Esame di coscienza



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02.04.2019
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Carlo Levi (1902 – 1975(
Di fronte alla storia

di Giuseppe Lupo



Ogni epoca deve avere il proprio "esame di coscienza ". La generazione che si ritrovò, sorpresa e ubriaca di avanguardie, nelle trincee del Carso, si riconobbe nella lucida ricognizione che Renato Serra consegnò ai posteri prima di morire sul monte Podgora, nel 1915. Quella successiva, che patì le dittature e i conflitti nel silenzio degli "astratti furori", parlò dopo la fine del tunnel, quando le lancette degli orologi ripresero a girare. Prima di allora, infatti, nel buco nero del Novecento, gli orologi erano spariti: non rubati, sottratti, secondo l'immagine che Carlo Levi ci consegna in quel suo originale romanzo politico, intitolato, appunto, L'orologio (1950). Quel libro chiudeva idealmente la stagione cominciata con la pubblicazione del Cristo si è fermato a Eboli (1945), a cui si era aggiunto, meno di un anno dopo, Paura della libertà (1946), un pamphlet che preesisteva alla guerra, sacro e antropologico, biblico e archetipico, in cui la storia dei popoli era narrata come storia di un'umanità che aspettava di riacquistare, tramite la fede nell'arte, l'istinto alla libertà. Passare dal Cristo all'Orologio significava approdare alla dimensione del tempo dopo essere partiti da una condizione di non-tempo (quello dei contadini lucani), equivaleva a osservare il «mondo che vive fuori dalla storia» - così annotava Calvino in un saggio su «Galleria» del 1967 - «di fronte al mondo che vive nella storia». Non sarà un caso se gran parte dei testi a intonazione politica, che Levi scrisse dentro quel lasso di anni, risentono di tali dualismi e ricapitolano una civiltà di idee che poneva i suoi totem in Gobetti, nei fratelli Rosselli, in Aldo Garosci e Leone Ginzburg. Sappiamo che Levi frequentò il movimento di Giustizia e Libertà, conosciamo la sua produzione "civile" attraverso gli Scritti politici (a cura di David Bidussa, Einaudi 2001) e Il dovere dei tempi (a cura di Luisa Montevecchi, Donzelli 2004). Ai quali ora si aggiunge La paura è il contrario della libertà, un breve saggio che rifà il verso al volume del 1946 e che assume il sapore della profezia non tanto nell'annunciare, in anticipo di un mese rispetto alla consultazione elettorale del 18 aprile 1948, la sconfitta del Fronte Popolare di Togliatti e Nenni, quanto nel prefigurare le sorti delle nazioni aàncora in gran parte ferite, ma già prigioniere di altri totalitarismi e, dunque, preda di rinnovate tensioni. Levi non ha dimenticato il buio in cui era caduta l'Europa appena un decennio prima, ma il fatto di trovarsi nei territori della democrazia non assicura a nessuno dei suoi cittadini che i pericoli siano terminati, non protegge l'antico "mondo offeso" da nuovi oltraggi. All'orizzonte si intravede lo sforzo di costruire un domani al riparo da qualsiasi estremismo, in nome di quella "terza via" che era e rimane una delle soluzioni possibili alle nascenti divisioni da guerra fredda, inseguita invano da quegli intellettuali inquieti come Levi o, su spiagge attigue, dai seguaci del «Mondo» di Pannunzio e della olivettiana «Comunità».


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