“Fantasia e imprenditorialità”



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Incontri

Francesco, che aveva intessuto rapporti e relazioni con i titolari delle Aziende Conserviere e delle principali Aziende meccaniche cittadine, aveva stretto un rapporto particolarmente fattivo - fatto di reciproca stima e fiducia - con Manlio Manzini e Oreste Luciani, che rappresentavano la punta del settore meccanico parmense in quegli anni.

Ma parallelamente al mondo industriale, Francesco si preoccupava anche del mondo scientifico. Nel 1925 varava - è proprio il caso di dirlo - la rivista Industria delle Conserve, di cui sarà direttore per oltre un quarto di secolo, fino al 1952, portandola ad autorevolezza riconosciuta a livello internazionale. E proprio il problema dell’internazionalizzazione del mercato delle conserve alimentari, e la necessità di definire standard di qualità comuni per consentire l'esportazione in tutti i Paesi del prodotto italiano, lo portava a tessere una rete di rapporti e di contatti con enti e organizzazioni europee.

Ancora, aveva iniziato a girare le numerose fabbriche di conserva del parmense, per conoscere le persone, rendersi conto della situazione e dei problemi, promuovere una sempre maggiore attenzione alla qualità delle sementi, del pomodoro, della lavorazione e, quindi, del prodotto finito: l'industria, infatti, si stava progressivamente spostando da un prodotto secco (la conserva in pani) ad un prodotto umido (il concentrato e, successivamente, il passato) che richiedeva un innalzamento generale degli standard qualitativi.

E così in mesi di lavoro e di contatti, questo uomo chiuso, schivo, che difendeva la propria timidezza col riserbo, severo con sé stesso prima che con gli altri, quasi burbero, ma intimamente buono e umano, incomincia ad amare questa sua nuova città, il calore dei suoi abitanti, la cordialità di chi si incontra per strada. Il ruolo di Direttore della Stazione Sperimentale, lo inserisce di diritto nella allora breve lista delle "autorità" locali e lo spinge ad inserirsi - lui schivo e poco mondano - nella vita cittadina. Emanuele ha un tavolo all'Hotel Croce Bianca, in piazza della Steccata: un locale di antica tradizione, sorto nel 1738 e interamente ristrutturato nel 1904, con la sua ariosa facciata liberty disegnata da Moderanno Chiavelli (1869-1962) con Guido Albertelli (1867-1938). Qui Francesco consuma i pasti, incontra e fa la conoscenza di alcuni personaggi del mondo economico locale: l'ing. Gino Vigevani, il dott. Adelmo Fascinati, Direttore della fabbrica di conserve di Fontanini (già di Francesco Razzetti e acquisita nel 1918 dal gruppo milanese Polli)xxxii con cui avrebbe in seguito condiviso il castello di Panocchia durante i mesi terribili della guerra.

Ormai Francesco a Parma ci si trovava bene. Accadde così che una mattina nei primi mesi del 1927 Francesco Emanuele, impeccabile nel suo vestito scuro, uscendo dalla sede della Banca d'Italia in strada Farini incontrasse una giovane donna, Ada Tagliani, che lo colpì per l'avvenenza e la semplicità dei modi, la fresca giovinezza e la maniera elegante di muoversi.

Anche per Ada quel giovane aveva qualcosa di particolare: gli occhi scuri e profondi degli Emanuele, che già avevano conquistato Marianna Adragna, e che Francesco portava "in dote" colpirono Ada in modo indelebile. Qualcuno fece le necessarie presentazioni.

Ada, solo diciannovenne, ma estremamente attiva, stava impiantando, con la sorella Maria, una attività commerciale di pelletteria in via XX Marzo.

Verso la fine dell'anno Francesco e Ada si fidanzavano ufficialmente. Lei proveniva da una onesta famiglia della piccola borghesia cittadina. Il nonno era contadino a Calestano, in val Baganza. Mamma Eugenia (n.1875), da Calestano, era venuta da giovane a studiare a Parma presso una zia. Papà Ernesto (n. 1866 da Enzo), proprietario di un fondo a Baganzola - dove aveva per affittuario un Salvarani - stanco di lottare col torrente Parma che ad ogni piena gli portava via un po' di terra, aveva venduto casa e campi e si era trasferito in città, dove aveva impiantato nel 1898xxxiii, in strada Garibaldi 137 e magazzini nel Suburbio, in via Trento, una attività di vendita e imbottigliamento vini. Pare, anzi, fosse stato il primo ad introdurre la distribuzione in fiaschi del vino, fino ad allora commercializzato sfuso o in damigiane. Ernesto ed Eugenia si erano sposati e avevano avuto sette figli: Nelda, la primogenita, nata nel 1896 e, a un anno di distanza, Laura e quindi Lea. Nel 1901 era nato Raffaele, destinato a salire nel 1928 sul podio della disciplina podistica come campione italiano di marcia nei 10 chilometri. Facendo tesoro dell'esperienza agonistica, avrebbe intrapreso l'attività di allenatore del circolo “Stella Azzurra” divenendo istruttore degli olimpionici Dordoni e Pamichxxxiv. Sarebbe poi stata la volta di Maria (1905), di Ada, nata il 29 gennaio del 1908, la più piccola delle sorelle, e di Alfonso (1912) xxxv. Abitavano al primo piano dell'edificio addossato all'Oratorio dei Rossi, in strada Garibaldi, e voci e schiamazzi riempivano il cortile e il porticato a fianco della chiesa. Ernesto, in seguito ad una polmonite, se n'era andato quando Ada aveva otto anni appena e infuriava, ormai da un anno, la guerra. Eugenia aveva liquidato l'attività del marito e con il ricavato - gelosamente custodito in un cassetto - aveva mandato avanti la famiglia, aiutata poi dal lavoro delle figlie più grandi.

Attiva e capace, alla semplicità delle sue origini, Ada aveva saputo coniugare il gusto delle cose belle. Lei, capelli corvini, e sguardo di una semplicità affascinante, univa al carattere dolce una impagabile capacità organizzativa e una straordinaria comunicativa, che le consentiva di rapportarsi con la stessa immediatezza alla gente dei borghi come ad autorità e professionisti. Pur essendo più giovane di una decina d'anni, aveva un profondo senso della responsabilità. Francesco ad Ada era piaciuto subito. Ada piacque a Francesco, che vi trovava un garbato completamento al proprio carattere. I due seppero intendersi. Francesco, domandandole la mano, le chiese anche di rinunciare all'attività che stava intraprendendo: Ada accettò, mai rimpiangendo, el corso degli anni, la scelta fatta.

Il 24 giugno del 1929, per la festa di San Giovanni, Ada, 21 anni e semplice abito civile e Francesco, inappuntabile nel consueto vestito scuro, si sposarono nella chiesa di Sant'Alessandro a due passi dall'Hotel Croce Bianca, sotto lo sguardo bonario del Parmigianino e con la benedizione di Mons. Giuseppe Orsi (1886-1970), Prevosto di San Vitalexxxvi.

Testimone dello sposo era stato Aldo Guazzo, mentre per la sposa aveva firmato la sorella Maria. Francesco aveva spedito a papà Eugenio e mamma Marianna una foto della moglie, ma un po' per la luce falsa, un po' perché doveva andare così, ad Alcamo la foto non suscitò particolari consensi.

Partirono per un viaggio di nozze classico, come si usava allora, attraverso le bellezze dell'Italia: il lago di Garda, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Taormina per giungere finalmente ad Alcamo.

Francesco volle presentare personalmente la sposa alla sua famiglia. Dal vero era tutta un'altra cosa... Ada affascinò subito tutti con la sua bellezza e il suo garbo, dai suoceri alle sorelle, ai fratelli e alle cognate di Francesco e fu accettata a tal punto da rimanere alcuni mesi nella casa di Alcamo. Prima di congedarsi costrinse gli Emanuele - da generazioni schivi di carattere per natura - a dare una grande festa aperta agli amici e ai notabili di Alcamo. Poi la partenza, il ritorno a Parma e l'abbraccio di Francesco, da tempo rientrato nella città emiliana per ragioni di servizio.

Ada e Francesco andarono a vivere nell'appartamento del Direttore, alla Stazione Sperimentale. La vita di Francesco Emanuele scorreva così tra impegno scientifico ed affetti famigliari. Ada diviene fedele ombra del marito: corregge le bozze delle pubblicazioni, riceve gli ospiti ufficiali che affascina con il garbo, il buon gusto per la casa, l'abilità in cucina e la maestria nella composizione gastronomica; è affabile nelle pubbliche relazioni e nelle occasioni mondane.

Poche e selezionate sono le amicizie: l'avvocato messinese Aurelio Candian (1890-1971), l'avvocato parmigiano Renzo Provinciali (1895-1981), l'avvocato e scrittore Jacopo Bocchialini (1878-1965), l'amico ritrovato Aldo Guazzo (1896-1977) che, trasferitosi a Parma, dirige la Pezziol, industria conserviera di famiglia, alla Crocetta, verso San Pancrazio, Federico Fenini, che nel 1909 aveva fondato la ORMU, organizzazione di arredi e macchine per uffici in strada Farini, Nino Brancato, Intendente di Finanza, Nino Medioli della Chiari e Forti.

La nascita dei figli Eugenio, nel giugno del 1930 ed Ernesto nel luglio del 1934 allieta l'operosa esistenza di Francesco, che si dedica, in quegli anni, alla soluzione di un pressante problema tecnologico provocato dai sistemi di lavorazione del pomodoro.
I semi dell'inventore

Fino a quel momento, infatti, per estrarre la polpa, privata di bucce e semi, da trasformare successivamente in concentrato, il pomodoro veniva sottoposto a pressione, entro appositi filtri. Ma così facendo una parte dell'olio contenuto nella semente veniva spremuto ed entrava nella composizione del prodotto finale, alterandone in parte le caratteristiche organolettiche.

Lui, il problema, lo affrontò in modo diverso, combinando la forza centrifuga all'azione meccanica di due filtri conici, ottenendo così la separazione del seme dai pomodori aperti, ma ancora interi. Dopo numerosi tentativi e un'infinità di adattamenti, nella piccola officina meccanica della Stazione Sperimentale, aiutato dall'eccentrico ma insostituibile factotum Ettore Geroldi e dal fabbro Cirio Casoli, Francesco era riuscito a realizzare il prototipo della sua macchina.

Una bella domenica di primavera, aveva ricevuto a colazione gli amici Aldo Guazzo e Manlio Manzini. Ada, quel giorno, era stata impareggiabile e aveva dato il meglio di sé in cucina. Anche la tavola, semplice e raffinata ad un tempo, era stata apparecchiata con un gusto particolare, come se da ogni bicchiere, da ogni piatto, si sprigionasse una discreta luce vellutata.

Francesco non parlava mai di lavoro, in casa; ma quel giorno, garbatamente, alla fine del pranzo, quando Ada, servito un indimenticabile nocino, si era appartata, fece scivolare la conversazione sui problemi della tecnologia dell'industria conserviera. E contravvenendo di misura al suo consueto riserbo, aveva invitato i due ospiti a scendere con lui in officina dove aveva presentato, in forma, se possibile, più neutra del solito, la sua invenzione.

Dopo il lavaggio e il banco di cernita, il pomodoro raggiungeva attraverso un elevatore il nuovo separasemi. All'interno vi erano due rulli cilindro-conici, in rotazione, all'interno dei quali, avanzando per la forma stessa dei rulli, i pomodori venivano schiacciati, così da rompersi appena. Infatti la distanza fra i due rulli, attraverso un sistema di viti e manovelle, era regolabile in funzione della dimensione del frutto da lavorare.

Il pomodoro schiacciato, il succo e i semi, spinti dal movimento dei rulli e dalla gravità, ricadevano su un piano inclinato fisso di lamiera forata, così da consentire ad una prima parte di succo e di semi, di separarsi dalla polpa.

Questa, a sua volta, passava entro un ulteriore meccanismo cilindro-conico, ma in lamiera forata, così da fungere da setaccio, animato da un movimento rotatorio intorno al proprio asse. Il pomodoro, procedendo ancora una volta in avanti per effetto della forma del setaccio e del suo movimento di rotazione, veniva completamente liberato dai semi. La polpa, ormai ripulita, entrava in un trituratore prima di essere trasferita, entro tubi ermetici, alle successive fasi di lavorazione. Semi e succo, opportunamente raccolti dai filtri, entravano in un separatore centrifugo, che convogliava le sementi, attraverso opportune spatole di gomma, al contenitore di raccolta, mentre il sugo si ricongiungeva alla polpa, a valle del trituratore, per proseguire il suo cammino.

I due, inizialmente esterrefatti per la semplicità e - al tempo stesso - l'efficacia della nuova macchina, andavano via via infervorandosi, mano a mano che Emanuele proseguiva nella sua esposizione. Manlio Manzini non seppe più trattenersi e a un certo punto sbottò: “Senta, Ingegnere, questa macchina entrerà in breve tempo in tutte le fabbriche di conserva. Deve assolutamente brevettarla!”. Ma Francesco non volle sentir ragioni. Mesi di studi e di ricerca, materiali, esperimenti, officina, perfino il suo ormai lontano viaggio in America a cui aveva attinto qualche idea, tutto era stato fatto con i soldi dello Stato. La macchina sarebbe stata libera da ogni brevetto per favorirne in ogni maniera la rapida diffusione presso l'industria conserviera. E così Manzini e Luciani cominciarono a costruirla, ben presto seguiti da altre industrie meccaniche della zona e del Nord Italia. La diffusione fu, tutto sommato, rapida, a beneficio della qualità della produzione e del consumatore.

Ma la macchina aveva un altro, fondamentale, vantaggio, a cui Francesco si era a lungo applicato, d'intesa con il prof. Enrico Mazzotta, del Campo Sperimentale: consentiva il recupero delle sementi integre e quindi utilizzabili per la semina. Questo favoriva la selezione delle specie di pomodoro e riduceva il costo stesso della semente, fino a quel momento preparata a mano sacrificando parte del raccolto. Il prototipo del separasemi venne installato su un camion in dotazione alla Stazione Sperimentale e fatto girare per le varie fabbriche di conserva, così da sperimentarne sul campo l'efficacia, diffonderne la conoscenza e selezionare partite di semente utili per le successive campagne.


L'impermeabile della discordia

Un fatto increscioso venne a turbare l'intenso ma sereno periodo estivo che era seguito al "varo" della separasemi. Francesco, che non aveva certo grande simpatia per l'apparato di regime e per la sua filosofia - figuriamoci, proprio lui che aveva avuto un nonno garibaldino! - con la scusa degli impegni di lavoro schivava volentieri incontri e adunate di partito. Ma uno con la sua carica non poteva passare inosservato. Fu così che, messo alle strette, non poté esimersi dal presenziare, accompagnato da Ettore Geroldi, ad un incontro convocato presso il Circolo di Lettura, per il mese di settembre. La divisa da gerarca era, in quelle occasioni, di rigore. Francesco, pur avendola nell'armadio, non la poteva soffrire; l'ing. Emanuele, poi, anche se Direttore della Stazione Sperimentale, non ci si sentiva per niente a proprio agio. Fu così che, approfittando delle prime foschie autunnali, ebbe l'infelice idea di metterci sopra un impermeabile, imitato con molto entusiasmo anche dal fedele Ettore. La cosa venne notata e diede un certo fastidio alla gerarchia. Col risultato che gli venne tolta la tessera del PNF, obbligatoria per tutti i dipendenti dello Stato. Il suo stesso incarico era a rischio. Francesco, per alcuni versi ingenuo, era incapace di pensare che qualcuno volesse fargli del male. Fortunatamente, grazie all'intervento dei più avveduti funzionari romani che Emanuele frequentava regolarmente per lavoro, la cosa si sistemò e tutto rientrò nella normalità.


Quello che invece non migliorava affatto era il clima e le condizioni in cui versava il Paese. La politica intrapresa da Mussolini, tesa a far rivivere i fasti dell'antico impero, per la sua logica espansionista e aggressiva avrebbe subìto una prima svolta in occasione della spedizione in Etiopia. Convinto che Francia e Inghilterra gli avrebbero assicurato la loro benevola neutralità, il Duce si era deciso ad intraprendere una guerra coloniale essenzialmente per ragioni di prestigio. L'impresa si era conclusa - non senza difficoltà e perdite - con la conquista di Addis Abeba il 5 maggio 1936 e con la proclamazione di Vittorio Emanuele III imperatore d'Etiopia.

Ma fin dall'inizio della guerra la Società delle Nazioni aveva censurato l'operato dell'Italia e decretato una serie di sanzioni economiche, che Francia e Inghilterra si sforzavano di rendere operanti.

Per la già debole economia italiana, l'embargo - anche se parziale - delle principali merci, rappresentò un colpo durissimo. Per un Paese povero di materie prime, la cui nascente industria era giocoforza focalizzata sulla trasformazione, una tale situazione era il preludio della catastrofe. L'introduzione della politica dell'autarchia e il varo della "Battaglia del Grano" e della "Bonifica Integrale" erano solo interventi di facciata attuati in campo agricolo, tesi a galvanizzare l'opinione pubblica, ma incapaci, nella sostanza, di modificare la gravità della situazione economica del Paese.
Nel 1936 papà Eugenio, a 80 anni suonati, dopo una rovinosa caduta provocatagli dal focoso e candido cavallo Archico, era stato convinto di forza dall'energica Caterina a condurre un'esistenza più misurata e cittadina. Dopo aver affidato a zio Domenico (degli Adragna) la conduzione delle terre di Alcamo, si trasferì a Roma, dove poteva contare anche sul figlio Pietro che dalla moglie Elvira aveva avuto Eugenio e Marianna.

Con papà Eugenio era venuta a Roma anche la fedele Caterina e le sue tre sorelle, che non si erano ancora sposate. Francesco, che nei suoi regolari viaggi ai ministeri e agli uffici centrali si era sempre appoggiato all'Albergo San Giorgio, in via Amendola, prossimo alla Stazione Termini, ora approfittava di ogni trasferta romana per riabbracciare i suoi cari, che avevano acquistato una villa con giardino e ampio orto vicino Villa Carpegna lungo l'Aurelia.

Ma a Roma Francesco Emanuele doveva anche ricevere la direttiva che focalizzava l'attività di ricerca ad un obiettivo vitale per l'industria conserviera. In seguito alle sanzioni che avevano colpito il Paese, era divenuto sempre più difficile l'approvvigionamento di banda stagnata, necessaria alla preparazione dei contenitori per la conserva di pomodoro. Era indispensabile individuare un sostituto economico e funzionale allo stagno, di cui l'Italia era praticamente priva e che veniva importato dal Borneo, essendo ormai impossibili le forniture dalla Gran Bretagna.
Stagno o pomodoro?

In un grande salone all'ultimo piano della Stazione Sperimentale, proprio sotto le falde del tetto centinato, Francesco osservava sconsolato il risultato di mesi di ricerche e di studio: un cumulo di latte e lattine trattate e rivestite dei materiali più vari: dall'argilla, al vetro, alla ceramica, a vernici di sintesi. Il problema era sempre lo stesso: come sostituire lo stagno nel rivestimento interno delle latte per la conserva? Come evitare che l'acidità del concentrato intaccasse il metallo, innescando la catena della fermentazione e - in conseguenza - la perdita di commestibilità del prodotto?

I materiali sperimentati, quali più quali meno, rispondevano tutti al quesito. Ma non funzionavano. Il punto critico che né argilla, né vetro, né vernici avevano superato era quello della chiusura della scatola. Il momento in cui l'aggraffatrice automatica, vanto di Oreste Luciani, ripiegava, unendoli, i lembi di lamiera del contenitore e del coperchio, a quel punto, inesorabile, il rivestimento protettivo si incrinava e la conserva iniziava la sua azione corrosiva, proprio nel punto più delicato: in breve le scatole si gonfiavano e finivano con l'esplodere.

Bisognava ricominciare da capo, cercare un materiale che, come quel benedetto stagno, conservasse sufficiente flessibilità e aderenza alla latta, da contenere l'azione corrosiva del pomodoro.

Ma dove cercare? Successe allora qualcosa, uno di quei fatti banali che illuminano la mente degli uomini e sospingono la storia ad avanzare. Non si sa se l'occhio inciampò casualmente in un angolo dove il caso aveva avvicinato materiali diversi. Né il riserbo proverbiale di Francesco avrebbe lasciato trapelare nulla di quel curioso, impalpabile "incidente". Fatto sta che un bel giorno l'attenzione dell'ing. Emanuele, Direttore della Stazione Sperimentale, si concentrò su un mucchietto di semi di pomodoro, quegli stessi semi usciti dal "suo" separasemi. Quegli stessi semi che la pellicola esterna proteggeva e manteneva intatti e vitali anche dopo la fermentazione del frutto.

Proteggere il pomodoro con il pomodoro. Ora il suo obiettivo era chiaro: estrarre dai semi del pomodoro - o, come si rivelerà in seguito, più semplicemente dalla buccia - una resina resistente all'acidità del pomodoro stesso. Francesco avrebbe così contribuito in maniera determinante ad individuare una soluzione "autarchica" alla questione e nel 1940, con il processo messo a punto da Giovanni Mauri, suo collaboratore alla Stazione, sarebbe stato possibile ricavare presso un laboratorio specializzato di Bologna una "gomma sintetica". Certo, la "gomma di pomodoro" o "gommo-resina" resisteva all'azione meccanica della chiusura, ma non garantiva la lunga durata nel tempo che lo stagno assicurava. E tuttavia la produzione delle conserve alimentari - fondamentale in tempo di pace, essenziale in una guerra che ormai si fiutava nell'aria - non si era fermata. Le soluzioni adottate riuscivano almeno a tamponare la situazione. Ci sarebbero voluti altri 15 anni perché si riuscisse a sintetizzare una vernice, altamente affidabile, in grado di sostituire lo stagno nelle lattine, che dagli anni Settanta, abbandonata la banda stagnata, verranno prodotte anche in alluminio. Ma Francesco aveva aperto la strada. Ora si trattava di farla conoscere.


Una Mostra per il progresso

Nel corso degli anni Trenta, non ostante crisi economiche generali o specifiche del settore (dovute a sovrapproduzione o a carenze igieniche di fronte alle sempre più rigide normative dei Paesi importatori), l'industria conserviera italiana aveva attraversato una notevole fase di espansione. Nel 1940 il valore totale della produzione, in buona parte destinata all'esportazione, era valutato intorno ai tre miliardi di lire, con i concentrati di pomodoro al primo posto. Ad essa si guardava come soluzione dei grandi problemi alimentari, come possibilità di rifornimento alle truppe, come elemento di riequilibrio della bilancia commerciale italiana. L'Italia era infatti di gran lunga la prima esportatrice mondiale di prodotti conservati e i concentrati di pomodoro, diretti soprattutto verso Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, rappresentavano circa un terzo di questa corrente commerciale.

Era però necessario radicare, in Italia e all'estero, una maggior fiducia nelle conserve e insieme mettere in grado i produttori di aggiornarsi al miglior livello scientifico e tecnicoxxxvii.

Era ormai matura l'idea di un Ente che svolgesse queste funzioni, soprattutto attraverso il formidabile strumento di una mostra annuale, luogo privilegiato per l'incontro e lo scambio delle esperienze più avanzate, sia sul versante tecnologico che su quello alimentare.

Aldo Guazzo, Manlio Manzini e Oreste Luciani, che stimavano Francesco e ne apprezzavano la professionalità, si erano dichiarati favorevoli ad una iniziativa in tal senso e avevano sensibilizzato gli industriali dei rispettivi comparti.

Francesco era andato in Comune e ne aveva parlato con il Podestà, Mario Mantovani, che aveva accolto con entusiasmo la proposta, ma che aveva, nel contempo, evidenziato la povertà dei mezzi a disposizione: solo la comunione di intenti e l'impegno di tutte le istituzioni poteva dare vita alla nuova realtà. Francesco allora ne aveva parlato anche con l'Amministrazione Provinciale, che aveva accordato il proprio sostegno. Ed ora, salito lo scalone marmoreo, ornato dalla ricca ringhiera in ferro battuto, che conduceva al primo piano, stava per presentare l'iniziativa al Consiglio delle Corporazioni, la gloriosa Camera di Commercio.

Era, quello, il luogo, dove s'incontravano, da sempre, le realtà economiche e produttive di terra parmense per affrontare situazioni e problemi, valutare progetti, varare iniziative. Era, quello, il luogo in cui si erano pienamente manifestati i cambiamenti degli ultimi decenni.

Se nell'Ottocento si erano rotti irrimediabilmente gli equilibri della società rurale, con la definitiva formazione del bracciantato agricolo, con l'insorgenza della conflittualità di classe, con la nascita di organizzazioni politiche e sindacali volte a rappresentare quello stesso proletariato agricolo, si erano gettate anche le basi di una rinascita dell'agricoltura con la creazione di una nuova imprenditoria agraria, con la riconversione tecnica di diversi settori di più vecchia possidenza, anche aristocratica, con l'affermarsi del ruolo dei tecnici agrari, di maggiori legami col credito e dell'aprirsi alla innovazione tecnico-colturale.

Parma ed il suo territorio si erano rivelati - pur tra inevitabili contrasti - un laboratorio ideale per questo modo originale di superare la crisi agricola, tutto basato sull'intreccio agro-industriale. La produzione granaria si era andata via via contraendo rispetto alla introduzione delle sarchiate da rinnovo (bietola e pomodoro), alla specializzazione lattifera e alla crescita dell'industria di trasformazione del latte, del pomodoro, delle carni e dello zucchero. “All'interno di questa realtà si erano formate ed erano cresciute alcune tipiche figure di agricoltori che investendo nell'industria di trasformazione (salumaria, casearia, conserviera) e nell'edilizia, erano diventati essi stessi industriali e commercianti, acquistando capacità tecniche e qualità imprenditoriali fino ad allora sconosciute al ceto agrario. In primo luogo l'attitudine a diversificare il rischio, spostando di volta in volta, con notevole mobilità, i capitali dall'agricoltura all'industria, dai comparti industriali in crisi a quelli in espansione. In secondo luogo essi stessi erano diventati, per così dire, un avamposto della campagna nella città, degli interessi agrari fra quelli industriali e commerciali” xxxviii.

E questo fitto tessuto economico era sintetizzato e magistralmente espresso negli affreschi che Daniele de Strobel, importante artista di famiglia tirolese trapiantata a Parma, aveva realizzato tra il 1924 ed il 1925 nel grande Salone del Consiglio prospettante la strada, rivestito da un raffinato zoccolo in legno intagliato da Gaetano Gastaldi.

Due pannelli di grandi dimensioni dipinti ad olio magro su tela e quindi incollati al muro si affrontavano sui lati lunghi del maestoso ambiente. A destra il pittore aveva rappresentato il trasporto del latte e mostrava vacche ricondotte a casa dal mercato da un contadino che ne tratteneva una per un corno, brandendo il pungolo con il braccio alzato, mentre tre contadine attraversavano un ponticello portando in equilibrio sulle spalle ed in mano secchi di latte. In primo piano tre oche starnazzanti fuggivano. Le mucche portavano tra le corna e sul dorso decorazioni che richiamavano antichi usi sacrali. Verso il fondo, un pannello più piccolo, oltre una porta, raffigurava una casa colonica con torretta per i piccioni, affiancata da un tipico edificio circolare impiegato per servire da caseificio. L'ora era quella del tramonto e la stagione, come dimostravano i ricchi grappoli d'uva non ancora colti e le foglie rossicce ed ingiallite, era quella dell'autunno. “Nihil est agricoltura melius” recitava nel fregio il motto a commento della scena.

La parete di fronte, a Est, racchiudeva una sola sequenza, la raccolta del pomodoro, divisa in quattro parti dalla presenza di alte finestre. Il primo pannello partendo da destra rappresentava una pianta di granoturco con pannocchie ormai mature che emergeva tra piantine di pomodori, con frutti rossi e verdi. Seguiva l'immagine di due contadine, una inginocchiata e l'altra in piedi, intente a raccogliere i pomodori; il terzo pannello presentava un gruppo di tre figure: una contadina con un cesto in testa e un giovane contadino con una compagna che trasportavano un'altra cesta appesa ad un bastone sostenuto sulle spalle. Con i pomodori raccolti si avviavano verso un paese ai piedi delle colline che s'intravedeva sullo sfondo. L'ultima scena raffigurava due cavalli da tiro bardati; uno, stanco, posava sulla schiena del vicino il muso; in primo piano una cesta dalla quale si riversava una cascata di pomodori e sullo sfondo l'alta ciminiera fumante di una fabbrica di concentrato del rosso frutto. “Non omnis fert omnia tellus” era il motto che commentava queste immagini in sequenza. La stagione era quella dell'estate avanzata e l'ora quella chiara e luminosamente rosata del mattino che viene riscaldando l'ariaxxxix.

Francesco si volse. Lì c'era il suo mondo, lì stavano le ragioni del suo impegno. Le ragioni che lo spingevano a caldeggiare, nella sua qualità di Direttore della Stazione Sperimentale, la creazione di un Ente per la Mostra delle Conserve.

Francesco, indicando le immagini di Strobel, iniziò a parlare...



Francesco emanuele e i progetti per il comparto conserviero parmense
Il destino si chiama parma
Verso lo sviluppo
Un'eredità preziosa



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