Eterna è la sua misericordia



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1Gv 4,7-16


In questo brano, lo stile “ciclico” di Giovanni, che ama tornare sui concetti già espressi, procedendo “a spirale” e affrontando lo stesso tema da diversi punti di vista, è particolarmente evidente. In pochi versetti, gli stessi argomenti tornano almeno due volte. Lo si nota subito nell’enunciazione del tema: Dio è amore. Troviamo questa affermazione al verso 8 e al verso 16, ma anche al verso 7 si dice che «l’amore è da Dio».

Notiamo che in tutto il brano si parla sempre di agape e il verbo usato è agapao, che indica l’amore come adesione incondizionata che porta al dono di sé (cfr. l’uso di agapao e fileo – che esprime invece l’amore dell’amico – in Gv 21,15-18).
Giovanni afferma in modo netto e deciso una realtà, un dato oggettivo: Dio è amore. L’amore è l’essere stesso di Dio, non è una azione che Dio può compiere o meno – questo lo amo, quello no – in misura maggiore o minore. L’amore è espressione del suo stesso essere: per assurdo, se cessasse di amare, cesserebbe anche di esistere.

Dio ama, ama l’uomo, ama me: nulla può cambiare questa realtà. Anche il fatto che Dio ama me, così come sono, indipendentemente da quello che faccio, è un dato oggettivo che non può cambiare: «tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,4).

«Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi» dice Giovanni al v.16. Che Dio è amore è un fatto, ma io devo esserne cosciente, devo esserne convinto e riconoscerlo. Devo accorgermene e crederci.

Ognuno di noi, amato da Dio, ha un terribile potere: quello di ignorare questo amore che mi ha pensato da sempre. Nella lettera ai Romani, Paolo dice: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Rm 8,35a.38-39). Niente e nessuno può separarmi dall’amore di Dio, solo io posso ignorarlo: è la libertà dell’uomo, allo stesso tempo grande e terribile, che non cambia la realtà dell’amore di Dio, che rimane, ma ha il potere di impedirgli di agire e che la sua azione sia efficace.


L’amore, dicevamo, non è un’azione che Dio può compiere o meno. Allo stesso modo, l’amore di Dio non ha misura: non ama di più o di meno secondo le persone o le circostanze. È ancora Paolo che dice: «A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4,7). Ma qual è la misura del dono di Cristo? La misura dell’amore senza misura con cui «Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (v. 9), facendone la «vittima di espiazione per i nostri peccati» (v. 10). E san Paolo afferma: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,31-32).

Avere l’amore di Dio – e lo abbiamo – significa avere tutto, perché in esso tutto ci viene dato. Per questo Gesù può dirci: «Non datevi pensiero per la vostra vita» (Mt 6,25-34). Ogni cosa è dono e tutto è già compreso nel dono più grande di tutti che è il Figlio morto e risorto per noi, a cui il Padre «ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35) e che «in tutto ha il potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare». Tutta la potenza dell’amore di Dio opera in me che credo in lui, senza limiti e senza risparmio, per portarmi alla pienezza di me e darmi in Cristo la pienezza della vita (cfr. Ef 3,17-20).


«In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (v. 10): l’iniziativa è sempre di Dio. Anche in questo noi non possiamo fare nulla senza di lui (Gv 15,5). Tutto è dono suo. Anche l’amore con cui rispondo a questo Dio che mi ama per primo non mi appartiene, lo ricevo da lui. È il suo amore riversato in me che genera in me la capacità di rispondere con altro amore: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia» (Gv 1,16), kharin antì kharitos, un amore che risponde al suo amore.

Abbiamo detto che l’amore di Dio per noi è senza misura. Ma, in quanto dono suo, anche il mio amore per Dio è senza misura: ciò che limita questo amore è la mia capacità, la mia disponibilità ad accoglierlo lasciando che mi riempia e mi trasformi.

«Cerca per l’uomo il motivo per cui debba amare Dio e non troverai che questo: perché Dio per primo lo ha amato. Colui che noi abbiamo amato, ha dato già se stesso per noi, ha dato ciò per cui potessimo amarlo. Che cosa abbia dato perché lo amassimo, ascoltatelo più chiaramente dall’apostolo Paolo: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori” (Rm 5,5). Da dove? Forse da noi? No. Da chi dunque? “Per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5) […]

Dio ci si offre in un modo completo. Ci dice: Amatemi e mi avrete, perché non potete amarmi, se già non mi possedete».

(s. Agostino, Discorsi, disc. 34)
Lo sguardo d’amore con cui Dio ci guarda è un invito irresistibile ad alzare i nostri occhi per guardarlo a nostra volta e scoprire che ciò che sembra impossibile – avere la certezza di essere amati da colui che è l’amore e avere qualcosa da offrire in risposta a questo amore – è già possibile, ora, qui, a me. È Dio che mi cerca e mi desidera e mi viene incontro: sta a me accogliere questo desiderio, farlo mio e permettergli di diventare in me desiderio di lui.

«In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui» (v. 9): Dio non ama di un amore astratto, ce lo rende evidente con gesti concreti: «ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione» (v. 10) perché avessimo la vita. «Forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6): in Cristo l’amore ha vinto la morte facendo della vita il suo dono definitivo all’uomo. «Dio infatti ha tanto


ama­to il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Gesù è il dono dell’amore di Dio all’uomo, dono fatto a tutti indistintamente a un’unica condizione: credere, cioè accogliere questo dono in pienezza.

Dono reso possibile dal sacrificio di Cristo che, «facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8), ha preso su di sé il ruolo del capro su cui, nel giorno dell’espiazione, venivano trasferiti i peccati e le trasgressioni del popolo di Israele (Lv 16,21-22) e «si è caricato delle nostre sofferenza, si è addossato i nostri dolori […] è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is 53,4-5; cfr. Is 53,10; 1Pt 2,21-25).

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici»
(Gv 15,13). L’amore è la forza che spinge Dio a donare il Figlio per salvare gli altri suoi figli; l’amore è la forza che porta Gesù sulla croce per dare la vita per i suoi fratelli. L’amore è la forza che vince la morte e dà vita. In questo è racchiuso il mistero della morte e resurrezione di Cristo: dare la vita genera vita.
«Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» dice Giovanni al v. 11, e al v. 7 «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri»: in greco, il termine tradotto con “carissimi” in entrambi i versetti è agapetoi, che significa “amati”. Il verso 7, quindi, letteralmente suona come “amati, amiamoci”.

La nostra qualità di amati genera in noi il dovere di amare a nostra volta, ma allo stesso tempo ci abilita ad amare, ce ne rende capaci e ci spinge a farlo.

Tutti siamo amati perché il dono di Dio è per tutti e quindi tutti siamo capaci di amare perché l’amore di Dio che è in noi, questa kharin antì kharitos che contiene in sé il principio di reciprocità, ci spinge ad amare, cioè a scegliere la vita: «chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14) dice lo stesso Giovanni e prosegue: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16).

Nel Figlio, il Padre ci insegna l’amore; Gesù dice ai discepoli: «come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34; 15,12). Gesù è la pienezza dell’amore (Gv 13,1): questa è la misura dell’amore di Dio per l’uomo, questa è la misura che, in Cristo, deve avere l’amore dell’uomo per l’uomo. Quando Gesù dà ai suoi discepoli questo comandamento, ha appena dato loro una dimostrazione di che cosa deve essere questo amore: servizio – la lavanda dei piedi – e gratuità, che non si fermano nemmeno davanti al tradimento – l’atteggiamento di Gesù nei confronti di Giuda – nel pieno rispetto della libertà dell’altro.

Il comandamento di Gesù supera il comandamento dell’antica alleanza «amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18), che poneva appunto se stessi come termine di paragone per l’amore verso gli altri. È Gesù che mette questo comandamento in relazione all’amore per Dio: al dottore della legge che gli chiede qual è il comandamento più grande Gesù risponde: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,37-39). Gesù stabilisce una relazione di dipendenza tra l’amore per Dio – che nasce dall’amore di Dio per noi – e l’amore al prossimo nel modo che Gesù ci ha insegnato, cioè fino alla pienezza del dono di sé. Se il termine di paragone per l’amore è “se stessi”, assumo come misura un amore di uomo, necessariamente limitato. Nel dire “amatevi come io vi ho amato” Gesù ci insegna che non c’è amore se non c’è dono di sé e ci invita a superare il nostro limite umano. Ciò è possibile solo in lui.

Nello stesso tempo però Gesù attribuisce un nuovo significato al comandamento dell’antica alleanza “amerai il prossimo tuo come te stesso”. Tra coloro che Cristo ama, per i quali dato la vita, ci sono anch’io: seguendo il suo esempio, quindi, devo anche amare me stesso. E ciò che giustifica questo amore che devo alla mia persona è l’amore e la stima che Dio stesso ha per me e la mia dignità di figlio di Dio.

Come abbiamo detto che l’amore con cui l’uomo risponde all’amore di Dio è dono suo, così anche l’amore con cui amiamo gli altri è dono suo perché è lo stesso amore di Cristo, crocifisso e risorto per tutti, che è incarnato in noi. Se quindi non acconsentiamo a che questo amore che abita in noi si manifesti e operi attraverso di noi verso gli altri, tratteniamo qualcosa che non ci appartiene.

«Guardiamoci […] dal diventare cattivi amministratori di quanto ci è stato dato in dono. Meriteremmo allora l’ammonizione di Pietro: Vergognatevi, voi che trattenete le cose altrui, imitate piuttosto la bontà divina […] Egli non fece discriminazioni, non si mostrò avaro con nessuno. Proporzionò sapientemente il suo dono al fabbisogno di ciascun essere e manifestò a tutti il suo amore»

(s. Gregorio Nazianzeno, Discorsi, disc. 14)
Gesù, totalmente uomo e totalmente Dio, è l’espressione della pienezza del­­l’amo­re divino, ma anche della pienezza dell’amore umano. In lui, totalmente uomo, l’amore divino non può non assumere in sé, trasfigurare e portare a pienezza l’amore di cui è capace l’uomo Gesù. Quello che redime l’uomo, quindi, è la più alta espressione dell’amore divino che contiene in sé la più alta espressione dell’amore dell’uomo Gesù.

Vivendo in lui, ogni uomo diventa capace dello stesso amore, io divento capace di amare fino a dare la vita se, come dice Paolo, «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

E sempre Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci aiuta a dare concretezza a questo amore che dobbiamo avere per i fratelli, definendolo non in modo teorico e astratto, ma attraverso quindici verbi che lo traducono in altrettante azioni (1Cr 13,4-7; cfr. Rm 12,9-16).
«chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio» (v. 7): l’amore genera vita; in Cristo, Dio ci ha amati perché avessimo la vita, quella vita eterna, definitiva, di cui Gesù dice: «Padre è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la cita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,1-3). Conoscere non solo come fatto intellettuale, ma la conoscenza in senso biblico, quella che deriva dalla relazione personale, dall’esperienza.

È l’esperienza che io, in quanto amato, faccio dell’amore di Dio che mi rende capace di amare. Quanta importanza abbia questa esperienza che ciascuno di noi fa dell’amore di Dio lo sa bene Giovanni, che infatti apre questa lettera proprio richiamando l’esperienza sua e degli apostoli come fatto fondante dell’an­nuncio e della comunione: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udi­to, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,1-3).

Un’esperienza che genera intimità: ed è su questa intimità condivisa che si fonda la comunione tra coloro che credono, comunione che è modellata sulla conoscenza intima, basata sull’amore, esistente tra il Padre e il Figlio: «come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,20).
«Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (v. 16): questa frase richiama il versetto del capitolo 6 del vangelo di Giovanni che dice «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,56). Il verbo greco tradotto in italiano con “dimorare”, “essere in”, “rimanere in”, tipico del linguaggio giovanneo, esprime (v. la nota relativa nella Bibbia di Gerusalemme) una relazione di presenza interiore; in questo caso, una relazione reciproca. Compare per la prima volta proprio nel capitolo 6 del vangelo e ritorna svariate volte nel capitolo 15: «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio» (Gv 15,4-6). «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9).

Il rimanere in me di Gesù è legato al mio rimanere in lui, che non è un fatto automatico, ma dipende da una mia precisa volontà: perché possa esistere una relazione, devono essere “presenti” entrambi i soggetti, se uno dei due manca, la relazione diventa impossibile. Rimanere significa mangiare la sua carne e il suo sangue, cioè partecipare alla sua stessa vita in una comunione di amore che è allo stesso tempo causa e risultato.

Stare, rimanere, dimorare sono tutti verbi che trasmettono un’idea di stabilità, di solidità, di fermezza. Richiamano la fedeltà dell’amore. Dio è fedele perché non può venir meno alle sue promesse, indipendentemente dalla risposta dell’uomo, per coerenza con se stesso: «non gli toglierò la mia grazia, e alla mia fedeltà non verrò mai meno. Non violerò la mia alleanza, non muterò la mia promessa. Sulla mia santità ho giurato una volta per sempre.» (Sal 89, 34-36).

L’uomo è chiamato a imparare da Dio stesso la fedeltà e a rimanere coerente, giorno dopo giorno, con la scelta dell’amore e della vita. È la fedeltà della fede che ha permesso a Maria di essere con Gesù in ogni attimo della sua vita, dal suo sì fino al Calvario e al mattino di Pasqua.


«Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio» (v. 15): quella che ci fa rimanere in Dio è la scelta della fede, quella fede che fa dire a Pietro, a nome dei dodici: «Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68). I discepoli capiscono che al di fuori di Gesù non c’è speranza e che non si tratta solo di accettare una dottrina, ma di condividerne la vita. Se io non vedo nell’uomo Gesù, nella vita che lui ha vissuto, nelle scelte che ha fatto, nelle scelte che chiede a me di fare, se in quest’uomo io non riconosco il Dio che porta a compimento le promesse, se, come dice Giovanni al v. 14, io non vedo in lui il salvatore del mondo, il mio salvatore, non può instaurarsi quella intimità basata sull’amore che mi permette di rimanere in Dio e a lui di abitare in me rendendomi partecipe della sua vita divina.

Nella lettera agli Efesini, Paolo prega il Padre di concederci di «essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,16-19).

È lo Spirito che fa abitare il Cristo nel cuore dell’uomo, che lo rende capace di riconoscere in lui il Signore (1Cor 12,3) e riversa nel suo cuore l’amore di Dio (Rm 5,5). «Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito» dice Giovanni al v. 13. Lo Spirito – che abita in noi (1Cor 3,16) e rimane con noi per sempre (Gv 14,16), conosce i segreti di Dio e ci fa conoscere «tutto ciò che Dio ci ha donato» (1Cor 3,11-12) – ci rende figli di Dio (Rm 8,14): «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,6).

L’amore con cui Dio ci ama è lo stesso con cui ama il Figlio (Gv 17,23): questo amore ci rende figli a nostra volta e capaci di dare la vita per amore così come l’ha data il Figlio per amore del Padre. «Qual grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1Gv 3,1). Amare è proprio dei figli di Dio perché è proprio di Dio: «chiunque ama è generato da Dio» dice il v. 7. Nell’amore si manifesta la presenza di Dio che diffonde la vita tra gli uomini. È in Gesù che vediamo e tocchiamo questo amore che ci viene incontro e ci anticipa e giunge fino al dono di sé. In Gesù nostro fratello e Figlio del Padre, il volto di Dio è quello dei nostri fratelli: «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).




agosto 2006




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