Fake news e orizzonte degli eventi: le nuove competenze scolastiche nell’era dei social network Teoria e metodologia della valutazione e della programmazione scolastica: elementi di didattca (sigla mtv)



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Fake news e orizzonte degli eventi: le nuove competenze scolastiche nell’era dei social network

Teoria e metodologia della valutazione e della programmazione scolastica: elementi di didattca (sigla MTV)
Corsista Immacolata Riccio

Matricola 00714A16

INDICE


INTRODUZIONE

CAPITOLO 1


I MEZZI D’ INFORMAZIONE: LE SFIDE E LE NUOVE COMPETENZE


    1. I modelli della didattica e le nuove competenze


1.2. L’informazione e la verifica dei fatti : i nuovi compiti che la rete impone agli educatori


    1. Il potere pervasivo dei media e i modelli culturali di cui è portatore

1.4. Le fake news e l’educazione civica digitale

CAPITOLO 2
LE STRATEGIE DI MANIPOLAZIONE DEI MEDIA
2.1 Il potere soporifero dei media
2.2 I nuovi media : tra “omologazione” culturale e nuove richieste di democrazia

2.3 Il consumo dell’informazione e la produzione orizzontale delle notizie nei new media

CAPITOLO 3



INFORMATION ORIENTEERING



3.1 Le notizie preconfezionate ad uso dei consumatori
3.2 Le strategie di controllo dell’opinione pubblica
3.3 Il fact-cheking e l’attività di controllo delle notizie

CAPITOLO 4

I LIMITI DELL’INFORMAZIONE GIORNALISTICA COME PIBBLICO SERVIZIO
4.1 Il filo di Arianna e il labirinto dell’informazione mediatica

4.2 Gli “stereotipi” : ostacolo ad una corretta comprensione della realtà

4. 3 La post-verità e l’irrilevanza del fatto
CAPITOLO 5
DEFINIZIONE E SELEZIONE DELLE COMPETENZE NELL’ERA DELL’INFORMAZIONE GLOBALIZZATA
5.1 I nativi digitali e le loro competenze per il controllo dell’informazione
5.2 Governare il cambiamento

5.3. La qualità dell’informazione, le logiche del mercato e la difesa degli utenti

CONCLUSIONE

BIBLIOGRAFIA

SITOGRAFIA

INTRODUZIONE



CAPITOLO 1

I MEZZI D’ INFORMAZIONE: LE SFIDE E LE NUOVE COMPETENZE

1.1 I modelli della didattica e le nuove competenze
E’ fondamentale in ogni intervento didattico la riflessione e la scelta degli obiettivi e le finalità da raggiungere. Nell’insegnamento è opportuno individuare strategie per sviluppare negli alunni un apprendimento “attivo”, “costruttivo”, “ collaborativo”, per accrescere in essi lo spirito critico ed argomentativo, la capacità di mettere in discussione le opinioni normalmente accettate, di vagliare l’attendibilità dei fatti e delle informazioni che ricevono, di allargare i confini della loro conoscenza.

Alla base di ogni abilità argomentativa c’è la capacità di sostenere una propria tesi con dimostrazioni, di persuadere e confutare discorsi, mettendone in discussione le premesse.

L’apprendimento “attivo” presuppone il coinvolgimento degli alunni nelle varie fasi del processo educativo, ponendoli al centro dell’azione formativa; quello “costruttivo” fornisce agli studenti la possibilità di migliorare le idee già conosciute per proporre nuove soluzioni ai problemi; l’apprendimento “collaborativo”, di gruppo o intenzionale ha, infine, come scopo la motivazione, stabilendo relazioni tra obiettivi cognitivi e aspettative personali ossia tese al raggiungimenti di uno scopo. Si tratta, in buona sostanza, di progettare l’insegnamento basandosi non solo sugli apprendimenti e i contenuti disciplinari ma anche su percorsi inerenti lo sviluppo di problematiche, in virtù delle quali l’insegnamento diventi strumento di emancipazione dell’uomo.

Massimo Balducci nel saggio “I modelli della didattica” sostiene che il percorso è essenzialmente quello di riflettere « sulla possibile opposizione tra cultura come strumento di emancipazione dell’uomo e la degradazione del sapere a pura merce che irretisce l’uomo in dispositivi di asservimento» 1 ( M.Balducci, I modelli della didattica, ed. Carocci 2015, p.15). Condividendo tale affermazione, si tratta di capire bene da una parte qual è il ruolo che oggi gioca la cultura di massa, i nuovi mezzi di informazione, la cultura di èlite o medium a stampa, nella formazione dei giovani, e dall’altra quale ruolo ha ancora la scuola nel dare alle nuove generazioni gli strumenti culturali per difendersi da nuove, possibili forme di asservimento e manipolazioni delle menti. Massimo Balducci parla di modelli didattici ideali, da considerare come possibili forme di curriculi e percorsi formativi per dare ai giovani una formazione di qualità. Egli suggerisce essenzialmente due modelli di insegnamento nella società conoscitiva, il modello A e il modello B : il primo imperniato sullo sviluppo di capacità analitiche , di sintesi e intuitive , ossia sullo sviluppo dei processi cognitivi superiori degli studenti, sul rafforzamento dei loro talenti personali; il secondo centrato sull’oggetto dell’apprendimento, sull’acquisizione di competenze di base, come saper leggere, scrivere e far di conto, sui quali innestare gli apprendimenti successivi , come spirito critico e autonomia intellettuale.

E’ inutile affermare che questi due modelli devono essere integrati, coordinati, per evitare possibili squilibri, estremizzazioni o enfatizzazioni unilaterali. L’obiettivo deve essere una sorta di conciliazione dell’ottica “culturocentrica” (modello B) , con quella “puerocentrica” (modello A). E’ opportuno evitare l’accentuazione unilaterale della dimensione didattica basata sul prodotto dell’insegnamento, ossia risultati in termini di conoscenze essenziali e abilità di base, a scapito della dimensione del processo formativo, che implica lo sviluppo delle capacità di analisi, sintesi, intuitive e critiche o di autonomia intellettuale. 2 (M.Balducci, I modelli della didattica, pp.21-28). J. Dewey sostiene a ragione che «per essere genuinamente pensanti dobbiamo non accettare un’idea o asserire positivamente una credenza, finché non siano trovate fondate ragioni per giustificarla». 3( J.Dewey, Come pensiamo, La Nuova Italia,Firenze, 1961, cap.I, p.77) La scuola in passato ha sempre avuto l’ambizione di produrre menti pensanti ed anche oggi non deve derogare a questo suo compito fondamentale.

Una delle finalità dell’insegnamento è sviluppare negli alunni il pensiero riflessivo, esso fa nascere nuove idee e dà la possibilità di riconoscere i propri errori e di porvi rimedio. Accrescere lo sviluppo di capacità di analisi, sintesi, intuitive, lo spirito critico e l’autonomia intellettuale, collegandole ai contenuti disciplinari, pone sullo stesso piano e dà pari valenza sia alla dimensione del prodotto formativo che del processo formativo, integrando cultura umanistica e scientifica, sviluppando negli studenti abilità in campo sociale, civico e favorendo la loro responsabilità e la partecipazione circa i problemi della società in cui sono immessi.

Nell’ambito della tematica che più direttamente è inerente alla nostra trattazione e che riguarda problematiche legate alle nuove fonti di informazione mediatica in rete, la didattica, in sostanza, ha il compito di fornire competenze agli alunni per un esame obiettivo delle fonti di informazione, qualunque esse siano, ai fini di scelte consapevoli e ponderate.

Sottoporre un pubblico giovanile ad un fooding di notizie ed immagini false, ad un’ alluvione di notizie non vere per manipolarne il consenso, costituisce senza dubbio un rischio per l’educazione e la loro crescita intellettiva, oltre che per la società in generale.

Sviluppare capacità argomentative, dare agli studenti l’opportunità di confrontarsi con molteplici punti di vista, vagliare criticamente le proprie teorie e quelle degli altri è, invece, uno degli obiettivi primari della formazione.

Lorella Giannandrea, nel testo “Valutazione come formazione” sostiene che la capacità di riflettere è una componente importante nello studio e nell’apprendimento, richiede tempo ed autocontrollo, «senza una adeguata riflessione, le conoscenze memorizzate rischiano di rimanere fredde, vuote, astratte, non utilizzabili» e non si può riflettere correttamente se si è continuamente esposti ad una qualità dell’informazione spesso scadente, non adeguata allo sviluppo delle conoscenze, irrelata dalla visione d’insieme dei fenomeni. 4 (Lorella Giannandrea, Valutazione come formazione, percorsi e riflessioni sulla valutazione scolastica, Ed.Università Macerata, 2010)



1.2. L’informazione e la verifica dei fatti : i nuovi compiti che la rete impone agli educatori

La società richiede oggi risposte sempre più complesse a problemi complessi, l’insegnamento deve, pertanto, adeguarsi e mettere gli studenti a confronto soprattutto con problemi reali, sviluppando le loro capacità di far fronte in modo efficace alle sfide che il mondo pone, con soluzioni non banali e non semplicistiche .5 (ivi p.78)



Questa visione aderisce ad un approccio costruttivistico, secondo il quale l’apprendimento si basa sul metodo della scoperta degli studenti, che in modo autonomo acquisiscono conoscenze partendo da problemi reali. Gli alunni, in altre parole, devono essere direttamente responsabili dell'apprendimento, alimentare la propria autostima e perfezionare la conoscenza di sé, raccontando le proprie esperienze, i propri valori, base autentica dell'imparare.

Una didattica costruttivista dà all’alunno anche competenze meta cognitive, poiché fornisce la possibilità di riflettere sulle proprie capacità di apprendimento, i comportamenti e le proprie competenze e promuove atteggiamenti autovalutativi . Il gruppo diventa l’ambiente in cui si costruisce la conoscenza e la figura dell'insegnante riveste anche il ruolo dell'osservatore e del facilitatore.

Nel rapporto mondo-conoscenza ad esempio K. Popper parla di tre Mondi: il Mondo 1 è quello delle cose, degli oggetti fisici e dei fatti naturali; il Mondo 2 è quello delle esperienze del soggetto, dei pensieri e dei sentimenti soggettivi; il Mondo 3 è quello delle teorie che sono oggettive e reali anch’esse. Il Mondo 3 « è la storia delle nostre idee: non solo una storia della loro scoperta, ma anche la storia di come le abbiamo inventate, come le abbiamo create e come esse abbiano reagito su di noi, e come noi abbiamo reagito a questi prodotti della nostra stessa opera.

Questo modo di considerare il Mondo 3 ci permette di inserirlo nell’ambito di una teoria evoluzionistica che riguarda l’uomo come animale». 6 (N. Abbagnano, Protagonisti e testi della filosofia, Paravia, 2007, p.822) Il Mondo 3 è il mondo delle idee condivise, ed è proprio partendo da questa affermazione che possiamo ribadire l’importanza dei mezzi di informazione per dirigere e costruire le idee.

In una intervista rilasciata poco prima di morire per la Enciclopedia Multimediale delle Scienze filosofiche, Popper si sofferma sull’influenza che il mezzo televisivo esercita sui comportamenti, sulle idee e sulla interpretazione degli eventi.

Le stesse considerazioni potrebbero essere correlate ai nuovi media in rete ed all’enorme potere mediatico, alla forza pervasiva e persuasiva esercitata da essi sull’utenza.

Ogni notizia apparentemente obiettiva è sempre in qualche modo orientata, come diceva Popper, ed è sempre una rappresentazione particolare della realtà o di un fatto. Bisogna abituare gli studenti a questa verità: non c’è una informazione senza una certa tendenza, ogni informazione “è di tendenza” ed è orientata in una direzione o in un’altra.

Non esiste, pertanto, una osservazione “neutra” degli eventi, da cui scaturirebbero asserzioni assolutamente vere, infatti, nell’osservazione dei fatti la mente non è una tabula rasa. A ciò si aggiunge il fatto che, come afferma Popper , il principio della “verificabilità” delle teorie non basta per affermare con assoluta certezza una teoria, poiché miliardi di conferme non rendono certo una interpretazione di un fatto, mentre una sola osservazione base sarebbe in grado di confutarla e “falsificarla” (principio della falsificabilità ). Una teoria è vera solo se resiste ai tentativi di ritenerla falsa. E’ chiaro che anche nel campo della informazione vagliare le fonti, metterle a confronto, avere competenze analitiche ed argomentative è oltremodo indispensabile per operare scelte consapevoli e costruire i nostri pensieri.

Ogni argomentazione ed interpretazione di un fatto, presuppone una individuazione di un problema, l’identificazione di coloro che lo trattano, poi di tutti coloro che come antagonisti confutano o accettano le interpretazioni date, infine la propria sintesi , ossia il nostro il ragionamento e la nostra tesi sulle varie argomentazioni. Questo è un approccio metodologico che la scuola deve trasmettere agli studenti per “addestrarli” a pensare in modo corretto: lo sviluppo di capacità argomentative negli alunni è uno dei punti cardini della progettazione educativa.

1.3 Il potere pervasivo dei media e i modelli culturali di cui è portatore


I mezzi di informazione, tra le principali agenzie di socializzazione per i giovani, hanno un ruolo crescente nella società contemporanea, sono portatori di ideologie, mentalità, valori, modelli culturali. Popper sostiene la necessità di limitarne il potere di condizionamento e si riferisce in particolare modo al mezzo televisivo, poiché i programmi televisivi sono spesso generatori di violenza o poco significativi dal punto di vista dei contenuti e della conoscenza dei fatti.

Informazione ed educazione sono la medesima cosa, termini correlati e il discrimine è tra diversi tipi di informazione-educazione, vale a dire che la differenza è nei contenuti, nella contrapposizione tra due poli dell’educazione : legge o violenza, giustizia o ingiustizia, vita o morte ecc. Il vero liberalismo è per il filosofo viennese “controllare” ogni potere, compreso quello dei media e sostiene che la migliore forma di controllo del potere risiederebbe nell’ “autocontrollo”.

Dal momento che nessuna informazione è imparziale, dal momento che si cerca di imporre costantemente un punto di vista, che ogni informazione “è di tendenza” ed è orientata in una certa direzione, è enormemente rischioso un uso del potere mediatico per imporre contenuti negativi oppure mentire nelle parole e nelle immagini.

In una intervista del 1994 riportata da R. Parascandolo, Popper sostiene molto chiaramente queste sue posizioni in rapporto ai mezzi di informazione tradizionale , in primis la televisione, ma da essa possiamo partire per affrontare le nuove sfide e i nuovi compiti che la rete e internet ci impongono come educatori:



« distinguere tra “educare” ed “informare” non è soltanto falso ma decisamente disonesto, non c’è informazione che non esprima una certa tendenza e ciò si vede nella scelta dei contenuti, quando si deve scegliere su che cosa la gente dovrà essere informata. Per fare questo bisogna aver già stabilito in anticipo cosa si pensa dei fatti, decidere circa il loro interesse ed il loro significato. Questo basta a dimostrare che non esiste informazione che non sia di “tendenza”. Bisogna scegliere ed il nostro intendimento determina la nostra scelta.. Così per esempio si può chiedere a qualsiasi professionista della televisione di far parlare una persona frontalmente o di farla parlare di profilo: c’è una bella differenza, tutto è il risultato di una scelta. Dire che esiste della pura informazione come semplice trasmissione di fatti è falso; i mezzi di informazione tentano continuamente di imporre un proprio punto di vista al telespettatore e ciò non si può impedire. Perciò la distinzione tra “educare” ed “informare” non regge. Ma questa distinzione non è semplicemente falsa, essa risponde ad un preciso obiettivo, permette di dire che si possano comunicare soltanto i fatti e non i fatti come vorremmo che voi li vedeste. Questo è falso. D’altra parte si parla di una educazione come di una imposizione necessaria, l’insegnante impone il suo punto di vista all’allievo. L’educatore è gravato da una grande responsabilità, mentre colui che

informa, il “puro” informatore, pare che non ne abbia alcuna. Ma questa differenza non esiste: l’informatore responsabile è anche educatore, ma se siete informatori irresponsabili voi state trasgredendo alle regole del gioco. La televisione ha una grande responsabilità, la maggioranza dei protagonisti credo non si renda conto a pieno di questa responsabilità, non sia capace di valutare l’ampiezza del suo potere. La televisione ha un immenso potere educativo e questo potere può far pendere la bilancia dal lato della vita o della morte, della legge o della violenza. E’ evidente che si tratta di cose terribili. Lei mi dice che io difendo, contro l’idea liberale, il fatto che le persone debbano essere educate e non informate. Questo ideale sedicente liberale è stato inventato ad hoc, per non rivedere e trasformare il mondo dell’informazione, è un’idea inventata soltanto e proprio per questo, non è stata mai veramente un’idea liberale. Il liberalismo classico sotto tutte le sue forme, ha sempre accordato una grande importanza all’educazione e una importanza ancora più grande alla responsabilità».7 ( R. Parascandolo, Contro la televisione, K. Popper, 1994)


Popper afferma ancora che:


« tutte le correnti del liberalismo classico, hanno insistito sulla necessità di controllare il potere e il miglior mezzo è quello dell’autocontrollo, un certo autocontrollo ci deve essere in ogni caso. Ogni potere, soprattutto un potere gigantesco come quello della televisione deve essere controllato. La proposta è questa: fondare una istituzione come quella che esiste per i medici.

I medici si controllano attraverso un Ordine( ben inteso il Parlamento ha un potere superiore a quello dei medici).

Sul modello di quello dei medici si potrebbe creare un Istituto per la televisione . La mia proposta è che tutti voi che siete qui, siate registrati provvisoriamente come membri dell’Istituto della televisione. In seguito dovreste partecipare ad una serie di corsi per sensibilizzarvi ai pericoli a cui la televisione espone i bambini, gli adulti e l’insieme della nostra civiltà .

Molti di voi scoprirebbero problemi ignorati dalla professione e sarebbero indotti a considerare in maniera nuova la società e il loro ruolo all’interno della società. Ritengo che inoltre in un secondo tempo, dovreste sostenere un esame per vedere se vi siete impadroniti dei principi fondamentali . Superato l’esame dovreste prestare giuramento come i medici.

Dovreste promettere di tenere sempre presente quei pericoli e di agire di conseguenza, in modo responsabile. E’ soltanto allora che potreste entrare come membro permanente nell’Istituto per la televisione, non mantenendo quella promessa, perdereste la vostra licenza.[….] Naturalmente dovrebbe essere possibile fare appello ad un’istanza di giudizio superiore, ma se questa confermasse che avete agito irresponsabilmente, perdereste il diritto a lavorare in televisione. Ben inteso queste istituzioni dovrebbero essere elette a maggioranza da voi stessi e la misura disciplinare, che potrebbe togliervi la licenza, dovrebbe provenire da una Corte in cui vi fossero dei professionisti come voi a detenere il più alto potere.

Bisogna stabilire delle regole, quanto poi al modo in cui quelle regole debbano essere formulate e modificate, ciò dovrebbe nascere dall’esperienza concreta e dovrebbe pertanto essere oggetto di discussone». 8 ibidem


E’ innegabile la grande responsabilità di ogni educatore, ed è pertanto necessario difendere il diritto delle nuove generazioni ad essere informate correttamente. Anzi è fondamentale in ogni intervento educativo dare ai giovani le competenze e le abilità necessarie per discernere una corretta informazione da una informazione tendenziosa, distorta, che altera in modo deliberato la verità e realtà dei fatti.

Il ruolo degli educatori deve essere, a nostro avviso, non tanto quella di presiedere al controllo del potere dell’informazione o di dar vita ad una nuova “elite del sapere” la quale, più o meno responsabilmente, si assuma l’onere di una diffusione corretta dell’informazione, dell’educazione e della conoscenza. Il compito, lo ribadiamo, è soprattutto quello di approntare strumenti educativi e una programmazione didattica in grado di dotare gli studenti di nuove competenze e abilità, tali da permettere loro di valutare la qualità e la veridicità di ogni informazione. D’altronde i rischi, cui accenna il filosofo viennese e ai quali l’informazione espone la nostra civiltà , sembrano permanere e mostrarsi con una intensità e ampiezza ancora maggiore se rapportata al secolo scorso, dal momento che viviamo in una società della informazione telematica, pervasiva e globalizzata.

Il pubblico in generale, e soprattutto quello giovanile, è costantemente sottoposto ad un fooding di notizie o immagini false, che mentono o alterano i fatti, vanificando ciò che dovrebbe essere la funzione dell’informazione, quella di accrescere la conoscenza, promuovere idee nuove, promuovere forme di partecipazione democratica, consolidare la civiltà.

La domanda che oggi potremmo formulare è in che modo poter utilizzare ai fini della conoscenza e dell’educazione quell’enorme potenzialità espressa dai social network e della rete in generale, come fruirne bene ed in modo proficuo, come prevenire e curare ogni forma di distorsione e manipolazione del mezzo, come difendersi da informazioni non vere.

Per l’impostazione di un metodo scientifico di apprendimento, adatto a vagliare le informazione e sviluppare il sapere, potremmo ancora una volta far ricorso al filosofo Popper.

Egli ci offre spunti significativi in tal senso, poiché ci suggerisce di partire da un problema reale, tentare di risolverlo, mettere a confronto varie teorie, imparare da errori che emergono da ogni discussione critica, proporre qualche nuova teoria. Un metodo scientifico di apprendimento si basa su un procedimento per congetture ovvero per ipotesi, confutazioni, prova ed errore.

Ogni ipotesi deve essere sottoposta al vaglio di una eventuale “falsificazione”. L’impostazione didattica per lo sviluppo delle competenze argomentative degli alunni può avvalersi di tale metodo. Lo sviluppo di tali competenze significa mettere gli alunni in condizione di verificare in modo razionale qualsiasi tipo di informazione e di operare delle scelte tra fonti ed informazioni attendibili e fonti inattendibili.

La competenza è sempre legata ad un compito e ad uno specifico contesto, permette di mettere in moto le proprie risorse interne sia cognitive che affettive e di coniugarle con quelle che provengono dall’esterno. In sintesi, le competenze che lo studente deve acquisire per essere in grado di valutare l’attendibilità di una informazione sono:



  1. competenze chiavi in madrelingua

  2. padroneggiare gli strumenti espressivi ed argomentativi, indispensabili per gestire la comunicazione in vari contesti

  3. capacità di mettere in discussioni le opinioni accettate, sottoponendole al vaglio di una possibile ed eventuale falsificazione

  4. competenze civiche

  5. capacità di sostenere una propria tesi con dimostrazioni ed argomentazioni

Nell’ambito più specifico delle fonti d’informazione in rete, è necessario sviluppare negli alunni:


  1. la capacità di vagliare le fonti di informazioni e di individuare quelle accreditate

  2. di evitare quelle fonti in cui i titoli delle informazioni siano altisonanti o di contenuto esagerato, spesso portatore di notizie false

  3. distinguere siti autentici da siti non autentici ma che ricalchino con cambiamenti minimi gli URL di siti accreditati

  4. capacità di consultare la sezione “Informazioni” di organizzazioni non conosciute per valutare la fonte da cui proviene una notizia

  5. abilità di controllare la formattazione e l’impaginazione dei testi, verificando eventuali errori di battitura, spesso presenti in siti di notizie false

  6. capacità di individuare immagini e video ritoccati. Talvolta le immagini potrebbero essere autentiche ma messe in contesti diversi

  7. capacità di individuare date errate di avvenimenti

  8. capacità di cogliere all’interno di una notizia riferimenti ad esperti di cui non viene citato il nome, cosa che potrebbe indicare la falsità dell’informazione riportata

  9. abilità nel controllare se uno stesso avvenimento viene riportato da molte fonti attendibili oppure da nessun’ altra fonte, nel primo caso la notizia ho più probabilità di essere vera

  10. condividere le notizie online solo se non ci sono dubbi sulla loro veridicità



Appare evidente che per discernere l’attendibilità o inattendibilità delle fonti e delle notizie in rete occorrono nuovi tipi di competenze ed abilità da innestare su quelle tradizionali, è necessario fare riferimento ad un sapere e ad abilità oltre che teorico anche pratico.

Ad esempio, per analizzare immagini e rilevarne le possibili alterazioni, si adoperano strumenti software indispensabili del tipo Adobe Photoshop, che permettono di spingere l’immagine fino al singolo pixel per scoprirne le eventuali incongruenze.

Anche nei filmati ci possono essere alterazioni di sincronismo audio e/o video che lasciano intravedere manipolazioni effettuate a livello di post produzione. L’alterazione in taluni filmati è possibile sentirla e vederla ed anche in questo caso si utilizzano software del tipo Movie Maker per analizzare sequenze di fotogrammi contenuti nel filmato e i file audio che lo accompagnano. Strumenti di tal genere possono essere fruiti dagli utenti nell’approccio a qualsiasi informazione in rete per verificarne l’attendibilità. E’ di alcuni mesi fa un articolo della “Stampa” in cui si parla di una iniziativa presentata al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia che ha come scopo la diffusione di un decalogo su come individuare le false notizie.
1.4. Le fake news e l’educazione civica digitale

E’ recente l’iniziativa che, in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, Facebook ha adottato per limitare la diffusione delle bufale in rete: per tre giorni, in 14 Paesi il Social Network ha mostrato una guida per individuare le fake news e per non condividerle. Facebook non guadagnerebbe dalle notizie false, sostiene Campbell Brown, responsabile News partnership del social network, «a guadagnarci sarebbero quelli che le pubblicano, attraverso la pubblicità». Secondo quanto afferma Brown le fake news non verrebbero quasi mai pubblicate per questioni di opinioni o di politica, nella maggior parte dei casi gli articoli conterrebbero quasi soltanto annunci pubblicitari, perché è lì che si guadagnerebbe. Obiettivo dell’iniziativa di Facebook , pertanto, è quello di « ridurre la circolazione delle fake news, renderle meno visibili, dunque non farle comparire nel news feed di ciascuno di noi e non censurarle, “perché non possiamo essere noi a decidere cosa è vero e cosa è falso». 9 (http://www.lastampa.it/2017/04/06/tecnologia/idee/da-facebook-un-decalogo-per-riconoscere-le-notizie-false).

Per ridurre la diffusione di notizie false si chiede aiuto per lo più agli stessi soggetti che fruiscono delle informazioni, si fa affidamento sul loro senso civico, sul loro diritto ad essere informati. Tra le strategie si fa riferimento al controllo dell’URL del sito, alla verifica delle fonti e alla ricerca su altre segnalazione sul tema. Appare evidente che introdurre nuove abilità e competenze è un compito da affidare alla formazione e alla progettazione educativa:


«Rafforzare l’alfabetizzazione mediatica è una priorità globale, e noi dobbiamo fare la nostra parte per aiutare le persone a capire come prendere decisioni e su quali fonti poter fare affidamento. Le notizie false sono contrarie alla nostra missione di connettere le persone attraverso storie significative”, precisa Adam Mosseri, Vicepresidente News Feed di Facebook. Sull’educazione puntano anche la Svezia, che dal prossimo anno inserirà l’educazione civica digitale nei programmi delle elementari, mentre si segnala in Italia il tour nelle scuole della Commissione diritti Internet della Camera, per raccontare ai ragazzi come battere fake news e manifestazioni di odio in rete» 10 ibidem 

 

Possiamo dedurre da quanto affermato, che se non c’è la possibilità di eliminare del tutto ed in modo definitivo le false notizie (nella storia della diffusione delle informazioni non è inusuale il fatto di dover spesso smentire o confutare argomentazioni infondate), possiamo almeno limitare la diffusione di fake news.  Facebook si affida a organismi esterni di verifica delle notizie, delega loro la valutazione di esse e «mette a disposizione dei professionisti dell’informazione un potente strumento di analisi dei social network acquisito lo scorso anno il CrowdTangle». 11 ibidem



CAPITOLO 2

LE STRATEGIE DI MANIPOLAZIONE DEI MEDIA

2.1 Il potere soporifero dei media

Un utile riferimento sulle strategie adoperate nei media per alterare e manipolare l’informazione soprattutto per fini politici e, non specificatamente economici, è lo studio del filosofo e linguista Noam Chomsky. Il filosofo fa riflettere sul potere “ipnotizzante” di alcuni media, in particolare di quelli tradizionali come il mezzo televisivo, ma partendo dalle sue osservazioni possiamo approntare strumenti di indagine sui nuovi media e programmare per gli studenti nuove skills per difendersi dalla manipolazione mediatica in generale. Chomsky parla del potere “anestetizzante” della televisione davanti alla quale un individuo è isolato e dalla quale recepisce in modo acritico un sapere semplificato, illusorio, poco significativo.

Ne Il potere dei media Chomsky si sofferma sul potere pervasivo del mezzo televisivo e mediatico della carta stampata in ambito soprattutto politico, dove la strategia adoperata per manipolare il consenso è quella di fissare una distinzione tra un “noi” ed un “loro”, questi ultimi trattati come una sorta di “cani sciolti”, elementi di disturbo, nemici da isolare politicamente.

Un metodo scientifico questo di cui sopra, strategia di gestione del potere che Chomsky intravede fin dal 1930 negli Usa per bloccare e controllare l’avanzata degli scioperi di lavoratori in Pennsylvania a Johnstown. Tra grandi imprese, governo e media si verificherebbe, secondo quanto afferma Chomsky, un continuo interscambio di personalità, continui contatti ed interferenze che rendono alquanto difficile una piena autonomia dell’informazione. Per il linguista sia che si reputino “liberal” oppure “conservatori”, i media sono aziende che vendono un prodotto al mercato della pubblicità, dove si muovono ingenti capitali.

Il prodotto che i media vendono è il pubblico di lettori per quanto concerne la carta stampata, e l’audience per quanto riguarda il mezzo televisivo.

Non stupisce, pertanto, che l’immagine del mondo che i media presentano rifletta l’interesse e i valori ristretti dei venditori del prodotto e degli acquirenti:




Sia che si definiscano “liberal” o “conservatori” i principali media sono grandi aziende, possedute da società ancor più grandi. Come altre imprese vendono un prodotto ad un mercato. Il mercato è quello della pubblicità, cioè di un altro giro di affari. Il prodotto è l’audience. I media più importanti, quelli che stabiliscono le priorità a cui gli altri devono adattarsi, vantano un prodotto in più: quello di un pubblico relativamente privilegiato.

Abbiamo quindi delle grandi imprese che vendono un pubblico piuttosto benestante e privilegiato ad altre imprese. Non stupisce che l’immagine del mondo che esse presentano rifletta gli interessi e i valori ristretti dei venditori, degli acquirenti e del prodotto». 12 (N.Chomsky, I media, www.tmcrew.org/archiviochomsky/ziosam)

E ancora:



«Altri fattori intervengono a rafforzare questa stortura: i manager culturali condividono interessi e legami di classe con i loro omologhi nello stato, nel mondo degli affari e negli altri settori privilegiati, infatti tra le grandi imprese, il governo e i media, si verifica un continuo interscambio di personalità ai più alti livelli. La facilità di accesso alle massime autorità dello stato è fondamentale per poter conservare una posizione competitiva, le “soffiate” o le “indiscrezioni” per esempio, sono spesso invenzioni o distorsioni fabbricate dalle autorità con la collaborazione dei media, che fanno finta di non conoscerne l’origine. In cambio le autorità dello stato esigono cooperazione e sottomissione» 13 (ibidem)
Nel corso della storia non mancano esempi in cui l’informazione nel giro di poco tempo sia riuscita a trasformare l’opinione pubblica su questioni importanti, affiancando un potere politico che non riusciva a controllare o ad incanalare il consenso. Non rare sono le volte in cui, anche negli anni più recenti, una popolazione pacifista si è trasformata in popolo fanatico favorevole alla guerra, affiancando il potere politico in scelte di politica militare.

L’appoggio dei media e del mondo degli affari è decisivo, ad esempio, per l’affermazione di una linea politica favorevole ad un intervento militare. La prima operazione propagandistica di un governo moderno in tal senso « fu quella di Woodrow Wilson eletto presidente degli Stati Uniti nel 1916 nel pieno del primo conflitto mondiale. Wilson istituì una Commissione governativa per la propaganda, la Commissione Creel, e fece in modo che gli Stati Uniti entrassero in guerra. 14 (N.Chomsky, Atti di aggressione e controllo, capitolo 3, ed Marco Tropea) .

Molte notizie, che fecero nascere nell’opinione pubblica un fanatismo ad oltranza contro i tedeschi, erano quelle che oggi chiameremmo fake news, fatti completamente inventati, che indirizzarono il pensiero perfino dei cittadini statunitensi più intelligenti e più disincantati. Una lezione che altri capi di stato in seguito hanno appreso e di cui ancora si discute. E’ il caso della notizia delle armi di distruzione di massa, cioè armi nucleari o chimiche di cui secondo il Pentagono il dittatore Saddam Hussein sarebbe stato in possesso ma mai rinvenute. Anche l’assunto che Saddam avesse avuto legami con Al Qaeda nella preparazione dell’11 settembre non è mai stato provato, così come il dogma secondo il quale i paesi Occidentali esportino la democrazia nei paesi con un sistema socio politico diverso. Perfino « la risoluzione 1441, votata a novembre 2003 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, non senza accese discussioni al suo interno, faceva riferimento a “ispezioni per il disarmo in Iraq”.  Quattro mesi dopo, uno dei capi degli ispettori dichiarò nel rapporto all’Onu che “non ci sono prove di programmi di armamenti segreti dell’Iraq”. Ma, anche senza l’avallo ufficiale delle Nazioni Unite, l’operazione Iraqi Freedom era già in pieno svolgimento». 15 ( Il Fatto quotidiano, Saddam e le armi di distruzione di massa. Otto anni di sangue in Iraq,10 ottobre 2011).

Il risultato di questa guerra è stato quanto mai disastroso e terribile dal punto di vista politico , economico ed umanitario, il numero di morti incalcolabile. Nel maggio 2008, Linda Bilmes e Joseph Stiglitz hanno calcolato, dichiarato al Washington Post e pubblicato in un libro che la guerra in Iraq «sarebbe costata al popolo americano tremila miliardi di dollari». 16 (Linda Bilmes, Joseph Stiglitz. The Three Trillion Dollar War: The True Cost of the Iraq Conflict. W. W. Norton & Company. First edition. February 17, 2008). Il ruolo dei media tradizionali, in primis la televisione, in queste vicende di carattere internazionale è stato pervasivo ed importantissimo, un ruolo che anche uno scrittore come P. P. Pasolini riconosceva alla televisione come medium di massa.



2.2 I nuovi media : tra “omologazione” culturale e nuove richieste di democrazia

In una nota intervista televisiva rilasciata ad Enzo Biagi nel 1971 P.P.Pasolini si soffermava sul potere mistificante, reazionario, conservatore e antidemocratico della televisione di stato, egli affermava:

« la televisione è un medium di massa e un medium di massa non può che mercificarci e alienarci… non posso dire tutto quello che voglio, no,  perché sarei accusato di vilipendio, di vilipendio del codice fascista italiano. In realtà io non posso dire tutto. E poi, a parte ciò, di fronte all'ingenuità e alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose. Quindi, mi autocensuro. Ma non è tanto questo, è il medium di massa in sé.

Dal momento in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore che è un rapporto spaventosamente antidemocratico [……].Alcuni spettatori che culturalmente per privilegio sociale ci sono alla pari, prendono queste parole e le fanno loro, ma in genere le parole che cadono dal video cadono sempre dall'alto, anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere.

Io non parlo di noi in questo momento alla televisione, parlo della tv in sé come mezzo di comunicazione di massa. Ammettiamo che questa sera ci sia con noi anche una persona umile, un analfabeta, interrogato dall'intervistatore.

La cosa vista dal video acquista sempre un'aria autoritaria, fatalmente, perché viene data come da una cattedra. Il parlare dal video è parlare sempre ex cattedra, anche quando questo è mascherato da democraticità» 17 P.P.Pasolini, Intervista di Enzo Biagi, Programma televisivo Terza B, anno 1971

Negli anni che vanno dal 1973 al 1975 P.P.Pasolini usa lo spazio di un giornale come “Il Corriere della sera” per analizzare ancora una volta la società di massa dopo gli anni del boom economico e la seconda rivoluzione industriale degli anni Sessanta. Assume una posizione dura nei confronti del presente mostrando l’altra faccia della modernità, quella repressiva, barbara e omologante.

Uno dei temi su cui ruota la sua riflessione è quello della “ mutazione antropologica degli italiani” asserviti alla unica logica dominante del mercato e alla quale i media tradizionali sembrano fare da sponda , in una sorta di appiattimento e “genocidio culturale” che azzera le differenze. Lo strumento di questa sorta di rivoluzione, che per certi aspetti è anche una involuzione culturale, un asservimento alle logiche del potere economico e del mercato, sembra essere ravvisata nel principale mezzo della comunicazione di massa che è la televisione. Essa appare la principale artefice , se non l’unica, del conformismo di massa che all’insegna del consumo edonistico delirante ha pervaso la società italiana con nuovi miti. Vittime di questo tripudio del nulla sembrano essere i giovani , che Pasolini vede ormai deprivati di una propria identità culturale e di classe. La centralizzazione dei modelli di vita si affermava in modo granitico sotto le vesti apparenti di una finta democrazia dei media, che assecondava lo strisciante dispotismo della pura logica di mercato o del potere politico e ideologico dominante:

« Ma mai un «modello di vita» ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. Il tipo di uomo o di donna che conta, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato! Il linguaggio della televisione è per sua natura il linguaggio fisico-mimico, il linguaggio del comportamento. Che viene dunque mimato di sana pianta, senza mediazioni, nel linguaggio fisico-mimico e nel linguaggio del comportamento nella realtà. Gli eroi della propaganda televisiva - giovani su motociclette, ragazze accanto a dentifrici - proliferano in milioni di eroi analoghi nella realtà.

Appunto perché perfettamente pragmatica, la propaganda televisiva rappresenta il momento qualunquistico della nuova ideologia edonistica del consumo: e quindi è enormemente efficace» 18 ( P.P.Pasolini, Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia, «Mondo», intervista a cura di Guido Vergani, 11 luglio 1974)
In un articolo del 1973 dal titolo” Sfida ai dirigenti della televisione”, Pasolini ribadisce in modo iterato il ruolo autoritario ed antidemocratico del mezzo televisivo e sembra preannunciare, per alcuni tratti essenziali, l’intervista che sarà poi rilasciata da K. Popper nel 1993 sul potere della televisione, riportata da R. Parascandolo. Lo lo scrittore italiano prende violentemente posizione contro la televisione italiana, che ha permesso al nuovo potere della società dei consumi di omologare ed apportare una sorta di “mutazione genetica” dell’italiano medio, imponendogli un unico modello culturale, nonostante l’abbondante retorica democratica e perfino egualitaria. L’autore accusa la televisione di aver realizzato una sorta di controllo centralizzato, che neppure “il centralismo fascista” aveva portato a pieno compimento, il controllo della civiltà dei consumi e della propria “ideologia”.

A tale modello non si sarebbero sottratte neppure le culture popolari particolari, come quella contadina e operaia , che si erano mantenute fedeli ai loro antichi modelli anche nel ventennio fascista. Alla religione, che secondo Pasolini, era formalmente l’unico modello culturale omologante, la televisione avrebbe sostituito un modello unico voluto dalla nuova industrializzazione: “l’uomo che consuma”. Gli italiani avrebbero accettato con entusiasmo questo nuovo modello, imposto dalla televisione fin dagli anni Sessanta, basato sulla produzione, creatrice di benessere per tutti. Quanto poi si sia realizzato tale modello è oggi più che mai discutibile. La televisione è dunque vista come strumento di potere e potere essa stessa, un centro “elaboratore di messaggi”, “autoritario e repressivo”:

«Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè — come dicevo — i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un «uomo che consuma», ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo.

Un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. 
L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che «omologava» gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale «omologatore» che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.» 19 ( P.P.Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione, Corriere della sera, 9/12/1973)

E ancora:

« Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione.

Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi[…..] . La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto «mezzo tecnico», ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa.

Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. I

l fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre.  20 (ibidem)


Se per Pasolini la cultura di massa non è vera cultura ma “anticultura” , se come fenomeno storico è irreversibile, tuttavia essa può essere analizzata , studiata, incanalata in una direzione pluralista, in una direzione che lo scrittore definisce autenticamente “culturale” e che noi diremmo veramente “democratica”.

Ancora oggi la massa enorme di immagini, cifre , dati di cui la televisione e i giornali ci inondano in modo pervasivo, contengono molto spesso, anche su questioni di cruciale importanza, informazioni ingannevoli , spesso non vere, le cui conseguenze in termini di scelta sono senz’altro positive per chi le fa circolare, ma fuorvianti per la massa di utenti, poiché ne cambiano la percezione con schemi e metodi subdoli.

Gli esempi degli ultimi cinquant’anni sono innumerevoli, potremmo ricordare, «la massa imponente di immagini e cifre raccapriccianti che i giornali e le tv del mondo “civilizzato” hanno riversato su di noi, tra il 16 marzo e il principio di giugno del 1999, a documentare una sorta di “massacro” kosovaro ad opera delle milizie serbe. Così fu costruito post eventum il consenso di una guerra intrapresa prima ancora che fossero investiti i Parlamenti, e ancora nei primi giorni del conflitto, considerata - a giudicare dai sondaggi quotidianamente pubblicati- un’arbitraria aggressione.

Quelle cifre ed immagini hanno fatto un eccellente lavoro dal punto di vista di chi le aveva commissionate. » 21( L. Canfora, Critica della retorica democratica, ed Laterza 2002, pp.73-74) Ma a fronte di quelle cifre imponenti ecco i dati esaminati alcuni mesi dopo tra le pieghe “invisibili” dell’informazione che lasciano capire le vere ragioni per cui si interveniva in guerra nel Kosovo:
«a) 2 luglio1999 “USA Today”: “ Invece di 100.000 albanesi uccisi da milizie serbe, fonti ufficiali americane stimano attualmente che circa 10.000 furono effettivamente uccisi»

b) 11 novembre 1999 “L’Espresso” a p.174 (la notizia di 28 righi), pubblica una dichiarazione di Pujol, consulente , in quanto “ esperto”, del Tribunale dell’Aja:« gli albanesi sepolti in Kosovo nelle fosse comuni durante il conflitto della scorsa primavera sono circa 2500»

c) 7 gennaio 2000, “Il Corriere della Sera”, p.9, informa che l’operazione di scavo è stata completata nel precedente dicembre. I cadaveri sono risultati 2108, non tutti necessariamente albanesi. Il giornale pubblica la dichiarazione anche del medico spagnolo Juan Lopez Palafox, che ha diretto la macabra operazione. Egli ha riconosciuto, tra l’altro, che gli era stato preannunciato di prepararsi a circa 10.000 autopsie» 22 ibidem
2.3 Il consumo dell’informazione e la produzione orizzontale delle notizie nei new media


Nei nuovi media l’informazione si “consuma” a ritmo vertiginoso, potremmo dire però che questa informazione viene anche prodotta “orizzontalmente”, in maniera che tutti teoricamente possano essere partecipi della creazione di idee e della diffusione delle notizie, in cui nessuno appare aprioristicamente escluso e possa dire la propria opinione.

Questo aspetto rappresenta un fatto inedito, sostanzialmente democratico, che pone dinanzi a molte sfide e a molti interrogativi. L’informazione in rete potrebbe perfino emendare i difetti ravvisati da alcuni studiosi nella “natura, effettiva, di regime misto, a prevalenza oligarchica, che si annida dentro ogni forma di democrazia parlamentare o anche sovietista » 23( L. Canfora, Critica della retorica democratica, op. cit., p 79)

Gli ideologi guglielmini, al contrario, già nel tempo del Krieg der Geister , ossia del dibattito di idee che coinvolse gli intellettuali e i media dei Paesi entrati in guerra nel 1915, descrissero la natura di élite del potere democratico, cominciando ad enucleare il carattere per così dire totalitario dei gruppi di pressione “retro scenici”. L’informazione sui nuovi media come la rete, se utilizzata e prodotta con la competenza, con gli strumenti interpretativi e selettivi che la scuola e la progettazione didattica può fornire su larga scala, può aprire nuove prospettive di democrazia e partecipazione . Gli sviluppi e le sfide sono ancora in fieri in tal senso.

Ancora una volta la scuola sembra chiamata ad un compito cui non può derogare , quello di educare le nuove generazioni allo spirito critico, a fruire dei nuovi e potenti mezzi mediatici della società globalizzata per accrescere la conoscenza e non per riaffermare nuove forme di omologazione ed asservimento.

Migliorare la formazione significa migliorare l’informazione, liberare la conoscenza, promuovere la nascita di idee, la partecipazione democratica a vantaggio di un miglioramento generale della società. In merito alla possibilità di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte della politica , di diverso avviso era Walter Lippman (1889-1974), giornalista ed esperto di politica statunitense, interna ed estera del secolo scorso. Partecipò alle Commissioni di propaganda e rinsaldò le sue convinzioni circa la necessità di indirizzare l’opinione pubblica ed il consenso verso l’operato di una esigua classe dirigente ritenuta capace e specializzata nella gestione del potere. Egli pensava che «la propaganda era per la democrazia ciò che il randello era per lo stato totalitari, era cosa buona e giusta, perché gli interessi comuni sfuggono al gregge smarrito della popolazione che mai saprebbe neppure immaginarli» 24 (N. Chomsky, Atti di aggressione e controllo, cap 3 , cit.). In realtà la falsificazione delle notizie e degli eventi, appare una costante della propaganda politica non solo statunitense ma in generale:

« e quando il sistema scolastico ed il mondo della cultura sono allineati, il consenso è assicurato[…..] , l’immagine del mondo che viene presentata al popolo ha solo una remotissima relazione con la realtà. La verità sotto un enorme castello di bugie» 25 ibidem

CAPITOLO 3

INFORMATION ORIENTEERING

3.1 Le notizie preconfezionate ad uso dei consumatori


La presenza delle cosiddette bufale nell’informazione, non è l’unico elemento che oggi può aiutare ad identificare una condotta di disinformazione. Oltre alle fake news , notizie false, è da considerare parimente pericoloso quello che con una nuova espressione potremmo definire “information orienteering” o orientamento informativo.

E’ un termine che prende spunto dallo sport, l’Orienteering, che si basa su una sorta di caccia al tesoro, un percorso obbligato attraverso il quale i concorrenti sono chiamati a passare all’interno di un campo di gioco nel quale devono orientarsi.

Accade anche per l’informazione questa stessa cosa: spesso il percorso di conoscenza di una notizia o di un evento è già predeterminato da chi ha tutto l’interesse a diffondere un preciso messaggio, per ottenere un preciso effetto. Ciò fa pensare a notizie confezionate, selezionate ad uso dei consumatori e lanciate sul mercato dell’informazione come prodotti offerti ai possibili fruitori dopo indagini di mercato. In un saggio scritto nel 2007 dal titolo “What we say goes”, Chomsky si sofferma in particolare sul processo di creazione o manipolazione di un intero “orizzonte cognitivo” transmediale e pervasivo.

Tale processo può prescindere da una notizia falsa , nel senso che può farne a meno, poiché non c’è alcuna necessità di farvi ricorso, per basarsi più semplicemente su un sapiente “dosaggio” di notizie vere. Si tratta di dirigere l’informazione, dosarne i flussi e guidarli attraverso percorsi predeterminati.

Uno degli esempi che potremmo indicare è quello dell’informazione legata ad un evento storico di portata mondiale come l’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy nel avvenuto nel 1963 e di cui ci parla Chomsky del saggio indicato.

Nel tentativo ( del tutto riuscito, a giudicare dai risultati) di distrarre l’opinione pubblica dall’analisi degli elementi tangibili, la strategia comunicativa della CIA si è basata su una politica di “disclosure controllata”.

Le notizie riguardanti l’assassinio di Kennedy sarebbero state diffuse in modo da lasciare all’opinione pubblica lo spazio per le illazioni più disparate. Una “cortina fumogena” ivi comprese le piste, probabilmente false, che portavano alla mafia come mandante, creata ad arte per alimentare la vena polemica generale ed occultare elementi più importanti come quelli che conducevano ai reali mandanti dell’assassinio ed al reale movente.

La cosiddetta “teoria del complotto” additata come responsabile della disinformazione del pubblico, sarebbe in altre parole una strategia volta proprio a confondere il pubblico. Non conseguenza ma vera e propria causa della disinformazione. Nel libro “What we say goes” Chomsky dice:


«A couple of years ago, j came across a Pentagono document that was about declassification procedures. Among other things, it proposed that the government should periodically declassify information about the Kennedy assassination. Let people trace whether Kennedy was killed by the mafia, so activist will go off go on a wild goose chase instead of pursuing real problems or getting organized».

« Un paio di anni fa mi sono imbattuto in un documento del Pentagono riguardante procedure di declassificazione. Tra le altre cose proponeva che il governo dovesse periodicamente declassificare ossia desecretare informazioni riguardanti l’assassinio di Kennedy. Lasciate che la gente cerchi di capire se Kennedy sia stato ucciso dalla mafia, così gli attivisti si impegneranno in un folle ed inutile inseguimento anziché andare dietro a veri problemi o organizzarsi». 26 ( N.Chomsky What we say goes”,Allen & Unwin, Nuova Zelanda, 2007, p.39

Possiamo dire, pertanto, che il flusso di informazione può essere gestito per manipolare l’opinione pubblica ed che anche le informazioni veritiere, se dosate opportunamente ed in un certo modo possono orientare il consenso del pubblico in una direzione predeterminata. In tal modo si fornisce all’opinione pubblica l’illusione di venire a conoscenza di verità, laddove viene mostrata soltanto una parte del quadro e non la visione di insieme. Nessuna bugia, dunque, ma un dosaggio opportuno di una parte della verità.

Oggi i media tradizionali perdono sempre più lettori a vantaggio della rete, dei media online, di siti web. Chomsky vide il naturale adattamento delle imprese e del mercato pubblicitario alla nuova situazione, inoltre rilevò l’innegabile opportunità che la rete forniva agli utenti per ottenere informazioni ampie e diversificate; tuttavia ne evidenziò anche gli aspetti problematici in quella sorta di diluvio di materiali, di vespaio di informazioni selvagge, delle quali bisogna necessariamente operare una selezione, e bisogna essere competenti per farlo.

Alla domanda dell’intervistatore su cosa egli pensasse dell’importanza dei nuovi media e della crescita di siti web, da ZNet e Common Dreams a Counter-Punch e AlterNet Chomsky risponde:
«The media, I presume, will adjust to this with online publication with advertisements and so on. The Internet does, as you say, provide opportunities to obtain information and an extremely wide variety of viewpoints. That’s a good in itself. But there is a downside.

The downside is that you are so flooded with material that unless you have an understanding of the world that is sufficient to allow you to be selective, you can be drawn into completely crazed cocoons of wild interpretation.

That happens all over the place. Built into the Internet is a system for creating cults. So, for example, if I had a blog, which I don’t, and I put up something that is a slightly novel and maybe questionable interpretation of some event—the Bush administration is trying to poison the water in Boston or something, to pick at random—tomorrow somebody else would say, “That’s right, but it’s worse than you think.” And pretty soon you would develop a cult of people proving that the Bush administration is trying to poison the world’s water. It’s extremely easy to get caught up in that kind of cultlike behavior, which has a cocoonlike property similar to other religious cults, immune to evidence, immune to argument.»  

«I supporti, presumo, si adatteranno a questa situazione con la pubblicazione online e gli annunci pubblicitari e così via. Come si dice, Internet offre le opportunità per ottenere informazioni e un'ampia varietà di punti di vista.

Questo è un bene in sé. Ma c'è un inconveniente.

L'inconveniente è che si è così inondati di materiale che, a meno che non si abbia una comprensione del mondo sufficiente per consentire di essere selettivi, si può essere attirati in furiosi vespai di interpretazioni selvagge. Questo succede in tutto il web. Una delle caratteristiche Internet è la facilità di diffusione dei miti. Quindi, per esempio, se avessi un blog e dessi un'interpretazione leggermente nuova e forse discutibile di qualche evento, ad esempio "l'amministrazione Bush sta cercando di avvelenare l'acqua a Boston" o qualcosa di simile - il giorno dopo qualcun altro direbbe: "Questo è giusto, ma è peggio di quanto si pensi".

E presto si avrebbe sviluppato un culto di persone convinte che l'amministrazione Bush stia cercando di avvelenare l'acqua di tutto il mondo. È estremamente facile riuscire a stimolare quel tipo di comportamento fanatico, simile ad altri culti religiosi, immune alle prove, immune dall'argomentare.»  27 ivi p.151

Alla nuova domanda dell’intervistatore su cosa egli potesse suggerire a coloro i quali navigano in rete il filosofo risponde:




«Surfing the Internet makes about as much sense as for, say, a biologist to read all the biology journals. You will never learn anything that way.

No serious scientist does that. The literature is massive. You get flooded by it. A good scientist is one who knows what to look for, so you disregard tons of stuff and you see a little thing somewhere else. The same is true of a good newspaper reader. Whether it’s in print or on the Internet, you have to know what to look for.

That requires a knowledge of history, an understanding of the backgrounds, a conception of the way the media function as filters and interpreters of the world. Then you know what to look for. And the same is true on the Internet.»

«Navigare su Internet ha la stessa importanza di quella che ha, ad esempio, per un biologo leggere tutte le riviste di biologia. Non imparerai mai niente in questo modo. Nessun scienziato serio lo fa. La letteratura è enorme. Ne sei inondato. Un buon scienziato è uno che sa cosa cercare, per cui ignoriamo tonnellate di cose e vediamo qualche cosa da qualche altra parte. Lo stesso vale per un buon giornalista. Sia che sia in stampa o su Internet, deve sapere cosa cercare. Ciò richiede una conoscenza della storia, una comprensione degli ambiti di provenienza, una concezione del modo in cui i media funzionano come filtri e interpreti del mondo. Allora sai cosa cercare. E lo stesso è su Internet.»28 ibidem


3.2 Le strategie di controllo dell’opinione pubblica


Sulla rete circola da tempo un decalogo che illustra il modo in cui il potere attua forme di controllo sociale. Si tratta di una serie di strategie svelate, che si ispirano, ancora una volta, alle teorie e alle dichiarazione del linguista americano N. Chomsky che afferma:

«The key element of social control is the strategy of distraction that is to divert public attention from important issues and changes decided by political and economic elites, through the technique of flood or flooding continuous distractions and insignificant information» 29 (www.goodreads.com/quotes/485177)

Alla base della strategia comunicativa e della manipolazione dell’informazione si utilizzerebbero strategie di distrazione di massa con notizie fuorvianti, oppure con la creazione di problemi creati ad arte per poi imporre soluzioni ed acquisire in tal modo consenso, con il rinviare la diffusione di notizie sgradevoli alla massa con la strategia del “differimento, e infine, con la gradualità nell’introdurre soluzioni sgradite al cittadino, per ottenerne l’accettazione pubblica per una applicazione futura. In quest’ultimo caso la massa di cittadini è incline alla speranza o ha il tempo per abituarsi a scelte dolorose, fatte passare per necessarie.

Lo stile della comunicazione è altrettanto importante per far passare un messaggio: il tono è in genere infantile, con l’esaltazione degli aspetti emotivi e irrazionali della comunicazione; si adoperano per lo più modelli mediocri nella elaborazione del messaggio, che rimandano alle mode o sono tesi a colpevolizzare i destinatari per la loro incapacità presunta di affrontare difficoltà di ordine personale oppure economico.

W. Lippman diceva nel suo saggio l’Opinione pubblica che il problema era « provocare emozioni nel lettore, di indurlo a provare un senso di identificazione personale con le vicende di cui sta leggendo. La notizia che non dà questa possibilità di inserirsi nella lotta che presenta, non può attirare un vasto pubblico. Il pubblico deve partecipare alla notizia, pressappoco come partecipa al teatro, mediante l’identificazione personale. […..]Per potervi entrare deve trovare un appiglio familiare nella vicenda, e questo gli vien fornito con l’uso di stereotipi. Questi ultimi gli dicono che se un’associazione di idraulici viene definita un «monopolio», ha ragione di provare ostilità; se viene definita un «gruppo di autorevoli esponenti economici», l’invito è a una reazione favorevole. Il potere di creare l’opinione risiede nella combinazione di questi elementi.» 30 ( Lippmann, Walter. L’opinione pubblica (Italian Edition) (posizioni 5051). Donzelli Editore. Edizione del Kindle.

Nel suo saggio il politologo statunitense espone in modo esaustivo le idee in merito alla presunta incapacità ( oltre che impossibilità) del pubblico di decidere su questioni riguardanti il bene dello Stato, prefigura come possibile soluzione una classe responsabile, esperta, alla guida di “masse disorientate”. Lippman sostiene che lo spirito democratico e di partecipazione alla vita sociale e politica della collettività, richiederebbe però da parte dei cittadini, se non una continua e costante guida e regia nei confronti dei pochi che li governano, “ almeno un controllo effettivo sulle loro azioni, pretendendo che esse debbano essere tutte chiaramente documentate e che i loro risultati vengano tutti obiettivamente misurati”. Dunque egli non prevede la partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni che lo riguardano ma prescrive una qualche forma di misurazione dei risultati.

Aspirazione di ogni modello di democrazia avanzata potrebbe essere la piena partecipazione dei cittadini alla vita dello stato, la consapevole richiesta di essere informati correttamente, la possibilità di vagliare in maniera competente le informazioni che vengono fornite loro per metterle a confronto.
3.3 Il fact-cheking e l’attività di controllo delle notizie




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