Famiglie “con stile”


sviluppo del tema per una ulteriore riflessione



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sviluppo del tema per una ulteriore riflessione.


La famiglia, va detto a chiare lettere, non può da sola combattere lo spirito guerrafondaio e promuovere la pace, ma sembra altrettanto vero che nulla di buono, in queste due direzioni, può esser tentato senza la famiglia. I primi germi della compassione vengono dalla famiglia, dal suo cuore di misericordia e disponibilità, cioè:
dalla mitezza:
La mitezza, egualmente, s’impara ad apprezzarla nell’ambito della famiglia, o poi ci si abitua a disprezzarla: per mitezza, intendiamo una virtù attiva, anche una virtù sociale, una disposizione benevola dell’animo che rifulge solo alla presenza dell’altro: “il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé” (N. Bobbio). La mitezza non significa non educare e non educarsi ad affrontare quella conflittualità che permea le relazioni umane: l’educazione ci prepara, ci orienta a come affrontare i conflitti, con uno spirito positivo, che mira a non lasciare la parola ultima alla distruttività, puntando invece ad una conclusiva riconciliazione…
dalla convivialità:
Una famiglia capace di convivialità e di festa, non chiusa nei vincoli angusti del “familismo”, può sviluppare, nelle persone che partecipano alla sua vita corale, dei valori concepiti ed incarnati in maniera non unilaterale, valori tradotti nella semplicità della vita quotidiana, e non esibiti, né strumentalizzati. Fraternità e dialogo appaiono come i contenuti principali dell’educazione alla pace, da riscoprire in un’atmosfera comunitaria e in un clima di speranza. Ogni persona, con un lavorio assiduo su se stessa, può scoprire e gustare la giustizia e l’amore, vere radici della pace: si tratta di un processo di maturazione lento ma continuo, ed ogni età della vita permette di scoprire lati inediti sia della giustizia, sia dell’amore, superando, in una posizione estrovertita, la pace come semplice disposizione psicologica, rimodulandola anche come progetto sociale.
dalla sobrietà:
A tutte le persone partecipi della coralità familiare, va fatto intendere che nessuna scelta è neutra rispetto alla pace: in un mondo che è per pochi banchetto ultraricco, per moltissimi avida ricerca delle briciole, contribuire alla pace significa anche acquisire stili di vita di sobrietà. Il senso più profondo della pace la configura come espressione dell’armonia e dell’ordine di ogni aspirazione e finalità.
Dall’educare all’impegno:
La famiglia ne è luogo insostituibile, come ambito nel quale non circolano soltanto opportunità economiche, ma si scambia amore con amore. La pace diviene maturità umana quando il suo valore non brilla più in qualche cielo solitario, ma diventa valore per me, tale da coinvolgere la mia esistenza, divenendo la pace un fine, un compito e una vocazione. Occorre, in questo passaggio decisivo, sperimentarsi con i valori, trasformando la pace in una visione di vita, in un orizzonte etico complessivo, che stia sotto la forza della verità e della giustizia. Il mezzo sta al fine come il seme sta all’albero, e l’educazione ai rapporti interpersonali, maturandosi e dilatandosi, conduce ad aprirsi ai grandi temi dello sviluppo della società e dei popoli, mentre l’esercizio dell’ascolto e dell’autolimitazione può condurre ad assumere il paradigma dei diritti umani e del riconoscimento dell’altrui cultura.

4. dove stiamo andando?


le domande per l’incontro
(rispondere alle due domande prima singolarmente, poi condivisione in coppia e, alla fine se lo si ritiene opportuno, condivisione insieme alle altre coppie/famiglie).


  1. Provo a soffermarmi sul rapporto con i componenti della mia famiglia: quali atteggiamenti sto mettendo in atto (anche inconsapevoli o non meditati) che educano alla pace?

  2. Provo a soffermarmi sul rapporto con i componenti della mia famiglia: quali atteggiamenti sto mettendo in atto (anche inconsapevoli o non meditati) che non educano alla pace?



5. facciamo il punto


indicazioni e materiali per animare l’incontro, preghiera o lettura finale
20 PUNTI PER VIVERE LA PACE IN FAMIGLIA

(Ermis Segatti “Costruendo la città ideale. Itinerari di nonviolenza” Conferenza)


  1. fare pace con me stesso

  2. per essere capace di volere il bene altrui

  3. valutarmi non tanto dal possesso, ma dalla disponibilità

  4. non sfruttare non usare non scaricare mai nessuno

  5. coltivare il riconoscimento e la riconoscenza

  6. visione non utilitaristica del mondo, ma contemplativa

  7. privilegiare le vie del dialogo e dell’ascolto

  8. insieme senza confini

  9. l’uomo senza aggettivi

  10. capacità di autocritica e di mettermi in discussione

  11. ma coraggio delle proprie posizioni

  12. non temere la responsabilità

  13. amare la verità e cercarla con tutto il cuore

  14. “Se vuoi conoscere ciò che tu sei, non guardare quello che sei stato, ma l’immagine che Dio aveva nel crearti” (Evagrio il Monaco)

  15. evitare il settarismo

  16. non lasciarmi opprimere dal male del mondo

  17. essere capace di gioia

  18. la pace del mondo come affare proprio

  19. non dipendere dai grandi della Terra nelle cose essenziali

  20. non denigrarli non servirli

  21. coscienza a fronte di Dio.


DOVE COLPIRE IL NEMICO?

(Lanza Del Vasto “Lezioni di vita” LEF, Firenze 1980, pp.104-106)
Il Vangelo è la Magna Carta della Nonviolenza occidentale. «Beati i mansueti perché possederanno la terra…». «Amate i vostri nemici, benedite quelli che vi maledicono…». «Se ti danno uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgi la sinistra. Se ti tolgono il mantello, tu dà anche la tunica». «Rimetti, Pietro, la spada nel fodero: chi di spada ferisce di spada perisce…».

Ecco gli articoli della Carta, nel loro testo integrale, così come sono stati dati, senza spiegazioni, perché così sono sufficienti per quelli che hanno orecchi per intendere senza altro commento che quello dei fatti e dei gesti, e soprattutto di quello supremo: la Passione. (…) E che vuole dire amare il nemico? (…) Amare qualcuno è volergli bene e farglielo. Il primo bene da fare al nemico è di liberarlo del suo male: l’odio. Ma carità ben ordinata comincia da se stessi, bisogna liberarsi da ogni cattiveria nei suoi confronti. Il che richiede un gran coraggio di amore, un rivolgimento e uno strappo interiore, perché noi amiamo i nostri odi tanto quanto i nostri amori, e qualche volta di più, e siamo attaccati ai nostri rancori quanto ai nostri piaceri. Ma che ricompensa quando, alla fine delle loro pene, gli antichi nemici si stringono le mani e si guardano tra le lacrime! Io credo che né l’amore degli amanti, né l’amicizia degli amici, danno un’emozione così profonda, così forte e così fine. Dove colpire il nemico? E dove? alla testa? No. Al ventre? No. Ma allora dove? Al centro: alla coscienza.



3. EDUCARE IN FAMIGLIA ALLA DIFFERENZA DI GENERE
Educare in famiglia alla differenza di genere significa favorire la formazione di un’identità sessuale, intesa come comunicazione con sé e con l’altro diverso da sé
Ostacoli e bivi:
“Identità e differenza non costituiscono un copione già compiutamente delineato, ma muoiono al passato per rinascere più vitali e recettive ogni volta che abbandonano gli arroccamenti e si lasciano rimodellare dagli stimoli di un incontro, dai turbamenti di un confronto………. Costituiscono la condizione inscindibile con cui ogni soggetto umano si mette al cospetto della storia dalla quale riceve opportunità, vantaggi conseguiti da altri, ma anche impedimenti, vincoli e ristrettezze, nei confronti dei quali ha il compito di schiudere nuovi varchi di realizzazione di sé in armonia con la realizzazione altrui.” E’ un impegno spesso non scontato che può far acquisire la consapevolezza che si può educare ed educarsi al riconoscimento, al rispetto, all’ascolto delle nostre identità e di quelle degli altri che incontriamo nella vita di relazione familiare e sociale.
Si tratta di favorire un dialogo interiore a partire da sé per dare ascolto e forma al proprio poter essere, alla volontà di proporsi un’esistenza coerente, fedele rispetto alla propria interiorità. Non è un ripiegamento su di sé perché non ci sottrae al confronto con il tempo e le identità altrui, anzi si ricerca la natura più profonda dell’essere umano, la natura relazionale, intesa come condizione per la realizzazione di sé. L’intreccio indivisibile identità-differenza costituisce non un di più, ma la condizione essenziale-esistenziale per poter essere uomini e donne che si propongono di educare bambini e bambine, ragazzi e ragazze.
Acquisire la consapevolezza che si nasce in un corpo femminile o maschile, ma si diventa uomini e donne misurandoci con la cultura, le discriminazioni e le potenzialità in essa contenute significa anche avere un ampio margine di espressione e libertà, bagaglio importante nella realtà odierna, segnata dalla massificazione mediatica e da falsi modelli di libertà. E’ anche vero che la comprensione della prima differenza, quella tra uomo e donna, dischiude la comprensione delle altre differenze di razza, religione e cultura, apre ad uno stile di vita legato all’interiorità e alla relazionalità.

Le indicazioni
Mi limito ad alcune annotazioni in quanto il campo è vasto ed ampiamente studiato. In Genesi 1,27 “Dio creò l’hadam a sua immagine, maschio e femmina li creò”; la dualità uomo-donna è dunque specchio della realtà di Dio, è rinvio alla sua immagine e all’essenza costitutrice dell’Essere Infinito. E la dualità rimanda all’alterità dell’una rispetto all’altro e alla relazionalità che diviene anche mezzo di superamento del paradosso della presenza contemporanea in Dio di unità e dualità, di identità e alterità. La dualità si ripresenta attraverso l’incarnazione di Gesù uomo nel corpo di una donna, Maria di Nazareth che aspetta il figlio di Dio. La relazionalità e la dualità sono elementi forti dell’annuncio evangelico di Gesù e della sua prassi di vita: la sua predicazione itinerante vede infatti raccolto intorno a lui un gruppo ristretto di persone al quale appartengono uomini e donne; il Dio risorto è rivelato da una donna.
Dal riconoscimento della questione femminile come segno dei tempi fatto da Giovanni XXIII nella Pacem in Terris in poi, nella chiesa si sono moltiplicate le sollecitazioni a considerare l’importanza e l’urgenza della promozione della donna in ogni campo. Segnalo in modo particolare le encicliche Mulieris dgnitatem e Familiaris Consortio, sarebbe anche utile la rilettura della nota pastorale di mons Tinti su “La sessualità dono di sé nell’amore”.
Per sapere dove siamo
Oggi è diffusa la consapevolezza che il vincolo matrimoniale si regge sulle motivazioni, la disponibilità e le capacità che i due mettono in gioco e con cui alimentano la relazione. E’ una visione che dovrebbe inevitabilmente privilegiare la dinamica delle diversità che entrano in gioco, perché solo dal riconoscimento delle attese e delle offerte reciproche si può pensare di attuare la qualità desiderata del rapporto. La relazione di coppia è anche il luogo dove ci si confronta con le trasformazioni in atto, dove alle dichiarazioni teoriche seguono comportamenti coerenti e concreti. E’ questo confronto che genera in famiglia un dialogo aperto e sereno sulla pressione di stereotipi che ognuno avverte; è il dialogo lo strumento che consente di mettere in discussione atteggiamenti in cui i piccoli tendono ad identificarsi. Accadono quotidianamente in famiglia, soprattutto dove la riflessione sulla differenza non trova momenti di discussione ed elaborazione, episodi che indirizzano bambini e bambine verso un modo più o meno convenzionale e definito di vivere la propria identità sessuale. Anche piccolissimi colgono la differenza di sesso e, come principio d’ordine, cominciano a stereotipizzarle, contemporaneamente ad una grande disponibilità al cambiamento e all’abbandono di questi stereotipi. Il coraggio della differenza è un importante elemento dell’educazione familiare che si esprime nel modello della coppia genitoriale e nelle esperienze educative che vengono proposte ai figli. Risulta dunque fondamentale oggi, in un momento di crisi del riconoscimento del valore dell’altro come persona, il contributo di entrambi i genitori alla costruzione armonica di un percorso destinato a conoscere anche momenti di difficoltà e di contrasti. Diventare uomini oggi è difficile tanto quanto diventare donne; è dunque indispensabile per i genitori essere capaci di favorire tali processi nei propri figli e nelle proprie figlie.

i passi citati in sono tratti da: “Non è sempre la solita storia” di Elisabetta Musi (ed. F.Angeli)


dove stiamo andando?


  1. Funziona ancora il modello consolidato e tranquillizzante di una coppia in cui l’uomo vedeva riconosciuta ogni sua aspirazione a realizzarsi nel lavoro, nella società, mentre dalla donna ci si attendeva che subordinasse ogni aspirazione personale al bene della famiglia?

  2. Che significato assume la parità in famiglia? Viene perseguita per non sentirsi più inferiori e per diventare a propria volta superiori?

  3. Che cosa è la libertà oggi? E’ possibile vivere la libertà personale tenendo conto dell’interdipendenza che ci lega agli altri?

  4. Si parla molto di bullismo anche nelle classi elementari; quale responsabilità hanno le famiglie rispetto al fenomeno? Perché si sta estendendo anche tra le ragazze?


Facciamo il punto:
La vita in due
S. Giovanni Crisostomo
Grazie, Signore,
perché ci hai dato l'amore
capace di cambiare
la sostanza delle cose.
Quando un uomo e una donna
diventano uno in Te
non appaiono più come creature terrestri
ma sono l'immagine stessa di Dio.
Così uniti non hanno paura di niente.
Con la concordia, l'amore e la pace
l'uomo e la donna sono padroni
di tutte le bellezze del mondo.
Possono vivere tranquilli,
protetti dal bene che si vogliono
secondo quanto Dio ha stabilito.
Grazie, Signore,
per l'amore che ci hai regalato

4. EDUCARSI AL SERVIZIO IN FAMIGLIA

In Gesù di Nazareth la nostra umanità è stata riscoperta e rivalutata come segno e benevolenza del Padre, come anticipo di quella piena umanità in Lui realizzata. Si tratta allora di scoprire qualcosa che è già in noi, magari in germe, ma che possediamo. Una famiglia quindi non “deve educare al servizio”, ma potenzialmente “educa al servizio” per il semplice fatto di essere famiglia. Significa quindi primariamente portare a consapevolezza strumenti che sono presenti nella vita di tutti i giorni. La radice ultima del servizio è quel Dio Amore che si è innestato in noi, nella nostra umanità e che non si pone come meta irraggiungibile, ma come forza che preme e che attende di essere sprigionata.


1. ostacoli e bivi

analisi del termine nella attuale condizione sociale, culturale ed ecclesiale alla luce degli stili di vita



1) “Tirar fuori” il servizio

Ciò che vuoi che gli altri siano, cerca di esserlo tu per primo” (Madeleine Delbrêl)


Il termine educare richiama il “tirar fuori”, il considerare un esistente, renderlo evidente e potenziarlo. Educare al servizio vorrebbe dire quindi “rendere evidente e rafforzare il servizio che è in noi”. Ma di che servizio parliamo? Forse di quella modalità che spesso identifichiamo come non facente parte di noi stessi, che costa fatica, rinuncia, ma che “cristianamente” dobbiamo attuare? Sarebbe un “metter dentro”, piuttosto che un “tirar fuori”. Alcune espressioni di E. Fromm identificano bene ciò che vogliamo dire: “essere per l’altro”; “uscire da sé verso altri da sé”; “fare per gli altri”; “volontà di dare, di condividere, di sacrificarsi” (da: Avere o essere?). Fromm, come altri (Adler, Frankl) identifica la massima espressione di potenza di un essere umano, e quindi la sua massima realizzazione, nel donare gratuitamente. Questo ci porta a valutare il servizio anche come “ben-essere” della persona e non solo come “dover essere”, rendendo il servire sicuramente più consono al Lieto Annuncio.

Potremmo dire che servire con amore sicuramente genera amore. Il servire diventa non solo stimolante per chi dona, ma anche per colui a cui è donato. Ed è soprattutto il modo con cui si dona che viene recepito: un genitore che compie con sufficienza o addirittura irato un atto dovuto ai propri figli, farà passare tale atto come insignificante, ingiusto nei suoi confronti, dovuto e non dato. Educare al servizio in famiglia significa allenarsi a dare sorridendo anche quando non si ha un riscontro: guarisce chi dà e guarisce chi riceve.


2) Contemplare il servizio

In qualunque luogo tu sia, tu sei tutta la carità” (Madeleine Delbrêl)


Contemplare significa primariamente “porre dentro il proprio orizzonte”. Esiste una insignificanza dei gesti quotidiani? Possiamo permetterci di escludere la ripetitività di gesti, azioni, le solite cose di tutti i giorni, dall’orizzonte del Regno? A volte siamo così presuntuosi da definire le azioni in base al loro essere eclatanti e alla loro portata. Contemplare i servizio, vuol dire scoprire e dare valore ai piccoli atti quotidiani, indipendentemente da chi li compie all’interno della famiglia e valorizzarli come atti di donazione, anche quando sembrano non esserli nemmeno per chi li compie. Recuperare il senso dei piccoli gesti, delle piccole azioni fatte per il bene di tutti, spesso date per scontate o addirittura dovute, ci dà la possibilità di essere dei veri contemplativi del servizio degli altri, ma anche di rivalutare il nostro. Lavare, stirare, accudire, accompagnare a scuola al mattino presto i figli... attendere per essere ascoltato, sopportare le sfuriate che a volte non si capiscono della mamma, non sono atti dovuti, ma piccoli costanti servizi di amore quotidiani.

Educare al servizio in famiglia vuol dire recuperare questi atti al rango e alla dignità che hanno e così scoprirci con piacevole sorpresa molto più servizievoli di quello che crediamo.


2. le indicazioni


parte biblica - riferimenti magisteriali
E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” Gesù disse loro: “Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”. All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. (Mc 10,35-45)
Nel brano del Vangelo troviamo due logiche di vita a confronto: quella di Gesù e quella del mondo. Quella di Gesù che vuole servire e quella dei discepoli che vogliono sedersi nella sua gloria. Hanno dimenticato che la grandezza del discepolo è nel servizio. Infatti, la predicazione e la diffusione del Vangelo in ogni angolo della terra è il più alto servizio che la Chiesa, in tutte le sue componenti, è chiamata per dettato divino a compiere, come ricorda la Giornata Missionaria Mondiale. Madre Teresa che oggi viene beatificata ed altri missionari sono per noi grandi esempi di servizio verso i fratelli e verso Dio. È nei nostri fratelli più piccoli che scopriamo la sua presenza. Quello che fate ai miei fratelli più piccoli fate a me, dice Gesù.

Mentre i suoi discepoli non riescono o non vogliono capire il suo modo di vivere la vita. Non pensano come lui e gli dicono "Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiediamo" (Mc 10,35).


Che cosa volevano Giacomo e Giovanni? Volevano un onore speciale, quello di sedere uno alla destra e uno alla sinistra di Gesù, nella sua gloria. Essi non sono preoccupati della vita eterna, come quel tale ricco. La loro preoccupazione è di ordine estremamente concreto. Hanno a cuore occupare i primi posti: "Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra..."

Chi di noi non ambisce ai primi posti? Nel cuore di ognuno di noi si nasconde un desiderio di affermazione e di considerazione da parte degli altri. Ci piace contare. E questo è possibile se occupiamo i primi posti.

Gli apostoli non sono immuni da tutto questo. Anzi sembrano ancor più sfacciati o forse incoscienti. Gesù non si lascia turbare dalla loro richiesta ma li fa capire: solo chi è disposto a donare la vita, a servire, a morire per gli altri è degno di occupare i primi posti.

Amare non è confiscare l'altro, ma volere prima di tutto la sua felicità: è donarsi. Colui che ama ha l'impressione di non aver donato niente fino a che non ha donato tutto, cioè fino a che non si è donato egli stesso in ciò che dona.

Amare è abbandonarsi. Amare è essere fedeli. È l'amore che ci fa vedere il mondo con gli occhi di Dio. Quell' amore che non è solamente un sentimento potente. È una decisione, un giudizio, una promessa. Amare è farsi servi di tutti attraverso la rinuncia, il sacrificio e la sofferenza.

"Amore", è sicuramente la parola che Madre Teresa ha consumato di più. Prima di pronunciarla, però, l'ha vissuta fino in fondo, senza compromessi. Nel cuore degli uomini resta il suo sorriso autentico, specchio dell'amore di Dio. Un sorriso che nasceva da una fede profonda, testimoniata giorno dopo giorno accanto ai poveri, agli emarginati, ai profughi, ai malati, ai disperati, agli handicappati, ai malati di aids, ai bambini. Il suo apostolato ha toccato il cuore del mondo.


Se vogliamo essere anche noi veri discepoli e veri cristiani non possiamo che ripetere con Madre Teresa: Signore, mettici al servizio dei nostri fratelli che vivono e muoiono nella povertà e nella fame in tutto il mondo; fa' che nessun uomo ci passi davanti come un estraneo, ma sappiamo riconoscerlo come fratello, condividere con lui tutto quello che abbiamo e che siamo ed essere, con lui, dimora del Dio-Amore. E così sia
3. per sapere dove siamo



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