F. Dosse, Histoire du structuralisme, Tome I, Le champ du signe



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F. Dosse, Histoire du structuralisme, Tome I, Le champ du signe, 1945-1966, La Découverte, Paris, 1992

INTRODUZIONE (pp. 9-16)

(Ho introdotto lievi modifiche rispetto all’originale, con la scansione in paragrafi per rendere più comprensibile il corso dell’argomentazione)

I

Il successo incontrato in Francia dallo strutturalismo durante gli anni cinquanta e sessanta è senza precedenti nella storia della vita intellettuale di questo Paese. Il fenomeno ha riguardato l’adesione della maggioranza dell’intelligentsia, fino a ridurre ad azzerare le resistenze o le obiezioni che si sono manifestate fin dalla nascita di quel che si può chiamare il momento strutturalista.



I motivi di questo spettacolare successo hanno a che vedere essenzialmente col fatto che lo strutturalismo si è presentato nello stesso tempo come un metodo rigoroso capace di dare speranze sulla possibilità di avanzate decisive verso le scienze – ma anche, e più in profondità, che lo strutturalismo è stato un peculiare momento della storia del pensiero, qualificabile come tempo forte della coscienza critica. Questa è la circostanza che permette di comprendere come mai tanti intellettuali si siano riconosciuti in uno stesso progetto. Un programma che ha suscitato molteplici entusiasmi, al punto che l’allenatore della nazionale di calcio poté annunciare negli anni Sessanta una “riorganizzazione strutturalista” della squadra per migliorarne i risultati.

Il trionfo del paradigma strutturalista è in primo luogo il risultato di un contesto storico specifico, caratterizzato, fin dalla fine del XIX Secolo, da un progressivo spostamento dell’Occidente verso una temporalità più fredda. Ma è anche il frutto di un notevole slancio delle scienze sociali, dovuto all’egemonia della vecchia Sorbona, detentrice della legittimità del sapere e sede delle discipline classico-umanistiche. Dunque, nel programma strutturalista si è incarnata una strategia a dire il vero non cosciente di fuoruscita dall’accademismo al potere, con una doppia funzione di contestazione e di contro-cultura. L’efficacia del paradigma strutturalista è stata tale da aprire lo spazio a tutto un campo di sapere tenuto ai margini delle istituzioni canoniche.

Espressione della contestazione, lo strutturalismo corrisponde bene a un momento della storia occidentale, espressione di un certo atteggiamento autocritico, (10) di rigetto della cultura occidentale tradizionale, di un desiderio modernista alla ricerca di nuovi modelli. Alla glorificazione degli antichi valori, esso oppose un’estrema sensibilità per tutto ciò che questa storia occidentale aveva rifiutato, e non è un caso se le due scienze pilota del momento – l’antropologia e la psicoanalisi – privilegiavano l’inconscio, il rovescio del senso manifesto, l’inaccessibile rimosso della storia occidentale.

Questo è anche il momento in cui la linguistica svolge il ruolo di scienza-pilota, che guida il percorso verso la piena legittimazione di statuto scientifico per le scienze sociali in generale. In questo senso lo strutturalismo è stato la bandiera dei moderni nella loro lotta contro gli antichi, lo strumento di una de-ideologizzazione per molti intellettuali impegnati, all’altezza delle disillusioni della seconda metà del XX Secolo. Una congiuntura politica particolarmente segnata dal disincanto, una configurazione di campi del sapere che richiedeva una rivoluzione per ottenere una riforma. Ecco la circostanza che ha permesso allo strutturalismo di diventare il punto di concordanza di un’intera generazione che ha scoperto il mondo all’interno della griglia strutturale.

Questa grande ricerca di una soluzione allo smarrimento esistenziale ha avuto come effetto una tendenza a ontologizzare la struttura: essa si è data, nel nome della Scienza o della Teoria, come alternativa alla vecchia metafisica occidentale. Ambizione smisurata di un tempo che metteva in crisi le linee di confine, i contorni delle immagini precostituite, per avventurarsi sulle vie più nuove aperte dallo sbocciare delle scienze sociali.

II
Poi, di colpo, tutto è cambiato e un destino funesto ha colpito lo strutturalismo all’inizio degli anni Ottanta. La maggior parte degli eroi francesi di questa vicenda epica di respiro internazionale sono spariti in un soffio dalla scena dei vivi, per passare sull’altra scena, come se coloro che avevano teorizzato la morte dell’uomo si fossero lasciati trascinare tutti insieme in una forma spettacolare di trapasso. Nicos Poulantzas si suicida gettandosi dalla finestra il 3 ottobre 1979 dopo essersi difeso dall’accusa di aver tradito Pierre Goldmann. Roland Barthes, dopo una colazione con Jacques Berque e Francois Mitterrand, allora primo segretario del partito Socialista, viene investito in Rue des Ecoles da un autocarro che trasportava biancheria. Ne riporta un leggero trauma cranico, eppure secondo le testimonianze di coloro che erano andati a fargli visita all’ospedale della Pitié-Salpetriere, si lascia morire e scompare il 26 marzo 1980. Nella notte del 16 novembre dello stesso anno Louis Althusser strangola la fedele moglie Hélène: il grande rappresentante del razionalismo più rigoroso viene giudicato incapace di intendere e di volere (11) e si ritrova ricoverato a Sainte-Anne prima di essere ospitato, grazie al suo vecchio maestro di filosofia Jean Guitton, in una clinica dei dintorni di Parigi. L’uomo della parola, il grande sciamano dei tempi moderni, Jacques Lacan, si estingue afasico il 9 settembre 1981. Passano pochi anni e il vento malvagio della morte si porta via stavolta Michel Foucault, al colmo della popolarità e in pieno cantiere di studi. Era stato autore di una storia della sessualità che rappresenta un impatto radicale rispetto alla malattia del secolo, l’AIDS. Muore il 23 giugno 1984.

Queste dipartite, con il loro carattere straordinario e contemporaneo, hanno accentuato l’impressione della fine di un’epoca. Alcuni si sono spinti a teorizzare la circostanza, vedendo dietro la congiunzione di destini tragici la rivelazione dell’impasse di un pensiero comune, chiamato strutturalismo: la frattura introdotta da un pensiero speculativo nei confronti del reale avrebbe portato all’autodistruzione. Evidentemente questo punto di vista suona artificioso, ancor più di quello che negli anni sessanta portava alla gloria mediatica il simposio strutturalista – i “quattro moschettieri”, che in realtà erano cinque: Foucault, Althusser, Barthes, Lacan, e il loro padre comune, Claude Lévi-Strauss.

Questo naufragio collettivo rappresenta nondimeno una svolta nel paesaggio intellettuale francese. La scomparsa di questi maitres-à-penser, alla quale si aggiunge quella di Sartre, apre un nuovo periodo di problematizzazione. Già all’inizio degli anni Ottanta aleggiava un profumo di nostalgia, nel piacere di evocare queste figure del nostro passato con un misto di distanza e di fascinazione, tanto più forte in quanto il carattere eccezionale della loro scomparsa ne aveva fatto degli eroi. Malgrado qua e là ci si compiacesse di siglare l’atto di morte dello strutturalismo, il cadavere era ancora in movimento, se vogliamo credere al sondaggio realizzato dalla rivista Lire nell’aprile 1981. Alla questione posta a parecchie centinaia di scrittori, giornalisti, professori, studenti, uomini politici: “quali sono i tre intellettuali viventi, di lingua francese, i cui scritti a vostro parere esercitano la più profonda influenza sull’evoluzione delle idee, delle arti, delle scienze?” – le risposte erano concordi nel mettere al primo posto Claude Lévi-Strauss (101 risposte), al secondo posto Raymond Aron (84) e in terza e quarta posizione rispettivamente Michel Foucault (83) e Jacques Lacan (51)…


III
Da dove viene il concetto di strutturalismo che ha suscitato tanta infatuazione e altrettanta riprovazione? Derivato da struttura (dal (12) verbo latino struere), ha all’inizio un significato architettonico: la struttura designa “il modo di costruzione di un edificio” (Dictionnaire de Trévoux, 1771). Nel XVII e XVIII Secolo, il senso del termine si modifica e si allarga per analogia agli essere viventi: il corpo umano visto come una costruzione (Fontenelle), o la lingua (Vaugelas o Bernot). Il termine prende allora il significato di “descrizione del modo in cui le parti di un determinato essere si organizzano in totalità”, e ha numerose applicazioni: strutture anatomiche, psicologiche, geologiche, matematiche …

Solo in un secondo tempo la deriva strutturale tocca il campo delle scienze umane, a partire dal XIX Secolo con Spencer. Morgan e Marx. Si tratta allora di un carattere stabile che tiene ini relazione in modo complesso le parti di un insieme in un’accezione più astratta. Ancora assente in Hegel, il termine struttura è poco frequente in Marx, a parte la “Prefazione” a Per la critica dell’economia politica (1959), e viene consacrato solo alla fine del secolo da parte di Durkheim (Le regole del metodo sociologico, 1895). La struttura genera allora ciò che il Vocabolario di André Lalande qualifica come neologismo – lo strutturalismo – tra il 1900 e il 1926.

Lo strutturalismo nasce presso gli psicologi, in opposizione alla psicologia funzionale, all’inizio del secolo, ma il vero punto di partenza nelle scienze umane nella sua accezione moderna proviene dall’evoluzione della linguistica. Saussure usa solo tre volte il termine struttura nel Corso di linguistica generale, ed è soprattutto la Scuola di Praga (Troubetzkoy e Jakobson) che divulga l’uso di struttura e strutturalismo. Il riferimento al termine strutturalismo in quanto programma fondatore e specifica tendenza è rivendicato dal linguista danese Hjielmlsev, che nel 1939 fonda la rivista Acta linguistica, il cui primo saggio riguarda la “linguistica strutturale”. A partire da questo nocciolo linguistico, il termine provoca una vera rivoluzione nel complesso delle scienze umane nel cuore del XX Secolo. Esse pensano di acquistare in quel modo il loro battesimo scientifico.

Miracolo o miraggio? La storia delle scienze non è forse la storia del cimitero delle sue teorie? Ciò non significa che ogni tappa passata non sia più efficiente, ma solo che un programma perde la sua fecondità e si apre allora a un necessario rinnovamento metodologico. Nel caso dello strutturalismo questa mutazione rischia perciò di ricadere nelle trappole che il metodo precedente aveva evitato. Ne consegue la necessità di restituirne tutta la ricchezza, la fecondità, prima di saggiarne i limiti.

Seguiremo questa avventura nelle sue tappe, (13) che malgrado le impasse, hanno permesso di gettare uno sguardo altro sulla società umana, al punto che oggi non è più possibile pensare come se questa rivoluzione non avesse avuto luogo.

Parte della nostra storia intellettuale, il momento strutturalista ha aperto un periodo particolarmente fecondo della ricerca nel campo delle scienze umane. E’ una storia complessa da ricostruire, dal momento che i contorni dell’oggetto strutturalista (reference) sono particolarmente sfumati. Per avere accesso ai più importanti orientamenti del periodo, è necessario restituire la pluralità delle direzioni (demarches) delle varie personalità, senza riduzionismi, cercando sempre qualche nucleo di coerenza che sia in grado di rivelare la matrice di un percorso, al di là della molteplicità dei suoi oggetti specifici e delle differenti discipline. Stratificare i livelli, differenziare gli strutturalismi dietro l’etichetta comune “strutturalismo”, mettere in luce i giochi essenziali, teorici e disciplinari, all’interno del campo intellettuale. Restituire la ricchezza di itinerari individuali che non si lasciano ridurre a una storia massificante. Contingenze di incontri fortuiti ma essenziali, questa storia si offre come una combinatoria di concetti e di carne. Essa mette in causa una molteplicità di elementi esplicativi e non può più essere in nessun caso ridotta a uno schema mono-causale.

Esistono molteplici forme di riappropriazione dello strutturalismo nel campo delle scienze sociali. Al di là del gioco dei prestiti, delle corrispondenze, di una contiguità che dovremo ritrovare - seguendo il consiglio di Bathes ai futuri storici dello strutturalismo - è possibile operare una distinzione, che non resuscita le frontiere disciplinari: da un lato uno strutturalismo scientista, rappresentato soprattutto da Lèvi-Strauss, Algirdas J. Greimas o Jacques Lacan, che riguarda dunque l’antropologia, la semiotica e la psicoanalisi. Dall’altro lato, contigua a questa ricerca della Legge, uno strutturalismo più morbido, ondivago e cangiante, con Roland Barthes, Gerard Genette, Tzvetan Todorov o Michel Serres, qualificabile come strutturalismo semiologico.

Esiste infine anche uno strutturalismo storicizzato o epistemico, lo si troverà in Althusser, Pierre Bourdieu, Michel Foucault, Jacques Derrida, Jean-Pierre Vernant, e più largamente nella terza generazione delle Annales. Tuttavia, al di là di queste differenze, è possibile ritrovare una comunità di linguaggio e di obiettivi che dà a volte l’impressione di leggere lo stesso libro malgrado le variazioni di stile e le differenze disciplinari che separano un Barthes, un Foucault, un Derrida, un Lacan … lo strutturalismo sarà stato la koiné di un’intera generazione intellettuale, anche se non c’è una solidarietà dottrinale e ancor meno di scuola o di lotta tra i differenti rappresentanti.

Il tentativo di periodizzazione peraltro non è dei più semplici. (14) Esso mostra certamente una irresistibile progressione negli anni Cinquanta, dal riferimento ai fenomeni di struttura, che si trasforma negli anni Sessanta in una vera moda strutturalista che conquista il centro del campo intellettuale. Il segno di riferimento centrale, a partire dal quale l’attività strutturalista irradia con più forza entro il campo intellettuale è l’anno 1966. E’ il momento-faro di questo periodo, per l’intensità, l’irraggiamento, il rimescolamento dei segni che realizza oltrepassando tutte le frontiere disciplinari stabilite. Fino al 1966 assistiamo all’ascesa inarrestabile dell’attività strutturalista. Dal 1967 inizia il riflusso, iniziano le critiche e le prese di distanza dal fenomeno strutturalista ovunque celebrato sulla stampa. Il riflusso procede durante l’evento del ’68, ma nel 1967 è già latente, visto che i Quattro Moschettieri non avevano cessato di prendere le distanze dal fenomeno strutturalista.

Nel frattempo, alle spalle del riflusso, il corso delle ricerche in ambito universitario mostra un’altra temporalità che non si riduce agli effetti di moda: una moltiplicazione, il risorgere, nel momento stesso in cui si crede di sotterrare un cadavere, di un programma che ha perduto in eco mediatico ciò che guadagnava in efficacia pedagogica. La temporalità del fenomeno non è affatto univoca, occorre tenere conto di molti sfasamenti tra le diverse discipline che compongono il campo delle scienze umane. Alcune, come la linguistica, la sociologia, l’antropologia o la psicoanalisi, hanno trovato nello strutturalismo il mezzo per dotarsi di un modello scientifico. Altre, più interne al campo universitario, maggiormente al riparo delle turbolenze epistemologiche, come la storia, si trasformeranno più tardi, integrando il programma strutturalista nel momento del suo riflusso generalizzato. Sfasamenti temporali, oscillazioni disciplinari in questo gioco di cambiamenti del campo intellettuale: in ogni caso, lo strutturalismo ha permesso di allacciare una molteplicità di dialoghi, di moltiplicare colloqui e ricerche feconde, di portare un’attiva attenzione verso lavori e progressi di discipline vicine. Un periodo intenso, animato da pensatori che nella maggior parte dei casi cercavano di porre in relazione le loro ricerche con la pratica sociale. Una vera rivoluzione che tuttora condiziona la nostra visione del mondo.


IV
Il periodo attuale, che alcuni definiscono l’era del vuoto e altri quello della post-modernità, sollecita un approccio all’umano caratterizzato da un’opposizione binaria, peraltro illusoria, tra la dissoluzione strutturalista dell’uomo e il suo rovescio, la divinizzazione dell’uomo alla quale per reazione assistiamo oggi. L’uomo creatore, al di là dei limiti del suo tempo, rinvia alla morte dell’uomo come il suo doppio. L’uomo, paradigma perduto dell’approccio strutturale, risorge nella sua figura narcisistica precedente l’affermazione delle scienze sociali. La grande ondata strutturalista ha spinto le scienze umane sulle rive che le hanno allontanate della storicità. Una grande svolta si annuncia ora, quella di un ritorno a una scrittura antica, nel nome del declino del pensiero, della perdita dei valori, del ripiegamento sulla nostra eredità. Al di là di questo ritorno a un certo XIX Secolo, l’attuale ripiegamento ci trascina verso gli orizzonti di un XVIII Secolo dove l’uomo è inteso come astrazione, libero dai vincoli del tempo, signore e padrone del sistema giuridico-politico dove si realizza la sua razionalità.

E’ dunque possibile tornare a pensare come se la rivoluzione copernicano-galileiana, le fratture freudiane e marxiste, e gli avanzamenti realizzati dalle scienze sociali non ci fossero stati? Mettere in rilievo le impasse dello strutturalismo non dovrebbe significare un ritorno indietro, all’età d’oro dei Lumi, ma al contrario un passo in avanti verso il futuro, quello della costituzione di un umanesimo storico. In questa prospettiva, è importante identificare le false certezze e i veri dogmatismi, i procedimenti riduzionisti, meccanici, ma anche interrogare la validità dei concetti trasversali utilizzati dalle scienze sociali valicando le frontiere disciplinari. Non per restaurare un modo di procedere indistinto, un magma informale, ma per estrarre dal moto browniano i prolegomeni di una scienza dell’uomo forgiata a partire da un certo numero di concetti, di livelli in grado di strutturarne l’operatività.

Il patrimonio delle scienze sociali è chiamato qui a rispondere all’emergenza di un umanesimo del possibile, forse basato sulla figura transitoria dell’uomo dialogico. Andare oltre lo strutturalismo impone il ritorno su questa corrente di pensiero che ha diffuso il proprio metodo nell’insieme delle scienze sociali. Ri-tracciare le tappe della sua conquista egemonica, valorizzare i processi di adattamento di un metodo alla pluralità disciplinare delle scienze dell’uomo, saggiare i limiti e le impasse dove questo tentativo di rinnovamento del pensiero si è esaurito.

Per restituire la storia di questo capitolo della vicenda intellettuale francese degli anni Cinquanta e Sessanta abbiamo interrogato le opere maggiori di questo periodo e le abbiamo confrontate con il punto di vista attuale dei loro autori, dei loro discepoli e dei loro critici appartenenti ad altre scuole e correnti. Si sono realizzate molte interviste (integrate nel corpus della presente storia) con filosofi (16) linguisti, sociologi, storici, antropologi, psicoanalisti e economisti sul posto che lo strutturalismo ha nel loro lavoro di ricerca, sul suo contributo e sul modo di andare oltre. Questo lavoro di inchiesta rivela, al di là della diversità dei punti di vista, l’importanza centrale del fenomeno strutturalista, permette di fare un tentativo di periodizzazione.



Andare sempre più lontano nella prospettiva della decostruzione della metafisica occidentale; approfondire la crepa fino a toccare i fondamenti della semiologia; evacuare tutto il significato, tutto il senso, per meglio far circolare un Significante puro – questa modalità di critica appartiene a un momento di profondo rigetto di sé, da parte della storia occidentale, da cui si è usciti grazie a una progressiva riconciliazione dell’intelligentsia con i valori della democrazia. Ma essere usciti da quest’epoca critica non può significare un semplice ritorno allo stato precedente, perché lo sguardo sull’altro, sulla differenza, ha prodotto un’irreversibile trasformazione, e rende dunque necessario tornare a considerare un periodo le cui scoperte fanno parte di un’inaggirabile acquisizione nella conoscenza dell’uomo.




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