Eta’ giulio claudia tiberio14-37; Calilola37-41;Claudio 41-54; Nerone 54-68



Scaricare 384.5 Kb.
Pagina1/2
24.01.2018
Dimensione del file384.5 Kb.
  1   2



SOMMARIO

ETA’ GIULIO CLAUDIA Tiberio14-37; Calilola37-41;Claudio 41-54; Nerone 54-68

FEDRO favola

SENECA filosofia oratoria poesia tragica

LUCANO epica

PETRONIO romanzo

PERSIO satira


ETA’ DEI FLAVI

69Anno dei tre imperatori Galba Otone Vitellio

Vespasiano 69-79 lex de imperio Vespasiani sancisce i poteri del princeps e del senato e sceglie il criterio della successione ereditaria

Tito 79-81

Domiziano 81-96

Valerio Flacco epica

Marziale epigramma

Quintiliano oratoria


II SEC: BEATISSIMUM SAECULUM GLI IMPERATORI DI ADOZIONE

96-98 NERVA adotta

98 -117 TRAIANO Dacia e tutta la Mesopotamia MAX ESPANSIONE adotta

117-137 ADRIANO px consolidamento vallo di Adriano riorganizzazione economica fonda città

CULTURA

Grande diffusione della retorica anche nelle province



I grandi letterati erano anche maestri di retorica.

Dal mondo greco si diffonde la nuova sofistica

La politica culturale imperiale dopo Traiano non favorì la poesia a diff. dei Giulio Claudi e dei Flavi che avevano favorito l’epos (v. Giovenale)





SENECA

MASSIMO ESPONENTE DELL APROSA FILOSOFICA INSIEME A CICERONE MA DI MAGGIORE PROFONDITA’

GRANDE FORTUNA DAL MEDIOEVO E POI IN ETA’ UMANISTICA
VITA

Fonti sulla sua vita: Seneca stesso, Tacito Svetonio (vita di Nerone caligola e Claudio) Cassio Dione (Storia di Roma)


4 A.C. CORDOVA

FRATELLO ANNEO NOVATO E M.A. MELA PADRE DILUCANO

MAESTRI STOICO ATTALO NEOPITAGORICO SOZIONE PAPIRIO FABIANO RETORE (SESTII)

20 IN AFRICADALLA ZIA MOGLIE DEL GOVERNATORE

331 CADUTO SEIANO, ENTRA IN POLITICA

39 CALIGOLA LO VUOLE MORTO

41 CLAUDIO (MESSALINA) LO ESILIA SCANDALO CON GIULIA LIVILLA SORELLA DI CALIGOLA

49 TORNA


50 PRECETTORE DI NERONE AFRANIO BURRO E AGRIPPINA REGGE L’IMPERO

59 AGRIPPINA UCCISA

62 AVVELENATO BURRO GLI SUCCEDE TIGELLINO

65 ACCUSATO PER LA CONGIURA DEI PISONI INSIEME A ANNEO MELA E ANNEO NOVATO LUCANO PETRONIO


OPERE FILOSOFICHE:

  • DIALOGHI 10 IN 12 LIBRI (DE IRA IN TRE LIBRI)

  1. -De providentia Ad Lucilium;

  2. De constantia sapientis Ad Serenum;

  3. De ira Ad Novatum in tre libri;

  4. De consolatione Ad Marciam;

  5. De vita beata Ad Gallionem;

  6. De otio Ad Serenum;

  7. De tranquillitate animi Ad Serenum;

  8. de brevitate vitae Ad Paulinum;

  9. De consolatione ad Polybium;

  10. De consolatione ad Helviam matrem.




  • DE CLEMENTIA E DE BENEFICIS

  • EPISTULAE AD LUCILIUM NATURALES QUAESTIONES

OPERE LETTERARIE:

  • DIVI CLAUDII APOLOKYNTHOSIS

  • 9 COTURNATE: PHOENISSE MEDEA OEDIPUS FEDRA ERCULES FURENS E OETUS TROADES AGAMENNON TIESTES + OCTAVIA (molto probably non senechiana)



DIALOGHI

CONSOLATIO AD MARCIAM 40 d.C.

Ricorda Cremuzio Cordio: sotto Tiberio aveva elogiato Cassio e Bruto ed era stato ucciso da Seiano


CONSOLATIO AD HELVIAM MATREM 42 d.C. L’esilio
CONSOLATIO AD POLIBYUM 43 d.C.

Liberto di Claudio per la morte fratello /adulazione


DE IRA (a Novato 41d.C.) Ricorda le teorie peripatetiche: lui è per la soluzione stoica
DE BREVITATE VITAE (a Paolino prefetto dell’Annona 49-50d.C.)

il tempo gli occupati fra otium e negotium la vita del saggio



vita, si uti scias, longa est
DE COSTANTIA SAPIENTIS (a Sereno; 55-6d.C.)Sereno aveva fatto da prestanome per copreire le relazioni di Nerone con Atte. è giusto occuparsi di politica ma anche ritirarsi. Il saggio non deve soffrire offesa
DE VITA BEATA (a Gallione alias il fratello Anneo Novato 58-9 d.C.)

Il fratello aveva preso il nome di Giunio Gallione che l’aveva adottato;) accettare anche i beni materiali . qui è vicino ai peripatetici e allo stoicismo moderato di Panezio. Seneca si pone nella prospettiva della ricerca: “hoc mihi satis est: cotidie aliquid ex vitiis meis demere et errores meos obiurgare”.


DE TRANQUILLITATE ANIMI (a Sereno; 61 d.C.) Sereno . oppresso dal taesium vitae, non sa se dedicarsi all’otium o al negotium. Seneca suggerisce una via di mezzo: elogia la vita contemplativa ma con moderazione
DE OTIO (a Sereno; 62d.C.) Seneca si ritira dalla vita politica. Afferma che con la vita contemplativa il saggio potrà quasi meglio rendersi utile
DE PROVIDENTIA (a Lucilio; ultimi anni) il male è in noi non fuori . Perché i buoni vengono colpiti?

I TRATTATI

DE CLEMENTIA, DE BENEFICIIS, NATURALES QUAESTIONES

DE CLEMENTIA dedicato a NERONE

Il princeps è il LOGOS incarnatoè spirito di vita che migliaia di uomini respirano”

T 19 Augusto aveva indetto proscrizioni (43 triumvirato). Poi fu clemente es. di Lepido. Come un padre soffre a punire i suoi. Preferiva l’esilio al supplizio.



DEBENEFICIS ultima fase della sua vita (59-62 d.C.). Amarezza. Ma la virtù non è preclusa ad alcuno

Le tragedie

Grande influenza futura

Inaugura la struttura a 5 atti inframmezzati da cori







IL PENSIERO FILOSOFICO DI SENECA FU PROBABILMENTE

INFLENZATO DALLA SETTA DEI SESTI



Quinto Sestio (...) è un filosofo latino del I secolo a.C..Fu il fondatore della setta dei Sestii, una scuola filosofica che fonde lo stoicismo con elementi del pitagorismo (allievo del neopitagorico Sozione) del platonismo e dell'aristotelismo.Secondo la testimonianza di Seneca, rinunciò alla carriera politica per fondare la sua scuola filosofica.La setta dei Sestii fu frequentata anche dall'enciclopedista Aulo Cornelio Celso e dai precettori dello stesso Seneca, COME Papirio fabianoVegetarianismo astinenza pratiche ascetiche esami di coscienza serali bagni solo freddi






APPUNTI SEMPLICI DA WIKIPEDIA N. 1

Le Naturales quaestiones

Sviluppate in sette libri le Naturales quaestiones, sono state composte nell'ultima parte della vita di Seneca . L'edizione a noi giunta non è integrale e differisce quasi sicuramente dall'edizione originale per ordine e composizione. Interessante è il fatto che per molti versi, Seneca appare ben poco stoico e più vicino a considerazioni di tipo platonico, anche se Seneca non rinnegherà il suo stoicismo. Principi "platonici" possono essere ritrovati soprattutto nella prefazione al primo libro, nella quale si avverte un forte contrasto tra anima e corpo (visto come prigione dell'anima) e dalla caraterizzazione trascendentale di Dio privo di corporeità e non immanente. Questi, principalmente, sono gli argomenti su cui Seneca si sofferma:



  • 1.libro: I fuochi - Gli specchi

  • 2.libro: Lampi e folgori

  • 3.libro: Le acque terrestri

  • 4.libro: il Nilo - Neve, pioggia, grandine

  • 5.libro: I venti

  • 6.libro: I terremoti

  • 7.libro: Le comete

Le Epistole a Lucilio: la lettera filosofica come genere letterario

Seneca, nella produzione successiva al ritiro dalla scena politica (62), volse la sua attenzione alla coscienza individuale. L'opera principale della sua produzione più tarda, e la più celebre in assoluto, sono le Epistulae morales ad Lucilium, una raccolta di 124 lettere divise in 20 libri di differente estensione (fino alle dimensioni di un trattato) e di vario argomento indirizzate all'amico Lucilio (personaggio di origini modeste, proveniente dalla Campania, assurto al rango equestre e a varie cariche politico-amministrative, di buona cultura, poeta e scrittore).






APPUNTI SEMPLICI DA WIKIPEDIA N. 2

L'Apokolokyntosis

Il Ludus de morte Claudii (o Divi Claudii apotheosis per saturam) è generalmente noto col nome di Apokolokyntosis, (parola che implicherebbe un riferimento a kolòkynta, cioè la zucca, forse come emblema di stupidità) parodia della divinizzazione di Claudio decretata dal senato alla sua morte. Nel testo senecano non si parla di zucche e l'apoteosi non ha luogo, il termine va inteso non come "trasformazione in zucca", ma come "deificazione di una zucca, di uno zuccone". Tacito (Annales XIII 3) afferma che Seneca aveva scritto la laudatio funebris dell'imperatore morto (pronunciata da Nerone), però, in occasione della divinizzazione di Claudio, che aveva suscitato le ironie degli stessi ambienti di corte e dell'opinione pubblica, potrebbe aver dato sarcastico sfogo al risentimento contro l'imperatore che lo aveva condannato all'esilio (l'opera sarebbe del 54).

Il componimento narra la morte di Claudio e la sua ascesa all'Olimpo nella vana pretesa di essere assunto fra gli dei, incontra Augusto che inizia a raccontare tutti i misfatti del suo impero e lo condannano invece a discendere, come tutti i mortali, agli inferi, dove egli finisce schiavo di Caligola e da ultimo viene assegnato al liberto Menandro: una condanna di contrappasso per chi aveva fama di esser vissuto in mano dei suoi potenti schiavi. Allo scherno per l'imperatore defunto Seneca contrappone, all'inizio dell'opera, parole di elogio per il suo successore, preconizzando nel nuovo principato un'età di splendore e di rinnovamento. Claudio viene rappresentato come violento, claudicante e gobbo: Seneca infierisce sui suoi difetti fisici. Seneca in quest'opera contrappone l'aspetto celebrativo a quello irriverente.

Gli epigrammi

Sotto il nome di Seneca, sono state trasmesse anche alcune decine di epigrammi in distici, quasi certamente spuri.


Appunti vari sui Testi:

i dialogi

DE BREVITATE VITAE (A PAOLINO)

Domande: I tre tempi del tempo il valore del passato. Gli occupati

“cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so, se voglio spiegarlo a che me lo chiede, non lo so” Sant’Agostino

T 9 Ippocrate “la vita è breve lunga è l’arte”. Aristotele: l’uomo, a differenza degli animali, in rapporto alle grandi imprese che può compiere, ha poco tempo. Non è vero. Ne perdiamo molto.

T 11 La vita è tempo diviso in futuro (incerto) presente (breve) passato (sicuro)

Il passato è memoria ed è un acquisto sicuro solido per il saggio

T 13 Gli occcupati: la vita sprofonda in un abisso. Non serve versare grandi quantità di acqua (tempo= vita) se non c’è un contenitore (memoria = animus) . : per animos quassos et foratos transmittutur

Nota: per Seneca la memoria è un contenitore in cui precipita il tempo, per Sant’Agostino è una “palazzo” una cattedrale che tende verso l’alto (Garbarino)

T 13 Gli occupati inattivi: attivi (cacciarli dalla basilica con i cani) e inattivi

DE VITA BEATA ( A GALLIONE)

Il sommo bene è la virtus non la voluta. Si difende dalle accuse di condurre un avita da ricco.

DE TRANQUILLITATE ANIMI (A SERENO) durante l’impegno a fianco di Nerone

Domande: quando? Come si ragg l’euthymia? Cos’è il taedium? Cita Lucrezio?

Euthymia : l’impegno nella vita attiva per il bene comune la parsimonia l’accettazione delle avversità e della morte

T 14 inquietudine di coloro che non sanno né comandare né obbedire ai propri desideri.

Sia agli inerti che i volubili sono infelici.

Chi non riesce a trovare un equilibrio e ha desideri troppo deboli o non appagati e non riesce ad ottenere ciò che vuole è infelice. si ritira nell’otium ma Lo prende il taedium inquietudine e scontento di sé. Le fluttuazioni di una mente incerta: ansiosa quando concepisce speranze, triste quando le vede sfumare. O fa viaggi. Peggio . Cita Lucrezio: “a che gli serve se sfugge se stesso? Egli lo insegue e lo incalza. Sgradevolissimo compagno”

DE OTIO (A SERENO)

DOMANDA: perché SI COLLEGA AL RITIRO DI SENECA DALLA POLITICA?



LA SCHIAVITU’

Da “servus” a “schiavo” :

nel X sec l’imperatore Ottone I asservì popolazioni di ceppo slavo dei Balcani “slavus->sclavus “

Schiavi latini: familia rustica, urbana, gladiatori

Manumissio Livio Andronico 240 a.C.

Spartaco 73-71 a.C.

PLATONE chiunque, se vuole , metta mano al proprio schiavo, nei limiti del lecito

ARISTOTELE ci sono individui inferiori agli altri come il corpo lo è rispetto all’anima e la bestia rispetto all’uomo. Sono gli uomini da cui la cosa migliore che si può ricavare è l’uso delle forze corporali. Tali esseri sono destinati dalla natura stessa alla schiavitù

Da ragioni di natura economica: “ se ogni strumento potesse, a un ordine dato,

lavorare da sé, i padroni potrebbero fare a meno degli schiavi”

NELLA LINGUA LATINA spesso si indica con il neutro mancipium servitium l’insieme degli schiavi

MARCO TERENZIO VARRONE DE RE RUSTICA I A.C. i mezzi con cui si coltivano i campi per alcuni sono uomini e attrezzi. Altri li distinguono in tre tipi vocale semivocale muto. Al primo appartengono i servi, al secondo gli buoi al terzo i carri.

SENECA 47 EP. LUC

Lo shiavo è un uomo a pari dignità con i padroni.

La sorte lo ha posto in tale condizione. e tale situazione va accettata. La schiavitù come istituzione non viene messa in discussione

S.PAOLO EP. AI GALATI non c’è più giudeo né greco, shiavo e libero,uomo e donna, poiché tutti voi siete uno in cristo gesù

Anchè s. Palo non discute la validità delle istituzioni. Dio ha posto lo schiavo in una situazione di dipendenza. “per tutto il tempo che l’erede è fanciullo non è diverso dallo schiavo pur essendo padrone di tutto. Dipende dai tutori fino al termine stabilito dal padre.”


SENECA: DEUS INTUS EST


Seneca Lucilio suo salutem dicit

Facis rem optimam et tibi salutarem si, ut scribis, perseveras ire ad bonam mentem, quam stultum est optare cum possis a te impetrare. Non sunt ad caelum elevandae manus nec exorandus aedituus ut nos ad aurem simulacri, quasi magis exaudiri possimus, admittat:




PROPE EST A TE DEUS, TECUM EST, INTUS EST.

Ita dico, Lucili:



SACER INTRA NOS SPIRITUS SEDET, MALORUM BONORUMQUE NOSTRORUM OBSERVATOR ET CUSTOS; HIC PROUT A NOBIS TRACTATUS EST, ITA NOS IPSE TRACTAT.

Bonus vero vir sine deo nemo est: an potest aliquis

supra fortunam nisi ab illo adiutus exsurgere? Ille dat consilia magnifica et erecta. In unoquoque virorum bonorum

QUIS DEUS INCERTUM EST HABITAT DEUS.

Si tibi occurrerit vetustis arboribus et solitam altitudinem egressis frequens lucus et conspectum caeli ramorum aliorum alios protegentium <proventu> summovens, illa proceritas silvae et secretum loci et admiratio umbrae in aperto tam densae atque continuae fidem tibi numinis faciet.

Si quis specus saxis penitus exesis montem

suspenderit, non manu factus, sed naturalibus causis in tantam laxitatem excavatus, animum tuum quadam religionis suspicione percutiet. Magnorum fluminum capita veneramur; subita ex abdito vasti amnis eruptio aras habet; coluntur aquarum calentium fontes, et stagna quaedam vel opacitas vel

4) Si hominem

videris interritum periculis, intactum cupiditatibus, inter adversa felicem, in mediis tempestatibus placidum, ex superiore loco homines videntem, ex aequo deos, non subibit te veneratio eius?

Non dices, 'ista res maior est altiorque quam ut credi similis huic in quo est corpusculo possit'?
5) Vis isto divina descendit; animum excellentem, moderatum, omnia tamquam minora transeuntem, quidquid timemus optamusque ridentem, caelestis potentia agitat. Non potest res tanta sine adminiculo numinis stare; itaque maiore sui parte illic est unde descendit. Quemadmodum radii solis contingunt quidem terram sed ibi sunt unde mittuntur, sic animus magnus ac sacer et in hoc demissus, ut propius [quidem] divina nossemus, conversatur quidem nobiscum sed haeret origini suae; illinc pendet, illuc spectat ac nititur, nostris tamquam melior interest. 6) Quis est ergo hic animus? qui nullo bono nisi suo nitet.


Seneca saluta il suo Lucilio,

Fai proprio una cosa buona e per te salutare se, come scrivi, continui a procedere verso la

saggezza: è cosa stolta chiedere desideroso ciò che potresti ottenere da te. Non si devono alzare le mani al cielo o scongiurare il guardiano del tempio che ci lasci avvicinare alle orecchie della statua, quasi potessimo trovare più ascolto:
nella critica alla superstizione ha accenti epicurei. Lo stesso Seneca ammette “incursioni in campo avversario” : “soleo enim in aliena castra transire, non tamquam transfuga, sed tamquam explorator” (Epist. “,5)


DIO È VICINO A TE, È CON TE, È DENTRO DI TE.
Si osservi il climax. La sententia ben esprime il giudizio del Traina: lo stile di Seneca ha sua cellula fondante nella frase semplice e non nel periodo come in Cicerone.
secondo me, Lucilio,

C'È IN NOI UNO SPIRITO SACRO, CHE OSSERVA E SORVEGLIA IL BENE E IL MALE CHE È COMPIAMO; A SECONDA DI COME NOI LO TRATTIAMO, LUI STESSO CI TRATTA.
il cristianesimo, da Sant’Agostino in poi, accentuerà il carattere trascendentale del sacro. Il senso del sacro è in Seneca immanente e intimo.. Nell’uomo si istaura un dialogo costante con la scintilla divina che è in lui. il senso del sacro coincide con il percorso spirituale di ognuno di noi ed è totalmente interiore e individuale,
Nessun uomo è virtuoso senza dio: o forse qualcuno poterebbe ergersi al di sopra della sorte senza il suo aiuto? Egli ci ispira principi nobili ed elevati. In ogni uomo virtuoso

QUAL DIO NON SI SA, MA ABITA UN DIO
La citazione è tratta dall’Eneide. In Seneca assume un valore profondissimo: chi o cosa è quel quid di divino che è in noi? Per Seneca stoico è il Logos , il principio razionale che regola l’universo, eppure è come se al filosofo questo assioma non bastasse continuasse ad interrogarsi. Nella sua continua ricerca, a tratti tormentosa, è la grandezza e l’attualità di Seneca: la domanda rimane quasi senza risposta
Se ti troverai davanti a un bosco folto di alberi secolari, (che hanno superato la solita altezza=) di altezza insolita e che impedisce la vista del cielo per lo slancio dei rami che si coprono l'un l'altro, l'altezza di quella selva, la

solitudine del luogo e la meraviglia (di=) di fronte ad un’ombra tanto densa e ininterrotta in uno spazio aperto, ti darà fede della presenza di un dio.


Proceritas” “secretum” “admiratio” : l’uso dei tre sostantivi astratti in luogo del concreto accentua il tono sacrale del concetto qui espresso da Seneca.
Se una grotta, creata non dalla mano dell'uomo, ma scavata in tanta ampiezza da fenomeni naturali, su rocce profondamente erose reggerà sospeso un monte, un sentimento di religioso timore colpirà il tuo animo. Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; l’improvviso sgorgare di un ampio fiume dal sottosuolo merita altari onoriamo le fonti di acque termali, e il colore opaco o la smisurata profondità hanno reso sacri certi laghi.
Il concetto sarà anche cristiano: la natura è il libro in cui Dio scrive.

Ricordiamo le parole di Galileo:

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.

Se vedrai un uomo

impavido di fronte ai pericoli, libero da passioni, felice nelle avversità, tranquillo in mezzo alle tempeste, che guarda gli altri uomini dall'alto e gli dèi alla pari, non ti pervaderà un senso di venerazione per lui?

Non dirai: "C'è un qualcosa di troppo grande ed eccelso perché possa ritenersi simile al povero corpo in cui si trova"?



Si osservi il linguaggio della predicazione di di cui parla il Traina per l’uso dell’interrogativa diretta e del discorso diretto
5) Una forza divina è discesa in lui; questo spirito straordinario, moderato, che passa oltre ogni cosa considerandola di poco conto, che ride dei nostri timori e desideri lo incita una potenza celeste . Non può un essere così grande restare saldo senza l'aiuto divino; perciò la parte maggiore di lui è là da dove è disceso. Come i raggi del sole raggiungono la terra, ma non si staccano dal loro punto di partenza, così l'anima grande e santa, mandata quaggiù per farci conoscere meglio il divino, sta insieme a noi, ma rimane unita alla sua origine; dipende da essa, a

essa guarda e aspira e sta in mezzo a noi come un essere superiore. 6)Qual è, dunque,

quest'anima? È l'anima che brilla solo del suo bene.

Nella definizione del sapiens Seneca è stoico e pagano: un cristiano “ex aequo deis”” è inconcepibile




IL TEMPO PRECIPITA (Seneca, De brevitate vitae, 10, 2-6)

Atqui memoria est pars temporis nostri sacra ac dedicata, omnis humanos casus supergressa, haec nec turbari nec eripi potest;perpetua eius et intrepida possessio est. Singuli tantum dies, et hi per momenta, praesentes sunt; at praeteriti temporis omnes dies, cum iusseritis, aderunt, ad arbitrium tuum inspici se ac detineri patientur; quod facere occupatis non vacat. Securae et quietae mentis est in omnes vitae suae partes discurrere; occupatorum animi, velut sub iugo sint, flectere se ac respicere non possunt. Abit igitur vita eorum in profundum; et ut nihil prodest, licet quantumlibet ingeras, si non subest quod excipiat ac servet, sic nihil refert quantum temporis detur, si non est ubi subsidat: per quassos foratosque animos transmittitur. Praesens tempus brevissimum est, adeo quidem ut quibusdam nullum videatur; in cursu enim semper est, fluit et praecipitatur; ante desinit esse quam venit, nec magis moram patitur quam mundus aut sidera, quorum irrequieta semper agitatio numquam in eodem vestigio manet. Solum igitur ad occupatos praesens pertinet tempus, quod tam breve est ut arripi non possit, et id ipsum illis districtis in multa subducitur.
LA…EHM…MORTE (Seneca)

Desinamus quod voluimus velle. Ego certe id ago ne senex eadem velim quae puer volui. In hoc unum eunt dies, in hoc noctes, hoc opus meum est, haec cogitatio, imponere veteribus malis finem. Id ago ut mihi instar totius vitae dies sit; nec mehercules tamquam ultimum rapio, sed sic illum aspicio tamquam esse vel ultimus possit. Hoc animo tibi hanc epistulam scribo, tamquam me cum maxime scribentem mors evocatura sit; paratus exire sum, et ideo fruar vita quia quam diu futurum hoc sit (interrogativa indiretta) non nimis pendeo. Ante senectutem curavi ut bene viverem, in senectute ut bene moriar; bene autem mori est libenter mori. Da operam ne quid umquam invitus facias: quidquid necesse futurum est repugnanti, id volenti necessitas non est. Ita dico: qui imperia libens excipit partem acerbissimam servitutis effugit: facere quod nolit; non qui iussus aliquid facit miser est, sed qui invitus facit. Itaque sic animum componamus ut quidquid res exiget, id velimus, et in primis ut finem nostri sine tristitia cogitemus. Ante ad mortem quam ad vitam praeparandi sumus. Satis instructa vita est, sed nos in instrumenta eius avidi sumus.



 

GLI OCCUPATI

Chiedi forse chi io definisco affaccendati? Non pensare che io bolli come tali solo quelli che

soltanto cani aizzati riescono a cacciar fuori dalla basilica [il centro degli affari], quelli che

vedi esser stritolati o con maggior lustro nella propria folla [di clienti] o più vergognosamente

il quella [dei clienti] altrui, quelli che gli impegni spingono fuori dalle proprie case per

schiacciarli con gli affari altrui, o che l'asta del pretore fa travagliare con un guadagno

disonorevole e destinato un giorno ad incancrenire [si riferisce alla vendita all'asta dei bottini

di guerra e degli schiavi, il cui commercio era ritenuto disonorevole]. Il tempo libero di alcuni

è tutto impegnato: nella loro villa o nel loro letto, nel bel mezzo della solitudine, benché si

siano isolat da tutti, sono fastidiosi a se stessi: la loro non deve definirsi una vita sfaccendata

ma un inoperoso affaccendarsi. Puoi chiamare sfaccendato chi dispone in ordine con

minuziosa pignoleria bronzi di Corinto, pregiati per la passione di pochi, e spreca la maggior

parte dei giorni tra laminette rugginose? Chi in palestra (infatti, che orrore!, neppur romani

sono i vizi di cui soffriamo) siede come spettatore di ragazzi che lottano? Chi divide le

mandrie dei propri giumenti in coppie di uguale età e colore? Chi nutre gli atleti (giunti)

ultimi? E che? Chiami sfaccendati quelli che passano molte ore dal barbiere, mentre si estirpa

qualcosa che spuntò nell'ultima notte, mentre si tiene un consulto su ogni singolo capello,

mentre o si rimette a posto la chioma in disordine o si sistema sulla fronte da ambo i lati

quella rada? Come si arrabbiano se il barbiere è stato un po' disattento, come se tosasse un

uomo! Come si irritano se viene tagliato qualcosa dalla loro criniera, se qualcosa è stato mal

acconciato, se tutto non ricade in anelli perfetti! Chi di costoro non preferisce che sia in

disordine lo Stato piuttosto che la propria chioma? Che non sia più preoccupato della grazia

della sua testa che della sua incolumità? Che non preferisca essere più elegante che dignitoso?

Questi tu definisci sfaccendati, affaccendati tra il pettine e lo specchio? Quelli che sono

dediti a comporre, sentire ed imparare canzoni, mentre torcono in modulazioni di ritmo

molto modesto la voce, di cui la natura rese il corretto cammino il migliore e il più semplice, le

cui dita cadenzanti suonano sempre qualche carme dentro di sé, e di cui si ode il silenzioso

ritmo quando si rivolgono a cose serie e spesso anche tristi? Costoro non hanno tempo libero,

ma occupazioni oziose. Di certo non annovererei i banchetti di costoro tra il tempo libero,

quando vedo con quanta premura dispongono l'argenteria, con quanta cura sistemano le

tuniche dei loro amasi [giovani che si vendevano per libidine], quanto siano trepidanti per

come il cinghiale vien fuori dalle mani del cuoco, con quanta sollecitudine i glabri [schiavi che

si facevano depilare per assumere un aspetto femmineo] accorrono ai loro servigi ad un dato

segnale, con quanta maestria vengano tagliati gli uccelli in pezzi non irregolari, con quanto

zelo infelici fanciulli detergano gli sputi degli ubriachi: da essi si cerca fama di eleganza e di

lusso e a tal punto li seguono le loro aberrazioni in ogni recesso della vita, che non bevono né

mangiano senza ostentazione. Neppure annovererai tra gli sfaccendati coloro che vanno in

giro sulla portantina o sulla lettiga e si presentano all'ora delle loro passeggiate come se non gli

fosse permesso rinunziarvi, e che un altro deve avvertire quando si devono lavare, quando

devono nuotare o cenare: e a tal punto illanguidiscono in troppa fiacchezza di un animo

delicato, da non potersi accorgere da soli se hanno fame. Sento che uno di questi delicati - se

pure si può chiamare delicatezza il disimparare la vita e la consuetudine umana - , trasportato

a mano dal bagno e sistemato su una portantina, abbia detto chiedendo: "Sono già seduto?".

Tu reputi che costui che ignora se sta seduto sappia se è vivo, se vede e se è sfaccendato?

Non è facile dire se mi fa più pena se non lo sapeva o se fingeva di non saperlo. Certamente di

SULLO STILE DI SENECA


LA LINGUA DELLA PREDICAZIONE E DELL’INTERIORITA’

(A. Traina, Lo stile «drammatico» del filosofo Seneca, Bologna 1984)

LA LINGUA DELLA PREDICAZIONE, O "MOVIMENTO DALL’INTERNO ALL’ESTERNO":

- tono parenetico

- interrogative retoriche, esclamative

- ripresa di un concetto per esaminarlo da tutti i punti di vista

- anafora (semplice, polittotica, di una parola, di una frase; con chiasmo, con climax, asindetica)

sententia finale, secondo la tecnica epigrammatica; tale tecnica si esprime anche nella brevità,

- concisione, concettosità, fulmen in clausula (conclusione a sorpresa):

Non vixit iste, sed in vita moratus est, nec sero mortuus est, sed diu (ep. 93, 3).

Osserva l’abbreviazione dell’ultimo colon del periodo: l’ultimo membro tende ad essere il più breve, violando la legge dei cola crescenti tipica della prosa classica, e può arrivare al monosillabo:



nec speraveris sine desperatione nec desperaveris sine spe.

LA LINGUA DELL’INTERIORITÀ, o "movimento dall’esterno all’interno":

- tono intimistico, afflato mistico-religioso:

deus ad homines venit, immo, quod est proprius, in homines venit (ep. 73, 16);

prope est a te deus, tecum est, intus est (ep.41, 2);

- uso di preposizioni particolari, come intus o intra, più espressive del comune in:



ita dico, Lucili: sacer intra nos spiritus sedet (ep. 41, 2);

- lessico, metafore, ripetizione di pronomi/aggettivi personali, che esprimono:


a) l’interiorità come possesso, con ricorso alla lingua giuridica:

Ita fac, mi Lucili, vindica te tibi (ep. 1,1);

Ille illius cultor est, hic illius: suus nemo est (de brev. 2, 4);

omnia mea mecum sum (de const. sap. 5, 6);

in se ipsum habere maximam potestatem (ep. 75,18);

b) l’interiorità come rifugio:



Recede in te ipsum, quantum potes (ep. 7, 8);

tunc praecipue in te ipsum secede, cum esse cogeris in turba (ep. 25, 6);

- uso del riflessivo, sia diretto che indiretto, che di fronte alla meccanicità e passività del medio (= azione subita e non voluta dal soggetto) afferma la consapevolezza della gente che prende se stesso a oggetto della propria azione:



multa effugisti, te nondum (Nat. Quaest. 6);

deprehendas te oportet, antequam emendes (ep. 28, 9);

excute te et varie scrutare et observa (ep. 16, 2)

_________________________________________________________________

L’INCONCINNITAS SENECHIANA

NON È DEL TUTTO VERO CHE LO STILE DI SENECA È ASIMMETRICO E DISEGUALE (CASTIGLIONI); per es. l’isocolia è un caposaldo dello stile "moderno" dei declamatori. MA SPESSO ENTRO LA CONCINNITAS SCATTA LA VARIATIO; non quella di Sallustio e Tacito, che dissocia un gruppo sintatticamente omogeneo (es. imbecilla atque aevi brevisIug. 1,1). Essa invece consiste nel variare un membro di una serie ritmica, anaforica o isocolica, preferibilmente l’ultimo:

de divinis humanisque discendum est, de praeteritis de futuris, de caducis de aeternis, de tempore (ep. 88,3)

non est fortis oratio eius, quamvis elata sit; non est violenta nec torrens, quamvis effusa sit; non est perspicua, sed pura (ep. 100,10)




Critica

Link utile: http://www.liceoxxv.it/didattica1/didattica/materiali%20per%20gli%20studenti/Latino/Seneca,%20lo%20stile%20'drammatico'.pdf

______________________________________________________________



Come spiegare lo stile di Seneca

di Lucia Prestipino

(da Zetesis 1995)

Di fronte alla disarmante passività di gran parte dei miei studenti, sempre più sento l’esigenza di avviare i ragazzi ad un lavoro autonomo sugli autori, stimolando la loro capacità di osservazione e il loro spirito critico, in modo che possano essere fruitori attivi di un testo e non semplici ripetitori di ciò che l’insegnante spiega in classe.

Per la terza liceo ho tentato di elaborare uno schema sintetico sullo stile di Seneca - sicuramente perfettibile o modificabile - che permetta ai ragazzi, dopo le prime lezioni svolte in classe, di lavorare da soli su alcuni brani assegnati a casa, analizzandoli in modo accurato sotto il profilo della lingua e dello stile, oltre che del contenuto. Naturalmente le loro osservazioni sono poi riprese, corrette e integrate successivamente in classe.

L’esperienza degli ultimi due anni è stata positiva: la lettura dell’autore risulta più vivace e interessante, arricchendosi del contributo di tutti, e i ragazzi hanno la soddisfazione di poter intervenire in modo personale anche su materie nelle quali la difficoltà linguistica e il rigore metodologico richiesto sono sentiti come un freno alla loro creatività. Infine devo dire che ho imparato anch’io parecchie cose da loro!



Lo schema, per il quale mi sono servita in parte del lavoro di A. Traina, Lo stile "drammatico" del filosofo Seneca, Bologna 19874, è articolato in tre sezioni:

1) Una breve introduzione tratta dal Traina, che spiega i motivi storici e spirituali per cui si passa dalla concinnitas dell’età cesariana al particolare stile asiano di Seneca .

2) Le caratteristiche generali dello stile senecano con segnalazione delle possibili "tecniche" che concorrono a determinarlo.

3) La messa a fuoco dei due atteggiamenti di stile e di pensiero che il Traina individua come prevalenti e compresenti nel linguaggio del filosofo, la cui tensione polare dà luogo a quella "drammaticità" che è la sua cifra stilistica peculiare.

A. Traina, Lo stile "drammatico" del filosofo Seneca, Bologna, 19874, pp. 25-27, passim:

"La cellula stilistica di Seneca e della sua età è la frase, la sententia; nell’epoca di Cesare e di Cicerone era stato il periodo; nell’epoca di Frontone sarà la parola. È questa la parabola della prosa letteraria latina, finché i Cristiani, portatori di una spiritualità nuova, ne restaureranno l’architettura. (...)



Cesare e Cicerone sono, per temperamento interessi ideali, agli antipodi. Ma la loro prosa letteraria, pur nella diversità degli atteggiamenti stilistici, (...) ha un carattere comune: è retta da pochi centri sintattici e/o unificata da una ininterrotta trama di nessi logici. In questa struttura architettonica sembra tradursi il senso di una realtà bene organizzata, un equilibrio di valori morali politici religiosi. Tra i due punti estremi, l’individuo e il cosmo, c’è la mediazione della società. (...)

L’avvento dell’impero segna una frattura in quest’ordine. La realtà politica passa in secondo piano e individuo e cosmo si trovano di fronte. Il problema non è più l’inserimento del singolo nella società e nello stato, ma il suo significato nel cosmo. Riaffiora la solitudine esistenziale e l’urgenza di soluzioni individuali. Il contraccolpo stilistico di questo mutamento di valori è una prosa esasperata e irrelata che ha tanti centri e tante pause quante sono le frasi. (...) Questo stile nasce nelle scuole dei declamatori, dalle ceneri dell’eloquenza politica, ed è tenuto a battesimo da due madrine greche: la retorica con gli schemi convulsi dell’asianesimo e la filosofia con l’aggressività della diatriba cinica".

PARATASSI. Nessi possibili tra una frase e l’altra:

- congiunzioni

- asindeto

- antitesi

- anafora

Es. di antitesi asindetica:



hoc est, quo deum antecedatis: ille extra patientiam malorum es, vos supra patientiam (de prov. 6, 6).

Antitesi avversativa:



non vitae, sed scholae discimus (ep. 106, 12).

Anafora e antitesi:



Servi sunt: immo homines. Servi sunt: immo contubernales. Servi sunt: immo humiles amici. Servi sunt: immo conservi (ep. 47, 1).

BREVITAS. Raggiunta tramite:

- ellissi del verbo essere in costrutti dove è richiesto;

- altri tipi di ellissi;

- costrutti post-classici che permettono il risparmio di congiunzioni subordinanti, p.es.:



contingo + infinito (lat. classico ut + congiuntivo);

nulli contigit impune nasci (Marc. 15, 4);

cui nasci contigit, mori restat (ep. 99, 8);

timeo + infinito (lat. classico ne/quominus + congiuntivo):

quidam fallere docuerunt, dum timent falli (ep. 3, 3);

aggettivo concordato col nome, sintetico di una frase/concetto;

participio in luogo della relativa;

N.B. Osserva l’uso assoluto del participio futuro, in epoca classica usato solo col vb. sum, che permette di concentrare il massimo di significato nel minimo di parole:



nulli...nisi audituro dicendum est (ep. 29, 1)

accipimus peritura perituri (de prov. 5, 7)

ABRUPTUM SERMONIS GENUS

NON È DEL TUTTO VERO CHE LO STILE DI SENECA È ASIMMETRICO E DISEGUALE (CASTIGLIONI); per es. l’isocolia è un caposaldo dello stile "moderno" dei declamatori. MA SPESSO ENTRO LA CONCINNITAS SCATTA LA VARIATIO; non quella di Sallustio e Tacito, che dissocia un gruppo sintatticamente omogeneo (es. imbecilla atque aevi brevisIug. 1,1). Essa invece consiste nel variare un membro di una serie ritmica, anaforica o isocolica, preferibilmente l’ultimo:

de divinis humanisque discendum est, de praeteritis de futuris, de caducis de aeternis, de tempore (ep. 88,3)

non est fortis oratio eius, quamvis elata sit; non est violenta nec torrens, quamvis effusa sit; non est perspicua, sed pura (ep. 100,10)

ESPRESSIVITÀ. Ottenuta mediante:

- il lessico: coloritura poetica/drammatica:

neologismi;

prefissi, suffissi, verbi frequentativi, intensivi, ecc.

- uso insistito della metafora: da quali campi semantici? con quali immagini, effetti?

- uso delle figure retoriche, in particolare il chiasmo, la variatio, la figura etimologica, cara al latino e carissima a Seneca:



tamquam semper victuri vivitis (de brev. 9,4)

saepe admonendus est animus, amet ut recessura, immo tamquam recedentia (Marc. 10,3)

_______________________________________________________________



LA LINGUA DELLA PREDICAZIONE E DELL’INTERIORITA’

(A. Traina, Lo stile «drammatico» del filosofo Seneca, Bologna 1984)

LA LINGUA DELLA PREDICAZIONE, O "MOVIMENTO DALL’INTERNO ALL’ESTERNO":

- tono parenetico

- interrogative retoriche, esclamative

- ripresa di un concetto per esaminarlo da tutti i punti di vista

- anafora (semplice, polittotica, di una parola, di una frase; con chiasmo, con climax, asindetica)

sententia finale, secondo la tecnica epigrammatica; tale tecnica si esprime anche nella brevità,

- concisione, concettosità, fulmen in clausula (conclusione a sorpresa):

Non vixit iste, sed in vita moratus est, nec sero mortuus est, sed diu (ep. 93, 3).

Osserva l’abbreviazione dell’ultimo colon del periodo: l’ultimo membro tende ad essere il più breve, violando la legge dei cola crescenti tipica della prosa classica, e può arrivare al monosillabo:



nec speraveris sine desperatione nec desperaveris sine spe.

LA LINGUA DELL’INTERIORITÀ, o "movimento dall’esterno all’interno":

- tono intimistico, afflato mistico-religioso:

deus ad homines venit, immo, quod est proprius, in homines venit (ep. 73, 16);

prope est a te deus, tecum est, intus est (ep.41, 2);

- uso di preposizioni particolari, come intus o intra, più espressive del comune in:



ita dico, Lucili: sacer intra nos spiritus sedet (ep. 41, 2);

- lessico, metafore, ripetizione di pronomi/aggettivi personali, che esprimono:

a) l’interiorità come possesso, con ricorso alla lingua giuridica:

Ita fac, mi Lucili, vindica te tibi (ep. 1,1);

Ille illius cultor est, hic illius: suus nemo est (de brev. 2, 4);

omnia mea mecum sum (de const. sap. 5, 6);

in se ipsum habere maximam potestatem (ep. 75,18);

b) l’interiorità come rifugio:



Recede in te ipsum, quantum potes (ep. 7, 8);

tunc praecipue in te ipsum secede, cum esse cogeris in turba (ep. 25, 6);

- uso del riflessivo, sia diretto che indiretto, che di fronte alla meccanicità e passività del medio (= azione subita e non voluta dal soggetto) afferma la consapevolezza della gente che prende se stesso a oggetto della propria azione:



multa effugisti, te nondum (Nat. Quaest. 6);

deprehendas te oportet, antequam emendes (ep. 28, 9);

excute te et varie scrutare et observa (ep. 16, 2)

IL SAPIENS SENECANO E’ UNA SPECIE DI SUPER UOMO?

Seneca, nel corso della sua tormentata esistenza e riflessione filosofica, delinea l’ideale di sapiens, secondo i dettami delle filosofia stoica di cui è uno dei massimi esponenti latini.


Il sapiens vive quindi nell’esercizio della virtus, che è la comprova del suo essere parte del LOGHOS, principio razionale che governa il mondo.

Il sapiens è un essere superiore. A lui Seneca guarda come ad un supremo modello, conscio della sua imperfezione.

“ora non ti parlo di me, che sono lontano da un uomo sopportabile, tanto più da uno che abbia raggiunto la perfezione” (Ep. ad Luc, LVII,3)

Come tale egli partecipa della natura divina che è nell’universo.

Si nominem videris interritum periculis, intactum cupiditatibus, inter adversa felicem, in mediis tempestatibus placidum, ex superiore loco homines videntem, EX AEQUO DEOS, non subibit te veneratio eius? (ep. ad Luc. IV, 41)




Condividi con i tuoi amici:
  1   2


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale