentalismo e gli integralismi e le complicità con i poteri.

Quando è morto lui il velo del tempio si è spaccato.

E infine l’ultima cosa che voglio dirvi e che mi brucia molto. L’ultimo dato che ci imparenta con la morte è la morte, questo appuntamento cui non pensiamo mai e che ci suona condanna, ci brucia il cuore. Lo sappiamo quando qualcuno dei nostri cari ci viene strappato e ci turba perché la morte è una brutale, assurda, sottrazione di relazioni, la morte ci toglie agli altri uomini e ci toglie a Dio perché è stipendio di peccato, è detto nella teologia, la morte è frutto del peccato. C’è una irrazionalità suprema nel morire perché è scritta dentro la nostra carne un’altra legge, la legge della vita e dell’amore e la morte la falcia. La morte è il nonsenso definitivo.

Torniamo su allora, perché ci hanno detto che è successo qualcosa nel frattempo, prima che lui morisse, è successa una cosa strana. Con lui crocifissero anche due ladroni uno alla sua destra e uno alla sinistra. Uno dei malfattori appeso alla croce la insultava: non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi! Ma l’altro lo rimproverava: neanche tu hai timore di Dio e sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, ma lui non ha fatto niente di male. E aggiunse: Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. Gli rispose: in verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso. Gesù non si salva, non viene giù dalla croce. Ma salva il ladrone. E il ladrone incomincia a prepararsi attraverso questa sofferenza, questo dolore simile a quello di Gesù. Lui, il ladrone, proclama la sentenza di giustizia: Gesù non ha fatto nulla di male. Incomincia a esortare il suo compagno al timore di Dio perché questo timore è già in lui, è già convertito, è già coinvolto anche lui in questa misteriosa condanna dell’innocente, dell’uomo senza macchia. Quando si rivolge a Gesù … io non sono tanto pratico di vangeli, ma mi sembra che sia l’unica volta nel vangelo in cui invece di chiamarlo Maestro o Signore, ci si rivolge a lui come se fosse un collega di patibolo: Gesù! E non gli chiede niente, gli chiede soltanto: “ricordati” e su di lui viene fulminata questa misericordia istantanea che non gli chiede più conto di quello che ha fatto. Lui giustamente si condanna: noi paghiamo per le nostra azioni, dice. Quindi lui sì è un malfattore, un ladrone un delinquente, un farabutto. Non è un innocente crocifisso. Lui è il colpevole crocifisso, salvato. Ecco il paradosso di Dio che si compie.

Adesso cominciamo a capire qualche cosa, a capire il perché c’è un innocente crocifisso, perché doveva patire per entrare nella gloria. Perché questo è il prezzo del salvamento del colpevole. Perché la colpa c’è, allora, la colpa c’è nella storia e il fatto che qualcuno si sia imparentato con questa iniquità, cioè che sia stato annoverato insieme ai malfattori, che sia diventato un numero insieme con loro, finisce per essere lo scudo definitivo che ci salva dai territori della maledizione. È un uomo santo ed innocente, annoverato tra i malfattori, che impedisce una volta per tutte che l’ira di Dio piombi sul malfattore perché questo sovrappiù di amore, ha incenerito il peccato la miseria, il delitto. Ha vinto la morte.

E così Gesù è l’innocente che non condanna l’adultera quando tutti gli altri vogliono farla morire a sassate e sembra dire: voi avete inventato i tribunali perché siete incapaci di salvare, voi preferite giudicare, voi avete sempre qualche articolo di legge che vi dà il diritto di colpire il vostro fratello e non vi preoccupate di vedere nel suo cuore, nella sua vita, nella sua esistenza il mistero che c’è dentro. L’egoismo è sempre capace di giudicare. Ogni uomo innalza il suo tribunale, chiama gli accusatori, diventa giudice, ha una ragione virtuosa per essere crudele. Gesù, un maledetto dalla legge, che sta nella massa degli iniqui, è il punto estremo di separazione fra Dio e gli uomini, ma è l’innocente che trasforma il nonsenso della morte in senso, perché muore in obbedienza a Dio in solidarietà con gli uomini.

Ecco perché c’è quella invocazione così misteriosa, assurda per la sua parte, che dice: ave crux spes unica. Unica speranza la croce. Non più nonsenso, non più attrezzo di tortura ma segno di speranza. Come è possibile che sia segno di speranza? Perché l’innocente condannato ad una morte vergognosa …se consideriamo oggi quello che è accaduto, la luce che è venuta dal crocifisso, quello che ha insegnato a una quantità incredibile di gente senza nome come la sofferenza può esser accolta, sopportata, vissuta con un senso. E così all’ombra del cristianesimo è maturato un poco per volta il concetto del valore della sofferenza. Il crocifisso risorto invita allora a riconoscere che sono cose divine anche la bassezza, la povertà, la derisione, il disprezzo, la sofferenza e la morte.

Dunque tutto questo percorso che abbiamo fatto in discesa, dentro la nostra condizione storica, tutto è riscattato, fin giù nelle radici buie, nelle cantine dei nostri terrori. Dalla redenzione di Gesù scaturisce allora per i cristiani anche una coscienza sociale che è rivolta ad una giustizia rigorosamente universale, che cancella l’idea di nemico. La croce preserva la politica dall’idolatria e dal totalitarismo, dall’indifferenza e dal disimpegno.

Cristo non ti vogliamo più togliere dalla croce, abbiamo capito che sei lì come un segno di amore infinito. Anzi è proprio perché tu sei lì che finalmente l’ultimo nostro pensiero, l’ultima nostra preghiera, è che ci salvi dalla nostra disperazione, perché se noi guardiamo dentro il nostro cuore, il nostro cuore ci condanna. Ma anche se il vostro cuore vi condanna, tu dici, il mio amore è più grande del vostro cuore. Sono parole sue che ha detto ad una santa, forse sant’Angela da Foligno, non mi ricordo più. L’amore che vi porto è più grande del vostro cuore.

Mi viene da chiudere con una specie di preghiera, una poesia di un uomo del nostro tempo che ha messo in luce alcuni dei suoi disperati deliri, Pier Paolo Pasolini. Dice così: “Cristo alla pace del tuo supplizio, nuda rugiada era il tuo sangue. Sereno poeta, fratello ferito, tu ci vedevi coi nostri corpi splendidi (?) infermità. Poi siamo morti e a che ci avrebbero brillato i pugni e i neri chiodi, se il tuo perdono non ci guardava da un giorno eterno di compassione?”.



Lui l’innocente crocifisso è il perdono.




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