Esce in Italia "The Passion", IL discusso film sulla morte di Cristo



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Esce in Italia "The Passion", il discusso film sulla morte di Cristo
Jim Caviziel protagonista, la Bellucci nel ruolo di Maddalena
Pasqua, cinema di passione
Gesù secondo Gibson e Pasolini
Torna nelle sale, restaurato, Il Vangelo secondo Matteo
Semplicità e poesia contro sangue ed effetti speciali
di ALESSANDRA VITALI

ROMA - Il chiodo di ferro attraversa la carne, spezza le ossa, trapassa il legno robusto della croce, spunta dall'altra parte. Gocciola sangue. E' il sangue di Jesus, che sgorga copioso per quasi tutti i 126 minuti di The Passion - La passione di Cristo, le ultime dodici ore di vita di Gesù come le racconta Mel Gibson. Il Getsemani, le tentazioni, le accuse, il processo, la condanna. Dopo il clamore sollevato nel resto del mondo, arriva in Italia (dal 7 aprile, oltre 500 copie distribuite da Eagle Pictures) uno dei film più discussi dei tempi recenti.
Maxiproduzione hollywoodiana con cast molto italiano (il film è stato girato principalmente in Italia, fra Matera e Cinecittà): Jim Caviezel nei panni del Redentore, Maia Morgenstern in quelli di Maria, e poi Monica Bellucci (Maddalena), Mattia Sbragia (Caifa), Luca Lionello (Giuda), Claudia Gerini (Claudia Procula), Rosalinda Celentano (Satana), Sergio Rubini (il ladrone Disma). E una pioggia di sangue che nemmeno un B-movie splatter saprebbe elargire al pubblico con tanta generosità. Finora negli Usa il film ha incassato circa 300 milioni di dollari.
Ma quello di Mel Gibson non è l'unico Cristo protagonista della Pasqua cinematografica italiana. Con una non casuale coincidenza torna nelle sale, dal 9 al 15 aprile, uno dei film più poetici di Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, restaurato dopo quarant'anni da Mediaset e dal Centro sperimentale di cinematografia. Il film (con, fra gli altri, Enrique Irazoqui, Susanna Pasolini, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano, Ninetto Davoli) sarà presentato in anteprima mondiale il 30 marzo all'Auditorium di Roma.

Grandi le differenze. In Pasolini c'è il tema, tutto umano, della morte, dell'umanità del Cristo, il suo portato rivoluzionario. "Nel momento storico in cui operava Cristo - disse Pasolini nel corso di un dibattito, nel 1964 -, dire 'porgi al nemico l'altra guancia' era di un anticonformismo che fa rabbrividire".
Se il Cristo di Pasolini è un fustigatore che (come racconta Matteo) caccia i mercanti a frustate, quello di Gibson è vittima: essere cristiani significa essere flagellati. Pasolini è semplice e poetico, commuove per la violenza espressiva del montaggio, la povertà del paesaggio (i Sassi di Matera, set anche di Gibson). Il Cristo di Pasolini è letteratura che si affaccia al cinema, quello di Gibson è immagine cinematografica, c'è il rischio che i dodici apostoli richiamino alla mente più Quella sporca dozzina che non i Vangeli.
The Passion è "il Vangelo secondo Mel", personale visione del regista, una fede robusta che non ha niente a che vedere, come hanno osservato illustri commentatori, con le istanze del Concilio Vaticano Secondo. Anzi, largo all'accusa implicita di "deicidio" rivolta al popolo ebraico. Solamente, per tenere conto della protesta ebraica, non ha sottotitolato la citazione "Il suo sangue ricadrà su di noi e sui nostri figli", gridata da Caifa in aramaico. E' una storia di sangue, Cristo lo versa per tutti noi. E' l'orrore degli uomini, il simbolo della loro follia.
Ma The Passion è soprattutto un film, e nulla risparmia al pubblico della sofferenza del protagonista. Flagellazione e crocifissione, un'orgia di sangue che sfiora il grottesco, staranno pure fra Caravaggio e i mistici spagnoli ma sono insostenibili per gli stomaci deboli. E comunque in quei momenti è un robot a sopportare i colpi: si chiama Animatronic, respira, suda e sanguina.
Belli i cristiani, bello Gesù, bellissima la Maddalena, bella Maria. Macchiettistico il popolo ebraico, con le vecchie sdentate che reclamano le viscere del ciarlatano. Un Satana da horror, con verme che spunta da una narice. Per tacere della malvagità dei romani, folli nel loro sadismo, ebbri di vino e di torture. Sappiano, infine, gli incauti spettatori che, per volere del regista, nel film si parlano (con sottotitoli) le lingue del tempo. Il che significa centoventisei minuti in aramaico e in latino "di strada".
Il giorno di Mel Gibson
la Passione conquista la platea
di ANTONIO MONDA

NEW YORK - Il film più atteso dell'anno debutta a New York in un mercoledì delle ceneri di rigido sole invernale. La sala è riempita a metà anche nella proiezione di mezzogiorno e gran parte del pubblico porta sulla fronte la croce segnata con la cenere.
I trailer, tra i quali spicca "Spiderman II" sono quelli della programazione normale e tra i paradossi di questa Passione di Cristo spicca il visto della censura "R" per le "sequenze dalla violenza grafica". Due vecchiette scherzano sul fatto di essere sufficientemente mature, mentre accanto a loro c'è una discussione sulle critiche apparse sulla stampa, divise in due parti nettamente contrapposte: Roger Ebert e Richard Roeper hanno esaltato il film sia nella loro rubrica televisiva ("un grande film epico, ed un messaggio di redenzione che non ha nulla di realmente anti-semita") che nei rispettivi giornali di Chicago, dove Ebert è giunto a paragonarlo al "Vangelo" di Pasolini.
Sulla stessa lunghezza d'onda Sean Burns sul Philadelphia Weekly ("un grande film di straordinaria purezza e sincerità"), mentre totalmente negativo il giudizio dei critici newyorkesi: David Denby ha scritto sul New Yorker di "un viaggio nauseante verso la morte", Jami Bernard sul Daily News del "più virulento film antisemita dai tempi della propaganda nazista", mentre sul New York Times A. O. Scott ha stroncato duramente il film da un punto di vista drammaturgico.
Le polemiche sulle posizioni della stampa continuano sino all'immagine religiosa del logo della casa di produzione di Gibson, chiamata "Icon", e un signore ricorda ad una donna seduta accanto la dichiarazione di Hilton Kramer sul New York Observer secondo cui "l'anticattolicesimo è l'antisemitismo degli intellettuali".

Lei annuisce, mentre in sala cala il silenzio: Cristo sta pregando nell'orto degli ulivi. È un inizio potente, e le battute sono quelle dei vangeli, ma Gibson spiazza chi si aspetta la fedeltà assoluta con una prima interpolazione: compare Satana a tentarlo nel momento della paura e dell'angoscia.


L'uso dell'aramaico e del latino non disturba il pubblico quanto le interpretazioni visionarie: dopo il tradimento, Giuda si confronta con due demoni, ed il ruolo della moglie di Pilato (Claudia Gerini, molto apprezzata dalla critica) è ingigantito fino a farne la persona che discute con il governatore della domanda assoluta di Cristo: "cos'e la verita?".
C'è un accenno di sorriso all'arrivo di Erode, effeminato come quasi sempre nel cinema americano, mentre la sala rimane in silenzio per tutta la scena del Sinedrio: non ci sono interpolazioni evidenti rispetto ai testi sacri, ma è quello il momento che ha scatenato le accuse di antisemitismo. E anche quella sequenza scorre via liscia. Un sibilo di disapprovazione si ascolta invece nel flashback in cui Gibson identifica l'adultera con la Maddalena, mentre affiora la commozione nel momento in cui Cristo abbraccia la croce tra lo scherno dei soldati.
E arriva la famosa scena della flagellazione. È vero, è di una violenza inusitata. Una signora dotta spiega al vicino che "più che a Caravaggio, Gibson si è ispirato ai mistici spagnoli come Morlete Ruiz". Il massacro del corpo è accompagnato in sala da molti singhiozzi, che coprono le immagini nel flashback più riuscito del film, in cui Maria corre ad abbracciare Cristo mentre ricorda un banale incidente infantile.
Il film racconta ogni dettaglio della crocefissione, ma il silenzio di orrore e commozione si spezza quando compare un corvo che becca gli occhi di uno dei ladroni. Qualcuno cita Hitchcock, ma viene zittito con fastidio da una coppia di colore che piange copiosamente.Infine, la morte di Cristo è accompagnata da un urlo di Satana che sa di aver perso la sua battaglia. Il pubblico reagisce ancora una volta con sconcerto, ma poi applaude con convinzione quando dopo qualche secondo di buio Cristo risorge e si avvia a redimere il mondo.
A una settimana dall'uscita del film The Passion, accusato di antisemitismo, un'intervista choc a una radio americana
Il padre inguaia Mel Gibson
"L'Olocausto è un'invenzione"
E il figlio ammonisce i giornalisti: "Lasciatelo in pace"


NEW YORK - Fino a pochi giorni fa Hutton Gibson era solo il padre sconosciuto di un attore famoso. Ma da quando il figlio Mel si è messo in testa di mostrare a tutti il suo fervore religioso con il film The Passion, Gibson senior ce la sta mettendo tutta per salire alla ribalta e creare qualche guaio. A una settimana dall'uscita sugli schermi statunitensi del film, che racconta la passione di Gesù con dovizia di dettagli raccapriccianti ed è stato criticato dalle comunità ebraiche perché suscita sentimenti antisemiti, Hutton Gibson ha gettato un po' di benzina sul fuoco, dichiarando che l'Olocausto è un'invenzione.
In un'intervista telefonica alla radio di New York WSNR, che andrà in onda lunedì, Hutton Gibson ha affermato che molti degli ebrei europei dati per morti nei lager nazisti sono in realtà fuggiti prima dell'Olocausto, in Australia e negli Stati Uniti. "E' tutta - beh, non proprio tutta - invenzione", ha detto Hutton Gibson. Che ha aggiunto che le camere a gas e i crematori dei lager non sarebbero stati in grado di sterminare così tante persone.
"Ha idea di quanto ci vuole per liberarsi di un cadavere? Per cremarlo? - ha detto il padre di Mel Gibson in trasmissione - ci vogliono un litro di benzina e venti minuti. Ora, sei milioni di persone? I tedeschi non avevano abbastanza combustibile per farlo. E' per questo che hanno perso la guerra".
n realtà Hutton Gibson non è nuovo a certe uscite. Già lo scorso anno aveva scatenato un putiferio dichiarando più o meno le stesse cose al New York Times. Mel Gibson questa settimana si è dovuto difendere dalle accuse di antisemitismo fatte al suo film durante un'intervista televisiva. Le affermazioni fatte al Times da suo padre sono state tirate in ballo e il regista di The Passion ha contrattaccato accusando il Times di usarlo in maniera strumentale. Ha poi diffidato la sua intervistatrice dal sollevare di nuovo l'argomento: "E' mio padre, lasciatelo in pace" ha detto perentorio Mel Gibson, ma poi ha affermato rispetto all'Olocausto: "Se credo che siano esistiti campi di concentramento nei quali ebrei inermi e innocenti sono morti in modo atroce durante il regime nazista? Certo che ci credo, nel modo più assoluto - ha detto il regista - E' stata un'atrocità di proporzioni immani". Ma le parole di Gibson figlio non basteranno a sopire le polemiche per quanto suo padre, che ha 85 anni, ha mostrato di credere durante l'intervista radiofonica. Hutton Gibson ha infatti affermato che gli ebrei cercavano di instaurare una religione mondiale e un governo mondiale e ha espresso la sua teoria su una cospirazione, che avrebbe coinvolto tra gli altri i banchieri ebrei, la Federal Reserve statunitense e il Vaticano.


Presentato a Hollywood il film evento sul martirio di Cristo
Effetti speciali e tanto sangue per le ultime 12 ore del Salvatore
La Passione secondo Mel Gibson
sangue, torture e integralismo
Ebrei critici, entusiasti i cristiani militanti. Budget da capogiro
Girato in aramaico e latino. Destinato a far discutere
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


LOS ANGELES - Quando si riaccendono le luci in sala e l'ultimo schizzo di sangue si stacca dalla retina dove il regista Mel Gibson ha cercato di incollarlo per due ore, resta rappresa una domanda cui il film-scandalo del 2004 sulla Passione di Nostro Signore non risponde. Perché? Quali sono le ragioni, l'intento, la carità, che hanno chiamato Gibson a spendere 25 milioni di dollari per finanziare e difendere un film sulle ultime ore di Gesù raccontandole con la sensibilità poetica di un peso massimo deciso a spaccare la faccia all'avversario sul ring delle religioni?
Nella saletta privata della Fox a Hollywood intitolata a Darryl Zanuck, il produttore del "Giorno più lungo", per l'anteprima del film che andrà in distribuzione il 25 febbraio, vedo gli altri invitati restare impietriti a guardare scorrere anche i "crediti", i titoli di coda.
Sembra a tutti noi difficile alzarsi e sembra blasfemo anche dire male di un film che ha un solo, evidente obbiettivo: non tanto fare soldi, che pure farà perché già almeno 125 milioni di copie del film sono state richieste da organizzazioni cristiane militanti, ma scuotere quello che nella mente febbrile di un cattolico offeso dal "buonismo" del Concilio Vaticano II come Gibson, sono la pigrizia, l'arrendevolezza, l'ignavia del cristiano di fronte alla secolarizzazione e all'assedio di altri Taliban come lui.
Se parleremo male del film, bestemmieremo Gesù? Offenderemo i Cristiani di ogni confessione? Se non ci fosse il ricatto del "fattore Gesù", "Passion" sarebbe un qualsiasi e scontato "slash movie", tagli, ferite, torture, ecchimosi, orrori, urla, diavoli depilati e truccati da Boy George, ed effetti grand guignol, girato tra Cinecittà e la Matera dei Sassi, un'arida e magnifica Gerusalemme reinventata.
Ma se la storia è scontata, la Storia rimane la più grande mai raccontata. Neppure Hollywood è riuscita a distruggere la fatica di Matteo, Marco, Luca e Giovanni e il miracolo della Passione è sopravvissuto anche allo spadone di Braveheart. Ma perché tanto compiacimento nel sangue? Perché anche questo è un film "post 11 settembre", un film di guerra, concepito come arma nell'arsenale del conflitto di civiltà. Quello che Bush fa con le bombe, Gibson vuol fare con la macchina da presa, propagandare, conquistare, salvare.

Questo è il senso di un film che sarebbe altrimenti inutile, dopo tante opere sulla Passione, se non fosse ideologico nell'insistenza sul male che altri infedeli, quella volta gli Ebrei e i Romani come oggi i Musulmani, inflissero al solo vero Dio e alla sola vera civiltà, a colui che dice "io sono la via, verità, la vita".


Gibson si sente il Carlo Martello del XXI secolo, chiamato alla nuova Poitiers e a salvare il mondo.
Alla vigilia del suo primo viaggio in Israele, quando chiesero a Bush che cosa avrebbe detto agli ebrei, lui rispose: "Che andrete tutti all'inferno".

Ma nel cristiano abitudinario e poco evangelizzatore che alla fine, quando trova la forza per alzarsi dopo avere subito anche una breve sequenza osé con le gambe nude e una mezza natica del bel Jim Caviezel, il Gesù risorto che esce dal sepolcro, fa nascere una struggente nostalgia. Torna la voglia del Cristo affettuoso, tranquillizzante e un po' melenso del nostro catechismo infantile con il cuore in mano, che gli evangelisti, e soprattutto l'unico di loro che lo conobbe davvero, Giovanni, ci raccontano. Il Cristo che muore nella Passione straziante secondo Matteo ma senza la vivisezione di Gibson. Il Cristo di Bach e della Messa di Mozart, non di questa colonna sonora Dolby Stereo Surround Sound Boom Boom che deve esplodere di decibel a ogni frustata sulle natiche del Nazareno per scuotere gli increduli. Mentre ettolitri di sangue sgorgano dal corpo di Caviezel, che ci ha informato di avere avuto la sua brava epifania girando il film in Lucania e a Cinecittà, luogo di ben note ed eroiche fedi religiose, torna alla mente la dissanguata tragicità del Cristo Morto del Mantegna e a quella ci si aggrappa per non affogare nel ketchup.



Eppure il film è stato spurgato e autocensurato, da Gibson, per renderlo accettabile, per rendere meno esplicito il sottotesto antisemita che corre nel suo racconto. Ha tagliato la maledizione del "suo sangue ricadrà su di voi" che fu la fonte dell'antisemitismo chiusa dal Vaticano II e respinta dalla setta cattolica alla quale Mel Gibson, australiano nato negli Usa, fu educato dal padre, ma non c'è bisogno di dirlo.
Di fronte al "gubernator" (Schwarzenegger?) come lo chiama il pestifero prete Cajafa, il Ponzio Pilato che almeno vacilla, si interroga, sospetta la vera natura del Nazareno spinto da Claudia Gerini, la moglie che lo avverte in un latino da ginnasio "sanctus est" e addirittura parla benissimo l'aramaico, la lingua dei popoli semiti in quel tempo, ci sono i forcaioli del Sinedrio che assaporano l'agonia efferata dell'agnello sacrificale e il ghigno osceno della folla urlante, l'Ebreo deforme e sanguinario, "crucifige, crucifige".
Sarebbe più rassicurante uscire dall'anteprima negli studi della Fox di Murdoch che ha accettato di distribuire il film, licenziando anche questa Passione secondo Arma Letale come la solita operazione commerciale, ma non è così. Gibson avrebbe potuto fare più soldi e più in fretta reindossando la sua espressione da folle con tendenze al martirio di "Arma letale", di "Patriot" o dell'irredentista scozzese sbudellato.

Invece a questa sua rilettura della Passione in latino e aramaico, ma con i sottotitoli misericordiosamente imposti dalla Fox per aiutare chi per caso non ricordasse bene la lingua di Aram nipote di Noè o il "rosa rosae" dei Romani, egli crede davvero.
Ci vuole salvare, Mel di Galilea, con ciascuna della frustate inferte dalla soldataglia ("Stulti!" grida il buon centurione ai suoi scherani, come se "stultus" fosse stato il massimo insulto tra i rudi legionari). Può darsi che ci riesca, e che questo sia il linguaggio visivo che deve essere usato per "scandalizzare" l'audience di oggi.
Alla gerarchia cattolica americana pare non sia dispiaciuto, anche se è apocrifa la frase attribuita a Papa Woytila, "è successo proprio così". E pazienza se qualche rabbino si offende, se all'anteprima gli invitati ebrei hanno rifiutato di partecipare, se Maria di Magdala non poteva essere bella e polposa come la Bellucci, se Cristo è il solito fusto da calendario con barbetta, baffi e riccioli nonostante questa iconografia sia postuma di secoli alla sua morte.
"Nihil sine domino" avvertono i Gesuiti, nulla accade senza la volontà di Dio e non saremo noi, miserabili spettatori peccatori, a stabilire che cosa avesse in mente Adonai permettendo a Mel Gibson di fare questo film sul suo Figliolo.
(11 febbraio 2004)

La Passione è un ritratto vivido delle ultime dodici ore della vita di Gesù Cristo.
 
Fu circa 30 A.D. quando apparve nella provincia romana di Palestina un legnaiuolo oscuro ebraico, chiamato Gesù di Nazareth, che cominciò ad insegnare che il cosidetto "Regno di Dio" già avvenne al mondo. Molti secoli fa i Giudei s'aspettarono la venuta del promesso liberatore - il Messia o Re Unto ("Cristo" nella lingua greca) -- che la loro dignità antica sarebbe restaurata e la loro sacra patria sarebbe liberata da tutto il male e la disperazione. Nelle opinioni di molti, Gesù stesso sarebbe stato questo Messia. Circondato da un gruppo intimo di dodici discepoli, Gesù cominciò ad attirare una massiccia moltitudine di seguaci di Giudea e Galilea, che, alla fine, lo lodarono come il loro Re e Messia. Ciò nonostante, Gesù ebbe molti nemici a Gerusalemme, e il Sinedrio, il senato dirigente composto di sacerdoti e farisei prominenti ebraici, cospirò per condannare Gesù alla morte.
 
Con l'aiuto di Giuda Iscariota, uno del gruppo intimo, lo stesso Sinedrio alla fine riuscì ad arrestare Gesù, consegnandolo alle autorità romane e accusandolo falsamente d'aver commesso il tradimento contro l'Impero Romano. Benchè Gesù coerentemente mantenne che il suo Regno fu uno celeste e spirituale, il Procuratore Romano Ponzio Pilato, affrontato con la possibilità di sedizione, ordinò che Gesù sarebbe condotto al di fuori della città e che sarebbe crocifisso come criminale volgare.

La passione di Cristo" di Gibson esce domani in Italia
Osannato dal Vaticano, accusato di antisemitismo. E' solo brutto
Troppo sangue per una tragedia
senza Dio e senza resurrezione
di NATALIA ASPESI

Anche in Italia l'ha già visto una moltitudine, su invito esclusivo e quindi gratis, in quanto esperti di qualcosa, dalla Bibbia al cinema horror. In più se ne è parlato ormai così tanto che pare di conoscerlo scena per scena con tutti i pro e i contro, e il colpo finale, anche se non san a vanvera): e se mancava la solitamente immancabile decana della trasmissione, Alba Parietti, c'era però monsignor John Foley, con cui Vespa andava sul sicuro, avendo l'illustre e gioviale religioso già riempito i giornali di tutto il mondo con il suo plauso per la Passione secondo Mel Gibson: d'accordo con lui tutti, tranne il cauto rabbino capo di Milano Giuseppe Laras e il dubbioso critico Gian Luigi Rondi, il cui sincero amore per il buon cinema ha avuto la meglio sulla sua profonda fede cattolica.


guinolento, g Alla vigilia dell'invasione in più di 700 cinema, ovviamente nella settimana di Pasqua, ci si può anche chiedere se questo "snuff movie" (però finto, infatti il corpo martoriato di Gesù è di cartapesta) avrebbe suscitato tutto questo casino, apprezzamenti e insulti, ovazioni e disgusto, miracoli e indignazione, (e una quantità di miliardi) se forse lo stesso regista o i suoi amici oltranzisti cattolici, non avessero messo in giro la voce che trattavasi di opera antisemita. Proprio adesso! Nel momento storico meno adatto! Con gli islamici che si lie l'ha dato a "Porta a Porta" una folla di chiacchieroni (quasi sempre fregano le mani! E il Papa che forse acconsente! E Baget Bozzo cui nessuno ha chiesto il parere!

Costretti ad andarlo a vedere per carità di patria e ben contenti di dire la loro, si sono subito formati gli opposti estremismi, senza un minimo di freno: da una parte i cattolici integralisti con le lacrime agli occhi a dire che il film non è antisemita ma dice solo la verità sul deicidio ed è bellissimo, e dall'altra gli ebrei (e i cattolici che evitano la via Crucis in ginocchio sui sassolini acuminati, e i laici, e i liberal, e i biblisti e tutti quelli che almeno una volta hanno letto i Vangeli), a dire che è antisemita e non rispetta né la storia (Ponzio Pilato buono, quello che sterminava gli ebrei tanto da essere richiamato persino dall'imperatore Tiberio) né le Scritture ed è alla fine bruttissimo.


Dicono che le ragazze dei college americani fanno a gara a chi resiste di più alla gragnola di torture inflitte al muto Gesù e la prima che chiude gli occhi paga pegno. Io gli occhi non li ho chiusi, perché quando a furia di frustate col gatto a nove code (preceduto da una gragnuola di bastonate) il Figlio dell'Uomo viene trasformato, come scrive il "Sunday Times", in "una pizza umana", si perde fortunatamente ogni senso di tragedia e sofferenza come fosse un cartone animato e ci si guarda attorno per vedere se gli altri spettatori invece svengono o si sono assopiti.
Però dopo più di un'ora di questo schermo schizzato di rosso, quando al povero Cristo gli mettono in testa anche la corona di spine, ovviamente ghignando, mi sono detta, qui colpi di scena non ce ne saranno, e siccome so come la storia va a finire, meglio andare a respirare una boccata d'aria anche se mefitica.
Insomma mi sono persa la Crocifissione, con chiodi piantati nelle mani e braccia disarticolate e altri litri di sangue e su croce oleografica, essendo quella d'epoca diversa, a forma di T e con seggiolino per il condannato.

A parte tutto, ci sarà una ragione, non solo estetica ma anche religiosa per cui l'arte ha risparmiato di infierire sul corpo di Gesù: e per esempio tra le migliaia di capolavori, penso al meraviglioso Ecce Homo di Antonello da Messina a Palazzo Spinola di Pellicceria a Genova, con quegli occhi spalancati e dolenti, il bianco corpo su cui splendono rare minuscole gocce di sangue e davanti a cui, mi dice la direttrice Farida Simonetti, non sono poche le persone che si commuovono e piangono.


Mel Gibson dice di essersi ispirato, per la sua truce Passione, al Caravaggio e al Mantegna, ma fa pensare invece agli artisti del tetro Rinascimento tedesco, al verdastro e contorto corpo di Cristo sulla Croce dipinto nel 1515 da Matthias Grunewald, che suscita più spavento che devozione.

E non nei Vangeli, molto sobri nel raccontare in poche righe la Passione, il forsennato Gibson deve aver trovato pane per i suoi denti, ma in certe mistiche che si ritrovavano coperte di stigmate e raccontavano che Gesù aveva loro rivelato il suo martirio in stile grand guignol, "bastonato 6. 666 volte sul corpo, 110 volte in testa... perse 28. 430 gocce di sangue...".

Quanto all'antisemitismo della Passione di Cristo, pare una esagerazione: come in tutti i film sempliciotti, soprattutto in costume, ci sono i cattivi qui rappresentati con pesanti e sontuosi costumi, lunghe barbe e sguardo obliquo (ebrei del Sinodo), folla vociante che chiede sangue (popolo stracciato ebreo) e torturatori sdentati e strabici (soldati romani).
Ma, parlando in aramaico e latino, appaiono come macchiette un po' ridicole, quindi difficili da odiare, se non sei Mel Gibson o suo papà o qualche scriteriato via di testa. Se mai resteranno delusi i credenti del tipo pacifico, post Vaticano II: perché di Gesù manca la meraviglia della parola, manca il messaggio d'amore, manca Dio, e la Resurrezione, l'evento sacro che lo fa diverso dalle migliaia di persone condannate alla crocifissione dai Romani, è sbrigata in due minuti, come un incidente casuale ancorché magico. In quel momento Dio si è incarnato per la salvezza dell’uomo: è un uomo! Ma un uomo speciale perché sulle proprie spalle porta i peccati dell’intera umanità. Lo scopo del film è farci rendere conto di quanto sia stato grande questo sacrificio…. È il sacrificio il fulcro centrale del film, perché spesso i tende a dimenticare, anche quando si leggono i vangeli, che la sofferenza di Cristo è stata reale, concreta. Spesso, probabilmente a causa di una catechesi divenuta ormai troppo astratta, si pensa alla figura di Cristo come a qualcosa di “virtuale”, alla passione morte e resurrezione come a qualcosa di simbolico. In realtà è l’opposto. Cristo ha realmente sofferto come un uomo, è morto come un uomo ed è risorto per la salvezza dell’uomo. Ha sconfitto il peccato e la morte per l’uomo, aprendo per lui una nuova possibilità che fino ad allora non aveva, quella della felicità eterna, nell’unione con Dio. Il film di Gibson è così duro, così carnale proprio per scuotere e ricordare questo elemento che è il cuore della religione cattolica. Forse è proprio per questo che, nonostante la sua crudezza, la sua ferocia, è piaciuto tanto ad alcuni membri della chiesa e a molti credenti. La resurrezione non è solo un evento sacro che rende Cristo una persona speciale, la resurrezione è un fatto, accaduto per la salvezza dell’uomo.
E poi attenzione, per questo film dimenticarsi delle parole di Gesù agli Apostoli, "Lasciate che i fanciulli vengano a me". Se potesse dire quel che pensa del film di Gibson oggi certamente raccomanderebbe: "E per favore non portateci i bambini".
Una commissione di censura punitiva, in Italia, non ha previsto nessuna limitazione. Gli pare giusto che a qualsiasi età si assista a un'orgia di sangue, a due ore di sofferenza splatter, al film più horror mai arrivato nei cinema. Forse in nome dell'Inquisizione, che somministrava santi tormenti, e innalzava i roghi nelle piazze per educare le folle, il che potrebbe ispirare un altro efferato film di Gibson.

Da Pasolini a Gibson

Nella settimana di Pasqua, giungono contemporaneamente sugli schermi nostrani “La passione di Cristo”, il discusso film di Mel Gibson sulle ultime 12 ore di vita di Gesù, ed “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) di Pier Paolo Pasolini, restaurato dal Centro sperimentale di Cinematografia con la collaborazione di Mediaset. Occasione più felice non poteva esserci per mettere a confronto la tonitruante spettacolarità della pellicola hollywoodiana con la poesia poveristica di quella indigena: ognuno giudicherà da sé, per conto nostro ci limitiamo ad alcune osservazioni sulla prima delle due opere, della quale peraltro già moltissimo si è detto.


Prodotto da Gibson medesimo, parlato in latino ed aramaico, “La Passione di Cristo” rilegge una delle storie più raccontate al cinema secondo i canoni dell’horror. I bambini deformi e mostruosi, i corvi che divorano gli occhi vengono dritti da certi film degli anni ‘70 di serie B: siamo dalle parti di “Sentinel” (1977) o de “La maledizione di Damien” (1978) più che di “Rosemary’s Baby” (1968) o de “L’esorcista” (1973), nelle zone d’un immaginario tutto di seconda mano e vagamente repellente. La vicenda viene, poi, raccontata secondo i canoni dello splatter: se il tragitto di Mel Gibson, davanti e dietro la macchina da presa, si è costantemente svolto nel segno della sevizia corporale (si pensi all’interminabile scena di tortura di “Braveheart”, ai fiumi di sangue di “The Patriot”, al martirio di “Mad Max”, alle dita dei piedi frantumate del protagonista di “Payback” ed alle pulsioni suicide di quello di “Arma letale”), questa crocefissione hard-gore costituisce il punto d’arrivo forse obbligato di tutta una carriera.
Concepito dal Nostro come un atto di fede (ed una sorta di omaggio a suo padre Hutton, leader di una congregazione cattolica scismatica che rifiuta il Concilio Vaticano Secondo), “La Passione di Cristo” si risolve in 126 minuti di inesausta ferocia: l’accanimento sul corpo del Nazareno è tale da aver giustamente fatto osservare, su “Newsweek”, al critico David Ansen, come “più che commuoversi per la sofferenza di
Cristo o provar soggezione per il suo sacrificio, ci si senta violentati da un cineasta ben deciso a punire il pubblico, non si sa per quale peccato”. La scelta, di per sé legittima, d’isolare un frammento della vita di Cristo e metterlo in scena secondo l’ottica di cui sopra, porta ad effetti paradossali: il preteso realismo finisce per mutarsi in iperrealismo, il supplizio ininterrotto - con l’ausilio di un uso insistito del ralenti e della musica - per prestarsi al sospetto d’una forma di involontario voyeurismo.
Ma quel che risulta più grave - per tacer sull’ispirazione fondamentalista dell’operazione, fors’anche pericolosa in tempi nei quali atteggiamenti similari hanno figliato, in altri credi, esiti devastanti - è la mancanza di significato ultimo di codesto lavoro. Ha ragione A.O. Scott ad annotare, dalle colonne del “New York Times”, come il film “mai fornisca chiaramente il senso di tutto di questo spargimento di sangue”, concludendo che “i Vangeli, almeno in alcune interpretazioni, suggeriscono che la storia si chiude col perdono. Ma una simile conclusione pare al di là delle capacità immaginative del signor Gibson”.
Stentano, in definitiva, da tale catalogo di orrori, a venir fuori gli aspetti più importanti della predicazione del Messia: l’amore per il prossimo e la tolleranza. A seguito di tanto furore quasi ci si attende, nella sequenza finale della Resurrezione, di veder comparire un Cristo con l’armatura, a presagio delle inique Crociate che un giorno verranno. Giusto l’opposto della serenità che, quarant’anni prima, il laico Pasolini aveva saputo infondere nel suo “Vangelo secondo Matteo”: pel tramite di una rilettura religiosa ma non metafisica, rispettosa delle ragioni dei credenti e capace di parlare ai cuori di tutti.

Gabr iele Romagnoli: La Passione di Mel Gibson che piace agli islamici

Tratto da “la Repubblica”, 2 aprile 2004

All´apparenza non si spiega: The Passion, il film vetero-cattolico di Mel Gibson sul martirio di Gesù Cristo è un trionfo nei Paesi islamici. A tutti i livelli. È piaciuto ad Arafat che l´ha visto nel suo bunker di Ramallah trovandolo commovente e storicamente accurato. Ha entusiasmato gli imam sciiti del Qatar, superando il vaglio di una censura che abitualmente impedisce di mostrare l´immagine di qualsiasi profeta riconosciuto dal Corano. Genera file fin dal mattino davanti ai cinema di Damasco, dove hanno dovuto aggiungere uno spettacolo alla programmazione. Raccontano di donne velate che escono in lacrime. E nella Beirut multiconfessionale ha più pubblico nelle sale dei quartieri musulmani che in quelli cristiani.


Ho provato a chiedere un´interpretazione a un amico scrittore libanese, Jad El Hage, convinto maronita. È andato in un cinema della islamica Tripoli, insieme con quattro amici del suo villaggio natale, tutti musulmani e persone semplici. A loro è piaciuto molto di più. "Per forza ? ha commentato ? hanno visto il nostro capo fatto fuori, e a volerlo erano gli ebrei". La spiegazione non mi ha persuaso. Ho vinto la mia repulsione nei confronti di tutta l´operazione e sono andato a sedermi in una platea di Beirut, guardando alternativamente lo schermo e il pubblico. Ai titoli di coda avevo tre possibili ragioni del perché la "Passione" parla agli islamici, ma solo la terza era definitiva e convincente.
La prima si basa su un effetto ottico e auditivo. Nessuno resta a leggere i ringraziamenti al comune di Matera che scorrono alla fine. Tutti restano convinti che lo sfondo della crocifissione sia la Palestina. La somiglianza è straordinaria. Dalle prime sequenze un film girato in Basilicata con un cast in prevalenza italiano dà, qui, una più familiare impressione. Parla un´altra lingua, letteralmente. Ma quell´aramaico scelto da Mel Gibson realizza il secondo "trucco".
Non solo commuove i siriani, ultimi a parlarlo. È la sua somiglianza all´arabo a colpire. Quando, torturato, Gesù Cristo alza gli occhi al cielo per invocare "il suo Dio", dice "Ya Hillah" e il pubblico sobbalza perché sono praticamente le stesse parole della perpetua invocazione islamica. Non basta questo, c´è di più. La seconda ragione di identificazione è di carattere politico. La similitudine è evidente per chi la voglia leggere (e tutta la sala lo fa). C´è una terra d´Oriente. Su quella terra comanda un impero che si è affermato grazie alla superiorità militare. L´impero tuttavia modella le proprie scelte sul volere di una casta religiosa e per soddisfarla, garantendone la sicurezza, decreta il martirio di un innocente portatore di verità rivelata. La madre del martire è una donna che soffre, ma sa contenere il proprio dolore perché conosce la grandezza del sacrificio del figlio. Quale sia stata l´interpretazione in chiave moderna di Arafat e di molti altri, è scontato.
Ma neppure questo basta a spiegare la passione araba per la "Passione". Se così fosse, allora ci sarebbero state code per l´esplicito film palestinese XXX, che invece è piaciuto più in Europa che in Medio Oriente. Il motivo vero è, credo, più profondo e sorprendente. Affonda proprio nella visione religiosa del film. Mel Gibson racconta due ore di martirio con un prologo e un epilogo di pochi secondi ciascuno. Non conta né la causa né l´effetto di quel martirio. Non c´è bisogno di una motivazione che lo preceda, è una consegna totale alla sua necessità. La consolatoria ipotesi di una resurrezione è ridotta a una fuggevole inquadratura. Importa il sacrificio e su quello si indulge. Le lunghe sequenze di flagellazione, lo squarciarsi della carne e l´insistenza sul sangue hanno avuto un effetto choc sul pubblico cristiano. Appartengono a un immaginario religioso e a un rito celebrativo così perduto nel passato da sembrare, oggi, innovativi. Ma per l´Islam questo è presente storico che non passa. Il selciato arrossato dal sangue di Gesù è simile all´asfalto delle strade arrossate dal sangue dei celebranti che si tagliano la testa durante la ricorrenza dell´Ashura. Per gli sciiti in particolare la "Passione" di Gibson è la loro. La sua estetica che a noi appare, sia detto, kitsch, è la loro: manti neri, zampilli rossi, spiragli bianchi. A Gesù nulla è risparmiato. Al martire Ali, nipote di Maometto e martire sciita, fu, dopo l´uccisione, tagliata la testa e infilzata su un palo. Così lo ricordano "con il sangue e con il cuore". Lo spettacolo di un corpo martoriato fa ancora sussultare un pubblico occidentale, ma i giornali arabi hanno pubblicato in prima pagina dettagliate immagini di quel che restava dello sceicco Yassin, dilaniato da un missile. Cattolici ferventi possono condividere il messaggio della "Passione", ma islamici, anche fondamentalisti, ne possono, ancor più, apprezzare il percorso. Ironia della sorte, universalità del significato o indiscriminata globalità del botteghino che sia, Mel Gibson, convinto che la salvezza sia concessa solo ai cattolici come lui, ha fatto un film che parla anche e soprattutto a masse di condannati, adesso e per l´eternità.




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