Esegesi delle fonti storiche medievali I anno accademico 2010-2011



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ESEGESI DELLE FONTI STORICHE MEDIEVALI I

anno accademico 2010-2011


Maria Luisa Ceccarelli Lemut

La storia medievale e le sue fonti


I. TIPOLOGIA DELLE FONTI MEDIEVALI
La storia si fa con le fonti, ossia il passato può essere conosciuto e ricostruito soltanto attraverso le testimonianze che di esso sono pervenute sino a noi: tali testimonianze sono le fonti della conoscenza storica.

I libri moderni di storia non sono fonti della storia del passato, anche se gli Anglosassoni usano definirli secondary sources, poiché non sono testimonianze prossime alle circostanze cui si riferiscono. La connotazione essenziale di qualsiasi fonte storica è invece il fatto di essere una testimonianza prossima, non solo in quanto cronologicamente vicina ma anche e soprattutto perché informata in modo il più possibile diretto. A questo punto, una volta individuata la fonte, occorre determinare la sua capacità d'informare, cioè riconoscere la natura delle informazioni e il loro grado di compiutezza e di attendibilità.

Su questi diversi aspetti è stata costruita a partire del Settecento la critica delle fonti, che raggiunse il suo apice nel XIX secolo quando, attraverso una metodologia storica ritenuta 'oggettiva', si voleva verificare l'attendibilità delle informazioni fornite dalle fonti scritte sulla base della natura della testimonianza, della personalità del suo autore e delle condizioni in cui era nata. Così il massimo di attendibilità, nella visione positivistica tardottocentesca, era attribuito ai documenti giuridici mentre le fonti di carattere narrativo o, peggio, letterario erano facilmente accusate di alterare i fatti per interesse, faziosità, mistificazione etc. I falsi o i testi interpolati non venivano assolutamente presi in considerazione.

In seguito, soprattutto nel corso del XX secolo, la critica si è ulteriormente affinata, allargando il concetto stesso di fonte, che ormai non è più limitato ai soli testi scritti, ma si è esteso anche per il medioevo a tutte le cosiddette testimonianze preterintenzionali: manufatti e archeologia. Si è capito che i falsi o i testi interpolati sono in grado di fornire informazioni sul momento e sul motivo per cui si fece una tale falsificazione; che una cronaca tendenziosa o fantasiosa è un'importante testimonianza sulle idee e le tendenze del suo autore e dell'ambiente che la recepì; che le leggendarie vite dei santi ci informano sulla mentalità e la visione morale e religiosa del momento in cui furono redatte, e così via. D'altra parte ci si è resi conto che qualsiasi testo scritto, a partire dal più anonimo e 'oggettivo' documento legale, è in realtà filtrato attraverso le idee e le convenzioni dell'ambiente in cui è nato, mentre le fonti non scritte non sono tutte veramente preterintenzionali e quindi 'oggettive', ma molte di esse sorsero per specifici intenti, come i monumenti o le epigrafi volti ad esaltare o commemorare o a dare determinate interpretazioni politiche o culturali.

In conclusione possiamo dire che tutte le fonti, di qualsiasi tipo esse siano, sono in grado, se ben interpretate, di offrire informazioni di genere diverso: vi è un gruppo d'informazioni che potremmo definire intenzionali, in quanto esplicitamente volute da chi produsse la fonte (l'atto di compravendita in un documento legale, la narrazione di un evento in una cronaca, il nome del sovrano su una moneta etc.), e un'altra serie di carattere involontario, come la mentalità di un autore, gli usi notarili e cancellereschi di un certo periodo, le tecniche di produzione libraria, le modalità e i tempi di composizione di un'opera letteraria o narrativa e la sua destinazione sociale, le tecniche costruttive di un monumento o la provenienza delle materie prime dei manufatti.

Riassumendo, potremmo definire le fonti storiche, senza distinzione di tipi, come frammenti del passato giunti sino a noi avulsi dall'organicità e dalla completezza del loro contesto: noi cerchiamo di ricreare mentalmente, attraverso tutti i molteplici canali informativi presenti nelle fonti stesse, questo quadro originario, che peraltro rimarrà sempre frammentario.

Per poter far questo è però necessario conoscere a fondo i diversi tipi di fonti, ossia creare una tipologia delle fonti in base ai loro caratteri formali, al tipo d'informazione che trasmettono, al motivo e agli scopi per cui nacquero. In tal modo è possibile capire dove andare a cercare certe informazioni e quali generi di notizie sono capaci di fornire i diversi tipi di fonti.

La ripartizione principale è tra fonti scritte e non scritte.

I. Fonti scritte: 1. letterarie

2. narrative (tutte quelle che in forma espositiva intendono conservare o trasmettere il ricordo)

2.1. in senso lato: opere tecniche, istituzionali, giuridiche, la pubblicistica, l'agiografia

2.2. in senso stretto: storia ecclesiastica, gesta di personaggi, gli annali, le cronache

2.3. storiche d'influenza classica: storie, epopee, biografie, autobiografie, corrispondenza

2.4. testimonianze: racconti di viaggio e pellegrinaggio, diari, memorie

3. documentarie

3.1. fonti amministrative e fiscali, liste e repertori

3.2. testi diplomatistici (documenti di natura giuridica destinati a istituire o testimoniare in forma legalmente valida diritti e obbligazioni di soggetti pubblici e privati): il documento pubblico e privato, le cancellerie (pontificia, imperiale, comunale)

3.3. testi epigrafici

II. Fonti non scritte o materiali

1. archeologiche

2. iconografiche (pittura, miniatura, scultura)

3. monumentali (architettura, religiosa e civile)

4. numismatiche

5. sfragistica e araldica (sigilli e stemmi): i primi espressioni figurate dell'autorità, i secondi frutto di un complesso linguaggio simbolico

6. la natura (paesaggio, suolo, clima, piante)
È attualmente in corso un'ingente impresa editoriale tesa all'individuazione e alla presentazione delle diverse categorie di fonti, la Typologie des sources du Moyen âge occidental, promossa dall’Università di Lovanio a partire dal 1972, fondata da Léopold Genicot e ora diretta da R. Noël: fino al 2003 usciti 86 fascicoli. Il primo ha carattere introduttivo. L’opera ha lo scopo di cogliere la natura propria di ogni fonte e indicare le regole per la sua utilizzazione, in modo da trarne tutti gli elementi utili ed evitare interpretazioni erronee, infedeli o fuorvianti. Vengono qui considerate da specialisti dei diversi settori tutte le fonti utilizzabili per la storia medievale dell'Occidente latino, compresa la Spagna musulmana, dall'anno 500 all'anno 1500.

Nella Typologie sono usciti i seguenti fascicoli. Fonti non scritte: architettura considerazioni generali 29, miniatura 8, ceramica 7, monete 21, sigilli 36, araldica 20, armi 34, iscrizioni 35, gettoni e medaglie 42, abbigliamento civile 47, pollini fossili 5, dendrocronologia 53, tappezzerie 67, il paesaggio rurale 73, vetrate 76, gli utensili 78, il castello 79, denti e ossa umane e il vitto medievale 84



Fonti scritte, sezione I fonti narrative: cronache universali 16, annali alto medievali 14, gesta episcoporum e gesta abbatum 37, genealogie 15, fonti ebraiche medievali 50 e 66, resoconti di viaggio e di pellegrinaggio 38, toponomastica 54, cronache locali e regionali 74

sezione II corrispondenza: lettere in generale 17

sezione III fonti giuridiche: decretali 2, giurisprudenza 6, collezioni canoniche 10, statuti sinodali 11, legge 22, libri penitentiales 27, atti pubblici 3, consuetudini 41, capitula episcoporum dei secoli IX-X 43, questioni disputate e questioni quodlibetales 44-45, regole monastiche antiche 46, formulari e artes notariae 48

sezione IV fonti amministrative: elenchi di fuochi 18, dazi e tariffe 19, visite pastorali 23, polittici e raccolte di censi 28, matricole universitarie 65, visite ai monasteri 80

sezione V storia del pensiero: cataloghi di biblioteche 31, testi alchimistici 32, fonti astronomiche 39, cartografia 51, retorica ciceroniana nella trattatistica 58, l’arte della poesia e della prosa 59, ars dictaminis ars dictandi 60, i consilia medici 69, la letteratura cinegetica 75, libri di cucina medievali 77, trattati di musica 85

sezione VI fonti relative alla vita religiosa e morale: necrologi 4, leggendari latini 24-25, martirologi medievali latini 26, culto delle reliquie 33, libri di canto liturgico 52, inni latini 55, ordines, ordinari e cerimoniali liturgici 56, revelationes 57, artes predicandi e artes orandi 61, letture liturgiche 64, trattatistica sui vizi e le virtù in latino e in volgare 68, i sacramentari 70, il sermone 81-83, carmi e preghiere apotropaiche 86

sezione VII letteratura: romanzo 12, novelle 9, fabliau e lai narrativo 13, compianto funebre 30, epopea 49, poesia scaldica 62

fuori sezione: la tradizione orale nell'alto medioevo 71, la scrittura 72
Per spiegare la genesi della Typologie des sources il suo direttore, Léopold Genicot, racconta nella presentazione questo piccolo aneddoto: durante un seminario, il canonico G. Fransen presentò un tipo di fonte, le Quaestiones dei canonisti, e ne pose in evidenza l'interesse. Genicot pensò ad una loro utilizzazione per la storia della società e della mentalità: quali problemi di diritto e di morale si erano posti nei vari tempi e nei vari luoghi. Ma Fransen, dopo averci riflettuto, ne mostrò l'impossibilità perché, una volta che una questione di diritto o di morale era stata risolta dal papato, non se ne discuteva più nelle scuole, perciò le quaestiones non riflettevano i reali problemi della vita corrente. Questo serve a mostrare come sia necessario conoscere a fondo i caratteri specifici di una data fonte per poterla utilizzare a pieno.
II. LA RICERCA STORICA
1. Dal Seicento ai nostri giorni

L'ingente lavoro di erudizione, repertoriazione ed edizione testuale condotto dagli studiosi che ci hanno preceduto, a partire dal Seicento, non ha assolutamente repertoriato e pubblicato ciò che meritava di esserlo ma, con un atteggiamento altamente selettivo, solo quelle testimonianze che nelle diverse epoche sono state ritenute le fonti più importanti. Così furono inizialmente privilegiate le narrazioni storiche, le biografie e l'agiografia. Quest'ultima fu studiata in modo nuovo e 'rivoluzionario' dai Gesuiti Bollandisti di Anversa (nell'attuale Belgio), che dal 1643 iniziarono la pubblicazione degli Acta Sanctorum, raccolta delle vite dei santi secondo l'ordine del calendario: sono usciti 68 volumi sino all'introduzione al mese di dicembre, che ancora manca. Accanto ad esse, l'erudizione illuminista si rivolse ai documenti giuridici (chartae o diplomata), atti di natura pubblica e privata redatti da cancellieri e notai, conservati su pergamena o trascritti in codici, tramandati negli archivi ecclesiastici o di enti pubblici.

Sul dittico narrazioni-diplomi si fondarono così dalla metà del Seicento le produzioni erudite e le strumentazioni analitiche e critiche, come il celebre glossario del latino medievale del cavaliere francese Charles du Cange 1678, e l'impostazione e lo sviluppo della scienza paleografica e diplomatistica ad opera del gesuita bollandista fiammingo Daniel van Papebrock e dei suoi confratelli, e del gesuita francese Jean Mabillon, che miravano a verificare l'autenticità delle fonti.

In Italia la ricezione di queste metodologie assunse la sua acme nella prima metà del Settecento con Ludovico Antonio Muratori, che nelle Antiquitates Italicae Medii Aevi (voll. 6, Milano 1738-1742) analizzò con lucido razionalismo una mole vastissima di testi diplomatistici organizzati entro una serie di argomenti di storia istituzionale, culturale e sociale, e con i Rerum Italicarum Scriptores (voll. 24, Milano 1723-1751) intraprese un'edizione sistematica di fonti narrative. Scipione Maffei criticò il privilegiamento dei diplomi pubblici e pose in rilevo l'importanza degli atti privati, mirando alla formazione di un'«arte critica diplomatica», com'egli diceva, con l'obiettivo, peraltro fallito, di considerare in modo unitario lo svolgimento della scrittura nelle sue diverse espressioni (epigrafi, monete, papiri, pergamene etc.) dall'antichità preromana e romana fino al medioevo.

Ma le necessità di approfondimento critico condussero invece alla specializzazione in settori tecnicamente definiti e in forme di professionalizzazione, che finirono con l'istituire barriere accademiche tra forme culturali e storiche cui avrebbe giovato una considerazione maggiormente integrata. Si svilupparono così, tra il Settecento e l'Ottocento, metodologie specialistiche per l'epigrafia, la papirologia e la numismatica, che divennero appannaggio soprattutto degli storici dell'antichità, mentre la paleografia e la diplomatica si esercitarono soprattutto sui testi medievali.

All'inizio dell'Ottocento in Germania si sviluppò una nuova filologia e sistematica nell'edizione dei testi, che escludeva però i documenti privati come poco importanti ed interessanti. Così la grande impresa dei Monumenta Germaniae Historica avviata negli anni Venti del XIX secolo sancì il primato di due grandi categorie di fonti, quelle narrative (gli Scriptores) e quelle diplomatiche pubbliche, cioè i diplomi regi e imperiali (Diplomata), cui si affiancarono le Leges. Su questa triade si sarebbe imperniata fino ad epoca recentissima la grande maggioranza delle imprese erudite ed editoriali.

Anche nell'Italia del Risorgimento e dell'Unità le edizioni di fonti medievali, promosse dalle Deputazioni di Storia Patria presenti in molti degli stati preunitari, si concentrarono sulla pubblicazione di codici diplomatici (di una città, di una zona o di un ente ecclesiastico), di statuti (per lo più cittadini) e di fonti narrative. In quest'ultimo campo fu ripresa nel 1900 sotto la direzione di Giosuè Carducci l'opera muratoriana dei Rerum Italicarum Scriptores. Nel 1883 fu fondato l'Istituto Storico Italiano, che dette vita ad una collana di fonti, ancora una volta diplomi, statuti e fonti narrative, insieme con epistolari e registri di personaggi famosi. Solo in anni molto recenti sono stati presi in considerazione altri tipi di fonti come i registri notarili.

Ma almeno dalla metà dell'Ottocento nella coscienza degli storici si era dilatata la tipologia delle fonti ritenute degne d'interesse storico. I grandi processi di costruzione statale, dall'assolutismo illuministico al periodo napoleonico alla Restaurazione, avevano posto i documenti sotto il controllo delle autorità politiche e avevano portato ad una nuova sistemazione degli archivi. Le carte appartenute agli enti religiose e civili soppressi furono trasferite negli Archivi di Stato, mentre venivano date nuove norme per la conservazione e la consultazione degli antichi documenti. Così una documentazione imponente, a lungo concepita come possesso privato e garanzia e testimonianza d'interessi privati, divenne di dominio pubblico. Lo studio della storia assunse la dignità di disciplina accademica mentre le nuove idee nazionalistiche ispiravano una rinnovata considerazione della 'storia patria' anche nella sua dimensione medievale, con la conseguente grande attenzione per le tradizioni municipali e locali.

In connessione con tutto ciò e contestualmente al problema della pubblicazione dei documenti, si pose nei decenni centrali dell'Ottocento il problema dell'organizzazione archivistica. In Italia esisteva una sterminata congerie di scritture private, di carte degli enti ecclesiastici e di registri delle antiche città comunali e del Regno meridionale, alla cui valorizzazione si dedicarono le varie Deputazioni di Storia Patria, tra cui possiamo ricordare l'ambiziosa collezione di fonti dei Monumenta Historiae Patriae promossa nel Regno di Sardegna a partire dal 1836, e in Toscana dal 1842 l'«Archivio Storico Italiano» del circolo Vieusseux. In questi ambiti vennero pubblicati documenti familiari e privati, atti amministrativi e documenti fiscali. Nella seconda metà dell'Ottocento si fece vivo l'interesse per la storia economica in tutti i suoi aspetti e si pose il problema dei rapporti con altre discipline come la geografia, la linguistica, l'antropologia, l'etnologia e la sociologia. Tutto ciò rendeva impossibile distinguere le fonti secondo una gerarchia d'importanza e infatti i manuali di metodo storico della fine del XIX secolo mettevano bene in luce come resti materiali, lingua, consuetudini, immagini figurate e tradizioni orali dovessero affiancare la serie delle fonti scritte, che includeva atti pubblici e privati, ruoli fiscali e matricole di arti e corporazioni, annali e diplomi, e chi più ne ha più ne metta.

La grande dilatazione delle tipologie delle fonti è avvenuta però soprattutto nel basso medioevo, insieme con un'enorme aumento quantitativo, tale da far sembrare impossibile o assurda qualunque impresa di edizione sistematica. Perciò di solito ci si è limitati ai «testi più antichi», e quindi meno numerosi: ad es. si pubblicano i documenti privati anteriori all'anno 1200, oppure i primi estimi o i primi catasti, i più antichi registri cancellereschi o di visite pastorali e così via. Questo è solo apparentemente razionale. Infatti da un lato la soglia del 1200 ha contribuito a irrigidire la triade narrazioni-leggi-diplomi, poiché questa è per lo più la documentazione tipica per quei secoli, che è stata estesa per inerzia anche ai secoli successivi: un esempio è la predilezione per le pergamene anche per le epoche successive, dove invece più importanti sono i registri. Dall'altro lato la pubblicazione solo dei testi più antichi per gli altri tipi di fonti ha prodotto edizioni isolate ed episodiche che non consentono facilmente un'analisi della struttura di queste fonti, anche perché spesso i testi più antichi sono anche i più poveri di articolazione e struttura formale.

Tutto ciò si riflette nell'attuale incertezza di una scienza come la diplomatica, il cui alto livello di tecnicismo analitico rimane legato ad un solo settore delle scritture medievali, quello documentario pubblico (bolle e diplomi pontifici, regi e imperiali, cancellerie comunali) e in parte privato (notariato), ma tralascia importanti settori della documentazione come ad esempio i registri degli atti di giurisdizione criminale.

Occorre dunque tener conto di questa divaricazione tra l'orizzonte editoriale e la relativa strumentazione scientifica da una parte, e la grande massa di documentazione scritta conservata in archivi e biblioteche dall'altra.


2. Conservazione e reperimento delle scritture

Bisogna poi considerare il modo di conservazione di queste scritture. Allorché tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento le soppressioni prima ad opera dei sovrani illuministi poi di Napoleone degli ordini religiosi e di certe istituzioni locali fece confluire negli archivi pubblici una grande massa di materiale, si operò un drastico mutamento di collocazione e fisionomia delle carte antiche, le cui linee direttive di accentramento archivistico con l'aggiunta di criteri di uniformità nell'ordinamento interno degli archivi continuarono nell'organizzazione degli Archivi di Stato dopo l'Unità d'Italia. Con le leggi del 1939 e del 1963 il sistema archivistico italiano si modellò sull'assetto amministrativo moderno, con un Archivio di Stato in ogni capoluogo di regione e una quarantina di sezioni di Archivio di Stato nei comuni che avevano importanti tradizioni, come Prato, e un Archivio Centrale dello Stato a Roma per i documenti prodotti dall'amministrazione centrale.

Così da una parte si procedette all'accentramento, come nel Granducato di Toscana, ove Pietro Leopoldo istituì nel 1782 l'Archivio centrale a Firenze, in cui vennero convogliati tutti i documenti delle città toscane (Pisa, Arezzo, Siena, Pistoia etc., ma non Lucca che era indipendente). Quando però, a partire dal 1858, vennero istituti gli Archivi di Pisa, di Siena e di Lucca, i materiali tornarono sì nella loro sede di provenienza, ma solo in parte e non sempre furono rispettati i nuovi confini amministrativi: così ad esempio a Firenze sono rimaste le carte di Volterra o i registi notarili pisani. D'altra parte la recente istituzione di Archivi di Stato in ogni capoluogo di provincia ha portato allo smembramento di fondi archivistici tra varie città.

Tutto ciò è più o meno inevitabile, ma viene a complicare ulteriormente una situazione già complicata in origine. Infatti nel Medioevo, poiché non esistevano né archivi notarili né conservatorie immobiliari né archivi pubblici, la documentazione era custodita da coloro che ne avevano provocato la formazione e seguiva le vicende di costoro. Così i documenti giuridici relativi al possesso degli immobili seguivano le vicende della proprietà e cambiavano di mano secondo i proprietari; per eredità i documenti di una famiglia potevano confluire nell'archivio di un'altra casata o di un ente ecclesiastico, e così avveniva anche dei registri notarili; quando un monastero entrava a far parte di una congregazione monastica, i suoi documenti potevano entrare nell'archivio centrale di questa congregazione; al contrario in certi comuni le carte potevano essere conservate in sedi diverse.

Altre alterazioni vennero introdotte in età moderna: con l'avvento della stampa si operò una distinzione tra archivi e biblioteche, ove si conservavano i libri e i codici, ma questo non sempre fu osservato. A partire dal Settecento poi il riordino e la sistemazione degli archivi produsse effetti benefici sotto forma d'inventari e spogli, ma anche negativi nello scarto di scritture, nel rimaneggiamento o scompaginamento di serie archivistiche, per esempio ordinandole per argomento o per luogo.

In tal modo negli Archivi di Stato giunsero carte che già avevano subito varie vicende, vieppiù complicate dalle successive operazioni di riordinamento cui vennero sottoposte. Prima che si affermasse il 'metodo storico', per cui la serie archivistica dovrebbe rispettare la fisionomia dell'istituzione che la produsse, in alcune sedi come a Milano si operarono risistemazioni sulla base di classificazioni tematiche. Ad ogni modo dovunque si separò il Diplomatico, cioè le pergamene sciolte, dal resto dei fondi archivistici.

Ma non tutti i documenti antichi andarono negli Archivi di Stato. Oltre alle sezioni di Archivio di Stato, esistono anche archivi comunali e di altri enti come gli ospedali, cui sono da aggiungere quelli privati e degli enti ecclesiastici non soppressi, in primo luogo dei vescovadi e dei capitoli canonicali delle cattedrali, ma anche di ordini come i Francescani o di monasteri come Montecassino. Ciò provoca molti problemi per la conservazione e la consultazione, teoricamente consentita sotto il controllo delle Soprintendenze archivistiche regionali ma di fatto spesso impossibile.

Nel corso del tempo le scritture hanno subito ingenti distruzioni per i più vari motivi, a partire da guerre e incendi o eventi meteorologici, come quando a Pisa nel 1317, nei tumulti avvenuti al momento della cacciata di Uguccione della Faggiola, andò a fuoco l'archivio del Comune, provocando la scomparsa di quasi tutti i registri ivi esistenti, oppure quando un'alluvione dell'Arno distrusse verso il 1115 il monastero di S. Savino di Montioni con tutti i suoi documenti. C'erano anche altri motivi. Quando i documenti venivano copiati nei cartulari, gli originali venivano di solito distrutti; gli elenchi dei contribuenti e le stime degli imponibili venivano distrutti una volta che l'imposta era stata riscossa, le suppliche al papa respinte venivano lacerate, nel 1266 il capitolo generale dei Francescani ordinò la distruzione delle vite di S. Francesco anteriori a quella di S. Bonaventura etc. In età moderna nel 1943 i Tedeschi incendiarono l'Archivio di Stato di Napoli, gli eruditi del Settecento scartarono materiale che sembrava loro poco interessante, oppure si portavano a casa i testi per studiarli meglio. In altri casi codici e carte antiche sono stati venduti e dispersi, oppure bruciati durante la guerra per scaldarsi oppure semplicemente lasciati in abbandono e quindi destinati alla distruzione.

È quindi necessario rendersi conto della rappresentatività della documentazione pervenutaci. Ossia se un testo ci è rimasto perché eccezionale o invece perché comune, se non abbiamo certe informazioni perché le fonti sono andate perdute o perché non si producevano; se un tipo di fonte compare in un certo momento è perché quelle precedenti sono andate perdute o perché si tratta di una novità, e così via. In conclusione occorre ricostruire quale fosse il panorama delle fonti in una certa epoca storica.

Per far questo è importante conoscere alcuni fenomeni della vita culturale e sociale e le relazione tra di essi, come il livello di alfabetizzazione, l'uso della scrittura e l'atteggiamento di fronte ad essa. In questo senso si può operare la distinzione tra un alto medio evo, in cui, fino all'XI secolo, la scrittura e la sua conservazione furono opera quasi esclusivamente di enti ecclesiastici, e un basso medioevo in cui, a partire dal XII secolo, le nuove strutture politiche dei Comuni cittadini, dei regni e dei principati territoriali determinarono un'esplosione documentaria.


2.1. Le biblioteche

Nelle biblioteche sono conservati manoscritti letterari e narrativi e libri a stampa. Non sempre la distinzione tra biblioteche ed archivi, destinati alla conservazione dei documenti, è così netta, poiché si possono trovare manoscritti negli archivi (ed è un caso non infrequente) o fonti di carattere documentario nelle biblioteche, secondo le modalità di trasmissione del materiale.

Esistono biblioteche pubbliche, statali o di enti pubblici (comuni, provincia), e private (ad esempio di enti ecclesiastici, come l'Ambrosiana di Milano o la Biblioteca Apostolica Vaticana). A Roma si segnalano le biblioteche degli enti di cultura stranieri (École Française, American Library, British School, Istituto Storico Germanico, Istituto Archeologico Germanico etc.). Nelle biblioteche pubbliche, come la nostra Universitaria che è statale, l'accesso è libero a qualunque cittadino italiano maggiorenne, mentre le biblioteche private di norma consentono l'accesso a studiosi qualificati o a giovani studiosi dietro lettera di presentazione di persona qualificata.

Il reperimento del materiale avviene attraverso i cataloghi, per autore e per materia: inoltre di solito ci sono cataloghi speciali: riviste, manoscritti, incunaboli. La ricerca migliore è quella per autore, ma occorre tener presente che in presenza di volumi miscellanei, atti di convegni o riviste, occorre cercare nel catalogo per autori il titolo del libro o della rivista.


2.2. Gli archivi

La tenuta di archivi è di remota origine e già era presente tra gli antichi Egiziani, gli Assiri e i Babilonesi. Ma tutto questo è troppo lontani per noi. Venendo a tempi più recenti, nel 78 a.C. Quinto Lutazio Catulo costruì a Roma il Tabularium, edificio in parte ancora esistente, archivio destinato alla conservazione dei documenti pubblici e privati. nel periodo dell'impero, gli archivi municipali assunsero sempre maggiore importanza come luogo di conservazione dei documenti, mentre i loro custodi, tabularii, divennero gli estensori degli atti privati.

Tutto questo sistema crollò con l'impero. Nell'alto medioevo non esistevano più gli archivi municipali ove depositare i documenti privati e neppure un ufficio ove registrare i passaggi di proprietà, di modo che ognuno teneva presso di sé gli atti a lui utili: solo il possesso del documento poteva dimostrare la proprietà di un bene e pertanto gli atti seguivano il bene immobile nei diversi passaggi da un proprietario all'altro.

Questo spiega perché si sono conservati soprattutto i documenti relativi agli enti ecclesiastici, a motivo della loro continuità istituzionale, mentre sono andati perduti gli archivi laici. Papi e sovrani ebbero archivi, ma per varie vicende politiche e per essere pontefici e sovrani spesso itineranti, i loro archivi furono soggetti a perdite e danni. Dal XII secolo anche i Comuni cominciarono ad organizzare propri archivi.

Gli archivi nel senso moderno del termine sorsero nel XVIII secolo con una chiara impronta illuministica. Nel 1749 l'imperatrice d'Austria Maria Teresa fondò a Vienna l'Archivio centrale dello Stato (Haus-, Hof- und Staatsarchiv) destinato a raccogliere tutto il materiale statale e dinastico. Per volontà del ministro Kaunitz fu fondato a Milano nel 1771 un analogo archivio, ordinato per materia e non cronologicamente.

Nel granducato di Toscana il figlio di Maria Teresa, Pietro Leopoldo, fondò nel 1782 l'Archivio centrale di Firenze, per riunire tutti i documenti toscani, ma ci si rese poi conto come un tale accentramento non fosse funzionale e per opera di Francesco Bonaini vennero fondati nel 1858 gli archivi di Pisa, di Lucca e di Siena. Caratteristica degli archivi toscani, per influsso di Bonaini, è l'ordinamento cronologico, che non oblitera gli antichi fondi.

Archivi esistevano anche nelle capitali degli stati preunitari: dopo l'Unità d'Italia fu fondato a Roma nel 1875 l'Archivio centrale dello Stato per riunire la documentazione prodotta dagli organi centrali dello Stato. Attualmente vi sono archivi di stato in ogni capoluogo di provincia; esistono poi archivi comunali storici, archivi ecclesiastici e archivi privati, con tutta una serie di problemi di accesso. In quelli statali l'accesso è libero a qualunque cittadino italiano maggiorenne: la consultazione è gratuita per motivi di studio, a pagamento per altre ragioni, come per i geometri che consultano i catasti storici. Negli altri archivi, benché la legge obblighi i proprietari a consentire la consultazione, le situazioni sono molto variabili e spesso l'accesso è particolarmente difficile o addirittura impossibile, come negli archivi ecclesiastici di Volterra.

Il materiale è diviso tra il Diplomatico (le pergamene) e i registri, spesso cartacei. Esistono vari tipi di strumenti che aiutano nella consultazione: inventari generali degli archivi (anche a stampa) e inventari dei singoli fondi, spesso manoscritti, redatti dagli archivisti ottocenteschi. La situazione varia da archivio ad archivio. Solitamente migliore è la situazione dei fondi diplomatistici, che hanno inventari, detti spogli, capaci di dar conto del contenuto delle pergamene, mentre molto più sintetici e non esenti da errori sono gli inventari del materiale cartaceo.

III. LE FONTI NON SCRITTE. La documentazione materiale
L'indagine sugli aspetti materiali dell'organizzazione sociale si è presentata anche alla ricerca storica come strumento per una più ampia comprensione delle società del passato, che si servivano di attrezzature e di ambienti diversi dai nostri. Per il medioevo, significative esperienze di valorizzazione delle testimonianze materiali cominciarono già alla fine del XIX secolo in Germania, ove Karl Lamprecht usò il termine di derivazione marxista di cultura materiale per designare l'organizzazione concreta della società. Questo termine fu poi assunto nell'Unione Sovietica e nei paesi a lei soggetti per connotare un settore delle ricerche storiche ed archeologiche, nell'ipotesi che l'indagine sulla cultura materiale consentisse la ricostruzione oggettiva (e qui torna l'equivoco positivista) del modo di produzione e della struttura di classe delle società antiche, permettendo di correggere le deformazioni insite nelle testimonianze letterarie e giuridiche, ritenute espressioni delle classi dominanti.

In realtà la cultura materiale non è di per sé uno strumento privilegiato per l'analisi della struttura socioeconomica di una società, né può essere considerata come espressione della cultura delle classi subalterne. Essa è semplicemente un aspetto della configurazione complessiva della società, da studiare ed analizzare in rapporto con le altre manifestazioni, come le istituzioni, la cultura, la religione, la mentalità etc. Ma, proprio perché riguarda una vasta gamma di attività e funzioni sociali, la cultura materiale costituisce un'importante testimonianza in grado di completare per molti aspetti la percezione storica di una società.

L'importanza dello studio delle tecniche, delle forme degli insediamenti e del paesaggio agrario per la ricostruzione globale della società medievale fu messa in rilievo negli anni Venti e Trenta del XX secolo da Marc Bloch, che mise in luce le connessioni tra la tecnologia (il mulino ad acqua, il traino animale, l'aspetto delle campagne) e l'organizzazione della società.

In questo senso l'archeologia medievale non è certo una novità, poiché nacque già nel Settecento, ma in genere scarsi sono stati i suoi rapporti con la ricerca propriamente storica.

Da un lato è esistito un filone monumentale, diffuso in Gran Bretagna nella seconda metà del Settecento, che, nato dal gusto preromantico per le rovine pittoresche, s'interessò ai siti monumentali in rovina, ruderi di abbazie e castelli medievali, dapprima riprodotti in vedute pittoresche, ma poi studiati criticamente nelle loro strutture, funzioni ed architettura.

Con la Restaurazione e il Romanticismo, questo gusto medievaleggiante si diffuse in Francia, dando luogo ad iniziative di censimento, salvataggio e restauro dei monumenti, che ricevettero anche l'appoggio dello Stato. Certo, alla luce delle nostre esperienze, tutto ciò ci pare piuttosto rudimentale, poiché si studiavano essenzialmente i caratteri strutturali e stilistici degli alzati, trascurando spesso di ricostruire l'impianto originario e l'evoluzione storica degli edifici. I diversi restauri allora compiuti in Gran Bretagna e in Francia s'ispirarono a criteri ora, non sempre a ragione, rifiutati, poiché in taluni casi, più che mettere in luce e consolidare le strutture dell'edificio, si tese a ricostruire un medioevo ideale. Ma in questi paesi ci si interessò anche alle sopravvivenze non monumentali (abitazioni private, stalle, opifici), si compirono indagini sulle fonti scritte per comprendere le funzioni e la cronologia degli edifici, e sulle fonti iconografiche per ricostruirne gli arredi e le dotazioni liturgiche, militari, domestiche. Un importante esponente di questo ambiente è Eugène Emmanuel Viollet-Le Duc (1814-1879), ispettore nel servizio dei monumenti nazionali francesi, restauratore d'importanti edifici medievali, che compilò due fondamentali enciclopedie di antichità medievali, fondate su una straordinaria conoscenza di testi e monumenti.

Alla fine dell'Ottocento l'indagine si rivolse alla comprensione delle vicende costruttive. Attraverso minuziose osservazioni sui materiali e le tecniche si puntò a ricostruire l'organizzazione del cantiere e la storia della costruzione, mirando ad comprendere non solo le funzioni ma anche il significato simbolico dell'edificio e delle sue parti. Si affermò così una concezione dell'archeologia medievale come complemento alla lettura stilistica e formale propria della storia dell'arte.

Contemporaneamente però nel corso dell'Ottocento si sviluppò anche un altro orientamento, sorto nei paesi scandinavi, privi d'importanti emergenze monumentali, ove l'alto medioevo era rappresentato essenzialmente da sepolture, per studiare le quali era necessario lo scavo archeologico. Quest'indirizzo si estese alla Germania, ove, coi metodi dell'etnografia e in una prospettiva nazionalistica, si studiarono i cimiteri dei popoli germanici dell'epoca delle invasioni barbariche al fine di ricostruirne il vestiario, l'armamento, i rituali funerari etc.

Ma i due aspetti, della ricerca archeologica e della ricerca storica, faticavano a trovare un punto d'incontro e di convergenza: gli archeologi erano portati ad una sostanziale autonomia e magari ad un rapporto privilegiato con gli storici dell'arte, gli storici da parte loro attribuivano all'archeologia un ruolo integrativo o sostituivo per i periodi, come l'alto medioevo, di scarsa o carente documentazione scritta, ritenendo che in presenza di un'abbondante documentazione scritta non ci fosse bisogno di fonti archeologiche.

Un'inversione di tendenza si è verificata solo nell'ultimo mezzo secolo, grazie all'archeologia degli insediamenti, cominciata in Gran Bretagna alla fine degli anni Quaranta da due storici dell'economia, i quali nello studio dei villaggi abbandonati nel basso medioevo mostrarono come le conoscenze ottenute sulla stessa materia da due diverse tecniche di ricerca presentassero aspetti di originalità e complementarità. I dati archeologici sono infatti in grado di rivelare aspetti che la documentazione scritta, per sua stessa natura, non può darci, come ad esempio gli aspetti tecnologici e materiali dell'attività sociale: un documento non descriverà mai esattamente il funzionamento di un molino o di un frantoio, le strutture di un forno, da pane o da ceramica, e così via. E ciò implica anche aspetti più complessi, come ad esempio la comprensione delle dominazioni signorili, là dove si riscontra l'unicità delle strutture di trasformazione dei prodotti, agrari o industriali.

Questo tipo di ricerche ha anche consentito di superare la dimensione monumentale troppo spesso propria dell'archeologia classica, tesa al recupero del bell'edificio o del bell'oggetto. Il quotidiano medievale è invece prevalentemente povero ed ha perciò assunto importanza una documentazione archeologica sostanzialmente trascurata, i resti della vita quotidiana, dalla ceramica da fuoco, grezza o acroma, agli scarti delle lavorazioni artigianali, ai resti del cibo, tutti elementi che tuttavia offrono preziose informazioni sulle tecniche di lavorazione, sull'alimentazione, sull'allevamento degli animali e sulla coltivazione delle piante.
IV. I QUADRI GENERALI DELLA RICERCA STORICA
1. Il tempo: 1.1. La cronologia

1.1.1. Le ere e l'indizione

I Romani datavano gli anni secondo l'era del consolato, indicando gli anni con i nomi dei due consoli eletti annualmente. In Occidente l'ultimo console fu Basilio nel 541: dal 542 al 565 si usò la formula post consulatum Basilii anno primo, secundo etc. Il I gennaio 566 l'imperatore Giustino II assunse egli stesso la dignità consolare; i suoi successori assunsero il consolato il I gennaio successivo alla loro ascesa al trono e si usò la formula post consulatum dopo il primo anno di regno, e così si continuò nei secoli VII e VIII. Questo uso tornò con Carlo Magno nelle lettere pontificie fino al 904, ma in questo caso il post consulatum corrispondeva agli anni di regno.

Nei regni romano-barbarici alla formula post consulatum si unì ben presto l'anno di regno dei sovrani. I papi utilizzarono il computo secondo il post consulatum degli imperatori di Costantinopoli fino al papa Adriano I, che nel 781 adottò l'anno del pontificato, calcolato dal giorno della consacrazione. Anche i Carolingi ed i re ed imperatori loro successori usarono gli anni di regno, calcolati dall'incoronazione.



Era cristiana: calcolata a Roma nel 525 dal monaco Dionigi il Piccolo, che fissò la nascita di Cristo al 25 dicembre dell'anno 753 dalla fondazione di Roma, per cui l'anno 1 corrisponde al 754. L'anno 0 non esiste e il I secolo va dall'anno 1 all'anno 100, il II dal 101 al 200 e così via. Introdotta in Inghilterra nel VII secolo e portata in Gallia dai missionari insulari nell'VIII, l'era cristiana fu utilizzata inizialmente nei testi narrativi e solo dal IX-X secolo fu introdotta nei testi documentari, dove si affermò nel corso dell'XI secolo.

Nel medioevo furono usate diverse altre ere. Tra queste possiamo ricordare l'era di Spagna, che comincia con l'anno 38 a.C., utilizzata dal V secolo in Spagna fino alla conquista araba e poi nei regni cristiani fino al XIV, anche se non esclusivamente. In Portogallo fu usata fino al 1422. In Egitto si diffuse l'era di Diocleziano o dei martiri, con inizio il 29 agosto 284, adottata nell'alto medioevo anche in alcuni luoghi dell'Occidente: essa è ancora in uso presso i cristiani Copti dell'Egitto.

Un importante elemento nella datazione dei documenti medievali fu l'indizione, ciclo di quindici anni sorto in Egitto per scopi fiscali, che comincia con l'anno 313. Il più antico esempio del suo uso cronologico è del 556. Essa cominciava il I settembre, inizio dell'anno bizantino, e fu perciò detta greca o costantinopolitana: fu largamente usata, oltre che in Oriente, in Italia e dai papi fino al 1147.

Esistettero anche altre indizioni: l'8 settembre cominciava quella senese; il 24 settembre quella bedana, usata in Inghilterra, dagli imperatori tedeschi dal X al XIV secolo, in Francia dall'XI al XIII, in molte città italiane, nella cancelleria pontificia al tempo di Urbano II (1088-1099) e dopo il 1147. A Pisa l'indizione bedana fu introdotta nel 1094 proprio attraverso la cancelleria pontificia. Infine i papi dal XIII secolo adottarono l'indizione romana, dal 25 dicembre o dal I gennaio, coincidente con l'inizio dell'anno.

L'indizione si calcola aggiungendo 3 all'anno e dividendo per 15: il resto dà l'indizione. Se il resto è 0, l'indizione è 15. Ad esempio il 2010 avrebbe l'indizione 3: 2010+3= 2013:15= 134 (numero dei cicli indizionali, che non ci interessa) con il resto di 3, che è l'indizione. L'indizione quarta comincia il 24 settembre 2009 e dura fino al 23 settembre 2010.
1.1.2. Gli stili

Diversi furono gli stili adoperati, ossia i giorni d'inizio dell'anno calcolato secondo l'era cristiana.

Stile della circoncisione, al I gennaio: ripete l'uso romano cominciato dal 153 a.C. ed è sempre stato considerato l'inizio dell'anno astronomico. Esso si diffuse in maniera preponderante solo in età moderna, a partire dal XVI secolo: in Spagna nel 1550, in Francia nel 1564, la cancelleria pontificia dalla fine del XVI secolo, in Russia nel 1725, in Toscana nel 1750, in Inghilterra nel 1752.

Stile veneziano (mos venetus): il I marzo, a Venezia e nel suo dominio fino alla caduta della Repubblica nel 1799.

Stile dell'Annunciazione (ab incarnatione Domini, dominicae incarnationis): il 25 marzo. Esso era calcolato in due modi, il calcolo pisano, in anticipo di 9 mesi, e il calcolo fiorentino, usati nelle città da cui presero il nome fino al 1749. Questo stile fu molto diffuso: nella Francia meridionale e centrale, in città italiane e tedesche, in Inghilterra dal 1066 al 1751, in alcuni cantoni svizzeri. Il calcolo pisano fu utilizzato anche dai papi dal 1088 al 1145 e per periodi più o meno lunghi da alcune città come Lodi, Bergamo, Arezzo, Pistoia. Il calcolo fiorentino fu usato dai papi dal 1145.

Stile della Natività (a nativitate Domini, Domini): 25 dicembre. Esso fu adoperato a Roma, in alcuni paesi tedeschi, francesi e italiani (ad es. Genova, Lucca dalla metà del XII secolo, Milano dall'inizio dell'XI secolo), dai papi fino al 1088 e nel secolo XIV, in Inghilterra fino al 1066.

Stile della Pasqua (mos gallicanus: ab incarnatione, Domini, più raramente a Resurrectione): comincia con la Pasqua –o con il Sabato Santo–, che è una festa mobile (la domenica successiva al plenilunio che segue l'equinozio di primavera) ed oscilla dal 22 marzo al 25 aprile, per cui la durata degli anni varia da 13 a 11 mesi, da 330 a 440 giorni e le stesse date possono ricorrere due volte nel medesimo anno. Fu usato in Francia dal XII secolo fino al 1564 e anche in Lorena, Belgio, Olanda.

Confronto tra lo stile comune (il nostro) e quello dell'Incarnazione con il calcolo fiorentino e il calcolo pisano e l'indizione bedana:

stile comune: 2010 gennaio 1-settembre 23 indizione 3; 2010 settembre 24-dicembre 31 indizione 4

stile fiorentino: 2009 gennaio 1-marzo 24 indizione 3; 2010 marzo 25-settembre 23 indizione 3; 2010 settembre 24-dicembre 31 indizione 4. In questo stile anno e indizione coincidono dal 25 marzo al 23 settembre; dal I gennaio al 24 marzo l'anno ha un numero in meno rispetto all'indizione, mentre dal 24 settembre l'indizione ha un numero in più rispetto all'anno.

stile pisano: 2010 gennaio 1-marzo 24 indizione 3; 2011 marzo 25-settembre 23 indizione 3; 2011 settembre 24-dicembre 31 indizione 4. In questo stile anno e indizione coincidono dal I gennaio al 24 marzo; dal 25 marzo al 23 settembre l'anno ha un numero in più rispetto all'indizione, dal 24 settembre anno e indizione tornano a coincidere perché è scattata l'indizione, ma l'anno un numero in più rispetto allo stile comune.
1.1.3. Il calendario

I mesi e i giorni venivano indicati nel medioevo come nel calendario romano. Il mese è scandito da quattro date base, che servono per calcolare tutte le altre: le Calende il I, le None nove giorni prima delle Idi, le Idi, normalmente il 13, il 15 nei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre (marmaluot). Le None allora cadono di solito il 5, il 7 nei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre. I giorni sono contati all'indietro in riferimento a queste date, calcolando il giorno di partenza e quello di arrivo, secondo l'uso antico: perciò il 31 dicembre è pridie Kalendas Ianuarii, il 30 dicembre è il terzo giorno ante Kalendas Ianuarii, il 2 gennaio è il quarto giorno ante Nonas Ianuarii, e così via. Negli anni bisestili si ripete il sesto giorno prima delle calende di marzo, ossia il 24 febbraio si dice bis sextum.

Dal XIII secolo s'incontra l'uso bolognese (consuetudo Bononiensis) di contare i giorni della prima metà del mese intrante mense da 1 a 15, della seconda metà exeunte mense all'indietro cominciando dalla fine del mese (ultima dies), per cui ad esempio il 17 di dicembre era detto die decima quinta exeunte mense decembris. Dai secoli XIII e XIV cominciò anche l'uso di contare i giorni come facciamo ora.

I giorni, in particolare in Francia, in Svizzera e in Germania ma spesso anche nelle fonti narrative italiane, potevano essere indicati anche secondo l'uso liturgico della Chiesa cattolica, ossia coi nomi dei santi o delle altre feste religiose, ovviamente in base al calendario liturgico allora in uso, che poteva differire da luogo a luogo, diverso da quello attuale seguito al Concilio Vaticano II. Talune domeniche venivano indicate con le prime parole dell'introito della Messa: Laetare la quarta di Quaresima, Quasi modo quella dopo Pasqua etc.

La settimana comincia con la domenica: secondo il racconto biblico Dio creò il mondo in sei giorni e il settimo si riposò (il sabato), e Gesù risorse il giorno dopo il sabato, che perciò assunse il nome di domenica, dies dominica, il giorno del Signore. I giorni della settimana venivano indicati con il nome latino (dies lunae, martis, mercurii, iovis, veneris, Sabbati) o con la formula liturgica di prima feria (la domenica), secunda feria etc.

Le ore venivano indicate secondo l'uso romano, poi liturgico, a blocchi di tre: prima, terza, sesta (mezzogiorno), nona e vespri. Dal XIV secolo entrarono nell'uso gli orologi e la divisione del giorno in 24 ore.


1.1.4. Il calendario gregoriano

Durante il medioevo il calendario in uso era quello riformato da Giulio Cesare nel 46 a. C., che aveva calcolato l'anno solare in 365 giorni e 6 ore circa, aggiungendo un giorno ogni quattro anni (anno bisestile). L'anno però era stato calcolato più lungo di 11' 4" rispetto all'anno tropico (rivoluzione apparente media del sole), fatto che, unito alla diminuzione costante dell'anno tropico, produsse nel corso dei secoli diversi giorni di differenza, undici nel XVI secolo. Il problema fondamentale riguardava la data della Pasqua, dal momento che l'equinozio di primavera si era spostato all'11 marzo. Il papa Gregorio XIII promosse pertanto una riforma del calendario. L'anno civile deve fornire un numero di giorni intero, mentre l'anno tropico è frazionario: il piano alla base della riforma fu calcolato da Luigi Giglio, professore di medicina all'Università di Perugia. Come egli sia giunto a determinare il valore frazionario dell'anno tropico non si sa, ma ad ogni modo realizzò un compromesso molto soddisfacente fra una precisione essenziale e una semplicità molto desiderata: il calendario conserverà un margine d'errore inferiore ad un giorno solare medio per 2417 anni, cioè fino al 4317. Sono bisestili gli anni le cui ultime due cifre sono divisibili per 4, ma degli anni secolari sono bisestili solo quelli perfettamente divisibili per 4 (1600, 2000, non 1700, 1800 e 1900). L'equinozio di primavera può cadere il 21, il 20 o anche il 19, più spesso il 20. Tutte le date del calendario si ripetono con un ciclo di 400 anni: il 1996 come il 1596.

Per passare al nuovo calendario, Gregorio XIII cancellò 11 giorni del mese di ottobre 1582, passando dal 4 al 15 ottobre. Il nuovo calendario fu adottato immediatamente in Italia, Spagna, Portogallo e Danimarca, e nell'arco di pochi mesi da Francia e Lorena, dagli stati cattolici tedeschi e fiamminghi, dalla Savoia, Olanda e Zelanda. Seguirono negli anni successivi Austria, alcuni cantoni svizzeri, Polonia e Ungheria. In Svezia per mettersi in pari si soppressero gli anni bisestili dal 1696 al 1744, al calendario gregoriano passarono i paesi protestanti tedeschi nel 1699, quelli fiamminghi e taluni svizzeri nel 1700, l'Inghilterra e l'Irlanda nel 1752, la Russia nel 1923. Il calendario giuliano è però ancora seguito dalla Chiesa ortodossa, motivo per cui il Natale ortodosso cade il 7 gennaio.
Di grande aiuto per i problemi cronologici è il volumetto di A. Cappelli, Cronologia, cronografia e calendario perpetuo dal principio dell'era cristiana ai nostri giorni, Milano, Hoepli, 1988. Oltre ai dati fondamentali su diversi usi cronologici e a notizie sulla loro utilizzazione nei diversi stati italiani ed europei, contiene i calendari romano antico, giuliano, ecclesiastico e della Repubblica francese, il calendario perpetuo giuliano e gregoriano, l'indice delle feste religiose, la serie cronologica dei consoli romani, le tavole cronologiche sincrone della storia d'Italia dall'inizio dell'era cristiana al 1929 con imperatori, papi, indizione, data della Pasqua), le tavole cronologiche dei sovrani e dei governi dei principali stati italiani ed europei fino al 1929 (data della I edizione), e infine le tavole cronologiche per la storia d'Italia e degli stati europei fino all'ultima edizione.
2. Lo spazio. 2.1. la geografia storica: cartografia e fonti geografiche

(da Patrick Gautier Dalché, Pisa e il Mediterraneo nella geografia medievale, in Pisa e il Mediterraneo. Uomini, merci, idee dagli Etruschi ai Medici, catalogo della mostra (Pisa, 13 settembre - 9 dicembre 2003), a cura di M. Tangheroni, Ginevra-Milano, Skira, 2003, pp. 115-119; Gautier DalchÉ, Carte marine et portulan au XIIe siècle. Le Liber de existencia riveriarum et forma maris nostri Mediterranei (Pise, circa 1200), Rome, École Française de Rome, 1995)

Regna ancora nei riguardi della geografia medievale – vale a dire sulle produzioni tanto scritte quanto figurate – un certo numero di preconcetti che, senza poggiare su nessuna base documentaria, riflettono piuttosto i presupposti e le posizioni ideologiche della storiografia della seconda metà del XX secolo. Questa geografia sarebbe esclusivamente cristiana e simbolica, e quindi senza rapporto con ciò che noi chiamiamo la ‘pratica’, almeno fino al XIII secolo; a partire da allora, con la comparsa delle carte nautiche e dei portolani, si assisterebbe all’affermazione di un rapporto più diretto, e quindi più moderno con la realtà e gli usi pratici. E poiché, secondo questa ‘vulgata’, si tratterebbe di una geografia simbolica, le carte offrirebbero soltanto disegni aberranti che avrebbero assai poco a vedere con la ‘realtà’: o schemi troppo astratti, o immagini talmente deformate che nulla vi sarebbe riconoscibile. Infine, le carte sarebbero il ricettacolo privilegiato dell’immaginario, vale a dire vi si troverebbero, essenzialmente, mostri e meraviglie.

Questo tipo di analisi ha due limiti. In primo luogo porta a ripetere indefinitamente i medesimi preconcetti, senza permettere di avanzare nella comprensione delle produzioni culturali aventi per oggetto la rappresentazione dello spazio, mentre questi testi e disegni, estremamente vari, sono sempre da considerare nel loro contesto culturale. Il secondo limite è ancora più grave: queste affermazioni sono evidentemente formulate a partire dalla nostra nozione di ciò che deve essere una ‘buona’ rappresentazione dello spazio, conforme alla ‘realtà’, e si vede immediatamente ciò che una tale opinione, che si rivela ideologica, ha di profondamente anacronistico.

Occorre invece considerare i principi che erano alla base di ogni rappresentazione testuale dello spazio del mondo nel Medioevo, e in particolare fino al XIII secolo. In primo luogo, per ogni dotto medievale e anche per ogni individuo dotato di una cultura di base, era evidente che il mondo era stato già esaustivamente descritto dai Romani. In seguito alla conquista da parte delle legioni romane della totalità del mondo conosciuto, i geografi latini – non soltanto Plinio, Pomponio Mela e Solino, ma anche gli autori di numerosi compendi di epoca tarda utilizzati nelle scuole nei primi secoli della nostra era – avevano dato dell’ecumene un’immagine perfetta e completa. Quindi avremmo torto a rimproverare ai testi geografici medievali di fare affidamento sull’autorità piuttosto che sull’esperienza: per un dotto di quei tempi, e anche per quelli che sembrano più vicini alla nostra concezione dell’esperienza, per esempio Ruggero Bacone (ma quest'impressione è un’altra illusione), Plinio o Solino erano i migliori garanti di un’autentica esperienza diretta dello spazio concreto!

Il secondo carattere deriva dal precedente: poiché vi sono numerose autorità di uguale competenza, è prima di tutto la raccolta delle loro opinioni a garantire la verità, e dunque il valore, del discorso geografico. Ma occorre apportare un’importante correzione: un tal genere di compilazione non è mai, nel Medioevo, la ripetizione servile di quanto è stato già scritto. Contrariamente alla visione semplicista, che vede in tali elaborazioni nient’altro che sterili ripetizioni, è nei particolari della struttura delle frasi, nei legami tra brani tratti da autori differenti e nell’ordine in cui sono trascritte le citazioni delle auctoritates che si può assai spesso trovare l’espressione di un’originalità di pensiero, e non nella formulazione di opinioni che si avvicinerebbero alle nostre o le prefigurerebbero. In geografia, come in qualunque storia delle scienze, la nozione di ‘precursori’ non ha valore euristico.

Infine, per quanto riguarda il metodo, i dotti del Medioevo avevano ereditato dall’Antichità un efficace sistema di descrizione. Ogni regione è delimitata dai suoi quattro confini, individuati al contempo dal loro orientamento e da una realtà fisica (fiume o montagna) o ancora da una popolazione limitrofa. Il risultato è una giustapposizione d’insiemi spaziali contigui, poiché il limite di una data regione o di una dato popolo è anche quello di un’altra regione o di un altro popolo. Sarebbe molto ingenuo pensare che un tal modo di organizzare la realtà spaziale, che si osserva in un assai grande numero di testi – non solamente descrizioni geografiche, ma anche scritti narrativi, cronache… – fosse assolutamente non funzionale, concepito e letto senza un rapporto con la realtà, e che non evocasse quindi esattamente niente allo spirito dei lettori contemporanei.

Al contrario, fin dall’Alto Medioevo, questa cultura geografica, queste conoscenze, che storici moderni hanno qualificato troppo facilmente come ‘libresche’, appaiono rispondenti alle necessità della pratica. Ad esempio, Isidoro di Siviglia († 636), in un capitolo delle sue enciclopediche Etymologiae, sembra a prima vista limitarsi a ricopiare elementi di descrizione provenienti da autori classici. In realtà, se si osservano da vicino le sue scelte, ci si rende conto che il quadro elaborato differisce da quello delle sue fonti, databili ai tempi dell’Impero romano: è ormai la Terra nella sua interezza, e non più soltanto l’Impero, ad entrare nel campo della descrizione del mondo, poiché l’universalismo cristiano comporta che tutto il mondo abitato sia destinato a ricevere la Parola del Cristo. Analogamente, era a partire dai testi dei geografi antichi e dalle loro esatte conoscenze che i letterati carolingi utilizzavano i testi antichi per tentare di comprendere il proprio tempo: così Wahlafrido Strabone, nella sua Vita sancti Galli, tratta a lungo della Svizzera e delle Alpi in rapporto alla Gallia e alle regioni situate più a Est.

L’analisi e l’interpretazione delle mappae mundi devono seguire gli stessi principi. In conseguenza di una storiografia che vedeva queste immagini del mondo semplicemente come clichés, senza esaminarle nel dettaglio e soprattutto nel loro contesto manoscritto, si continua talvolta a pensare che esse illustrino la nozione, considerata come tipicamente biblica e patristica, di una terra piatta, e traducano una visione simbolica caratterizzata dalla centralità di Gerusalemme. Niente di più falso. Durante tutto il Medioevo, la terra non è mai stata da alcun dotto considerata piatta: basta ricordare che i numerosissimi trattati De natura rerum, a partire da quello di Beda il Venerabile († 735), comprendevano un capitolo che spiegava “perché la terra è un globo”. D’altra parte, i modelli di mappae mundi sono di una varietà molto ampia, che si può classificare in due gruppi. Nel primo, è rappresentata la terra abitata, a partire dai semplici schemi che mostrano la tripartizione dell’ecumene associata alla discendenza da Noè fino alle grandi carte che possiamo assimilare a enciclopedie visuali, che uniscono la storia della salvezza e lo spazio nel quale si svolge, come il grande mappamondo inglese di Hereford (XIII secolo).

Tra questi due estremi si colloca ogni sorta di varietà più o meno complessa, compresi alcuni schemi in cui, in luogo di contorni precisi, sono i nomi stessi delle regioni a situarsi in un rapporto topografico conforme alla ‘realtà’. Tali schemi, la cui origine risale alla scuola tardo antica, avevano una funzione pedagogica, mnemotecnica, e potevano inoltre essere utilizzati nella pratica della contemplazione monastica. Un mappamondo, in effetti, è come un compendio del mondo reale, del quale solo lo sguardo divino può abbracciare l’immensità e il monaco si avvicinava alla Divinità attraverso un esercizio che riproduceva nella propria scala la visione cosmica di S. Benedetto. La presenza o l’assenza di Gerusalemme non è un fatto caratteristico di questi mappamondi; neanche la separazione delle tre parti del mondo per mezzo di una “T” ha un significato particolare e evoca la croce del Cristo solo negli spiriti semplici dei storici moderni. In realtà, non esiste alcuna fonte medievale che faccia una tale assimilazione, e le interpretazioni allegoriche della tripartizione dell’orbis terrarum, lontane dall’evocare la Croce si rapportano piuttosto a realtà come la Trinità o i Re Magi.

È ancora più difficile sostenere che il secondo tipo di mappamondo illustra una terra concepita come piatta. In effetti, provenendo essenzialmente dal commento di Microbio al Somnium Scipionis di Cicerone, questi schemi hanno la funzione di rappresentare la sfera terrestre divisa in cinque zone climatiche, caratterizzate dalle possibilità offerte all’insediamento umano (due zone fredde inabitabili, due temperate abitabili e una zona torrida in corrispondenza dell’equatore ancora inabitabile). La questione del popolamento effettivo dell’emisfero inferiore, da parte degli ‘Antipodi’ della zona temperata, ha costantemente preoccupato i dotti medievali, non tanto nella forma di un conflitto tra la fede e la scienza, tra l’autorità biblica e l’esperienza – formulare così il problema è un anacronismo –, ma in quanto opposizione tra due logiche. L’eredità della scienza greca postulava in effetti che, esistendo le stesse condizioni nell’altro emisfero, niente si opponesse al fatto che vi vivessero uomini a noi simili, malgrado non se ne avessero mai avute le prove. Ora, come aveva mostrato S. Agostino, anche se fosse stato possibile concepire un emisfero inferiore abitato, l’esistenza della cintura oceanica meridiana, postulata dal filosofo stoico Cratete di Mallos, impediva che la discendenza di Adamo avesse potuto popolarlo. Ciononostante, nel corso del Medioevo, molti affermarono che quell’emisfero fosse popolato in una o l’altra delle sue parti. A tal proposito, l’idea secondo cui quest’opinione avrebbe costituito un’eresia è una finzione costruita dagli storici moderni, ancora sostenuta sulla base di narrazioni menzognere, come quello della condanna nel 754 di Virgilio, vescovo di Salisburgo, da parte del papa Bonifacio.

La lezione da trarre dall’accumulo di questi errori è che i documenti medievali relativi allo spazio devono essere situati nel loro contesto culturale e esaminati non attraverso pregiudizi profondamente ideologici (poiché noi confonderemmo in tal caso la nostra interpretazione della realtà con la realtà stessa), ma con gli occhi e le nozioni degli uomini che li concepirono.

Verso la fine del XIII secolo compaiono alla luce del sole nella documentazione le carte nautiche e i portolani: ciò non significa tuttavia che questi due tipi di documenti non esistessero prima del Duecento. La storiografia 'progressista', sostituita poi dalla storia delle mentalità, ha stabilito un contrasto assoluto tra le mappae mundi, che sarebbero ‘simboliche’, e le carte nautiche che, al contrario, sarebbero ‘realistiche’. Una tale opposizione non ha alcun senso: nel Medioevo, gli stessi soggetti utilizzavano i due tipi di rappresentazione, senza avere coscienza della minima contraddizione.

Le carte nautiche sono generalmente disegnate su un'intera pelle di pergamena o, meno frequentemente, sui fogli di un atlante: rappresentano il bacino del Mediterraneo, il Mar Nero e le coste atlantiche dal Marocco all'ingresso del Baltico, con una straordinaria precisione malgrado non fossero costruite su un sistema di proiezioni. Il fine pratico supposto per queste carte deriva dalla presenza di una o due rose dei venti con 32 direzioni. Si ritiene che questo sistema consentisse una navigazione precisa. Queste carte seguono alcune convenzioni: venti principali in nero, mezzi venti in verde e quarti di vento in rosso; i toponimi sono scritti sui continenti, perpendicolari alla costa; il disegno delle coste è semplificato; alla carta è unita una scala divisa in cinque segmenti, ognuno dei quali rappresenta dieci miglia.

I due più antichi esemplari, la carta pisana (ma di origine genovese) e quella di Cortona, vengono attribuiti, pur in mancanza di prove serie, alla fine del XIII secolo, mentre la prima carta datata è quella del genovese Pietro Vesconte, 1311. Ad ogni modo, risulta che carte di questo genere erano in uso sulle navi nell'ultimo terzo del Duecento. Resta peraltro sconosciuto il modo di elaborazione di questa cartografia così precisa ed esatta, mentre le sue origini vanno cercate nell'ambiente mediterraneo caratterizzato da una molteplicità di scambi, e certo un ruolo importante ebbero le città mercantili italiane, dal momento che la pratica del commercio su lunga distanza portava naturalmente ad unire l'esperienza marinara ai necessari strumenti tecnici.

Uno dei maggiori centri commerciali e marittimi del Mediterraneo era Pisa, ma allo stato della documentazione non si conservano alcuna carta nautica né alcun portolano ivi realizzati, il che però non vuol dire che la città non abbia avuto un ruolo nella comparsa di questi strumenti. In effetti, non sono rimasti, in generale, che esemplari di lusso mai utilizzati a bordo delle navi. Ora le difficoltà che conobbe Pisa nel XIII e nel XIV secolo non furono certo favorevoli alla conservazione di tali documenti, simboli per tutta la gente di mare, e non solamente per i marinai, delle attività commerciali a largo raggio.

Comunque sia, un testo di origine pisana recentemente scoperto rimette in questione la cronologia acquisita. Sotto il titolo Liber de existencia riveriarum et forma maris nostri Mediterranei va una descrizione delle coste del Mediterraneo, del Mar Nero e dell’Atlantico – al contempo, dunque, carta nautica e portolano – datata circa 1200. Questo testo in latino, che contiene più di mille toponimi, è di un’estrema precisione. Il Liber, però, solleva parecchi problemi di natura differente. È in primo luogo organizzato in modo sistematico, la qual cosa dimostra la volontà dell’autore di offrire un quadro coerente e strutturato. Il litorale del Mediterraneo è diviso in sezioni chiamate riveriae, definite nella loro estensione e nell’orientamento della costa secondo un sistema geometrico a otto direzioni che riflette l’uso della rosa dei venti. Poi in ogni riveria si succedono i toponimi con le distanze che le separano. Le fonti utilizzate sono tre: una carta nautica (chiamata forma o cartula) tracciata dall’autore; ciò che l’autore chiama i “gradientes nautarum”, vale a dire le raccolte concernenti i gradus, le tappe; e infine la sua esperienza personale. Il testo apporta d’altra parte informazioni preziose sul modo in cui l’autore e il suo pubblico potenziale percepivano tale realizzazione. Nell’enumerazione dei toponimi si inseriscono talvolta elementi che mostrano una cultura diversa da quella dei marinai: etimologie di nomi dei luoghi, citazioni della Bibbia, da testi classici, da enciclopedie antiche o medievali, o ancora excursus su Roma e la Terrasanta.

Siamo cioè in presenza della giustapposizione di due approcci alla geografia: da una parte, la geografia tipica delle mappae mundi e dei testi fondati su estratti descrittivi, e dall’altra quella degli esperti della navigazione. I due approcci non si escludono l’un l’altro e anzi la loro mescolanza si spiega attraverso le circostanze dell’elaborazione dell’opera, illustrate dal prologo. L’autore infatti spiega di aver rimaneggiato la sua opera su consiglio di un canonico della chiesa cattedrale di Pisa, al fine di diminuire la novitas dell’impresa e di rafforzare la sua veritas, ossia di operare un compromesso tra due tipi di cultura, quella tecnica della gente di mare e quella ‘ufficiale’ del clero cattedrale.

Questo testo prova dunque che Pisa non rimase al margine del grande movimento di conquista simbolica dello spazio mediterraneo attraverso la sua riduzione in forma figurata a partire dal XII secolo: la definizione di Mediterraneo come “mare nostrum” non rappresenta il calco formale di un’espressione risalente all’antichità romana, ma è l'espressione vivente di una presa di possesso attraverso il testo e attraverso la carta.

Il portolano più antico è il Compasso da navegare, un testo di lingua centromeridionale della metà del XIII secolo. Esso è diviso in tre parti: la prima contiene una descrizione delle coste dell'Atlantico e del Mediterraneo, da Capo S. Vincente a Ceuta, con le distanze tra le varie località associate alle direzioni della rosa dei venti che bisogna seguire per andare dall'una all'altra. Vi sono unite informazioni su scogli, secche e fondali, correnti e venti dominanti e sulle procedure d'atterraggio nei singoli porti. La seconda parte è una raccolta di traversate da un punto all'altro, in genere piuttosto lontani l'uno dall'altro, con l'indicazione della distanza e della direzione, e contiene anche il contorno delle grandi isole. L'ultima parte, la descrizione del Mar Nero, è un'aggiunta. Sembra condivisibile l'opinione del suo primo editore a stampa, B.R. Motzo, che giudica il Compasso una novità, il cui autore utilizzò l'esperienza accumulata dai marinai mediterranei, fin allora espressa in portolani parziali consacrati a singole zone, e la sottopose ad una revisione uniforme e metodica.

Pare dunque ragionevole supporre l'esistenza, nel XII secolo, di una sorta di koinè del sapere marittimo, espressa in modi diversi: sembra cioè proponibile l'idea di una pluralità di documenti nautici: portolani parziali – utilizzati alla metà del XII secolo alla corte del re Ruggero II di Sicilia dal geografo arabo Idrisi per descrivere le isole italiane oppure impiegati nel penultimo decennio del XII secolo dall'amministrazione anglonormanna per preparare la rotta dei crociati inglesi in occasione della Terza Crociata – e molteplici tentativi di sintesi come il Liber de existencia riveriarum. Nel XII secolo era inoltre utilizzata la rosa dei venti a otto direzioni, geometrica e senza riferimento ai punti solstiziali, creazione dei marinai medievali e non derivante da quella greco-romana.

E qual era il rapporto con la bussola? Le prime testimonianze occidentali sulla bussola risalgono alla fine del XII secolo e all'inizio del XIII e ancora nel XIII secolo è descritta come uno strumento usato solo quando non si vedevano le stelle, primitivo e impreciso: l'ago era posto su paglia galleggiante nell'acqua e non era associato alla rosa dei venti. La bussola quindi non è collegata con l'apparizione dei portolani.






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