“Fantasia e imprenditorialità”


Il destino si chiama Parma



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Il destino si chiama Parma

Finalmente il caldo, finalmente il sole. Napoli dal ponte del piroscafo sembrava una cartolina e i gridi dei gabbiani, che avevano accompagnato striduli gli ultimi giorni di navigazione, sembravano ora un messaggio di benvenuto. Era di nuovo estate, come alla partenza, ma erano passati due anni. E molte cose erano cambiate. Per il presente e per il futuro.

Pochi mesi dopo il suo imbarco per l'America, il 28 di ottobre del '22, la Marcia su Roma delle Camicie Nere aveva portato Mussolini al potere e un nuovo ordine aveva conquistato il Paese.

Nella grave situazione di crisi sociale, politica ed economica seguita alla guerra, il movimento fascista si era proposto, a seconda del contesto sociale, come difensore di una serie di rivendicazioni di carattere sociale o come restauratore dell'ordine, riuscendo a compiere, tra il 1919 ed il 1922 rapidi progressi che avevano portato il numero degli iscritti da 19.000 a 700.000. Mussolini aveva organizzato il movimento in partito, e grazie alla generica demagogia del suo programma, era riuscito ad attrarre larghi strati della popolazione, oltre a godere dell'appoggio della ricca borghesia e di alcuni gruppi industriali. Certamente il Fascismo aveva trovato la strada verso il potere spianata dal completo sfacelo dello Stato liberale e dalle simpatie della monarchia, che di fronte alla Marcia su Roma, invece di proclamare lo stato d'assedio, aveva preferito affidare a Benito Mussolini l'incarico di formare un nuovo Governo, che avrebbe retto le sorti dell'Italia per un ventennio, portando il Paese ad un nuovo, terribile, conflitto armato.


Francesco guardava il porto dal ponte della nave. Suo zio Vincenzo lo aspettava tra la folla sulla banchina. Era venuto per un compito importante. Consegnare a Francesco la tessera del PNF, il partito nazionale, senza la quale gli sarebbe stato impossibile insediarsi nel suo posto di Direttore alla Stazione delle Conserve. Ben altro aveva per la testa Francesco, che tessere e becere logiche di partito.

A Napoli, prima di riprendere il cammino verso Parma, Francesco volle visitare una delle realtà conserviere più significative del tempo: la Cirio.

Il piemontese Francesco Cirio xi aveva aperto, già nel 1856 un pionieristico impianto artigianale per la produzione di conserve alimentari; per passare, nel 1875, a dimensioni decisamente industriali e per affiancare ancora, entro la fine del decennio, a quello piemontese un secondo stabilimento nel napoletano, a Castellammare di Stabia, specializzato nella lavorazione del pomodoro e delle verdure.

Ma per Emanuele né il racconto della sua esperienza americana né il titolo di direttore della Stazione Sperimentale valsero a nulla. La delusione fu grande, e destinata a restare nel tempo. Ma il futuro, ormai incalzava.

A Parma lo attendevano anni di intensa attività. Aveva il futuro in tasca - quel futuro visto e toccato in America - e doveva trasformarlo in realtà. Cominciò col trasformare, adattandoli alle esigenze della Stazione Sperimentale, i capannoni della ex officina Callegari, a Barriera Saffi, gloriosa Azienda metallurgica fondata da Aurelio Callegari nel 1908, che aveva prodotto locomotori e materiale ferroviario e aveva dato lavoro ad un centinaio di operai. Nel 1910 i dipendenti erano ottanta, ma nel '13 aveva subìto gli effetti della congiuntura avversa che aveva portato al fallimento della concorrente Cugini & Mistrali - attiva anche nella realizzazione di macchine per l'industria alimentare - e aveva dovuto chiudere i cancelli per alcuni mesi. Gli ordinativi bellici l'avevano salvata, ma con la fine del conflitto si era via-via ridimensionata fino a chiudere - definitivamente - nel 1923.

Ora in quegli ampi ambienti rugginosi, dove le fucine avevano per anni forgiato ruote e pulegge, sorgevano uffici e laboratori di ricerca, la biblioteca specializzata e una piccola officina sperimentale.

La nuova struttura gli consente di affrontare due dei nodi cruciali dell'industria conserviera: la qualità del prodotto e la sua conservazione.

In collaborazione con l'Istituto per le Conserve di Roma, la Cattedra Ambulante di Agricoltura ed il Consorzio Agrario impianta, nel podere Bizzozero, al limite meridionale della città, campi sperimentali per la coltivazione del pomodoro e la selezione delle sementi.

Parallelamente inizia il suo rapporto con gli industriali meccanici che producevano macchine per il comparto alimentare allo scopo di migliorare le tecnologie e, grazie a queste, il prodotto finale in commercio.
La meccanica del pomodoro

Per Francesco iniziava - questa volta coi piedi saldamente posati a terra - un nuovo viaggio. Si trattava di entrare nella variegata realtà dell'industria meccanica parmense, contraddistinta da una miriade di piccole Aziende famigliari che erano sorte e si erano sviluppate a cavallo dei due secoli.

Dopo un iniziale periodo "pionieristico", collocabile tra fine Ottocento e la Grande Guerra, in cui numerose, piccole imprese meccaniche avevano prodotto un ampio spettro di manufatti, - dagli attrezzi agricoli ai primi rudimentali macchinari per l'industria casearia e di trasformazione alimentare, ai mezzi di trasporto su strada e su rotaia - con la crisi seguita alla fine del conflitto bellico, erano sopravvissute le società che avevano saputo specializzarsi in settori specifici.

Le officine meccaniche che in città erano 8 nel 1897, erano divenute 33 nel 1913 e 36 nel 1922. Si trattava, generalmente, di fabbriche di dimensioni medio-piccole, sorte per soddisfare la domanda locale proveniente da altri comparti produttivi, in particolare quello dell'industria alimentare, ma anche quelli ferroviario, agrario ed edilizioxii.


Fuori Barriera Aurelio Saffi era attiva la ditta Bartolomeo Ballari, fondata nel 1872, e specializzatasi nella costruzione di impianti per mulini, pastifici, fabbriche di concentrato di pomodoro (fu tra le prime ad introdurre i concentratori cilindrici) e di motori idraulicixiii.

Questa officina, che disponeva anche di un proprio studio tecnico, più tardi si sarebbe dedicata alla costruzione di macchine intubettatrici automatiche: produzione iniziata dal tempo della Seconda Guerra Mondiale (nell'archivio della ditta si conserva un ordine del 1944) e che avrebbe favorito ovunque l'uso dei tubetti nella confezione dei prodotti alimentarixiv.
Titoxv Manzini (1877-1929), che aveva iniziato la propria esperienza in qualità di tecnico montatore presso lo Zuccherificio Eridania di viale Veneto (sorto nel 1899), strinse un proficuo rapporto di collaborazione con il Cav. Romeo Tosi, titolare di una fabbrica di conserve ai Molini Bassi (attuale zona di via Palermo). Nel 1910 fu insignito di un attestato di benemerenza per il lavoro prestato in Argentina in un'altra fabbrica che lo steso Tosi aveva impiantato nel nuovo mondo.

Manzini nel 1917 lavorò all'impianto del nuovo stabilimento di Paolo Baratta a Battipaglia, in provincia di Salerno.

Fu questa esperienza che spinse Tito a maturare l'idea di progettare e realizzare linee complete per la produzione di conserve, quando le officine meccaniche dell'epoca erano ancora legate alla costruzione di singole macchine. Così nel primo dopoguerra iniziò l'attività la prima officina meccanica in viale Mentana 94.

Nel 1929, alla morte di Tito, alla conduzione dell'azienda (divenuta Tito Manzini & C.) provvidero i figli Manlio, Bruno, Sante ed Ettore, i quali si divisero i compiti nei vari settori aziendali, mentre lo stabilimento veniva insediato al n. 39 di via Trento. La produzione era diversificata ed accanto ad impianti completi per la lavorazione del pomodoro, compresa la separazione dei semi, la cui tecnologia era stata messa a punto dall'ing. Francesco Emanuele direttore della Stazione Sperimentale delle Conserve di Parma, venivano costruiti anche macchinari per la lavorazione della frutta e per caseificixvi.

Nel 1944 lo stabilimento, che nel frattempo era stato ampliato ed aveva l'ingresso principale in via Tonale, sarebbe stato gravemente danneggiato dai bombardamenti alleati che avevano come obiettivo la vicina stazione ferroviaria.

Negli anni Settanta del Novecento la ditta Tito Manzini & C. sposterà progressivamente i reparti produttivi nel nuovo complesso di via Paradigna, nei pressi dell'Autostrada e dal 1985 entrerà a far parte del gruppo Sasib.

Nel 1948, nello stabilimento di via Tonale, sarebbe stata applicata una grande targa parietale in bronzo, (oggi trasferita in piazza Fanfulla a Traversetolo) opera dello scultore Pietro Carnerinixvii in onore del fondatore cav. Tito Manzini, nella quale l'artista celebrava, in toni misurati, l'operosità dell'uomo e la civiltà contadina caratteristica della terra parmense.

Anche la Manzini era un'Azienda di tradizione familiare. Altri rami del nucleo originario si dedicarono alle costruzioni meccaniche per l'industria alimentare, in particolare nel settore della lavorazione del rame. Negli anni Venti Egidio Manzini aveva il suo laboratorio in borgo Santo Spirito 5, mentre Giuseppe operava in borgo Catena 26. Scomparsa la ditta di Giuseppe, quella di Egidio nel decennio successivo brevettava una "batteria di concentratori accoppiati ad un solo condensatore a colonna barometrica" e produceva impianti per la lavorazione di pomodoro, mosto d'uva, latte e caseinaxviii.


La Ditta Oreste Luciani era stata fondata nel 1909 in via Imbriani 81-87 (poi 79) dallo stesso Luciani, insieme ai soci Ferretti e Merusi. Il titolare, nato nel 1891 e morto nel 1974, aveva iniziato come operaio nell'officina Centenari, specializzata appunto in macchinari a vapore. Lavorando di giorno e studiando di sera, Luciani raggiunse un elevato livello di preparazione per poter progettare e costruire macchine in prima persona. Nel 1912 l'officina ne realizzò una per la produzione del ghiaccio. Dopo la Grande Guerra, alla quale Oreste Luciani prese parte come combattente, da piccola officina, la fabbrica divenne un complesso ragguardevole, che comprendeva anche fonderia e potenti presse per lo stampaggio delle piastre tubiere dei fondi per recipienti a pressione. In un'inserzione pubblicitaria apparsa nel 1920 sul periodico Riccio da Parma, la ditta descrive la propria gamma di impianti a vapore per caseifici, motori a benzina e a vapore, macchine per ghiaccio e per celle frigorifere, nonché automobili, che peraltro si limitava a commercializzare. Successivamente la produzione si diversifica e si affina: caldaie a vapore verticali tipo Cornovaglia, orizzontali con ritorno di fiamma e a tubi d'acqua, serbatoi, autoclavi, doppi fondi, macchine per caseifici, per la produzione del ghiaccio e del freddo, timbri per la bollatura a fuoco del formaggio, pompe ed elettropompe per uso domestico e industriale, impianti completi per irrigazione, per macellerie, alberghi, istituti, gelaterie, fabbriche di cioccolata (allora era attiva a Parma quella di G.B. Banchini, nell'angolo tra piazza Garibaldi e strada Bassa dei Magnani, ora via Mazzini) e restava ancora in campo motoristico e automobilistico con rettifica di cilindri e costruzione di pistoni di ricambio per auto, moto e trattori. Durante il Ventennio Oreste Luciani era membro del Direttorio della Confederazione Fascista degli Industriali per la categoria Meccanici e Metallurgici. La produzione, trasferita negli anni Trenta nel nuovo stabilimento di via Bologna 25-31, era esportata in tutto il mondo e comprendeva macchine per la lavorazione del pomodoro, del latte, della frutta, dei mosti e dei vinixix.
Legata strettamente all'industria conserviera tipica del Parmense era anche la produzione di barattoli di latta e casse per imballaggio intrapresa a partire dal 1907 dalla Società Ligure Emiliana in un nuovo stabilimento sorto in viale Piacenza, nella periferia Nord-Ovest della città; presso di essa si rifornivano le industrie delle conserve di pomodoro e di altri prodotti alimentari.
Alla fine degli anni Trenta - grazie al prezioso contributo innovativo dato dalla Stazione Sperimentale - ed ancor più dopo la seconda guerra mondiale, l'industria parmense delle costruzioni meccaniche si sarebbe decisamente specializzata nelle macchine per l'industria delle conserve alimentari, del pomodoro innanzitutto. Favorite da mostre ed esposizioni internazionali, le ditte del settore si sarebbero ridotte di numero, ma si sarebbero ingrandite quanto a singole potenzialità, dando vita anche ad un'attiva esportazione specie nei Paesi in via di sviluppoxx.
Il pomodoro in scatola

Parallelamente si evolveva il mondo dei produttori di conserva e di concentrato di pomodoro. Fra gli industriali conservieri figuravano i nomi di numerose famiglie parmigiane di antica tradizione agricola, associati in forma indelebile alla trasformazione dell' "oro rosso" e dei prodotti alimentari in genere: da Bertozzi, a Boschi, a Figna, Greci, Jenni, Magnani, Mutti, Pagani, Rodolfi, Tanzixxi.

Già nel 1872 Carlo Rognoni aveva profetizzato sul Bollettino dei Comizi Agrari: "Imparate a coltivare il pomodoro; pel momento i risultati saranno modesti; ma tempo verrà, che quest'industria prenderà sviluppo, e colla perfezione dei macchinari, e coi crescenti consumi, chi sarà addestrato nella coltivazione della materia prima potrà fare fortuna".xxii

Così aveva avuto inizio l'epopea del pomodoro e la sua coltivazione intensiva nei campi precollinari del parmense. Giunto dalle Americhe nel Cinquecento, portato dai galeoni spagnoli. Per due secoli fece bella mostra di sé nei giardini come curiosità ornamentale. Poi, nel Settecento, qualche cuoco aveva cominciato ad inserirlo nei piatti più "moderni" facendo spostare il pomodoro dal giardino all'orto. In Sicilia avevano cominciato a farlo a fette e a essiccarlo e, quindi, a farne "sugo ristretto" che poi asciugava al sole: la "conserva nera" in pani.

Carlo Rognoni (1829-1904), negli anni Sessanta dell'Ottocento decise di spostare ancora una volta il pomodoro e dall'angusto confine dell'orto lo trasferì in pieno campo. Capì che sarebbe stato prezioso nella rotazione poderale in alternativa al mais, capì che poteva essere sfruttato dall'industria.

"Dal pomodoro, ab immemorabili, si faceva nell'agro parmense conserva dura o in pani, mediante cottura in caldaia fino a caramellarla e successiva essiccazione al sole, di color mogano scuro e della consistenza di stucco, e se ne formavano panetti cilindrici ravvolti in carta oleata; si faceva della salsa pure cotta in caldaia, di consistenza quasi liquida, come esce in casa dal setaccio, che veniva posta in boccetti chiusi con cartapecora e sterilizzata a bagno-maria; e infine in filze dette volgarmente flipi di frutti tagliati a metà e disseccati al sole, salati o non salati" xxiii.

Con Ludovico Pagani (1866-1939) e Brandino Vignali (1868-1944), come lui di Panocchia, Rognoni cominciò a fabbricare conserva dura in panixxiv. E invitò altri contadini a seguire il suo esempio. Le prime fabbriche si erano sviluppate intorno a casa sua, poi si diffusero a macchia d'olio in tutto il Parmense e nel Piacentino. Era nata una "filiera alimentare"xxv.

Agli inizi del secondo decennio del Novecento erano già una settantina le industrie conserviere attive nel territorio di Parma. Tra queste, sarebbero col tempo emerse le realtà destinate a guadagnare la leadership del settorexxvi.
La Mutti aveva iniziato l'attività di trasformazione del pomodoro nel 1899 grazie all'intraprendenza del cav. Marcellino, aiutato dai figli Ferdinando, Ugo, Giovanni e Francesco. Di lì a pochi anni già si distingueva, rispetto alle altre imprese del settore, per le caratteristiche innovative e per la scelta di sviluppo qualitativo dei suoi prodotti.

La prima guerra mondiale, che si combatteva su un fronte lontano, aveva rallentato soltanto questo processo, tanto è vero che negli anni Venti, all'iniziale centro produttivo di Basilicanova si erano via via aggiunti altri opifici che alla vigilia del secondo conflitto raggiungevano il numero di undici stabilimenti attivi.

Agli inizi degli anni Cinquanta il panorama dell'industria conserviera del Parmense rispecchiava, a grandi linee, la situazione dell'anteguerra, con un alto numero di fabbriche - circa una cinquantina - per lo più di modeste dimensioni e condotte con criteri artigianali e con empiriche ed improvvisate politiche commerciali.

In quegli anni, tuttavia, la Mutti aveva già raggiunto dimensioni per l'epoca ragguardevoli e aveva impiantato una fitta rete di vendita sia in Italia che all'estero: la marca “Due Leoni” distintiva della Mutti, era già sinonimo di prodotto di particolare qualità.

È anche il periodo di potenziamento dello stabilimento di Basilicanova in cui vengono compiuti cospicui lavori di ammodernamento tecnologico, cui si affiancano, nei mesi di maggiore afflusso del pomodoro, gli impianti di La Forca e di Provazzano di Neviano Arduini.

Il processo di trasformazione si avvaleva ancora delle stesse metodologie impiegate nei decenni precedenti ed il prodotto finito veniva confezionato in barattoli di banda stagnata destinati al consumatore, oppure posto in fusti di legno avviati alla commercializzazione industriale.

Ma nell'immediato dopoguerra sono ben poche le famiglie italiane che possiedono il frigorifero - che avrà ampia diffusione verso la fine del decennio - ed uno dei maggiori problemi cui va incontro la conserva di pomodoro, una volta aperto il barattolo, è quello della perfetta conservazione del prodotto. L'abitudine più diffusa consiste nel ricoprire con un sottile velo di olio d'oliva il concentrato, per renderlo meno attaccabile dalle muffe: il procedimento è empirico ma è quanto di meglio la “tecnologia” offre al momento.

La Mutti matura, proprio partendo da questo handicap, l'intuizione che avrebbe dato alla Società quel vantaggio tecnologico e commerciale sulla concorrenza che non sarebbe più stato colmato. Perché - ci si chiese - non porre il concentrato di pomodoro, il prodotto all'epoca di gran lunga più noto ed apprezzato, in un tubetto, in modo da annullare contemporaneamente tutti i problemi igienici e di conservazione?

Gli esperimenti e le prove durarono a lungo. Nessuno, fino a quel momento, aveva mai posto dei prodotti “a caldo” e di tenore sostanzialmente “acido” in contenitori di questo tipo. La verniciatura, stesa all'interno del tubetto a protezione del prodotto, creava non pochi problemi alla tecnologia di quegli anni. Ma ogni ostacolo venne, progressivamente, superato fino a quando, dopo un avvio sperimentale, nell'aprile del 1951 veniva ufficialmente lanciata sul mercato italiano la conserva di pomodoro nell'innovativo contenitore.

Contrariamente a quanto si possa oggi pensare, il successo non fu immediato. Anzi, in un primo tempo le perplessità ed i pregiudizi superavano i consensi. Non era infatti raro che i negozianti accogliessero la presentazione del tubetto con la classica frase: “Il consumatore si sbaglierà e metterà il dentifricio nella minestra e si laverà i denti con la conserva!!!”.



In realtà le iniziali difficoltà incontrate nell'accettare questo innovativo contenitore, si rivelarono ben presto come un vantaggio per la Mutti. La concorrenza, infatti, che dava per scontato l'insuccesso del nuovo formato, perse tempo prezioso prima di rendersi conto dei vantaggi offerti dal tubetto, destinato a divenire, nei successivi decenni, il contenitore per antonomasia del concentrato di pomodoro; tempo che consentì alla Mutti - che credeva profondamente nel progetto così a lungo perseguito - di ampliare incontrastata e quindi consolidare il proprio primato nel settore.

La felice idea di impiegare, quale chiusura del tubetto, un ditale in materiale plastico, utilizzabile dalle massaie per i lavori di cucito, contribuirà a diffondere la riconoscibilità e la memorabilità del prodotto. In poco tempo il concentrato Mutti sarà conosciuto come “il tubetto del ditale” e l'espressione troverà ampio impiego nella pubblicità e nei cartelli promozionali. Tubetti di enormi proporzioni verranno allestiti per gli stands fieristici cui partecipa l'Azienda e collocati come emblema sulle automobili reclamistiche.

Ancor oggi non sono pochi coloro che ricordano lo slogan pubblicitario come elemento identificativo della Mutti e di un'epoca. Ed è importante ricordare come il tubetto ad uso alimentare abbia dato il via - anche grazie all'applicazione intelligente da parte di un'industria di Parma - ad un processo di modernizzazione di un settore che per quasi un secolo non aveva registrato progressi sostanziali. Alle soglie del XXI secolo l'Azienda avrebbe rappresentato la realtà più importante, nell'ambito dei produttori di Marca di conserve di pomodoro del Parmense, e fra le realtà più significative del panorama nazionalexxvii.
Mansueto Rodolfi era nato a Vicofertile nel 1892 da Giuseppe e Maria Mutti, che conducevano, con Remigio, fratello di Giuseppe, una piccola trattoria. Fin dall'infanzia Mansueto aveva dimostrato una intelligenza vivace, accompagnata da un carattere risoluto e uno spirito intraprendente.

Dopo un periodo di apprendistato presso il caseificio del barone Paganini a San Ruffino, con l'aiuto del padre era riuscito a prelevare un modesto e primitivo caseificio a Ozzano Taro. Iniziò così, giovanissimo e con grande entusiasmo, la sua attività di casaro in proprio a cui andrà affiancando, successivamente, quella di preparazione di conserva di pomodoro. Ma il suo vero sogno era quello di riuscire ad acquistare i terreni ed una azienda agricola per poter lavorare i propri prodotti ed offrire così una gamma qualitativamente elevata.

A vent'anni Mansueto sposa Virginia - detta Ida - Mutti, da cui avrà quattro figli, Lucio, due sorelle e Giuseppe. Sarà una copia unita e straordinariamente attiva. Alla lungimiranza ed intraprendenza di Mansueto, si accoppiano infatti la laboriosità, la determinazione, l'umiltà e la perseveranza di Ida, una compagna che avrà molto merito nelle sue future fortune.

Scoppia la prima guerra mondiale e Mansueto deve partire e servire il Paese nel corpo degli Alpini. Al suo rientro, proprio l'esperienza militare gli ispirerà il marchio per i propri prodotti conservieri. L'antica immagine dell'Alpino ritto sulla vetta di un monte, con un bastone da montagna da un lato, il fucile a tracolla e, ai lati, due grappoli di pomodori, comparirà, da allora, sulle scatole dei prodotti Rodolfi.

Scoppiata la seconda guerra mondiale l'attività produttiva subiva pesanti rallentamenti e soste prolungate per mancanza di materia prima. Arrivarono anche i bombardamenti, che colpirono duramente gli stabilimenti prossimi alla linea ferroviaria. Giuseppe, interrotti gli studi alle soglie dell'Università, nel 1945 entrava a tempo pieno nell'Azienda paterna.

Terminato il conflitto si dà inizio alla ricostruzione, al potenziamento e all'innovazione della fabbrica. La Rodolfi è tra le prime Aziende a dotarsi dei nuovi impianti in acciaio inossidabile in sostituzione delle più antiquate boules in rame e a lanciarsi sui mercati esteri con i suoi prodotti.

Gli anni Cinquanta vedono anche ampliarsi e diversificare la produzione conserviera. Inizia la fabbricazione con tecnologie altamente specializzate della polvere di pomodoro disidratato che, una volta reidratato, conserva tutte le caratteristiche nutrizionali ed organolettiche; attività in cui la Rodolfi saprà raggiungere livelli di preminenza in ambito europeo.

Ancora agli anni Cinquanta si deve la commercializzazione dell'Ortolina, tra i primi sughi pronti ad apparire sul mercato, ricavata da una ricetta casalinga del 1936 servita d'abitudine in casa Rodolfi e prodotta a livello industriale per idea di Mansueto. L'Ortolina, un vero must nella produzione alimentare del periodo, ebbe un eccezionale successo ed una vastissima diffusione, supportata dal felice slogan “L'orto in cucina” e dalla allora innovativa confezione in tubetto.

A partire dalla metà degli anni Sessanta la Rodolfi, che proprio grazie ai suoi impianti perfezionati, aveva potuto puntare ad un elevato livello di qualità dei prodotti, inizierà anche la produzione di sughi pronti per la Barilla e ancora svilupperà innovative linee di produzione per salse, passate e polpa di pomodoro per la quale, nello stabilimento Ardita, verrà impiantata la prima linea di produzione nel 1973. Dalla fusione con l'antica attività casearia nascerà Sugolina, la salsa con formaggio pronta per l'uso, mentre si accrescerà la produzione per conto di numerosi marchi privati.

Mansueto cesserà la sua attività operativa e diretta negli anni Sessanta, ma fino al 1970, anno della sua morte, rimarrà, assieme a Ida, come prezioso ed illuminato consigliere al fianco dei figli, che ne continueranno l'attività e la missionexxviii.


La Ditta Pezziol Giuseppe, Drogheria, Fabbrica Liquori, Marmellate e Conserve in via dei Servi a Padova era stata fondata il 18 maggio 1840. Giuseppe, patriota del Risorgimento, più volte perseguitato dalla polizia del Lombardo-Veneto governato dagli Austriaci, nel 1859, dopo le battaglie di Magenta e Solferino, con la sospirata annessione al Regno d'Italia si era specializzato nelle conserve alimentari. Particolarmente attento alla qualità dei propri prodotti, aveva collezionato una cospicua serie di medaglie e onorificenze, da quella d'argento del 1846 per la confezione di prodotti dolciari, all'oro del '56 e all'argento dell'Esposizione Provinciale di Padova del 1869.

La conserva di pomodoro non era ancora diffusa e i piccoli quantitativi prodotti da Giuseppe venivano smerciati nella drogheria e presso qualche farmacista. Il prodotto, realizzato interamente a mano, veniva confezionato in barattoli di vetro sterilizzati a bagno maria.

Nel 1884, alla morte di Giuseppe, raccoglievano l'eredita i figli Ettore, Ferruccio e Ginevra. Dieci anni dopo i due fratelli, trasferita l'Azienda in Prato della Valle e dotata di nuove caldaie, aumentavano la produzione di conserva di pomodoro, ancora inscatolata in vasi di vetro, a loro volta protetti da una scatola di latta, contraddistinta dalla inconfondibile etichetta della "Marca Bianca", da allora esclusiva della Ditta.

Per poter incrementare ulteriormente la produzione, peraltro frenata dai laboriosissimi sistemi di confezionamento manuali, i fratelli Pezziol compiono una attenta ricerca delle migliori partite di pomodoro, inizialmente acquistate nella zona di Chioggia e del delta padano e dal 1898 fino al 1900 nel Parmense. Poiché risultavano maggiori i costi di trasporto del pomodoro fresco che quelli di lavorazione, Ettore e Ferruccio decisero di impiantare un piccolo stabilimento in area parmense: acquistati tremila mq. di terreno alla Crocetta di San Pancrazio, l'11 giugno 1902 inauguravano la nuova fabbrica che lavorò 700 quintali di doppio concentrato.

Ma lo stesso anno veniva a mancare Ferruccio e al fratello Ettore, per la gestione dello stabilimento di Parma, si associò la sorella Ginevra col marito Maggiore Giuseppe Guazzo, all'epoca di stanza ad Alcamo, in Sicilia, che lasciava nel mese di agosto giusto per seguire la campagna del pomodoro.

Nel 1909 moriva anche Ettore e alla guida della Pezziol subentrava Giuseppe Guazzo, nel frattempo promosso Tenente Colonnello, coadiuvato da Riccardo Piantella, entrato in azienda a Padova ancora nel 1891, che gestiva anche i negozi e i magazzini in Veneto. In quegli anni la Pezziol esportava i propri prodotti nel Sud America (Argentina, Brasile, Perù, Uruguay), in Inghilterra, Francia, Svizzera, Austria e nei Paesi dell'estremo oriente, fino alla Cina.

L'Azienda, che continuava a partecipare alle più significative esposizioni internazionali, nel 1905 era stata premiata all'Esposizione di Londra con il Gran Premio e a Parigi con medaglia d'oro. Dopo il primo conflitto mondiale, che aveva rallentato la produzione, era entrato in Azienda Aldo Guazzo, laureatosi intanto in ingegneria, che nel 1929 lanciava sul mercato il triplo concentrato "Marca Bianca" e, intuendo l'importanza di un collegamento con l'industria dell'imballaggio, promuove la costruzione dello stabilimento Scedep, antesignano nella confezione di contenitori in banda stagnata litografata.

Nel 1940 l'Azienda celebrava solennemente il centenario di fondazione e da quella data le numerosissime medaglie e onorificenze guadagnate ornano le confezioni di prodotto. Anche il cav. Riccardo Piantella, il 1 dicembre di quello stesso anno ricordava il cinquantesimo di ininterrotto lavoro presso la Pezziol. Dopo il secondo conflitto mondiale l'azienda aveva ripreso l'attività, via via ammodernando gli impianti, incrementando le esportazioni e dotandosi, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta del Novecento di nuove tecnologie di confezionamento. Tuttavia la limitatezza dell'area, ormai inglobata nel tessuto urbano, e la conseguente impossibilità di ampliamenti, sommate agli ingenti investimenti necessari per un completo adeguamento delle strutture e all'ormai evidente processo di concentrazione del comparto, spingeranno Andrea Guazzo, figlio di Aldo e nuovo titolare della società, a rinunciare nel 2000 all'attività di trasformazione, limitandosi alla commercializzazione della marca, confezionata presso impianti di terzixxix.


L'Althea era nata nel 1932, per iniziativa di Carlo e Amilcare Bertozzi, quando si intuì che la mentalità del consumatore, pur essendo ancora strettamente legata a metodi tradizionali di cucina, si stava diversamente e più praticamente orientando verso nuovi sistemi.

Un'intuizione avveniristica, quella che aveva portato i due fratelli ad impegnarsi nel campo dei condimenti preparati che, nel corso del tempo e con l'evoluzione del mercato, si sarebbe ampliato a diversi tipi di conserve vegetali e alimentari. L'idea vincente, infatti, fu di intuire che l'Impresa doveva divenire “la cucina d'Italia”, non solo, quindi, produttrice di conserva di pomodoro, il cui mercato era già ampiamente sfruttato, ma di prodotti più ricchi e “pronti” all'uso.

Sorta praticamente in mezzo ai campi, e quindi vicina ai luoghi di approvvigionamento della materia prima, l'Althea, esempio tipico di Azienda famigliare, aveva puntato da subito ad elevati standard di qualità del prodotto. Quando, alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo l'interruzione forzata registrata fra il 1940 ed il 1947, il mercato ricominciò a fiorire, l'Azienda aveva al suo attivo una vasta esperienza nel settore dei condimenti che le permise di collocarsi in una posizione di prim'ordine sul mercato nazionale.

Il Sugòro, prodotto di punta dell'Althea, comparirà con straordinaria frequenza sulle pagine dei periodici femminili; Maria Felice, la figura di massaia esperta che propone ricette e idee in cucina, riceve migliaia di lettere e distribuisce ricettari e consigli; la “casa trasparente” simbolica trasposizione della qualità delle lavorazioni voluta dai Bertozzi come simbolo dell'Althea, diviene un marchio noto a tutti gli italiani, grazie anche alla precocissima partecipazione a Carosello con Giulio Marchetti, Franca Ghiglieri ed Elio Crovetto. “Il meglio del meglio” è lo slogan che fa chiaro riferimento alla attenta qualità della produzione.



Al Sugòro, rigorosamente commercializzato nei barattoli di vetro forniti dalla Bormioli, si affiancherà il Parmì, inizialmente in vetro e quindi in tubetto, il concentrato Fiordagosto, disponibile in cubetti avvolti in incarti trasparenti e, successivamente, pure in tubetto. Nascerà anche il Cremifrutto, mattonellina di marmellata, che propone ai piccoli consumatori, in ogni confezione, un francobollo da collezione, celato sotto l'etichetta (che in realtà è una bustina) ma identificabile da un piccolo foro: si scatena la caccia ai pezzi più ambìti e ai più fortunati viene assegnato anche l'album per ospitare la raccolta. Nascerà così il club “Franco Bollino” con un apposito bollettino realizzato da insegnanti ed esperti, incentrato sui temi della filatelia e della didattica legata ai francobolli. In un secondo tempo saranno le figurine dei calciatori a rinnovare il successo della promozione e del prodotto, che nel frattempo viene commercializzato anche in tubetto.

L'Althea, molto attenta alla comunicazione, si dota ben presto di un proprio “ufficio pubblicità”. Da qui uscirà la serie dei calendari indirizzati alle massaie italiane; la raffinata “invenzione” della valigetta del rappresentante, che propone a colpo d'occhio e in ordinato insieme, l'intera produzione dell'Azienda parmigiana; l'abbigliaggio degli automezzi della distribuzione, con straordinarie animazioni tridimensionali; i concorsi a premi per i commercianti e per le consumatrici.

Una attenzione alla qualità e alla immagine della qualità che trova consensi ufficiali: già nel 1947 l'Althea, che partecipa alla Prima Esposizione dell'Alimentazione, promossa dalle Fiere di Parma, si aggiudica il diploma di gran premio per il Sugòro; nel 1951, la giuria del Premio Nazionale della Pubblicità assegna la Palma d'Oro per la categoria slogans alla campagna “... ma Lei, scusi, il Sugòro lo ha provato?...”.

L'Althea, che nel corso degli anni Cinquanta riuscirà ad imporsi all'attenzione del consumatore con una immagine coerente e un elevato indice di notorietà, verrà successivamente ceduta dalla proprietà - con un cammino non diverso da altre imprese locali - alla multinazionale americana Unilever, che tuttavia non saprà mettere a frutto gli investimenti sulla Marca parmigiana e preferirà privilegiare la lavorazione di marchi diversi. Solo in tempi recenti l'Althea tornerà ad una gestione italiana e locale affiancando alla produzione per terzi, la commercializzazione di marchi proprixxx.


Nel 1927 L'industria italiana delle conserve alimentari pubblicava l'elenco dei contributi industriali per l'anno a favore della R. Stazione Sperimentale di Parma. Su 72 ditte censite nel parmense, otto risultavano inattive e 5, essendo Aziende con sede sociale in altre provincie, erano tassate altrove. Le rimanenti finanziavano la Stazione per un importo annuo di £ 18.840.

Dal punto di vista geografico 8 Aziende erano localizzate in comune di Parma e 6 nei limitrofi comuni satellite di San Lazzaro, San Pancrazio e Cortile San Martino; 13 a Felino, 11 a Vigatto, 8 a Montechiarugolo e 7 a Collecchio; 4 a Sala Baganza, 3 a Traversetolo, 2 a Medesano e 1 nei comuni di Noceto, Varano Melegari, Langhirano, Neviano, Fidenza, Busseto, Zibello, Fontevivo, Colorno e Sorbolo. La maggior parte (59), dunque, occupava la fascia pedemontana a Sud della via Emilia, favorita dalla presenza di vaste aree irrigue, ideali per la produzione del pomodoro e dalla fitta rete di tramvie impiantata a partire dagli inizi del Novecento.

Nel 1930 le Aziende conserviere che avevano effettuato la campagna erano 77 con 87 stabilimenti ed un totale di 336 boules. Settantadue Aziende erano impegnate nella produzione di concentrato, e solo tre si dedicavano ancora alla produzione di conserva in pani. Cinque lavoravano anche i pelati, cinque si dedicavano, in via esclusiva o complementare, anche alla lavorazione di frutta ed altre conserve alimentarixxxi.



Francesco emanuele e i progetti per il comparto conserviero parmense
Verso lo sviluppo
Un'eredità preziosa



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