Ermeneutica lezione 8/03/2018



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ERMENEUTICA Lezione 8/03/2018

L’ Ermeneutica ci consente di lavorare attraverso l’uso dei concetti. Nel nostro caso specifico ci permette di comprendere le origini filosofiche su cui si basano i costrutti psicologici. Inoltre tale disciplina è quel contesto che noi definiamo “contesto di senso” che ci permette di interpretare ciò che è sotto la nostra attenzione: in gergo è chiamato repertorio culturale.

Lo studio della disciplina ci permetterà di avere le basi su come spiegare e comprendere mettendo in ballo sia la soggettività che l’ oggettività poiché c’ è interdipendenza tra soggetto che interpreta e oggetto che viene interpretato.

Per l’interazione è necessario che il contesto nella quale avviene sia lo stesso per il soggetto e per l’oggetto. In effetti nella relazione che si istaura tra psicologo (soggetto) e cliente (oggetto) è necessario intendersi sui termini che costituiscono il testo del cliente. Sarà importante togliere la polisemia e l’ambiguità che li caratterizza perché sappiamo che ogni segno del testo ha tanti significati. Ecco quindi spiegato il bisogno per il quale è necessario ridurre all’ unicità il segno in modo tale che sia oggettivamente condivisibile per poter comprendere il cliente. In base al termine di riferimento la dualità tra soggetto e oggetto va avanti e indietro.



Tuttavia dobbiamo domandarci, cosa ci permette di avere la concretezza e allontanarci dall’ astrattezza dei concetti?

Per rispondere dobbiamo far rifarci a Husserl, uno dei più importanti filosofi del ‘900, e nello specifico a una sua famosissima frase “Bisogna ritornare alle cose stesse”.

Husserl ci sta dicendo di non andare oltre le cose, di ritornare a esse per come sono state conosciute. Infatti il ritornare è riferito a quella conoscenza che avevamo dell’oggetto fatta attraverso i sensi nel corso del tempo.

Quindi l’esperienza è soggettiva?

Innanzitutto dobbiamo ricordare che alla base dell’esperienza vi è la percezione di qualsiasi nostra conoscenza che abbiamo nel mondo. Infatti il rapporto IO – MONDO è un atto percettivo, è il primo atto conoscitivo. Tramite questo processo analizziamo l’oggetto da diverse prospettive ovvero applichiamo la situatività nel luogo. Per la figura dello psicologo la situatività è importantissima poiché gli permetterà di vedere il mondo attraverso le stesse lenti del cliente. Quindi Husserl quando dice “Bisogna ritornare alle cose stesse” indica essere necessario cambiare la prospettiva entro la quale esse si stanno osservando.

Dopo un’attenta analisi la percezione è stata definita dalla Professoressa D. De Leo come una relazione percettiva. Ciò di cui il soggetto ha esperienza può essere concreta, astratta o immaginaria (ma è sempre nella mente dell’individuo) quindi è soggettiva? La conclusione è contradditoria con il termine relazione. Eppure bisogna considerare che questa relazione parte con un atto percettivo, quindi un’intenzionalità del soggetto che decide di concentrarsi su un elemento e solo successivamente sarà l’oggetto a rapportarsi al soggetto. Quindi in un primo momento la percezione sarà prettamente soggettiva consentendoci di fare spazio all’ IO ma poi sarà l’oggetto, il MONDO a svelarsi. Alla fine di ciò il soggetto potrà elaborare un giudizio.

Il giudizio viene interpretato nei termini Kantiani di conoscenza che si ha di un oggetto. (Anche Heiddeger aveva una concezione di versa di pregiudizio rispetto a come la intendiamo oggi, per lui significava una pre-conoscenza che potesse indicare la via giusta per la comprensione).

Riassumendo possiamo dire che nella citazione di Husserl ritroviamo:



  • Intenzionalità;

  • Protenzione;

  • Riduzione .

L’ IO intenzionalmente attua un’ azione verso l’ oggetto, protenderà ( anticiperà) quello che potrebbe essere, l’ oggetto si svela con segni connotativi e denotativi e l’ IO ridurrà gli elementi trattenendo solo quelli che permetteranno di sintetizzare un giudizio. Il giudizio non è più del soggetto perché orientato dall’OGGETTO. È l’oggetto che è entrato nel soggetto e si è svelato e ha risistemato ciò che avevo anticipato di esso. Questo viene definito MOVIMENTO FENOMENOLOGICO: è un dialogo con i fenomeni i quali sono attivi come lo è l’IO. Non è un auto-giudizio ma la percezione dell’IO rispetto all’OGGETTO. Per descrivere al meglio quest’ ultima frase si può ricorrere a un’altra di Merleau-Ponty (ha continuato il discorso di Husserl) : “io sono una cassa di risonanza” che vuole indicare il sentire in se stessi le cose ma in maniera più o meno amplificata.

È tramite il giudizio che l’ IO prende consapevolezza del suo agito, del suo pensiero con quell’ oggetto.

Quindi la percezione non è soggettiva, non è tutta dell’ IO o dell’ OGGETTO anche se in passato gli studi attestavano nella percezione la prevalenza di uno o dell’ altro. È importante non far riferimento alla soggettività per poter avere il rigore, e in ambito psicologico è fondamentale.

Quindi il percorso trasmesso tramite la frase di Husserl deve essere fatto da chi lo psicologo ha di fronte, egli (lo psicologo) dovrà trasferirgli gli strumenti adatti per attuarlo. Come sosteneva uno dei più noti allievi di Heiddeger: bisogna fornire allo studente lo scalpello per togliere il superfluo per ritornare alle cose stesse. Ovviamente sarà necessario il giusto contesto che verrà costruito tra psicologo e il cliente, lo psicologo dovrà accompagnare il cliente lungo il tragitto.

La coscienza del cliente è simile ad una lastra adombrata che lo psicologo dovrà rendere chiara permettendo una buona percezione del MONDO. Una volta che la lastra sarà nitida il passaggio tra l’IO e il MONDO e viceversa viene semplificato e il cliente potrà conoscere a pieno l’ OGGETTO. Finalmente vi è una corrispondenza tra la percezione e l’OGGETTO.

L’ intero cammino non sarà possibile se non si comprendono i segni del mondo e come stare nel mondo altrimenti non potremmo mettere in evidenza ciò che il nostro cliente non vede. Di grande aiuto sarà comprendere il contesto entro il quale si si sta muovendo.

Dopo aver capito cosa sia la percezione bisogna esaminare il rapporto tra essa e l’ esperienza.

Viene nominato un oggetto x con un nominale convenzionale quindi con il linguaggio. Il linguaggio è quel “ vestito” che riveste il contenuto considerato convenzionale. Ciò che è convenzionale non è solo soggettivo della cultura di appartenenza ma riflette anche la scelta del modo in cui viene utilizzato l’ OGGETTO. Un’ oggetto ha un dato nome perché relativo alla funzionalità che riveste. A tal proposito gli eschimesi usano più modi per poter indicare la neve: hanno necessità di specificare il base all’ uso e ai suoi effetti.

Il modo nel quale l’ oggetto viene percepito viene compreso dallo psicologo in base al linguaggio del testo adottato dal cliente che ne svela il comportamento. Ed è sempre nel linguaggio che ritroviamo il repertorio culturale e il comportamento vissuto del cliente. Nel linguaggio è importante non usare mezzi termini che potrebbero veicolare errori nella comunicazione con l’altro. Lo psicologo deve attivarsi affinché il linguaggio possa spiegare e comprendere. I termini linguistici devono essere un campanello dall’ allarme per comprendere meglio chi si ha di fronte.

I tre pilastri del corso sono:



L’ esperienza si costruisce con la percezione. Dobbiamo comprendere come il testo si sia formato “ritornando alle cose stesse”. Tramite lo studio della filosofia si potrà arrivare alla riduzione fenomenologica e l’ esperienza che facciamo la comunichiamo anche a noi stessi oltre che agli altri attraverso il linguaggio.

Il linguaggio è convenzionario ma non solo a seguito di una scelta soggettiva di una cultura anche per la funzionalità della cosa stessa: la sua funzione d’ uso. A tutto ciò che sta vicina alla cosa viene data quella stessa accezione. Il linguaggio svelerà il comportamento cioè la funzione d’ uso che faccio con quell’ oggetto o per meglio dire il mIO rapporto con il MONDO.

L’ ermeneutica è l’ azione che si fa con il testo. Questi tre pilastri sono legati l’ uno all’ altro.



Ritorniamo al concetto di Ermeneutica

Sul dizionario filosofico l’ Ermeneutica viene definita innanzitutto interpretazione. Alla chiusa viene citato il discorso di Heiddeger che indica l’ interpretazione come la possibilità di riferire un segno al suo designato. Immediato è il rimando al triangolo di Perice.



Anche se sembra indicare un nesso di soggettività della percezione in realtà con il triangolo di Pierce potremmo capire di più a riguardo.



La conclusione della definizione di Ermeneutica indica l’ importanza di conoscere la semiotica ( quindi delle cose in sé) e con una frase di Heidegger : “L’ interpretazione non è la presa di cognizione del compreso ma l’ elaborazione delle possibilità progettate nella comprensione”. La presa di cognizione è il possesso del compreso quindi dell’ oggetto che è diventato segno attraverso il senso, l’ interpretazione non è solo questo. L’ Ermeneutica è la capacità di riuscire a vedere come quell’ oggetto d’ uso di quel comportamento viene visto dall’ autore del testo. È la possibilità di progettare dal termine preso in considerazione dei ponti in cui il termine diventa irradiazione di senso. Di conseguenza il senso non è racchiuso nel triangolo ma è da lì che parte. Bisogna irradiare il senso e il perché viene usato, indagare su come viene progettato e lo psicologo deve lavorare sul segno affinché ci sia un’ apertura del progetto verso il suo cliente per vedere dove egli vuole arrivare. Quindi bisogna stare nel testo, con il testo .


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