Fabio rapisarda



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29.03.2019
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FABIO RAPISARDA

Psichiatra, Psicoanalista

Ricercatore universitario presso Università di Palermo

Socio Ordinario SIPRe e SITCC

fabrapis@hotmail.it

LA METAFORA DI EDIPO. REVISITED.

(e riconcettualizzazione dei termini di Io, Es, e Super-io)

L’uso della metafora è stata una modalità di rappresentare in simboli alcune funzioni dell’inconscio in psicanalisi. Tale uso sembra essersi un po’ perso, per la maggiore attenzione che le scienze, soprattutto l’infant research, hanno riposto sul funzionamento del bambino e sul funzionamento psico-fisiologico più in generale dell’uomo. In realtà, a mio avviso, il riprendere l’uso della metafora, ed in particolar modo i simboli, non è in contraddizione con l’acquisizione delle nuove conoscenze scientifiche. Anzi, collegate a queste, possono aiutarci ad ampliare il nostro modo di rappresentazione della funzionalità psichica.



Uno dei lavori classici più rappresentativi, ripresi metaforicamente dalla psicoanalisi, è senza alcun dubbio l’Edipo Re di Sofocle (17). Il complesso di Edipo, ripreso da questa tragedia e formulato da Freud (6), è stato utilizzato dalla stesso autore come un modo per rappresentare la tendenza dell’uomo verso il genitore dello stesso sesso e contemporaneamente la paura di castrazione per quello di sesso opposto, soprattutto nel maschio, senza tenere nella dovuta considerazione l’incidenza che possono avere svariati fattori ambientali nella formazione del sistema-uomo (che indichiamo come Io-soggetto) a cominciare da ciò che accade nelle prime interazioni madre-bambino. In realtà, storicamente, Hartmann (9) è stato uno dei primi a concettualizzare diversamente la formazione dell’identità dell’Io, prendendo in considerazione in particolar modo il rapporto di quest’ultimo con l’ambiente. Difatti, quest’ultimo non può essere valutato nella sua interezza se si trascura il rapporto con l’ambiente. Secondo lo stesso autore “il grado di capacità d’adattamento può essere determinato solo in rapporto alle situazioni ambientali. (..) L’adattamento viene garantito (..) da un lato dall’equipaggiamento originario dell’uomo e dalla maturazione dei suoi apparati, dall’altro da quelle azioni umane regolate dall’Io che (usando tale equipaggiamento) migliorano attivamente i rapporti con l’ambiente, compensandone eventuali turbamenti. Il rapporto esistente tra l’individuo e l’ambiente è uno dei fattori che determina quali reazioni egli saprà usare in questo processo e la scelta prevalente di un tipo o dell’altro di reazione. (..) I processi dell’adattamento subiscono l’influenza sia della costituzione dell’ambiente, e più direttamente vengono determinati dalla fase ontogenica dell’organismo. (..) L’uomo vive non solo nella propria generazione, ma anche in quelle passate. In tal modo si forma un tessuto di identificazioni e di formazioni ideali importantissime per le possibilità e le forme dell’adattamento. (..)La necessità che l’uomo si adatti all’uomo è presente fin dall’inizio della sua vita; inoltre l’uomo si adatta a un ambiente, parte del quale non è stata ancora trasformata dai suoi simili e da lui stesso. (..) Dunque l’uomo deve adattarsi alla struttura sociale e contribuire a crearla” (Hartmann 1939). Secondo lo stesso autore, anche il Super-Io ha la sua importanza se viene però concettualizzato come istanza che ha la sua incidenza nell’adattamento all’ambiente circostante. Facendo un breve escursus sulla riconcettualizzazione attuale dei termini Io, Es e Super-io, potremmo oggi utilizzarli soltanto se viene allargato il riferimento epistemologico di base. In tal senso l’Es può essere descritto come il bagaglio biologico dell’individuo (nel senso sia di potenzialità che limiti). Possiamo ipotizzarlo come l’arousal, cioè il grado di attivazione del neonato, e quindi la sua più o meno predisposizione, al momento della nascita, all’interazione con il caregiver. Invece il Super-Io può essere pensato come le tracce delle identificazioni primarie (accennate anche da Hartmann sopra) costituitesi inizialmente con le figure genitoriali, sulle quali verranno edificate le successive che dovranno sempre confrontarsi con le prime.

A tal punto secondo Solms (18), il neonato, a partire dalle prime esperienze relazionali con il caregiver, svilupperà una sua rete associativa.

Se quindi nei primi mesi di vita è fondamentale ed esiste principalmente la categoria “madre”, successivamente a partire dalle modalità con cui questa si è costituita se ne formeranno altre rappresentative come padre, nonno, nonna e così via, fino a costituirne altre con il crescere dell’età come quella, ad es., di amica, moglie, che sicuramente hanno qualcosa di caratteristico con la categoria di base della madre, un’impronta, ma di fatto ne costituiranno altre a se stante che, se si discosteranno dalla categoria madre, a loro volta potranno incidere su quest’ultima, come dimostrato da alcuni studi sui caregiver multipli (Howes 1999).(11).

Nel contempo, se consideriamo che tra il bambino e la madre si comincia a co-costruire una relazione che porterà ad un cambiamento di entrambi sia nella relazione sia nelle modalità di legame, coerentemente con la strutturazione dell’interazione del modello di Tronick (19), avremmo che anche la stessa relazione avrà una sua evoluzione. Per fare un esempio, se storicamente il bambino a 5 aa. attua delle strategie inconsce per riuscire ad avere maggiore vicinanza con la madre, quando avrà 30 aa. le stesse verranno attuate più nei confronti della moglie che della madre. Di fatto, quindi, ci sarà nel reale un rapporto diverso con la madre, ma le modalità relazionali inconsce verranno mantenute in tutte le situazioni in cui l’individuo si troverà di fronte a persone emotivamente importanti.

Si viene a formare cioè un reticolo relazionale a forma piramidale (vedi schema sotto).


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