Famiglia, unioni more uxorio



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FAMIGLIA, 
UNIONI
 MORE UXORIO 
E ALTRE FORME
 
DI CONVIVENZA
 
TRA DIRITTO
 
DEGLI STATI MEMBRI
 
DELL’UNIONE EUROPEA
 
E DIRITTO COMUNITARIO

 


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SOMMARIO: 1. Introduzione; 2. La profonda diversità di regime di famiglia, convivenze more uxorio e unioni omosessuali negli Stati membri dell’Unione europea: gli esempi di Italia, Francia, Olanda, Spagna e Germania; 3. La posizione del Parlamento europeo; 4. Alcune critiche al riconoscimento legale delle convivenze more uxorio e di quelle omosessuali; 5. L’ordinamento comunitario e l’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; 6. Conclusioni


 


1.                  Introduzione

La disciplina della famiglia riveste un’importanza fondamentale per l’evoluzione di ogni comunità.

Costantino Mortati parlava, in proposito, di una funzione “sociale (anche se non pubblica) della famiglia”.[1]

La famiglia, infatti, nell’assumere rilievo su un duplice versante – da un lato, la formazione e la promozione della persona[2] e, dall’altro, la garanzia, proprio nello svolgimento di questi compiti,  della continuità e del progresso della società – non si atteggia come fine a se stessa,[3] bensì come “strumento indispensabile del bene della persona, dei beni essenziali e fondamentali della persona, di tutte le persone viventi nella famiglia e nella società”.[4]

La famiglia è, dunque, “il punto in cui s’articolano il pubblico e il privato, in cui si congiungono una certa vita sociale e una certa vita intima: essa socializza l’uomo privato e interiorizza i costumi”. Insegnando e trasmettendo valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, la famiglia costituisce, sotto ogni profilo, il luogo privilegiato di sviluppo e di benessere della persona nella sua irripetibile identità e, dunque, di crescita della comunità, intesa come insieme di uomini.

      Queste elementari considerazioni non trovano, tuttavia, unanime riconoscimento né all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, né a livello di diritto comunitario.

Si può, anzi, senza dubbio affermare che esiste oggigiorno, negli Stati dell’Unione, una grande disomogeneità quanto al regime della famiglia nonché al trattamento giuridico delle convivenze more uxorio e – in quei Paesi ove formano oggetto di specifica disciplina – delle unioni omosessuali, sicché risulta impossibile identificare, nell’ambito in esame, uno ius commune europeo.[5]

 

 



2. La profonda diversità di regime di famiglia, convivenze more uxorio e unioni omosessuali negli Stati membri dell’Unione europea: gli esempi di Italia, Francia, Olanda, Spagna e Germania

 
            Al processo di integrazione europea partecipano Stati come l’Italia che tanto a livello costituzionale, quanto a livello di legislazione ordinaria assicurano alle famiglie fondate sul matrimonio un regime diversificato e preferenziale rispetto alle convivenze di fatto,[6] delle quali soltanto quelle eterosessuali, in alcune particolari circostanze e per specifiche finalità, hanno trovato episodici riconoscimenti legislativi.[7]

Segno inequivocabile di tale preferenza, in via di principio, è, in Italia, l’art. 29 primo comma della Costituzione, secondo il quale “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

La dottrina già da tempo ha evidenziato[8] come tale articolo esprime una chiara e specifica scelta, sulla quale si trovarono a convergere in Assemblea costituente varie forze oltre alle cattoliche: l’affermazione del favor matrimonii, principio romano-canonistico[9] che ha finito per imporsi, come avvenuto anche per altri principi di analoga derivazione,[10]  nell’ambito dell’ordinamento italiano.

Alcuni autori,[11] tuttavia, ritengono superabile la tesi volta a limitare alla famiglia fondata sul matrimonio il regime preferenziale garantito dall’art. 29 Cost., richiamandosi all’art. 2 della Costituzione, secondo il quale “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.    

Nella medesima area di tutela alcuni autori hanno ricondotto anche le unioni tra omosessuali, ritenendo che queste ultime si caratterizzino allo stesso modo di quelle more uxorio .[12]

A fronte di queste posizioni della dottrina, oggi sempre più diffuse, la Corte costituzionale italiana ha costantemente sottolineato, anche di recente, che l’art. 2 della Costituzione non può essere utilizzato per superare la portata dell’art. 29 Cost. e omologare il trattamento delle unioni di fatto a quello delle famiglie fondate sul matrimonio.

Il giudice delle leggi, pur avendo accolto la tesi volta a considerare l’art. 2 Cost. come norma a fattispecie aperta[13] – nel senso di ammettere che la norma protegga anche diritti non specificamente disciplinati dalla Costituzione[14] – e pur riconducendo nell’alveo della medesima disposizione la tutela costituzionale delle convivenze more uxorio,[15] ha costantemente sostenuto “l’impossibilità di estendere, attraverso un mero giudizio di equivalenza tra le due situazioni, la disciplina prevista per la famiglia legittima alla convivenza di fatto”.[16]

      Un processo volto ad equiparare, sotto molteplici profili, il regime delle convivenze more uxorio e delle unioni omosessuali a quello della famiglia è in atto, invece, in altri Stati dell’Unione europea. Sotto questo profilo particolare interesse suscitano le discipline in vigore in Francia, Olanda, Spagna e Germania.

In Francia, come noto, manca una dettagliata normativa di rango costituzionale sulla famiglia,[17] riscontrandosi, quanto all’istituto in esame, soltanto un riferimento nel Preambolo della Costituzione del 27 settembre 1946, richiamato come noto nel Preambolo della Costituzione della V Repubblica: “la Nation assure à l’individu et à la famille les conditions nécessaires à leur développement”.

A livello di legislazione ordinaria, la legge n. 99-944 del 15 novembre 1999 ha introdotto, nel primo libro del codice civile francese, al titolo XIII, una disciplina “Du pacte civil de solidarité et du concubinage”.

Quanto al concubinage, esso viene definito, nell’art. 515-8 del codice civile, come “une union de fait, caractérisée par une vie commune présentant un caractère de stabilité et de continuité, entre deux personnes, de sexe différent ou de même sexe, qui vivent en couple”.

Il Pacs (pacte civil de solidarité) è qualificato dall’art. 1 della legge, che novella l’art. 515-1 del codice civile, come “un contrat conclu entre deux personnes physiques majeures, de sexe différent ou de même sexe, pour organiser leur vie commune”.

Secondo tale disposizione, l’accordo può, dunque, essere stipulato tanto da coppie eterosessuali che omosessuali.

Il Conseil Constitutionnel [18] – chiamato a pronunciarsi in via preventiva sulla legittimità costituzionale della legge, secondo quanto previsto dall’art. 61 della Costituzione francese – ha evidenziato che la “vie commune” presupposta per l’applicazione dell’istituto comporta, oltre alla residenza in comune, una vera e propria “vie de couple”. Ciò sarebbe confermato dalla previsione di una serie di cause di nullità del Pacs che o ricalcano quelle matrimoniali o sono volte a salvaguardare l’obbligo di fedeltà scaturente da un precedente matrimonio, come pure dalla disposizione secondo la quale il matrimonio al quale addivenga uno dei partner comporta lo scioglimento del Pacs.

Oltre al motivo ora ricordato e a differenza del rapporto matrimoniale, quello sorto dal Pacs può essere sciolto o per mutuo dissenso immediatamente o “unilateralmente, senza motivazione e fuori di ogni verifica di ragionevolezza”,[19] con effetto quando siano trascorsi tre mesi dalla notifica del recesso all’altra parte e alla cancelleria del Tribunale.

Il Pacs, pur non essendo riconducibile alla nozione di matrimonio, attribuisce alle coppie che lo contraggono, tanto omo- quanto eterosessuali, effetti in parte analoghi a quelli scaturenti dal matrimonio, come il diritto al mantenimento, assicurato dall’art. 515-4 del Code civil,[20] non senza lasciare, però, ai pacsés un elevato tasso di autonomia in ordine alla regolazione degli effetti del negozio posto in essere.[21]

Quanto all’Olanda, non soltanto le coppie di fatto e quelle omosessuali hanno la possibilità di iscriversi in appositi registri,[22] ma è addirittura in vigore una legge[23] che consente agli omosessuali di ricorrere – per il tramite di una delle manipolazioni terminologiche delle quali si dirà più avanti – ad un istituto definito quale matrimonio.[24] E’, inoltre, previsto[25] che la coppia omosessuale possa adottare minori.

A tale modello appare ispirato – oltre che il regime vigente dal 2003 in Belgio – il progetto di legge governativo per la modifica del codice civile recentemente approvato in Spagna.

In particolare, il progetto ha modificato 16 articoli del Codice civile spagnolo, sostituendo alle parole “marido” (marito) e “mujer” (moglie) il termine “cónyuges” (coniugi) e alle parole “padre” (padre) e “madre” (madre) il termine “progenitores” (genitori).

Tali modifiche hanno fatto sì che persone dello stesso sesso possano accedere al matrimonio, così come adottare minori.

Queste finalità sono state esplicitate introducendo nell’ordinamento spagnolo la seguente disposizione: “El matrimonio tendrá los mismos requisitos y efectos cuando ambos contrayentes sean del mismo o de diferente sexo” (il matrimonio implicherà i medesimi requisiti e i medesimi effetti allorquando entrambi i contraenti siano dello stesso sesso o di sesso diverso).

            Questa disciplina solleva evidenti dubbi di costituzionalità, ove si consideri che l’art. 32 della Costituzione spagnola proclama solennemente: “El hombre y la mujer tienen derecho a contraer matrimonio con plena igualdad jurídica”.

      In Germania anche di recente il Bundesverfassungsgericht ha ribadito che elemento essenziale di del matrimonio è l’unione dell’uomo e della donna, escludendo pertanto che l’istituto possa trovare applicazione anche a persone dello stesso sesso e che tale esclusione dia vita a una discriminazione nei confronti delle coppie omosessuali.[26]

Il Tribunale costituzionale ha, tuttavia, ritenuto che non esiste contrasto tra l’art. 6 GG[27] – il quale, come noto, stabilisce che “Ehe und Familie stehen unter dem besonderen Schutze der staatlichen Ordnung” –  e la legge del 16 febbraio 2001 – entrata in vigore il 1° agosto dello stesso anno e recentemente novellata – per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle unioni tra omosessuali (eingetragene Lebenspartnerschaften).[28]

Il Bundesverfassungsgericht ha, in particolare, respinto l’argomento – fatto proprio, invece, nelle opinioni dissenzienti da alcuni giudici – secondo il quale la convivenza registrata riproduce sostanzialmente, sia pure sotto altro nome, lo schema del matrimonio, per quanto concerne i diritti e i doveri, e, dunque, si pone in insanabile contrasto con detto articolo 6 GG.

Non essendo possibile in questa sede analizzare in dettaglio la disciplina tedesca e i dubbi di legittimità costituzionale che essa solleva,[29] basti qui ricordare come le Lebenspartnerschaften possono essere concluse da due persone dello stesso sesso che dichiarino, di fronte alla autorità competente, di voler condurre insieme una Partnerschaft per tutta la vita.[30]

Dalla stipulazione di questi accordi – chiaramente alternativi al matrimonio, come dimostra il fatto che la dichiarazione non è valida se una delle due persone è sposata,[31] analogamente a quanto avviene con il Pacs – derivano molteplici conseguenze, come il diritto e il corrispondente obbligo per i partner al reciproco sostentamento,[32] il diritto a una quota di legittima sull’eredità del defunto partner, il diritto di succedere nel contratto di affitto eventualmente stipulato dal defunto, la facoltà di astenersi dall’obbligo di prestare testimonianza contro il partner, la facoltà di assumere lo stesso cognome, la previsione di effetti, in caso di separazione, analoghi a quelle delle coppie sposate.[33]

 

 

3. La posizione del Parlamento europeo



 

La diversità di regime tra famiglia, convivenze more uxorio e unioni omosessuali è stata oggetto di diversi interventi del Parlamento europeo, che ha più volte invitato, talora implicitamente, altre volte in modo esplicito, tutti gli Stati membri dell’Unione a procedere nel senso dell’equiparazione di tutte le forme di convivenza.

In particolare, pur in assenza di una specifica competenza delle Comunità in materia, il Parlamento europeo ha adottato,  l’8 febbraio 1994, una Risoluzione sulla parità dei diritti degli omosessuali, con la quale ha chiesto alla Commissione di presentare una proposta di raccomandazione nella quale venisse sollecitata la rimozione degli “ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni”; nonché la rimozione di “qualsiasi limitazione del diritto degli omosessuali di essere genitori ovvero di adottare o avere in affidamento dei bambini”.[34]

Queste indicazioni sono state riprese dalla Risoluzione sul rispetto dei diritti umani nell’Unione europea in relazione al biennio 1998-1999, adottata il 16 marzo 2000, con la quale, richiamando l’art. 13 del Trattato istitutivo della Comunità europea,[35] il Parlamento europeo ha chiesto “agli Stati che non vi abbiano ancora provveduto di modificare la propria legislazione al fine di riconoscere legalmente la convivenza al di fuori del matrimonio indipendentemente dal sesso” e ha evidenziato “la necessità di compiere rapidi progressi nell’ambito del riconoscimento reciproco delle varie forme di convivenza legale a carattere non coniugale e dei matrimoni legali tra persone dello stesso sesso”.

Richieste di analogo tenore sono state formulate anche nella Risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea, approvata dal Parlamento europeo, con una stretta maggioranza, il 4 settembre 2003.

E’ chiaro che in tutti i casi ricordati si tratta di meri documenti politici, privi sotto il profilo formale di qualsiasi effetto giuridico sia per gli organi della Comunità che per gli Stati membri della medesima, la cui scarsa ‘consistenza’, sotto il profilo sostanziale, emerge da un confronto con gli orientamenti della giurisprudenza comunitaria, dei quali si dirà più avanti.

 

 

4. Alcune critiche al riconoscimento legale delle convivenze more uxorio e di quelle omosessuali



  

Quanto alla tendenza ad accordare riconoscimento pubblico alle convivenze more uxorio e/o omosessuali, va rilevato anzitutto che essa appare contrassegnata da una profonda contraddittorietà. Da un lato, è espressione della tendenza a “privatizzare” sempre più la disciplina della famiglia,[36] misconoscendo il rilievo e la dimensione sociale del fenomeno familiare; dall’altro, tale tendenza finisce con l’attribuire proprio tale rilievo e tale dimensione a formazioni sociali che famiglia non sono.[37]

Per le convivenze more uxorio la propensione all’equiparazione al regime della famiglia trova il suo presupposto, per un verso, nella svalutazione del matrimonio come atto di fondazione, dovuta al riaffermarsi della concezione di matrice illuministica[38] del matrimonio come semplice contratto;[39] per altro verso, nell’affermazione che “la famiglia non costituisca più una fattispecie che rinvia ad un contenuto univoco e ad un regime di relazioni preordinato”,[40] “trattandosi in definitiva di una realtà non naturale, ma artificiale”.[41]

Sulla base di tali premesse si giunge a concludere che “ben sarebbe possibile inventare nuovi, rispettabili modelli giuridico-istituzionali di familiarità, secondo esigenze, interessi, gusti individuali, non sindacabili nel loro principio e tutti meritevoli di attiva attenzione da parte dell’ordinamento”:[42] donde la necessità di ipotizzare, alla stregua di quanto avvenuto per l’istituto della proprietà, non uno, ma più modelli di famiglia.[43]

In questa prospettiva, trova spazio la tendenza a equiparare  alla famiglia anche le unioni omosessuali, facendo leva, tra l’altro, sulla diffusione, nella nostra epoca, del c.d. mito  dell’“indifferenziazione sessuale”,[44] a cui si accompagna una illimitata fiducia nell’onnipotenza del legislatore, il quale è considerato in grado di sfatare il limite di fronte al quale doveva arrestarsi persino l’onnipotente Parlamento inglese, e cioè quello, secondo la ben nota espressione del De Lolme, di mutare un uomo in donna e viceversa.

Ciò detto, costituisce una vera e propria opera di manipolazione terminologica la possibilità di consentire alle coppie omosessuali di contrarre un matrimonio, come avviene in Olanda, Belgio e Spagna.

Il concetto di matrimonio costituisce, infatti, una nozione giuridica presupposta dai contrassegni ben definiti.

Se si analizzano le caratteristiche giuridiche degli istituti, attraverso i “dati tradizionali offerti dalla scienza del diritto”,[45] non si può non rilevare che il concetto di matrimonio – ove interpretato con il rigore metodologico e concettuale che è indispensabile in un’epoca, quale la nostra, di manipolazioni terminologiche[46] – postula nel suo nucleo essenziale l’unione di un uomo con una donna, dato incontroverso e incontrovertibile nella storia giuridica universale,[47] sapientemente sintetizzato già dai Romani nella celebre definizione ulpianea del matrimonio, poi recepita dal diritto moderno.[48]

Secondo Ulpiano, per il quale il matrimonio è un istituto di ius naturale, nel cui ambito trova disciplina, la nozione di matrimonio ha come primo elemento la maris atque feminae coniunctio: questa è l’unione che i giuristi romani chiamano matrimonio (quam nos matrimonium appellamus, D. 1.1.1).[49] Da tale consortium omnis vitae, divini atque humani iuris communicatio (D. 23.2.1), individuam consuetudinem vitae continens (Inst. 1.9.1), nasce il corpus familiae (D. 50.16.195.2).[50]

Il discorso appare più complesso per gli ordinamenti che, previa stipulazione di contratti di convivenza sul modello del Pacs o persino in assenza di essi, e cioè sulla base del solo rapporto di fatto, istituiscono, per tali situazioni, un regime analogo a quello della famiglia fondata sul matrimonio.

Quanto alle convivenze more uxorio, occorre ricordare che esse costituiscono espressione di una scelta, garantita in tutti gli Stati membri dell’Unione, di rifiuto della disciplina scaturente dal matrimonio.

Facendo nascere da tali convivenze effetti analoghi a quelli che discendono dal matrimonio, si determinerebbe, dunque, come riconosciuto anche dalla Corte costituzionale italiana, “una  violazione  dei  principi  di  libera  determinazione  delle parti”[51] e, in particolare, “della libertà di scelta tra matrimonio e forme di convivenza”[52].

In senso contrario non vale obiettare che si verificano casi nei quali i conviventi, pur volendolo, non possono contrarre matrimonio.

Per tali ipotesi di c.d. convivenza forzata,[53] nel senso cioè di convivenze determinate dalla impossibilità di contrarre matrimonio a causa di un divieto imposto dal legislatore – estremamente rare ove si consideri, in particolare, il regime del divorzio vigente negli Stati dell’Unione europea[54] – equiparare il trattamento della convivenza more uxorio a quello della famiglia fondata sul matrimonio significherebbe vanificare la ratio della norma che impedisce ai conviventi il matrimonio: “un riconoscimento giuridico di dette libere formazioni corrisponderebbe a riconoscere una situazione che non solo è extra legem, ma, per definizione, è contra legem”.[55]

Sarebbe, inoltre, indispensabile costituire un vero e proprio tribunale delle coscienze per distinguere dalla ipotesi sopra formulata il caso nel quale i conviventi, che si trovino oggettivamente nell’impossibilità di contrarre matrimonio perché l’ordinamento lo impedisce, non lo avrebbero comunque contratto anche se ne avessero avuto possibilità: in quest’ultima evenienza, infatti, la loro posizione sarebbe uguale a quella dei conviventi che, pur potendo, decidono di non sposarsi. Ma chi è in grado di distinguere l’un caso dall’altro, e cioè l’esistenza o meno della volontà di sposarsi ?

Più complesso è il discorso per quegli ordinamenti che, avendo introdotto paradigmi contrattuali sulla falsariga del Pacs, consentono alle coppie, omosessuali e/o eterosessuali, che se ne avvalgano di fruire di un regime analogo a quello familiare.

In proposito, va senz’altro rilevato come il regime della famiglia fondata sul matrimonio è caratterizzato da privilegi, che gravano in maniera rilevante sulla spesa pubblica e possono anche incidere direttamente, in alcune occasioni in modo particolarmente significativo, sui diritti dei privati, pur se terzi rispetto al rapporto matrimoniale.

Si considerino, ad esempio, le provvidenze e le esenzioni fiscali attribuite alle famiglie, così come altri istituti quali la pensione di reversibilità a favore del coniuge; quanto, poi, agli effetti sui diritti dei terzi rispetto al rapporto coniugale, tra i tanti esempi, basti ricordare quello della riduzione degli atti di disposizione dei beni lesivi della quota legittima di eredità.

Ad analoghi (rilevanti) benefici economici mirano i tentativi volti a dare alle convivenze rilievo pubblico e non già ad assicurare la tutela di diritti di libertà o di diritti fondamentali della persona.

Si tratta, dunque, di un problema legato o alla pretesa di attribuzione di diritti sociali, e cioè di “diritti a prestazione positive”, la cui realizzazione “finisce col gravare, a sua volta, sulla collettività, chiamata attraverso la leva tributaria, il debito pubblico o altri modi a farvi fronte”;[56] oppure al riconoscimento di posizioni giuridiche suscettibili di incidere sulla sfera di terzi rispetto alla convivenza.

Al riguardo, appare opportuno evidenziare come il rilievo pubblico della famiglia e il conseguente riconoscimento dei suoi diritti – che finiscono per gravare, in definitiva, su tutta la collettività, la quale, con sacrificio, se li “accolla” –  si giustificano in ragione del vincolo matrimoniale che ne costituisce la base e che è il solo che può assicurare, in un quadro di stabilità, l’adempimento degli ‘oneri’  e dei doveri sui quali si fonda l’istituzione familiare.[57] Tale impegno e i vincoli che esso comporta giustificano il particolare trattamento riservato ai coniugi.[58]

Come si è evidenziato all’inizio di questo lavoro la famiglia svolge un’infungibile funzione sociale, la quale, ancorché oggigiorno non sempre adeguatamente considerata, ha, in realtà, avuto costante riconoscimento nel tempo, in corrispondenza con concezioni radicate della società occidentale, per la quale  essa è il fondamento della vita sociale e civile.

In questa sede è sufficiente ricordare che già in Cicerone la famiglia era considerata, come noto, principium urbis et quasi seminarium rei publicae[59] ed particolarmente significativo che il medesimo concetto sia stato poi ripreso, dopo oltre sedici secoli, dal Vico con la definizione di essa quale primulum rerum publicarum rudimentum.[60]

In ciò si rivela l’infungibile valenza sociale della famiglia, che ha trovato riconoscimento in molte Costituzioni del secondo dopoguerra: e ciò sia espressamente[61] sia implicitamente, attraverso enunciazioni volte ad assicurarle una particolare protezione nell’ordinamento costituzionale.[62]

In assenza del vincolo derivante dal matrimonio la formazione sociale non è in grado di garantire l’adempimento dei compiti della famiglia fondata su di esso.

Dunque, una volta accertata l’inconciliabilità di eventuali accordi sul modello del Pacs con l’assunzione delle responsabilità e degli ‘oneri’ che risultano collegati alla tutela dei diritti della famiglia, il riconoscimento pubblico delle convivenze, ferma restando la diversità di situazione relativa al rapporto tra i genitori e i figli, finisce per fondarsi sull’unico dato – davvero insufficiente – della valorizzazione dell’affectio tra i partner.

Né per superare quanto detto può farsi ricorso a un’invocazione del principio di eguaglianza, invocazione tanto distorta quanto oggigiorno frequente.

In una celeberrima pagina di Carlo Esposito, con riferimento al principio di eguaglianza, codificato nell’art. 3 della Costituzione italiana, viene chiarito come tale principio esige che si trattino “diversamente i cittadini e gli uomini per la diversità delle situazioni in cui versano” e si facciano  “ricadere su di essi conseguenze diverse a seconda che abbiano realizzato, o comunque concretizzato, l’una o l’altra premessa”.[63] 

Solo una società resa asfittica dal relativismo e dalla conseguente deriva nichilista verso la quale esso la trascina, anche nel mondo del diritto,[64] non può non riconoscere che le unioni more uxorio – per libera scelta dei conviventi – e, ancor più, le convivenze omosessuali – per evidenti e obiettive ragioni che ictu oculi le rendono differenti dalle unioni fondate sul dimorfismo sessuale – anche se in ipotesi registrate, non sono in grado di assolvere alle funzioni proprie della famiglia fondata sul matrimonio.

  

 





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