Famiglie “con stile”



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EDUCARE: ATTO DI GIUSTIZIA FAMILIARE

Si parla di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. (…) Può essere utile individuare alcune esigenze comuni di un'autentica educazione. Essa ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore. (…) Ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore. (…) Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l'immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male. C'è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società diventi un ambiente più favorevole all'educazione. (…) Anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile. (…). Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore.


(brani estrapolati dalla lettera del Santo Padre Benedetto XVI alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21.01.08)
Dopo l’esperienza della Missione Popolare Diocesana, celebrata nel 2004-05, al termine di un percorso illuminato dall’icona biblica dei due discepoli di Emmaus, ci siamo incamminati in un quinquennio (2006-11) volto a riscoprire e rivivere la bellezza della nostra vocazione cristiana che è chiamata di tutti alla santità. Una pagina biblica, antica ma sempre nuova e affascinante, ci guida: è il passo delle Beatitudini (cfr. Mt 5,1-16). Desideriamo approfondire anche in questo nuovo anno pastorale tre aspetti importanti di questi testi evangelici: “Beati i miti perché erediteranno la terra”, “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati” e “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”. (S.E. Mons. Elio Tinti, Vescovo emerito diocesi di Carpi)
LE SCHEDE:
La riflessione, confronto, preghiera, azione che potrà emergere dall’utilizzo delle schede va nella direzione di individuare e sviluppare l’educazione familiare come un vero e proprio atto di giustizia, come uno stile di vita irrinunciabile per ogni famiglia che vuole continuare a formarsi alla sequela della Beatitudini.
Tutte le schede sono così costruite:


  1. ostacoli e bivi: analisi del termine nella attuale condizione sociale, culturale ed ecclesiale alla luce dello stile educativo familiare
  2. le indicazioni: parti bibliche e riferimenti magisteriali


  3. per sapere dove siamo: sviluppo del tema per una ulteriore riflessione.
  4. dove stiamo andando? domande per l’incontro.

  5. facciamo il punto: indicazioni per animare l’incontro e materiali per la preghiera e la lettura finale



titoli schede
1) Educarsi in famiglia alla accoglienza

2) Educarsi in famiglia alla pace

3) Educarsi in famiglia alla differenza di genere

4) Educarsi in famiglia al servizio

5) Educarsi in famiglia nella fede

6) Educarsi in famiglia alla sincerità

7) Educarsi in famiglia alla legalità

8) Educarsi in famiglia al fare memoria

9) Educarsi in famiglia alla Eucaristia

10) Educarsi in famiglia alla responsabilità



1. EDUCARSI IN FAMIGLIA ALL’ACCOGLIENZA

Ostacoli e bivi
Cercando sul vocabolario il significato del termine “accogliere” si ritrovano i seguenti significati: ricevere, ospitare, accettare. Ognuno di noi sa bene che sentirsi accolti e amati è un’esperienza indispensabile per la crescita integrale di una persona e la famiglia è il primo ambito naturalmente accogliente.

Una certa cultura presente ormai nell’intera società occidentale considera l’esperienza familiare un fatto privato, da vivere in modo chiuso e geloso e ne influenza la struttura proponendo modelli individualistici. Se l’esperienza dell’accogliere e dell’essere accolti è essenziale ad ogni creatura per il popolo della Bibbia lo è in modo del tutto particolare: nessuna cultura, nessun popolo può esimersi dal vivere l’accoglienza, tanto meno il stirpe di Dio. I motivi sono facilmente intuibili.


Motivo storico-culturale” Nelle sue origini questo popolo ha radici nomadi o semi-nomadi. Questo implicava la necessità di vivere in tribù, vincolati da forti legami di solidarietà, ogni tribù, clan ha talmente forte questa consapevolezza che si fa in quattro per non lasciare nessuno da solo: accogliere diviene il modo privilegiato per sottrarre dal pericolo e dare la possibilità di sopravvivere. Da qui l’antichissimo e sacro rito dell’ospitalità nei confronti di chiunque. L’accoglienza, in una cultura così è una reale necessità, non un hobby o un optional. Non può che essere altamente significativo che Dio abbia scelto come strumento e segno di salvezza per l’umanità intera un popolo per il quale l’apertura all’altro, la solidarietà, la socievolezza, non sono valori di contorno ma l’ossatura stessa del suo esistere, un popolo per cui accogliere o non accogliere è questione di vita o di morte.
2.motivo storico-religioso” Significativo e fondamentale per l’esperienza biblica è l’intervento di Dio per liberare dall’oppressione dell’Egitto. La Pasqua originariamente celebrava proprio questo: “ho udito il grido del mio popolo, ho visto le sue sofferenze, sono sceso a liberarlo.”. E non è solo libertà dal’oppressione, una volta tolta l’oppressione avviene accoglienza reciproca tra Dio e quella gente: “Io sarò il vostro Dio e voi il mio popolo”. Questa esperienza di liberazione deve avere inevitabilmente conseguenze reali sul loro comportamento quotidiano. Erano schiavi, Dio li ha liberati, dovranno ora avere una cura privilegiata per chiunque abbia bisogno di libertà, di dignità, di calore umano: in particolare il forestiero, l’oppresso, il povero, la vedova, l’innocente. L’esperienza di salvezza vissuta concretamente finisce a sua volta di contrassegnare tutti i rapporti interpersonali.

Ancor oggi, noi continuiamo a non esserne i protagonisti dell’accoglienza, è Dio che ha iniziato; noi dobbiamo essere suoi imitatori, persone e famiglie che camminano su una strada che Lui ha aperto per primo.


Le indicazioni
Nel Vangelo sono molteplici le esperienze che dimostrano che l’accoglienza non è mai unidirezionale ecco alcuni esempi:

È il caso di Pietro, che pur protestandosi indegno che Gesù gli stia vicino si sente dire “non temere! Sarai pescatore di uomini…” (Lc.5,4-11)

È il caso di Maria di Magdala, che Gesù guarisce da una malattia emarginante e che, una volta guarita segue Gesù con una passione superiore agli apostoli (Lc. 7, 37-39)

È il caso della Samaritana, complessata dal suo passato, che una volta accolta da Gesù diventa testimone del regno tra la gente della sua città (Gv. 4, 1-26)

È il caso della Famiglia di Nazareth, che è vera e propria icona dell’accoglienza che provoca proprio nei valori che realizzano come famiglia. È accoglienza della diversità, l’essere padre più che un genitore, una maternità legata non solo al sangue. Questi sono valori che diventano fondamentali per ogni famiglia che non si rassegna ad essere solamente un istituto naturale. (Lc.1, 26-38 / Mt.1,18-21)

Per sapere dove siamo
L’accoglienza è tra le esperienze essenziali della fede. L’obiettivo a cui tende tutta la storia della salvezza è proprio questo: Dio vuole accogliere tutti gli uomini nella sua comunione di vita, nella sua “Famiglia”. Leggendo i vangeli noi incontriamo Gesù che perde tanto tempo con povera gente: povera perché disgraziata, tormentata da infermità; povera perché emarginata dal rifiuto di sé e della società di cui fa parte. A questi poveri è annunziata la buona novella: quale? che Dio inaugura il suo Regno tra gli uomini e accoglie tutti, ma – tra tutti – accoglie di preferenza costoro.

E quando costoro si accostano a Gesù, in Gesù è Dio stesso che si fa accoglienza, e quando è Dio ad accogliere, la vita e la persona di chi viene accolto è un po’ alla volta positivamente trasformata. Si direbbe che in lui ci sono delle prerogative, delle potenzialità nascoste che solo l’accoglienza può mettere in luce e in azione. La rappresentazione più chiara di questo dinamismo dell’accoglienza cristiana è offerta dal capitolo 25 di Matteo.

L’ultimo giorno, quando Gesù verrà nella sua gloria, saranno riuniti davanti a lui tutti gli uomini e le donne che sono passati sulla faccia della terra, e lui opererà una separazione tra loro in base al criterio dell’accoglienza: “Avevo fame e mi avete da mangiare … avevo sete … ero nudo … forestiero … malato … e mi avete accolto” (infatti, accogliere è un insieme di atteggiamenti molto concreti: significa agire in risposta alle reali esigenze della persona che hai davanti …). “Quando mai Signore ti abbiamo visto affamato …o forestiero…o malato…?

E Lui: Ogni volta che avete fatto una di queste cose a questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!”. Non mi avete riconosciuto? Non importa. Ero io lo stesso. Ed è allora che scatta la seconda fase dell’accoglienza, e cambia la prospettiva: “Venite benedetti: ora sono io che accolgo voi, nel Regno preparato per voi fin dall’origine del mondo!”. A questo punto, non si può più separare nell’esperienza cristiana l’aspetto attivo dell’accogliere da quello passivo dell’essere accolti: l’accoglienza comporta una modificazione sia nella personalità di chi è accolto sia in quella di chi accoglie.

Non si può disgiungere l’accoglienza dell’altro dall’accoglienza che Dio riserva a noi: è un unico dinamismo che ci coinvolge come attori e come destinatari nello stesso tempo. San Paolo lo fa notare ai cristiani di Roma, quando esorta: “Accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio”. E non si può nemmeno distinguere tra accoglienza dell’uomo e accoglienza di Dio: la parabola di Mt 25 lo conferma: l’altro, specie se è uno dei fratelli più piccoli del Signore, è l’incarnazione del Signore stesso; e non puoi dire: “Oggi accolgo Dio e domani accolgo l’uomo”, no … non è possibile distinguere. E’ un’unica corrente di accoglienza che coinvolge e Dio e l’uomo, e tu ne sei coinvolto come colui che dona e che riceve allo stesso tempo. Nell’esperienza cristiana, - e per quanto poche siano le famiglie che accolgono - accogliere è la norma. Il rifiuto, la chiusura è porsi contro la norma.
Quando accogli l’altro, non fai che riconoscere che anche lui è accolto e amato da Dio, come te. Accogliendolo non fai che agire di conseguenza, e porre le condizioni perché, come famiglia e come singole persone della famiglia, possiate realizzarvi non secondo progetti di corto respiro o di portata individuale ma secondo il progetto grande di Dio: sintonizzarsi con quello è l’unica garanzia di riuscita e di realizzazione e aprirsi all’accoglienza è sintonizzarsi con quel progetto.

Le domande per l’incontro
Quando penso alla parola accoglienza cosa mi viene in mente?

Quando accolgo riesco ad essere libero da paure, pregiudizi?

Quando la mia famiglia si è resa accogliente nei confronti di fratelli che chiedevano di essere accolti? Ho avuto esperienze in tal senso?

Ho la consapevolezza che l’accoglienza non è mai unidirezionale? Ho la consapevolezza che a mia volta devo essere accolto?


Facciamo il punto
Preghiera dell’accoglienza (Fonte non specificata)
Aiutami Signore,
ad attendere senza stancarmi,
ad ascoltare senza tediarmi,
ad accogliere senza riserve,
a donare senza imposizioni,
ad amare senza condizioni.
Aiutami ad esserci quando mi cercano,
a dare quando mi chiedono,
a rispondere quando mi domandano,
a far posto a chi entra,
a uscire quando sono di troppo.
Aiutami a vedere Te nel mio fratello,
a camminare insieme con lui e con Te:
perché insieme possiamo sedere alla mensa del Padre

2. EDUCARSI IN FAMIGLIA ALLA PACE

La pace vera viene dal profondo dell’essere umano. Come non possiamo obbligare un uomo e una donna a “fare la pace” fino a quando il loro cuore non si è liberato dal risentimento o dall’odio, così non possiamo obbligare due popoli a deporre le armi quando è iniziato un conflitto. Per questo la pace è una “porta stretta”. Per il soggetto, la coppia, la famiglia, la società e la Chiesa. E’ il filo rosso che può unire le generazioni, mentre la violenza è il solco che può dividerle. Ma è anche un grande gesto di libertà, e come ogni processo di liberazione vive al suo interno, ad un tempo, drammi e speranze. Alla pace occorre educarsi. Per la pace occorre spendere le nostre migliori energie educative. Per questo la pace si addice alla famiglia. La pace si prepara nella vita quotidiana con le scelte più semplici che spesso però costano: per passare da un sistema al servizio del profitto ad un sistema al servizio dell’uomo. E’ l’utopia che ci consente di immaginare un futuro.


1. ostacoli e bivi

analisi del termine nella attuale condizione sociale, culturale ed ecclesiale alla luce degli stili di vita



La pace come progetto familiare:
La pace genuina non è una qualità dei deboli, e non si nutre di passività compromissoria, bensì di una mobilitazione che convogli le energie riservate alla guerra verso un’impresa di straordinario fascino ed impegno; come ci invita Mounier: “Fare una pace che abbia la grandezza d’animo della guerra, rendendo alla pace le virtù attive, il senso del sacrificio, la forza di superamento che si attribuiscono, erroneamente, alla guerra”.

Occorre sottolineare la carica educativa insita in un’opzione per la pace; l’orientamento per la pace, se ben inteso e praticato, consente d’imparare dagli errori e dalle contraddizioni, sia proprie sia altrui; per il soggetto e per la famiglia, l’impostazione nonviolenta per la pace è vicina allo spirito democratico più autentico, che concepisce la democrazia stessa come un’umile, ma grandiosa, scuola di apprendimento.

Cosa possono fare le nostre famiglie per la pace? Molto, direi, mettendola al centro come valore e come progetto, educando ad uno spirito nonconformista, capace anche di proporre valori controcorrente e aiutando, infine, ogni persona a scoprire il proprio compito per la causa della pace; la pace che cessa d’essere retorica più o meno strumentalizzata, per divenire atteggiamento interiore e stile di vita della famiglia: stile di vita significa attitudine, impegno coerenti e permanenti.
La pace, legame tra generazioni:
La compresenza delle generazioni, in particolare nell’universo familiare e in generale nel corpo intero della società, produce come effetto un bilanciamento delle esperienze e un supporto per il cammino formativo dei singoli componenti la famiglia; solo nel calore delle relazioni familiari, si può comprendere come ogni età della vita abbia un valore, e dunque come non ci siano persone inutili. Un clima di attenzione, di ascolto e rispetto irrobustisce la pazienza, e rende così meno accettabili, nella maturità, le soluzioni drastiche che la guerra comporta. Le soluzioni violente non possono esser ammirate da chi ha imparato ad apprezzare i tenacissimi vincoli che solo la simpatia e l’amore, nel tempo, disegnano… Ma occorre recuperare una cultura ed uno stile di reciprocità, recuperare, in ultima analisi, la cultura del dialogo, un modello che vale per tutti, senza eccezioni.

La nostra cultura dominante conosce, soprattutto, l’identità e la differenza; in particolare con la categoria dell’identità, si possono rafforzare le intolleranze e gli esclusivismi, matrici dello spirito bellicoso; solo un autentico stile di reciprocità può condurci fuori, anche dal punto di vista educativo, da un’alternativa culturale mal posta, tale da incoraggiare gli antagonismi, in questo nostro mondo globalizzato ma, simultaneamente, lacerato.



2. le indicazioni


parte biblica - riferimenti magisteriali
pericopi di riferimento:


  1. il lieto annuncio di un liberatore: il Signore ama il diritto e la giustizia: Is 61,1-11;

  2. le beatitudini: Mt 5,1-12; Lc 6,20-38;

  3. Gesù porta la pace, è Redentore e Salvatore: Lc 2,14; 19,38;

  4. promessa ed annuncio di pace: Gv 14,27; 20,19-26;

  5. Cristo è la stessa pace: Ef 2,14-18.



In concetto di pace nella Scrittura:
Occorre innanzitutto fare una precisazione sul linguaggio bi­blico, perché il nostro termine pace, nell'uso corrente del lin­guaggio quotidiano, risulta molto più povero rispetto ai termini shalom dell'Antico ed eiréne del Nuovo Testamento. Queste pre­cisazioni sono elementari, ma vanno ricordate perché, nonostante tutto, noi siamo ancora troppo abituati a pensare e a configura­re la pace come semplice assenza di guerra, e questo è certamente il significato dominante con cui il termine è usato.
Pace come assenza di conflitti
Secondo la Bibbia la pace non è soltanto assenza di guerra, tranquillità, cal­ma. Lo shalom biblico è molto di più, è un concetto che esprime positivamente un valore assoluto comprendente una gamma am­plissima di significati e dotato di forte dinamica interna, così che risulta sovente difficile la distinzione tra la pace di Dio, la pace con Dio e quella molto più materiale, interumana. Già i LXX hanno dovuto forzare la lingua greca traducendo shalom con eiréne, attribuendo a quest'ultimo termine un significato più este­so, un contenuto ben più ricco di quello espresso dal termine nel greco comune.

Che shalom non consista soltanto in assenza di guerra lo dimostra già il semplice fatto che esso non è prati­camente mai utilizzato in opposizione a guerra: lo shalom, cioè, non è innanzitutto lo stato di non - guerra. In un solo testo ricor­re l'opposizione esplicita pace - guerra, shalom - milchamah, ed è in Qoelet 3,8: "C'è un tempo per la guerra, e un tempo per la pace”.


Pace come benedizione:
Shalom è anche salute fisica, felicità, prosperità materiale. Gli israeliti non solo si salutano con la formula: Shalom! (cf. Gen 29,6; 2Sam 18>28; 2Re 4,23; ecc., ma anche nella preghiera chie­dono la pace, augurano la pace a una persona, al popolo, agli abitanti della Città santa di Gerusalemme (cf. Sal 122,6-9; 128,2-6; 147,13-14; ecc.). In questi casi la pace è strettamente connessa con la benedizione, anzi è il SEGNO del suo dilatarsi sul popolo e sul credente. Quando Dio benedice il suo popolo, il suo segno è la pace: "Il Signore benedice il suo popolo con la pace" (Sal 29,11).
Pace come bene collettivo:
E lo shalom non è mai un bene destinato al consumo individuale, ma è un bene promesso ai poveri, atte­so dai poveri, capito dai poveri. Se a volte c'è la localizzazione dello shalom in qualche individuo, il destinatario ultimo resta sempre il popolo di Dio, il popolo degli Hanawim, cioè degli umili, dei curvati, dei poveri che attendono tutto da Dio, di co­loro che, proprio perché poveri, non sono soltanto destinatari dello shalom, ma sono chiamati a diventare ministri di shalom, dispensatori della pace. Il popolo di Dio è un popolo e un'as­semblea di poveri, perché i poveri sono capaci di ricevere lo sha­lom messianico (cf. Sof 2,3; 3,12). Quando poi lo shalom viene fatto scendere da Dio sulla città, sul paese, non resta un elemento astratto e impersonale, ma deve raggiungere ogni credente e rea­lizzarsi su di lui e per lui.
Pace come bene sociale:
Lo Shalom poi, come quiete, situazione in cui si vive senza angoscia e in cui regna la felicità, non è un'esperienza soltanto psicologica, ma è concreta, quotidiana, integra e tocca l'uomo biblico tutto intero. Non c'è pace interiore, spirituale, senza che ad essa corrisponda un'esperienza di pace "esterna", nel con­creto, nel materiale. Per questo 'l'Antico Testamento, conside­rando la situazione di prosperità, agiatezza e benessere materia­le degli empi, parla di shalom. Si tratta certamente di shalom reshaim (Sal 73,3), pace di uomini empi dunque di una pace che essi non meritano, una pace usurpata ai poveri e a cui essi, mal­vagi, non hanno diritto, è situazione prodotta dall’ uomo per sé e non dono ricevuto da Dio, però è pur sempre pace, shalom!
Pace come salvezza:
La pace biblica non è un'utopia, né risiede in un passato per­duto, ma è una possibilità che Dio offre all'uomo, è una pace nella storia! Essa rientra dunque nell'annuncio profetico e non è accessoria rispetto all'annuncio del Dio unico e fedele, il Dio dell'alleanza stipulata 'con ogni carne. Quest'alleanza sarà sem­pre alleanza di pace (cf. Nm 25,12), mentre la sua rottura significherà morte, distruzione, desolazione. Il termine shalom può allora veramente essere tradotto con "salvezza", quan­do appare con il suo significato più pieno. Il fatto che pace e salvezza sono sinonimi ci è fornito dal grande annuncio dell'evangelo contenuto nella profezia di Is 52,7: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annuncia la pace, mes­saggero di bene che annuncia La salvezza, che dice a Sion: 'Re­gna il tuo Dio'», e nel brano di Is 54,10: "La mia grazia non ti abbandonerà e il patto della mia salvezza (ben shelomi) non vacillerà!". L'annuncio della pace è dunque annuncio della buona noti­zia, dell'evanghélion, e di esso i primi auditori per diritto sono i poveri (cf. Lc 4,18). La pace si manifesta quando Dio regna, quando il suo Regno viene in mezzo agli uomini. Chi annuncia il Regno, annuncia la pace; chi si pone sotto la signoria di Dio, si mostra anche servo e artefice di pace; chi accoglie il Regno di salvezza, accoglie la pace.
3. per sapere dove siamo



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