Eric mouchet



Scaricare 19.07 Kb.
22.12.2017
Dimensione del file19.07 Kb.



ACHILLE BONITO OLIVA

Curatore della mostra
Rigori della tecnica e dell’armonia nell’archipittura di Le Corbusier (*)
Il sogno dello stile abita l'opera di Le Corbusier, attraversato naturalmente dal dinamismo futurista, che non significa però semplice astrazione bensì anche fascino dell'essenzialità al limite di un arcaismo complesso e moderno. Perché i rigori della tecnica e dell'armonia comportano sempre un'essenzialità che confina con la stilizzazione, effetto questo della produzione tecnologica.

Le Corbusier costruisce delle macchine formali che contengono dentro di sé l'idea della costruzione e dell'incastro, una complessità sempre montabile e smontabile a vista d'occhio: un procedimento che possiamo ritrovare nel giocattolo.

Anche il quadro e il disegno sono costruiti con una volumetria che riesce a coniugare insieme i principi del dinamismo e quelli della messa in scena teatrale. Le forme sono disegnate e dipinte con ampi spessori e con un gusto cromatico forte ed accentuato, capace di restituire il senso dell'artificio, specifico della scena urbana.

Una vitalità segna le figure e gli oggetti, restituita mediante l'uso di linee curve. Una consistenza volumetrica sembra contraddire il principio futurista della velocità che scompone i corpi e li rende astratti. In questo caso Le Corbusier realizza il paradosso di creare un'immagine in bilico tra futuro ed un sentimento dell'arcaico che sembra dare una sorta di timbro formale, una cifra intenzionale che nasce dalla necessità di stilizzare, come per la produzione industriale, l'opera.

Nello stesso tempo l'immagine ha sempre una valenza onirica, fatta di montaggi di situazioni inedite e di accostamenti fuori dall'usuale. Il futurismo di Le Corbusier è riconducibile all'apparizione di un movimento che articola lo spazio in maniera da accostare per accelerazione gli oggetti tra loro, ma senza farli decollare fuori dalla legge di gravità.

L'elemento arcaico è dato dal fatto che le figure sono appena sbozzate e non rifinite, date a grandi colpi, come per creare uno spettacolo per uno sguardo infantile. Un senso del gioco attraversa sempre l'opera di Le Corbusier al limite di una ornamentazione capace di allegria e di leggerezza.

L'idea che abita la composizione nasce senza dubbio dall'idea della città moderna, fatta di avvenimenti che si accavallano incessantemente ed in maniera eclatante. L'ornato è la conseguenza di questa teatralizzazione che mette in evidenza motivi di decorazione quali segni di allegria.

È il sentimento di fondo dell'opera di Le Corbusier che ha un sentimento affermativo dell'arte, capace di mettere in scena il senso della vita fatta di movimento e trasformazione, vissuti però in un' ottica di innocenza e di scoperta.

L'arcaico dunque confina col recupero del mondo dell'infanzia che significa poi sentimento della sperimentazione di immagini costruite liberamente, fuori dagli schemi accademici e da ogni idea di bello. La goffaggine dell'immagine è la conseguenza di una velocità creativa divorante che non lascia spazio alle rifiniture. Nello stesso tempo la stilizzazione di questi meccanismi è il portato della consapevolezza della civiltà industriale che attraverso lo stile produce serialità e possibilità della ripetizione.

Ma le immagini di Le Corbusier sono paradossalmente irripetibili, in quanto bilanciate da un sentimento dell'ironia e del grottesco che stravolgono le figure. L'allegria abita tutte le composizioni e le dispone sotto un segno di celebrazione della vita più che della macchina, del gioco più della produzione. Non a caso Le Corbusier è il frutto di un incrocio tra allegria primigenia, infanzia ed anche civiltà contadina, e senso della geometria, che significa la necessità del progetto e consapevolezza dei tempi nuovi abitati dalla macchina.

In definitiva per Le Corbusier la città è lo spazio degli incontri casuali e per questo onirici, il luogo della teatralizzazione dell'esistenza imprevedibile che il dinamismo della macchina tende ancor più a rendere allegri. L'arte è lo strumento di formalizzazione di tale visione del mondo, la capacità di fissare i sogni ad occhi aperti in maniera che tutti ne possano usufruire allegramente.

Il movimento purista, in uno sguardo retrospettivo, è stato più equilibrato di quanto non sembri a prima vista o leggendo le cronache dell'epoca. Infatti le opere ed i manifesti teorici ci consegnano l'identità di un gruppo artistico che coniuga insieme l'apologia internazionalista della macchina con il recupero della radice mediterranea.

In ogni caso quello che marca anche la sua generazione è l'adesione al principio dell'arte come ricerca capace di assumere l'oggettività dell'esperienza scientifica. Opera con un empito interdisciplinare che lo porta verso soluzioni linguistiche che corrispondono sempre ad una visione filosofica della esperienza creativa e della vita in sé.

Una sorta di sguardo fenomenologico regge la mano dell'artista che non compie alcun processo di proiezione o di identificazione affettiva verso i materiali recuperati per la composizione dell'opera: essa è il frutto di un'operazione di distanziamento direttamente proporzionale a quella di estraniamento che accompagna l'assunzione di elementi extrartistici. Si può dire che non esista complicità tra Le Corbusier e la materia, né processo di sublimazione di pulsioni oscure.

Uno strumento di distanziamento adoperato è la vena di una sottile ironia, intesa proprio come passione filosofica che si libera nel distacco, che attraversa l'opera e si propone come sguardo che affronta il mondo mediante un'ottica a campo totale.

Nel caso di Le Corbusier il campo totale è dato da una sorta di distanziamento o vista dall'alto della composizione che ci restituisce la mappa totale dell'immagine e nello stesso tempo ci impedisce una interrogazione ravvicinata. L'arte diventa una sorta di conoscenza delle grandi distanze, intese come impossibilità di sfondare il mistero delle cose e come possibilità di trovare l'ottica, il cannocchiale giusto per inquadrare l'essenza e la superficie delle cose stesse, tra Picasso, Miró, Ozenfant e Léger.

Una sorta di ottica aerea assiste 1'opera di Le Corbusier che tende così ad evidenziare il processo di approccio alla conoscenza, a sfidare la strutturale impersonalità della ricerca scientifica mediante la fondazione di un oggetto linguistico autonomo rispetto al suo autore, capace di darsi nella sana estraneità che accompagna il rapporto di analisi dello scienziato con il suo campo investigativo.

Tale estraneità comunque non fonda fremiti mistici o rimandi metafisici, semmai tende a sottolineare i caratteri strutturali del fenomeno della conoscenza che sono, nel campo dell'arte, l'indeterminazione e la bellezza, conseguente all'impossibilità di una conoscenza statistica. Nell'opera di Le Corbusier circola sempre un'aura, una oggettività estraniante che fonda una sorta di intercapedine tra sguardo dello spettatore e manufatto artistico. Il materiale extrartistico interagisce con la materia della pittura attraverso un cortocircuito che assorbe in una unica dimensione la diversità.

Questa dimensione è quella del galleggiamento, una sospensione frontale e schiacciata dall'alto dell'immagine che presenta in tal modo le sue componenti dichiarate nella loro sovrapposizione di piani. Gli organismi formali di Le Corbusier infatti si danno sempre come geografie cosmiche, carte geografiche per lo sguardo che indietreggiando può assumere una visione totale, e per questo filosofica, delle cose.

Le cose ovviamente sono la cosa, la materia costitutiva di tutte le materie, che sprona l'artista ad applicarsi con gli strumenti che gli sono propri e che non impediscono una sfida conoscitiva, capace di sottrarsi al pathos della soggettività e della declinazione sentimentale. Infatti nell' opera di Le Corbusier non c'è mai caduta lirica, intesa come afflato puramente emotivo, semmai una tensione verso un respiro cosmico in cui sono i livelli geologici dell'immagine a produrre profondità e larghezza.

Centrale nel lavoro di Le Corbusier è la convergenza di tutti gli strati della cultura ed anche di tutti i linguaggi possibili, in un movimento verso la totalità espressiva che coniuga insieme arcaicismo e modernità, materia e tecnica, in una tensione che talvolta sfiora accenti wagneriani. Arcaica è la stratificazione delle forme, mentre è moderna la concezione della consonanza tra ricerca artistica e quella scientifica.

La larghezza invece è l'effetto di una concezione sperimentale dell'arte, della conquista di un'idea spaziale che non affonda nell'illusione del trompe-l'oeil ma piuttosto si espande sulla superficie e magari conquista una terza ed una quarta dimensione corrispondenti alle concezioni più avanzate della scienza moderna. Succede allora che i dati antropomorfici si espandono in un liquido spaziale secondo una sconnessione ritmica che ricorda paradossalmente i movimenti charlottiani, in cui abiti e forme ambientali sembrano inseguire afasie e squilibri spaziali che tutto sommato creano un equilibrio instabile. Tutto si tiene nell'opera di Le Corbusier, in quanto esiste sotto i livelli della forma una concezione unificante capace di tenere insieme una costellazione di elementi, un intreccio di segni e materie che galleggiano nella naturale instabilità dinamica dello spazio e del tempo, all'incrocio di queste due dimensioni che sono le coordinate di ogni movimento.

Stasi e movimento, disegno e spessore si alternano in ogni composizione, tutta calata in uno spazio circolare, come la volta celeste, in cui i corpi sembrano essere soggetti ad un moto perpetuo ed inarrestabile, lento fino al punto da permettere la percezione di ogni dato particolare.

Vicino e lontano, intero e dettaglio si intrecciano nell'ottica del quadro che si presenta come un universo oggettivamente presente sotto lo sguardo cannocchiale dello spettatore.

I caratteri di oggettività e di presenza concreta sono riaffermati mediante l'assunzione di un ulteriore carattere appartenente non alle arti figurative ma al teatro, l'evento. La cornice del quadro diventa come una sorta di palcoscenico che delimita 1'accadimento, l'avverarsi dell'immagine che presenta la sua oggettiva estraneità di materia e di forma alla contemplazione del pubblico. Questo si trova in tal modo davanti ad una forma carica di dinamismo e di rallentato plasticismo nello stesso tempo. Le Corbusier porta lo spettatore nella condizione di poter guardare da un osservatorio privilegiato, quello della forma, da cui è possibile risalire ad un'idea totale, oggettivamente cosmica delle cose. Tale dimensione presuppone insieme il peso terrestre e 1'astrazione celeste, 1'essenza del numero e lo sviluppo biologico della materia, la crescita e l'arresto, il volume ed il puro colore.

Comunque tutto si muove in circolo, secondo linee di scorrimento che avvolgono tutta la composizione e la rendono campo di un sistema di relazioni mobili, secondo le regole di un eterno motore che sembra perdere gli ardori tipici della predica futurista e cubista ed acquistare invece la cadenza pacata di una visione filosofica che travalica anche la modernità, una visione purista.



Arriviamo così all'astrazione di forme che rimandano ad una sorta di universo neoplatonico dove le forme pure, nella loro concreta astrattezza, si fronteggiano nella perfezione di un'immobilità che comprende ogni possibile movimento, che poi è l’essenza dell'arte che trasfigura ogni dettaglio in dato universale.
(*) Dal testo in catalogo Electa




©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale