“Fantasia e imprenditorialità”



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“Fantasia e imprenditorialità”


Francesco Emanuele e i progetti per il comparto conserviero parmense
Giancarlo Gonizzi
Attraverso l'Atlantico

Il mare pareva di velluto, marezzato e cangiante fino alla linea d'orizzonte. Il giovane Francesco Emanuele scese dal treno, che dalla pianura assolata e rovente d'agosto l'aveva portato fino a Genova, e si diresse, giù, verso il porto.

Le strade si facevano via via più strette e animate. Al molo gran folla di parenti assisteva all'imbarco di famigliari e congiunti.

Dal ponte del Duca di Genova l'assembramento assumeva la sua vera dimensione. Si era nel 1922. Certo, erano ormai passati gli anni in cui a migliaia gli emigranti attraversavano l'oceano per raggiungere l'America in cerca di lavoro e di fortuna. Quell'Italia, unita politicamente dall'impresa di Garibaldi, non riusciva ancora a sfamare tutti i sui figli. Dal 1880 al 1915 se ne erano andati Oltreoceano in sette milioni, per lo più provenienti dal Meridione, dalle Isole, ma anche dai villaggi delle Alpi e degli Appennini. Solo due milioni erano tornati.

Impossibilitati a vivere in Patria dalla crisi, dalle trasformazioni fondiarie e dal ribaltamento dei mercati, "cafoni" del Sud e contadini del Nord, trasformati in una amorfa manovalanza, reclutata dai "sensali di carne umana", si imbarcarono, "fissi come sardelle" sui tremendi bastimenti delle rotte oceaniche. Essi speravano innanzitutto nel riscatto dalla fame. In gran parte analfabeti, non possedevano che la cultura della povertà. Quella dolorante, paziente e tenace fiumana ebbe una parte di rilievo nella colonizzazione delle terre americane e nella ristrutturazione delle loro economie. Molti emigrati soccombettero; molti, delusi, rientrarono in patria; altri, racimolato quanto era sufficiente per comprare al paese un campo, disertarono quella dura vita di frontiera; i più tennero duro e lentamente rimescolati in quel "crogiuolo di razze" divennero protagonisti di una nuova storia economica e civile. Certo è che i soldi ferocemente risparmiati ed inviati a casa, costituirono per decenni la sorprendente linfa valutaria che rinsanguò la quasi inesistente ed agonizzante economia italiana del tempoi.

In effetti, dopo la conquista dell'Unità, il nuovo Stato si era trovato alle prese con la realtà di problemi secolari, di una situazione politica e sociale assolutamente non omogenea e con la mancanza di una coscienza nazionale unitaria. Profondi squilibri dividevano il Nord, relativamente industrializzato e fino ad allora ben governato dalla burocrazia austriaca, dal Sud agricolo, popolato di masse rurali in condizioni di estrema arretratezza, male amministrate dalla corrotta burocrazia borbonica. L'Italia era in generale molto più arretrata economicamente delle altre nazioni occidentali. Essa era priva delle materie prime essenziali e nel 1870 le sue infrastrutture erano pressoché inesistenti: pochissime ferrovie, inadeguato sistema stradale, mancanza di una realtà industriale diffusa - salvo poche eccezioni in Lombardia e Piemonte - e di un vero mercato. L'ultimo scorcio del secolo aveva comunque visto un progressivo, seppur timido, sviluppo economico: l'industria si sviluppava al Nord; i porti di Genova e di Brindisi ritrovavano una certa vivacità; grazie a convenzioni con società private o a finanziamenti pubblici, venivano realizzate strade, ponti, tramvie, acquedotti; la rete ferroviaria era passata dai 1.758 km iniziali ad oltre 10.000 km nel 1885. Nonostante periodiche fasi di crisi, nei primi anni nel Novecento l'economia italiana compiva rapidi progressi: la Fiat, fondata nel 1899, esportava nel 1913 circa 4.000 veicoli; venivano costruite grandi centrali idroelettriche per alimentare la neonata rete elettrica; grazie agli sforzi di meccanizzazione dell'agricoltura, seguiti all'inchiesta parlamentare Jacini, raddoppiava la produzione di grano e di vino; il reddito medio pro capite passava dalle 324 lire del 1891 alle 523 lire del 1911. Ma la Grande Guerra, oltre al suo bilancio di orrori, morte e desolazione, aveva impoverito il Paese: il reddito nazionale era sceso del 26%; i livelli di produzione erano scesi al 73% delle quote dell'anteguerra. E al Sud come al Nord larghi strati di contadini, piuttosto che morire di fame, sceglievano la via dell'emigrazione nei ricchi Paesi d'Oltreoceano.


Anche Emanuele se ne andava in America, ma per ritornare. Con una laurea di ingegneria industriale chimica in tasca, e il diploma di specializzazione del Politecnico nell'altra, aveva partecipato poche settimane prima al concorso indetto dalla Stazione Sperimentale delle Conserve di Parma.

Voluta e sollecitata da Giuseppe Micheli (1874-1948), uomo politico parmigiano di area cattolica, e da Antonio Bizzozero (1851-1934), tecnico agrario direttore della Cattedra ambulante di Agricoltura, la Stazione Sperimentale era stata creata proprio quell'anno, il 1922, a sancire un primato che la città aveva conquistato a partire dal decennio precedenteii.

Parma, infatti, teneva saldamente la leadership in tutti e tre i segmenti dell'industria del concentrato di pomodoro: la produzione agricola, la trasformazione e l'industria meccanica relativa. Già nel 1910 erano in attività nel Parmense 36 stabilimenti con una potenzialità di 80.000 quintali di estratto; nel 1936 sarebbero stati 70 con 250.000 quintali: quasi un terzo della produzione nazionale.

La superficie coltivata a pomodoro era salita da poche decine di ettari ai 4.000 degli anni Venti, con una produzione che aveva raggiunto il suo culmine nei due milioni di quintali di frutto raccolto. A ridosso dell'attività conserviera, poi, era sorta e si era progressivamente diffusa un'industria meccanica specializzata in macchine per la lavorazione del pomodoroiii.

A tutto questo mondo, alla sua crescita e innovazione era dedicata la Stazione Sperimentale delle Conserve che iniziava proprio allora i primi passi con un concorso per il ruolo di Direttore. Vincere significava partire per un soggiorno di due anni negli USA per conoscere l'industria alimentare di quel grande Paese e, al ritorno, assumere il delicato ruolo chiave della neonata Stazione. E Francesco, ora, partiva.
Mollati gli ormeggi, la sirena lanciava i suoi fischi. Sulla banchina timori e speranze si mescolavano tra la folla che andava scemando.

Timori e speranze che invadevano anche i passeggeri che dal ponte vedevano allontanarsi la terra ferma. Dieci giorni di mare li attendevano. Un viaggio lungo, estenuante, in condizioni precarie, certo non scevro di pericoli, che dalle miti brezze del Mediterraneo, giungeva a traversare le fredde correnti atlantiche. Un viaggio che con la sua tremenda monotonia spingeva a risvegliare le memorie della terra ormai lontana.

Francesco si volse. La prua puntava verso il sole, verso il futuro, verso l'America. La poppa, con la sua scia, legava la mente a ricordi ormai lontani.
Una stirpe al servizio dello Stato

La sua famiglia era al di là del mare, ma molto più a Sud, in Sicilia. Una famiglia che aveva certo contribuito a scrivere la storia, come aveva più volte, ragazzino, sentito dalle labbra della nonna Caterina, donna energica e coraggiosa, che aveva saputo affrontare la vita.

Un lontano avo, Francesco Maria, marchese di Villabianca, era stato Governatore dell'Isola per il Re di Spagna nel XVIII secolo. Le sue spoglie riposavano con onore in San Domenico a Palermo, il Panteon dei Siciliani. Discendeva, lui pure, da quel Coraldus Rodulfus Emanuel, figlio di Emanuele di Leon, che dalla natia Spagna era venuto in Sicilia nel 1282, al tempo dei "Vespri Siciliani", e nominato Barone a Palermo il 27 febbraio del 1285. La famiglia poteva vantare elevati funzionari dello Stato (Luigi, confermato tre volte Pretore tra il 1375 ed il 1410) ed alti prelati (come il domenicano don Benedetto nato nel 1550 e divenuto Consigliere di Sua Maestà e giudice del Sant'Uffizio).

Ma le fortune si erano rovesciate ed il nonno Enrico, classe 1821, (figlio di Eugenio, nato nel 1790) per le sue simpatie politiche verso la causa italiana, dalla natìa Palermo, nel 1847 era stato mandato al confino ad Alcamo, paese dell'entroterra, dove si era dedicato all'agricoltura e alla coltivazione della vite.

Nell'Isola con la salita al trono del regno delle Due Sicilie di Francesco II nell'aprile del 1859, l'ostilità al dominio di Napoli era divenuto un sentimento comune a larghi strati di tutte le classi sociali. Così nel fermento risorgimentale che aveva preceduto di un mese lo sbarco dei Mille a Marsala, Enrico Emanuele, in qualità di segretario del Comitato di Liberazione, aveva avuto parte determinante nel moto insurrezionale che, scoppiato a Palermo il 4 aprile 1860, era dilagato in Alcamo il 6: “Con la tricolore bandiera in mano, ed a nome del re Vittorio Emanuele, spingeva i cittadini... a correre con le armi contro le truppe del Tiranno”.

Arrestato assieme a Don Gaspare Filippi e all'esule messinese Pancardi, suoi compagni, veniva incarcerato e, dopo un sommario processo, condannato alla fucilazione. Lui, figlio della borghesia dell'Isola e dell'intellighenzia che da secoli serviva fedelmente lo Stato, aveva osato appoggiare un sovrano straniero. Questo era alto tradimento e meritava, certo, una condanna esemplare.

Amici avevano suggerito alla moglie, Caterina de Grazia, di supplicare clemenza al Sottointendente Jezzi, il funzionario borbonico che governava la zona. Eroica e al contempo realista, aveva sentenziato: “Mai chiedere la grazia agli oppressori”. Nessuna speranza, dunque, per i condannati?
Viva Garibaldi!

I fatti eroici che erano seguiti, salirono all'onore della cronaca, ed erano addirittura stati rievocati, in occasione del cinquantesimo, in un foglio stampato ad Alcamoiv che Francesco aveva più volte avuto modo di tenere fra le mani: “... In paese si faceva un gran parlare del caso miserando, quando un animo generoso ebbe una singolare e geniale ispirazione. Era questi un tal Calvaruso, nipote del famigerato capitan d'armi Mancuso. Che cosa fa egli? Si reca al carcere e, presentatosi al Capo carceriere, gli dice:



- Mio zio, il Capitano Mancuso, ha bisogno di voi proprio in questo istante: egli desidera che vi rechiate da lui senza il minimo indugio.

- Ma io, risponde il carceriere, non posso abbandonare il mio posto senza che altri mi sostituisca.

- Ebbene, soggiunse l'altro, se credete, faccio io le vostre veci. Del resto sarete subito di ritorno.

Il carceriere rifletté un poco; ma non ebbe alcun sospetto: era quello un parente del Capitano Mancuso e poteva quindi fidarsi.

Se non che, appena si fu allontanato, il Calvaruso dié di piglio alle chiavi e corse a liberare i tre condannati, che, da uccelli di gabbia divennero, in grazia d'una provvidenziale parentela, uccelli di bosco...”.

Nonna Caterina non dimenticava mai di aggiungere, con una strana luce negli occhi, che i quattro si erano potuti allontanare dalla città solo dopo essersi travestiti con abiti femminili.

Così nonno Enrico, dopo un mese di latitanza, si era unito alle camicie rosse sbarcate facilmente a Marsala il 9 maggio. La marcia di Garibaldi era stata rapida. Il 13 maggio, a Salemi aveva pubblicamente assunto il potere in nome di Vittorio Emanuele re d'Italia. Il 15 maggio i garibaldini avevano battuto in un sanguinoso combattimento una colonna borbonica a Calatafimi, 15 chilometri da Alcamo, una cinquantina dalla capitale, verso cui l'Eroe dei due Mondi si era messo rapidamente in marcia. Enrico Emanuele si era allora unito alla Divisione Cosenza ed era diventato il segretario del Colonnello Palizzolo il quale, trattenuto a letto da una ferita riportata a Calatafimi, lo aveva inviato, con la cospicua cifra di 350 oncie, armi e munizioni, in missione dal Colonnello Orsini, in quel di Corleone, nell'interno a una sessantina di chilometri da Alcamo, impegnato a sostenere con una manovra diversiva, lo scontro con il grosso delle truppe borboniche guidate dal Generale von Mechel, mentre Garibaldi, aggirata da Sud-Est una Palermo quasi sguarnita, vi entrava da Gibilrossav.

Gesta ed eroi che ormai appartenevano alla storia e che nonna Caterina rievocava sfogliando lentamente un grande album: Garibaldi nelle due Sicilie, illustrato con sessanta incisioni realizzate da artisti al seguito dell'armata del Generale, che raffiguravano personaggi, città, luoghi memorabili per fatti d'armi, le Barricate di Palermo, le tappe gloriose dell'epopea garibaldina da Genova a Capreravi.


Anche lui, Francesco, era partito da Genova, con un'idea ben precisa in testa. Ma l'America era ancora lontana e i gabbiani volteggianti sulla scia che il piroscafo abbandonava dietro di sé lo riportarono, oltre il mare, ai ricordi della sua Sicilia.
Tra i filari di vite

Nonno Enrico, personaggio schivo e riservato, non aveva approfittato delle sue benemerenze, in virtù dei servizi resi alla Patria, ma dopo i turbinosi giorni della rivolta e della trionfale avanzata dei Mille, era entrato a far parte della Pubblica Amministrazione e aveva condotto ad Alcamo un'esistenza esemplare, dove si era spento nel 1907. Dalla moglie Caterina aveva avuto quattro figli: Cristina, Eugenia, Filomena, e un maschio, Eugenio, nato nel 1856.

Schivo e riservato come il padre ed instancabile lavoratore, Eugenio, laureatosi in agronomia fu autore di numerosi testivii e studi di meccanica applicata alla trasformazione delle derrate alimentari e pare avesse progettato alcune macchine per la lavorazione dei prodotti agricoli.

Il 25 novembre del 1882 si era sposato con Marianna Adragna. Si trattava di un matrimonio combinato ad arte: Eugenio doveva passare sotto casa Adragna e Marianna, dalle gelosie della finestra, lo avrebbe visto... Lui non seppe trattenere un moto di curiosità e alzò lo sguardo alla finestra. Marianna rimase colpita da quegli occhi, scurissimi e severi, e in cuor suo disse istintivamente quel sì che avrebbe confermato dinanzi all'altare.

La famiglia della moglie era quanto di più diverso si potesse pensare rispetto agli Emanuele e poteva vantare figure a dir poco estrose, a volte geniali: un eccentrico notaio inventore di pompe e suonatore di violino; un pittore, un austero professore, Pietro, che aveva intrapreso una piccola attività industriale per la produzione di lucido da scarpe. Uno dei numerosi fratelli della moglie, zio Vincenzo, sarebbe diventato negli anni Trenta del Novecento il segretario del Prefetto Cesare Mori, inviato da Mussolini nell'Isola con pieni poteri per sbaragliare la Mafia.

Eugenio, invece, si era mobilitato per sbaragliare un nemico invisibile ma altrettanto temibile: la fillossera, da pochi anni comparsa sul continente, che insidiava ora l'intera produzione vitivinicola dell'Isola, attaccando le radici delle piante, che finivano col marcire. Negli anni Ottanta dell'Ottocento, alle prime avvisaglie della terribile malattia, Eugenio - tra lo stupore e l'incredulità - aveva venduto terre e vigne della famiglia a Santa Ninfa. Impegnato per alcuni anni alla ricerca di una soluzione al flagello che stava distruggendo l'economia siciliana (e non solo), intorno al 1888, con la messa a punto dell'innesto sulla vite americana, resistente alla fillossera, aveva ricomprato - tra lo stupore e l'incredulità - alcune delle terre e vigne che erano state sue - ma anche i poderi di Casale, Code e Volpe ed il grande feudo di Madonna Pili agli Oliveri - intestandole ai figliviii. Aveva saputo guardare lontano: era arrivato prima degli altri. Ora le sue scelte coraggiose potevano garantire a lui e alla sua numerosa famiglia la serenità economica.

Eugenio e Marianna avevano avuto sette figli. La primogenita, Caterina, dal temperamento forte e focoso come quello della nonna, avrebbe ispirato a Tomasi di Lampedusa il personaggio di Concetta, la figlia del principe Fabrizio, del Gattopardo. Vera signora della casa, si sarebbe sposata solo a sessant'anni; e poi Maria Antonietta, Cristina, il quartogenito Enrico, Eugenia Pietro e Francesco, il più piccolo e timido, riservato e schivo come suo padre, suo nonno e i suoi avi, nato il 21 febbraio del 1896.

Papà Eugenio - cosa insolita a quei tempi - aveva voluto che tutti i figli - comprese le femmine - studiassero. Caterina aveva frequentato il Liceo a Palermo, accudita dalla nonna materna, e aveva addirittura progettato - cosa indicibile a quei tempi - di iscriversi al corso di Filosofia a Reggio, sul continente. Enrico era invece andato a Roma a studiare ingegneria; Pietro, sempre a Roma, aveva abbracciato la giurisprudenza ed era diventato avvocato. Francesco era destinato ad occuparsi delle terre e delle vigne paterne. Frequenta le elementari ad Alcamo, dove fin dalla prima classe ha come compagno di banco Aldo Guazzo (1896-1977), figlio di quel Giuseppe, Ufficiale di carriera nell'esercito di stanza nella città, ramingo per l'Italia a causa della sua professione, ma imparentato, grazie alla moglie Ginevra, alla famiglia veneta dei Pezziol, proprietari di stabilimenti al Nord. Il destino - curiosamente, inaspettatamente - avrebbe fatto incontrare di nuovo Aldo e Francesco vent'anni dopo a Parma, nel bel mezzo della Pianura Padana, uniti dall'amicizia e dal comune interesse per il pomodoro.

A Palermo, sui banchi di scuola, sedeva anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) che negli Cinquanta del Novecento avrebbe fermato sulla carta pensieri ed emozioni maturate in oltre venticinque anni. Nel suo Gattopardo, pubblicato solo dopo la morte di Lampedusa, Francesco avrebbe trovato, distillati dal clima e dal sole siciliano, “l'aspetto della vera Sicilia...un'aridità ondulante all'infinito” frammista a intensi ricordi famigliari: le figure di suo padre Eugenio e di mamma Marianna, della sorella Maria Antonietta, morta in odore di santità, e della sorella Caterina, dal carattere forte e volitivo, il viaggio a Santa Ninfa, frammenti di vita famigliare condivisi con l'amico Giuseppe ed ora raggrumati sulle pagine pervase da una malinconia ineluttabile e da un impotente senso di disfacimento: “Il sole narcotizzante... annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano dell'arbitrarietà dei sogni”.

Anche Francesco coltivava un sogno, certo concreto e positivo, e a 14 anni, dopo la scuola media a Palermo, tradendo le aspettative paterne e le ondulazioni ammaliatrici della sua isola, decise di andare a Torino, per continuare gli studi superiori e iscriversi nell'autunno del 1913 all'Università, dove seguire il corso di Ingegneria industriale al Politecnico.


A Torino per volare

Era partito - Francesco lo ricordava bene - come fosse oggi. Un distacco doloroso dalla sua terra, dalla sua famiglia. Un battello lo portava al di là del mare; un treno l'avrebbe condotto in città sconosciute, fra persone sconosciute. Eppure aveva saputo guardare avanti. L'impegno tenace negli studi, la serietà e il riserbo verso compagni e professori, la volontà di raggiungere il suo obiettivo. Un po' per vezzo, un po' per seguire la moda, aveva preso l'abitudine di farsi chiamare Franco dai compagni di università: un nome più "duro" e "importante" che avrebbe utilizzato, in seguito, nei ruoli ufficiali e per firmare tutte le sue pubblicazioni.

Ora, mentre il sole caldo d'agosto cominciava a calare all'orizzonte, tingendo d'arancio le acque appena increspate del Mediterraneo, Francesco rivedeva le brume e i monti innevati che l'avevano accolto a Torino dopo due giorni e due notti di viaggio, la facciata austera del Politecnico, i volti di compagni sconosciuti, lo sguardo penetrante di Luigi Einaudi, suo insegnante di economia, le ore passate chino sulla scrivania nella piccola camera a pensione di via Madama Cristina, le amicizie torinesi e le simpatie socialiste.

E poi i moti interventisti del Quattordici e l'ingresso in guerra dell'Italia nel 1915, che aveva portato Francesco, appena concluso un esame, a partire arruolato per il fronte nel Genio Pontieri, dove poteva mettere a frutto le proprie conoscenze di ingegneria. La fortuna e le amicizie l'avevano poi portato ad approdare alla Compagnia che montava gli aerei per la 91º Squadriglia Aerea, la "Squadriglia degli Assi" che aveva in Francesco Baracca (1888-1918) l'elemento di maggiore spicco, ritrovando così il fratello Pietro, che faceva il pilota ed il fratello Enrico, corriere militare sui dirigibili. Nel portafoglio aveva ancora la fotografia scattata nel 1917 da un compagno d'armi a loro tre con il principe Fulco Antonio Ruffo di Calabria in seguito insignito con Baracca della Medaglia d'oro al Valor Militareix.

Alla fine il conflitto, ufficialmente vinto dall'Italia, sarebbe costato oltre 600.000 vite umane, quasi due milioni di feriti, crisi economica e politica al Paese.

Lasciati i fratelli: Enrico, destinato a diventare Direttore Generale del Registro Aeronautico e Pietro, Consigliere della Corte dei Conti a Roma; il giovane Francesco era tornato a Torino portando con sé, come ricordo, una monumentale elica in legno di un biplano Caproni, che lo avrebbe seguito in tutti i suoi spostamenti. Ripresi gli studi, nel gennaio del 1919 aveva modificato il piano di studi e, sempre nell'àmbito di Ingegneria Industriale, aveva lasciato la specializzazione "Industriale" optando, invece, per quella "Chimica": una scelta che avrebbe segnato il suo destino.

Nel '20 aveva iniziato a preparare la Tesi e il 14 febbraio del 1922 si era laureato con 85/100. E aveva spedito a papà Eugenio la foto di Laurea con i suoi compagni di corso. I mesi successivi erano stati febbrili. L'iscrizione ad un corso di specializzazione del Politecnico di Torino nella chimica "coloniale" culminato nel diploma del giugno dello stesso anno, gli aveva consentito di partecipare al concorso del 2 luglio a Parma. E di vincerlo.
In America per vedere il futuro

Sciarpe di nebbia lattiginosa accolsero il piroscafo in vista della costa. Là, dietro mille goccioline opache c'era la Statua della Libertà, c'era New York, c'era l'America. La terra da cui, quattro secoli prima, era arrivato al vecchio continente il pomodoro, era la stessa che ora lo accoglieva - un po' freddamente a dire il vero - per studiare e apprendere le più moderne tecnologie per la lavorazione e la conservazione di quello stesso pomodoro.

Forse fu la nebbia, forse la naturale riservatezza, forse una acuta premonizione: sbarcato con un visto provvisorio, Francesco decise di farsi assumere come operaio in una grande industria alimentare. All'ufficiale - e forse un poco imbarazzante - presentazione quale tecnico in viaggio di studio, e conseguenti dinieghi o diffidenze, preferì il più concreto e immediato approccio del manovale. E l'America lo aveva accolto.

Nel giro di venti mesi aveva girato numerose realtà industriali dall'Atlantico al Pacifico e soprattutto in California, scaricando cassette di pomodoro e facendo lavori umili, ma, ciò che più contava, imparando metodi e tecnologie, conoscendo per esperienza diretta - e non per sentito dire - pregi e limiti di macchine e sistemi. Pur apprezzato da compagni e dirigenti, una volta ben conosciuta una realtà, si licenziava per ricominciare in un'altra.

Mesi di lavoro, di fatica, di solitudine, di distacchi continui, ma anche ricchi di esperienze, di scoperte entusiasmanti, col pensiero - mentre attraversava l'America da una costa all'altra, da un oceano all'altro - che tornava veloce all'Italia, alla sua Isola, a un altro mare.
Il pomodoro, nel continente americano, c'era nato, ma erano curiosamente stati gli europei a promuoverne l'uso alimentare. Il primo riferimento alla sua coltivazione negli Stati uniti si deve a Thomas Jefferson nel 1781. Proprio in quell'anno era stato portato a Philadelphia da un rifugiato francese proveniente da Santo Domingo, ma si dovette attendere il 1829 per vedere immesso sul mercato alimentare americano. Nel 1802 era stato introdotto a Salem, nel Massachussets da un pittore di origini italiane, che tuttavia stentò molta fatica a convincere gli americani ad assaggiarne i frutti rossi e carnosi, ritenuti ancora da molti velenosi. Ma gradatamente si diffuse, anche grazie alla stampa specializzata, la conoscenza del love apple (letteralmente pomo d'amore), ben presto “usato per minestre e conserve” Ed ebbe così un grande sviluppo la selezione di specie idonee alla coltivazione e alla lavorazione, tanto che nel 1863 erano ben 23 le varietà genetiche di pomodoro coltivate negli Stati Uniti, salite a 128 nel 1889.

Nel 1847 aveva avuto inizio la storia americana del processo industriale di lavorazione e conservazione del pomodoro. Harris Woodhull Crosby, Capo Giardiniere del Lafayette College di Easton, in Pennsylvania, trasformato il refettorio del College in un rudimentale laboratorio, preparò piccoli secchielli di latta sigillandoli con coperchi, pure di latta, dopo averli riempiti di frutti freschi e li immerse in acqua bollente per sterilizzarne il contenuto. Crosby era passato alla storia americana come il primo "produttore" di pomodoro in scatola.

Era nata, seppure in modo rudimentale, la tecnologia della "conserva" che cinquant'anni dopo aveva assunto dimensioni ragguardevoli e raggiunto standard tecnologici e qualitativi di tutto rispetto per l'epoca. L'industria conserviera americana, inizialmente avvantaggiata dalla forte produzione di pomodoro dell'Indiana, del Maryland e del New Jersey, si era andata progressivamente concentrando in California, favorita anche dai fattori climatici, e si era specializzata su tre prodotti base: la conserva, il succo e la polpa.

L'evoluzione tecnologica finalizzata all'innalzamento qualitativo del prodotto e alla riduzione dei costi, aveva portato gli USA a livelli di tutto interesse, tali da giustificare la lunga esperienza americana di Francesco Emanuelex.
Il confronto con la realtà dell'industria conserviera americana, aveva portato Emanuele all'elaborazione di un programma di lavoro da utilizzare, una volta rientrato in Patria, per l'industria conserviera del Parmense. Si trattava di un semplice foglietto a quadretti, con tracciati cinque punti essenziali, che avrebbero informato l'intera attività di Emanuele alla Stazione Sperimentale:

1. Migliorare geneticamente le specie di pomodori utilizzati, grazie ad un'attenta selezione delle sementi e delle modalità di lavorazione dei terreni, in collaborazione con i Campi Sperimentali agricoli.

2. Migliorare le tecnologie di produzione della conserva, attraverso l'innovazione dei sistemi di produzione dell'industria meccanica, dei materiali, e delle macchine.

3. Migliorare l'igiene e il processo di lavorazione all'interno della aziende conserviere.

4. Contribuire alla crescita (qualitativa e quantitativa) dell'industria del settore, attraverso appositi incontri, congressi scientifici, manifestazioni, esposizioni.

5. Promuovere la divulgazione scientifica e tra gli addetti ai lavori attraverso la creazione di appositi canali (rivista periodica specializzata, convegni, ...).

Lo schema, piegato in quattro e conservato puntigliosamente nel portafoglio, si arricchiva, di quando in quando, di idee, applicazioni, suggerimenti, che nascevano dalla sua attività sul campo nelle industrie californiane.

In una fabbrica di San Francisco i proprietari si rendono conto che Francesco non è un operaio come gli altri: ha intelligenza, impara presto e lavora sodo, ma ha anche una marcia in più, quella curiosità che lo porta a farsi riconoscere. Interrogato, non ha problemi a qualificarsi. Gli offrono di restare, l'Azienda ha bisogno di tecnici capaci e preparati. Ma il destino, ormai, si chiama Parma.



Il destino si chiama parma
Verso lo sviluppo
Un'eredità preziosa



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