“Fantasia e imprenditorialità”



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Si parte

Anche il Consiglio delle Corporazioni, attento alle implicite potenzialità di sviluppo che la mostra in sé prometteva, accettò di sostenere l'iniziativa. Francesco ce l'aveva fatta.

Il 15 maggio 1939 usciva il decreto di costituzione con relativo statuto. Mario Mantovani, che aveva dato un appoggio fondamentale al progetto, era il primo presidente; segretario generale, addetto alla realizzazione della Mostra, era stato nominato, nel 1940, lo stesso Emanuele.

Il patrimonio iniziale dell'ente fu costituito da 50.000 lire, versate da Comune e Provincia; alle spese di gestione si doveva provvedere, oltre che con le rendite del patrimonio e coi proventi della Mostra, con contributi annuali del Comune (75.000 lire), della Camera di Commercio (50.000 lire) e di diverse Federazioni Nazionali conserviere, metalmeccaniche e commerciali per altre 50.000 lire.

L'insediamento del Consiglio di Amministrazione avvenne nell'ottobre 1939; nelle prime riunioni si discusse come impostare la manifestazione fieristica prevista per il 1940 ma nel giugno di quell'anno si dovette decidere di rinviarla, sia per gli avvenimenti politici (l'Italia era appena entrata in guerra) sia per la carenza di spazio espositivo.

Fin dal '39 il Comune aveva intrapreso, in una zona del Parco Ducale, la costruzione del caratteristico edificio a linee neoclassiche progettato da Gino Robuschixl, poi noto come Padiglione A, ma la consegna all'Ente, che ne doveva godere l'uso dietro versamento di un canone simbolico, ritardò per problemi bellici fino al gennaio del 1941.

Fu solo allora che il Consiglio di Amministrazione poté finalmente indire per aprile (data poi rinviata al 18 maggio - 1 giugno) una mostra speciale, la Mostra Autarchica per scatole ed imballaggi per conserve alimentari, “naturale filiazione e legittimo vanto” della Stazione Sperimentale, come avrebbe poi affermato lo stesso Emanuelexli.
Rassegne di guerra

Quello degli imballaggi, come Francesco ben sapeva, era un tema che si connetteva alle esigenze belliche e più in generale alla economia autarchica che il regime caldeggiava da anni. Si trattava in primo luogo di ovviare alla carenza di stagno sostituendo la banda stagnata, ideale per lo scatolame, con materiali nazionali.

L'autarchia aveva da tempo portato il costo della latta a livelli proibitivi, con inconvenienti non piccoli per l'industria conserviera; la guerra, col blocco delle importazioni di stagno, aveva aggravato la situazione.

La mostra era divisa in due sezioni: Scatole ed Imballaggi, e Sprechi e Recuperi; gli espositori furono un centinaio, più l'esercito italiano, quello tedesco e tre enti statali berlinesi. Nonostante venissero rilevati progressi in diversi settori, l'arduo problema della sostituzione della banda stagnata per il pomodoro con una resina efficace non solo a breve, ma nel lungo periodo, rimase ancora irrisolto. La manifestazione si era tuttavia dimostrata un utile luogo di verifica per un'industria travagliata dalle conseguenze di un conflitto sempre più drammatico. Furono anzi gli stessi espositori - sensibilizzati da Emanuele - a chiedere che la mostra venisse ripetuta come mostra generale, conformemente alle indicazioni statutarie.

L'8 ottobre 1941 lo stesso Capo del Governo, Benito Mussolini, a Parma per la consegna della Spiga d'oro agli agricoltori parmensi, sostava nel padiglione della Mostra “interessandosi - come ricorda La Fiamma che traccia un rendiconto scrupoloso della giornata- alla nuova scoperta di un chimico della Stazione Sperimentale delle Conserve Alimentari”, la famosa "resina" messa a punto per sostituire lo stagno. Emanuele, in quell'occasione, aveva fatto gli onori di casa accompagnato dagli industriali del comparto conserviero e aveva ottenuto l'impegno del Duce per consentire la realizzazione della Mostra dell'anno successivoxlii.

Nell'estate il Consiglio aveva infatti deciso che la manifestazione del '42 avrebbe dovuto abbracciare tutto il complesso dell'industria, dalla materia prima ai prodotti, alle macchine, agli imballaggi. La nuova iniziativa parmense realizzava così due aspetti che sarebbero divenuti i suoi punti di forza nei decenni seguenti: l'unicità ("unica al mondo" verrà definita nel '42) nell'ambito conserviero e un orizzonte comprensivo dell'intero ciclo, dalla produzione agricola alla commercializzazione.

In un panorama fieristico dominato fino ad allora dalle grandi campionarie e da una miriade di mostre mercato più o meno generiche, quella di Parma si proponeva quindi come un nuovo tipo di mostra, basato sulla specializzazione, che nel dopoguerra avrebbe fatto scuola.

La manifestazione, che prese il nome di Prima Mostra delle Conserve Alimentari, si tenne, dopo vari rinvii, dal 1° al 20 settembre 1942, dando così inizio alla tradizione settembrina. Causa dei rinvii era stata soprattutto l'attesa della deroga alla disposizione ministeriale che bloccava tutte le manifestazioni fieristiche, deroga che - grazie all'impegno di Emanuele - infine venne, a testimonianza dell'importanza anche ai fini bellici dell'industria conserviera. Date le circostanze non fa meraviglia che la mostra venisse definita dagli stessi organizzatori "una vera e propria rassegna di guerra" e che vedesse la presenza, alla cerimonia dell'inaugurazione, del Sottosegretario alle Corporazioni Amicuccixliii.

Sotto ogni aspetto gli eventi bellici stavano sconvolgendo la produzione italiana di conserve alimentari. Le difficoltà commerciali e distributive colpivano tutto il settore. Ma alcuni comparti, soprattutto quello delle conserve di frutta, traevano vantaggi dalle commesse militari e dalla rarefazione delle derrate fresche, con un conseguente disordinato proliferare di aziende improvvisate. Per i derivati del pomodoro, invece, gli inconvenienti si assommavano: forte riduzione delle esportazioni, che in periodo di pace assorbivano quasi due terzi del prodotto, permanente carenza di banda stagnata, ancora insostituibile, difficoltà per i combustibili, minore impatto delle commesse militari e dell'assorbimento del mercato interno. La mostra del '42 fu quindi lo specchio di un'industria ancora vitale ma in fase di grave travaglio. Le adesioni furono numerose, 47 industrie conserviere, 25 metalmeccaniche, 41 di scatole e imballaggi, più 5 enti. Nonostante la disponibilità del nuovo Padiglione, Emanuele fu a malincuore costretto a rifiutare nuove partecipazioni per mancanza di spazio adeguato. Considerati i tempi, era già un successo.

I convegni scientifici che Emanuele aveva voluto affiancare - inaugurando una tradizione tuttora viva - trattarono sia problemi urgenti, come quello della banda stagnata, che d'avanguardia, come la sostituzione del rame con l'acciaio nelle macchine, tema destinato ad essere ampiamente ripreso nel dopoguerra. I visitatori furono numerosi e il bilancio fu giudicato positivo anche dal punto di vista finanziario. Dietro l'ottimismo trapelava però una serpeggiante inquietudine per il futuro. Un sentimento che i fatti giustificheranno ampiamentexliv.


Progetti sotto le bombe

La prima mostra delle conserve rischiò di essere anche l'ultima. Se la sua realizzazione rappresentò un precedente fondamentale per la rinascita postbellica, nell'immediato essa non poté avere seguito e la situazione precipitò sempre più rapidamente.

Il Consiglio di Amministrazione aveva deciso di rinnovare la manifestazione per il 1943, ma già nel febbraio di quell'anno rinunciava all'idea, ufficialmente perché, nonostante gli sforzi di Emanuele, il Ministero non aveva rinnovato la deroga, in realtà perché il deterioramento complessivo della situazione italiana rendeva difficilmente realizzabile la manifestazionexlv.
Il materiale utilizzato per l'allestimento dei vari stands della prima edizione della mostra, a causa degli eventi bellici, non venne in gran parte ritirato. Ma i padiglioni dovevano essere liberati per l'esercito. Francesco Emanuele organizzò il recupero di stands e macchinari e fece accatastare il materiale in uno dei magazzini della Stazione Sperimentale, per la gioia dei giovani figli Eugenio ed Ernesto, per i quali era divenuto terreno di esplorazione e di sorprendenti scoperte, fra prore di barche, capitelli dorici e sirene di cartapesta.

La guerra aveva rallentato, ma non fermato, l'attività di Francesco Emanuele. Inizia a scrivere, organizzando gli appunti delle lezioni da lui tenute per vari anni ad un Corso di specializzazione per conserve presso l'Istituto Tecnico Industriale di Forlì, il manuale Industria delle Conserve - Teoria e tecnica della conservazione degli alimenti, che uscirà nel gennaio del 1944 per i tipi dell'editore Ulrico Hoepli di Milano, ristampato già nel 1946 e quindi nel '50. Le tranquille serate famigliari di Francesco e Ada si trasformarono in attento e operoso lavoro editoriale: dopo cena, sistemato un tappeto verde sul tavolo della sala, si dedicavano per ore alla correzione delle bozze.

Forse ispirato dai due figli che crescono, commissiona al Prof. Cesare Cocchi, Direttore della Clinica pediatrica dell'Università di Firenze, un approfondito studio sulle vitamine per verificare la proprietà di succhi di frutta e di pomodoro nell'alimentazione per l'infanzia. Se i primi risultati vennero presentati in occasione del I Convegno Scientifico-Tecnico tenutosi nel corso della Mostra del '42,xlvi gli studi avviati allora avrebbero portato, ben oltre le sue aspettative, alla organizzazione di un successivo convegno sull'argomento il 28 settembre 1955, nell'ambito della decima edizione della Mostra delle Conserve, con la partecipazione dei maggiori esperti del settore, dal prof. Rolando Cultrera al dott. Guastalla rispettivamente Presidente e Vice Direttore della Stazione Sperimentale, al prof. Platzer e al dott. De Luca dell'Università di Palermoxlvii.

Ed è ancora un gioco di suo figlio a far scoccare - precisamente - una nuova intuizione. Eugenio era particolarmente affezionato - come solo i bambini sanno esserlo - ad un piccolo acciarino a forma di gatto. Doveva essere affascinante, agli occhi di un bambino, un micio meccanico che sprizzava scintille ogni qual volta si metteva in movimento la pietra focaia.

Francesco colse l'idea al balzo. Ci lavorò sopra e modificò la piccola rotella del meccanismo interno del "gattino" di Eugenio applicandovi una scala cromatica. Ora era possibile, associandolo ad una scala cromatica mobile, impiegare il rifrattometro per il controllo del residuo secco della conserva. Infatti l'industria conserviera per verificare la qualità del prodotto che usciva dalle linee, aveva necessità di sistemi - seppure convenzionali - rapidi ed efficaci e la lunga analisi in stufa, utilizzata fino a quel momento, pur scientificamente corretta, non era tempestiva e quindi inadatta allo scopo. Ora, dato che il rifrattometro (seppure per coincidenza) dava dei valori prossimi al residuo in stufa, l'adozione di questo metodo consentiva di determinare rapidamente il residuo dei prodotti: al risultato Emanuele diede il nome di residuo ottico e il suo sistema verrà utilizzato a lungo nell'industria delle conservexlviii.
Come in esilio

L'8 settembre 1943 segnò il tracollo totale per la Mostra, creatura di Emanuele. I padiglioni fieristici che erano affittati all'esercito italiano vennero occupati dai tedeschi, i quali, non solo non pagarono l'affitto, ma produssero notevoli danni. Per di più, i bombardamenti del maggio 1944 avevano distrutto gli uffici amministrativi dell'Ente Mostra situati in via Dante e fu ancora una volta la Stazione Sperimentale ad ospitare ciò che si era salvato. Furono sospesi gli stipendi ai dipendenti e nel settembre del '44 l'amministrazione dell'Ente passò a un Commissario ministeriale, nominato nella persona di Francesco Emanuele. Dell'istituzione così speranzosamente promossa sei anni prima restava ora soltanto un fantasma. Ma l'idea rimaneva valida. Bisognava solo aspettare tempi nuovi. Tempi di pace. Ma intanto la guerra continuava.

E anche la Stazione Sperimentale è a rischio, prossima com'è alla linea ferroviaria Milano - Bologna. I laboratori vengono trasferiti a Casaltone e gli uffici amministrativi trovano una sistemazione a Sorbolo, presso il podere di Guido Marasini, all'epoca Delegato dell'Unione Provinciale degli Agricoltori.

Classica figura di self made man, Marasini era nato a Sorbolo nel 1884. Da giovane era entrato nel giornalismo, scrivendo di economia e finanza. Con l'avvento del Fascismo si era affermato nel ramo carbonifero, ma si era poi dedicato all'agricoltura. La sua Azienda agricola di Sorbolo, ov'egli aveva impiegato mezzi moderni e razionali, fu additata per anni, anche fuori dalla provincia, come modello insuperato. Il 15 giugno del 1941 vi aveva accolto, unitamente alle principali autorità del mondo agricolo e imprenditoriale, Giuseppe Tassinari, Ministro dell'Agricoltura dal novembre 1939 al dicembre 1941, in visita a Parmaxlix. Guida e maestro degli agricoltori parmensi, aveva patrocinato la realizzazione del Caseificio Scuola, poi Centro Lattiero Caseario, inaugurato il 28 ottobre 1939 in via Torelli grazie a suoi contributi personali, di Giuseppe Muggia e Riccardo Barilla, e della Casa dell'Agricoltore nel centralissimo piazzale Barezzi, costruita dal Consorzio Cooperative di Reggio Emilia nel 1941 su progetto di Ottone Terzil.

Se la sistemazione della Stazione a Sorbolo consentiva perlomeno di non interrompere completamente l'attività, ad Emanuele rimaneva ancora da sistemare la Biblioteca, altra sua amorevole creatura, ricca di diverse migliaia di volumi sia italiani che stranieri e oltre 200 testate periodiche scelte tra le più significative su scienza dell'alimentazione e industria conserviera pubblicate nel mondo. Una raccolta unica, di alto livello scientifico e grande importanza tecnologica. Ma una mattina si presenta un Colonnello dell'esercito tedesco ed alcuni ufficiali con l'ordine di sequestro: suo compito è di trasferirla in Germania. Emanuele tergiversa. Suona l'allarme aereo. I militari tedeschi lasciano la Stazione Sperimentale annunciando il loro ritorno per l'indomani.

Francesco non si dà pace. Recupera dal magazzino con i "resti" della Mostra numerose casse in legno per l'imballaggio e la spedizione delle latte di conserva. Le vuota, le riempie dei libri, le richiude. Le affida a Ettore Geroldi perché le trasporti a Panocchia, a 10 km dalla città. Verranno ospitate nella sala da bigliardo dell'Osteria Greci. Intanto gli scaffali desolatamente vuoti vengono riempiti con doppioni, riviste, pubblicazioni varie.

Tutto si svolge come previsto: i Tedeschi ritornano con un autocarro, prelevano i libri, li imballano e li caricano. A questo punto il Colonnello - di cui la storia non ha voluto tramandare il nome - nel congedarsi da Emanuele si complimenta con lui per averlo così ben giocato. Un istante di terrore assale Francesco. Ma è solo un istante. I tedeschi se ne vanno e la vita continua.

Certo una vita difficile. Emanuele decide di lasciare Parma, ormai troppo pericolosa per i numerosi obiettivi strategici e militari, e di trasferirsi al castello di Panocchia, presso l'amico dott. Fascinati. Nel '44 dopo i primi bombardamenti che toccano anche Panocchia, Emanuele, con la famiglia, si sposta nei pressi di Sala Baganza. Ma i partigiani gli sequestrano l'automobile, indispensabile per i suoi spostamenti di lavoro, e lo spingono a rientrare dopo pochi giorni a Panocchia. Incappa in un rastrellamento dei Tedeschi. Viene trasportato presso l'Ospedale Vecchio, in strada D'Azeglio, in vista di essere caricato su un treno per il Brennero. Un bombardamento della linea ferroviaria impedisce la partenza del convoglio e così viene rilasciato.

Panocchia si trova ora al confine tra la zona presidiata dai Tedeschi e quella sotto il controllo delle organizzazioni partigiane. Il castello viene occupato dalle SS e diviene bersaglio di azioni militari. Francesco decide allora un ulteriore trasferimento e con la famiglia fa ritorno a Parma, dove si stabilisce in una casa di via Torelli, messa a disposizione da Aldo Guazzo, da dove è più semplice raggiungere la Stazione Sperimentale.

Dopo le bombe americane, arrivano anche gli Americani. La guerra è finita, si dice.


Il Governo Militare Alleato l'11 maggio 1945 emanava un'ordinanza generale che prevedeva la sospensione dei funzionari e degli impiegati legati al Fascismo.

Il 3 giugno 1945 iniziava ufficialmente i lavori la Commissione di Epurazione, chiamata a giudicare tutti coloro che si sarebbero macchiati di "collaborazionismo" col passato regime. Stando alle cifre fornite dalla Federazione Fascista alla fine del 1944, gli iscritti al PRF fra Parma e provincia erano circa 4.200; ma, cacciato il regime, i sottoposti a procedimento di epurazione saranno quasi il doppio, circa ottomila.

A giudicarli, la Commissione creata dal Governo Militare Alleato con ordine provinciale del 14 maggio '45 e composta dal dott. Giovanni Ardenti Morini, Presidente; Carlo Molinari e Michele Cisarri, avvocati; Luigi Odoni, Luigi Ghidoni, Luigi Battioni e Isidoro Alberici. Ardenti Morini, magistrato molto noto e stimato, svolge con serietà, coerenza e coraggio un lavoro delicato, difficile, portatore di un notevole sottofondo di impopolarità, sempre in bilico tra la giustizia e la vendetta ripetutamente invocata - a volte fuori luogo - dalla piazza. La Commissione è chiamata a valutare la posizione di 8.150 persone con provvedimenti che possono andare - in caso di colpevolezza - dalla sospensione dall'impiego all'invio al confino, alla privazione dei diritti elettorali, alla confisca dei cosiddetti "profitti di regime". A fine settembre sono già stati giudicati 2.697 casi: circa 1.600 archiviati, 979 sottoposti a dibattimento pubblico. Le sospensioni dal lavoro sono 650, le assoluzioni 329. Restano ancora da giudicare 5.513 fra impiegati, funzionari, insegnanti e l'operazione avrà luogo gradualmente, fino a quando il provvedimento di clemenza del Governo, altrimenti noto come amnistia, non chiuderà tutto. E chiuderà anche i casi più clamorosi, come quello della guida degli agricoltori parmensi, Guido Marasinili.

Il 13 gennaio 1946 i giornali ironizzavano su Guido Marasini, di cui si annunciava imminente il processo. Ci si meravigliava del fatto (comunissimo in America) che la carriera del Marasini era cominciata da umili origini: "prima di diventare un magnate dell'industria fascista, vendeva pettini, forcine e bottoni". Dato il clima particolarmente teso in città, il dibattimento si svolse a Milano, dove si recò addirittura il Vescovo, mons. Evasio Colli, che non era certo stato tenero col Fascismo, a deporre in suo favore. Il 7 febbraio il Tribunale di Milano manda assolto Marasini e "l'opinione pubblica - dice la Gazzetta l'indomani - ne esce indignata". Marasini, comunque amareggiato, morirà a Milano nel 1951 in un incidente d'autolii.

Anche Francesco Emanuele era stato sospeso dalla sua funzione di Direttore della Stazione dall'11 maggio del 1945 e, pur continuando a risiedere nell'appartamento del Direttore, per tutto quell'anno e buona parte del '46 la Stazione Sperimentale venne diretta dal vice di Emanuele, Aldo Piegai. Terminato il buio periodo delle epurazioni politiche, Francesco, a carico del quale nulla era stato trovato, poté riprendere regolarmente la sua funzione ed il suo ruolo.

Poteva, ora, dedicarsi nuovamente alla Mostra delle Conserve e alla sua rinascita.


Rinascita

Nell'immediato dopoguerra era tutta l'industria conserviera che appariva in gravi difficoltà. Il potenziale produttivo era rimasto praticamente intatto (salvo nel settore metalmeccanico che aveva avuto, anche nel Parmense, diverse fabbriche danneggiate) ma erano venute a mancare le commesse militari, il mercato interno restava assai depresso, le esportazioni erano ancora bloccate, gli inconvenienti del periodo bellico irrisolti. Le stesse disastrose condizioni alimentari dell'Italia e dell'Europa in quegli anni rappresentavano però un grande stimolo per la ripresa e lo sviluppo dell'industria che, in effetti, pur tra mille difficoltà, fu la prima a riorganizzarsi: con essa riprese presto quota l'idea di un mostra.

Giuseppe Micheli, l'uomo politico cattolico che già nel '22 si era battuto per la creazione della Stazione Sperimentale, assunse il patrocinio dell'iniziativa e si impegnò per una rivitalizzazione dell'Ente e dalla Mostra. Nel maggio del 1947 venne decretata la ricostruzione del Consiglio di Amministrazione, con lo stesso Micheli come Presidente; gli enti locali e la Camera di Commercio rinnovarono i contributi; in giugno si decise di tenere una mostra per il 7 - 21 settembre; in luglio cessò la gestione commissariale. Più tardi, nel febbraio 1949, veniva approvato il nuovo statuto, che si limitava ad aggiornare - eliminando le connotazioni fasciste - quello del '39; nello stesso '49 veniva stipulata una nuova convenzione tra il Comune di Parma e l'Ente per l'uso dei padiglioniliii.
Tempi difficili

Le prime mostre del dopoguerra furono incentrate sulle "necessità dei nostri tempi difficili", come disse Micheli. Ciò comportava una attenuazione del ruolo privilegiato che l'industria del pomodoro aveva avuto, di fatto se non di diritto, nella nascita e nella vita dell'Ente, a vantaggio di altri alimenti conservati e anzi degli alimenti in generale.

I tempi non permettevano un alto livello di specializzazione; ma abbastanza presto la situazione si sarebbe normalizzata e la Mostra sarebbe ritornata alla fisionomia originaria che ne rappresentava il punto di forza.

La ripresa della manifestazione non fu comunque un'operazione semplice, anche a causa dei tempi ristretti tra concepimento e realizzazione.

A fine agosto il Consiglio constatò la mancata adesione delle più importanti ditte meridionali e soprattutto campane, che rappresentavano l'altro grande polo conserviero del pomodoro. Ciò poteva apparire una forma di disconoscimento per una Mostra che voleva essere nazionale e internazionale; il sintomo di una latente ostilità delle industrie meridionali per la manifestazione padana. Emanuele andò a Napoli per ottenere le adesioni, ma senza successo, per il buon motivo che si era ormai troppo vicini alla data di apertura. Come dimostrazione di buona volontà ottenne, però, la partecipazione della Associazione Campana delle Conserve. Negli anni seguenti le industrie meridionali aderirono progressivamente alla manifestazione ma ancora nel '49 il nuovo presidente Medioli doveva constatare polemicamente l'assenza di diverse regioni (Toscana e meridione) e ribadire l'ambito nazionale della mostra di Parma, "al di sopra di gretti egoismi e regionalismi".

All'edizione del '47 anche la partecipazione straniera fu modesta (tre industrie meccaniche svizzere, una spagnola e una belga, mentre nel settore conserviero aderì la Section Tomate du Comité de la Conserve de France) ma tutto sommato, per le condizioni dell'epoca, significativa.

In campo internazionale, grazie ai rapporti stretti da Francesco Emanuele, la Mostra colse un successo di prestigio ospitando una riunione del Comité International Permanent de la Conserve. Le aziende partecipanti furono circa 120, in gran parte emiliane e lombarde.

Nel 1947 l'Ente non disponeva di alcun mezzo finanziario e aveva potuto organizzare la Mostra grazie ai contributi del Comune, della Provincia, della Camera di Commercio e del Centro Industriali Conserve Vegetali dell'Alta Italia, che aveva sede a Parma. La manifestazione diede un incasso di sei milioni, con un utile per l'Ente di 2.300.000 lire, confortante risultato che, insieme ai numerosi riconoscimenti ricevuti, spinse il Consiglio a mettere subito in cantiere, con maggiore agio di tempi, l'edizione del 1948.

In quell'anno la Mostra assunse il titolo di Internazionale, prudentemente evitato nell'edizione precedente; portò per la prima volta il saluto di un delegato straniero, della Siria, segnale modesto ma gravido di futuro per i rapporti che la Mostra doveva intrecciare col mondo arabo. Le nazioni presenti furono sette, rappresentative di tre diverse aree: Francia e Belgio, Polonia e Cecoslovacchia, Marocco, Tunisia e Siria. Intervennero anche delegazioni di numerosi altri Paesi che contribuirono ad aprire prospettive di esportazione soprattutto verso il centro Europa e l'Oriente europeo e asiatico.

Una sezione della Mostra fu dedicata al salumificio, ma non ebbe seguito; lunga vita doveva invece avere un'altra iniziativa varata quell'anno, la Mostra della Stampa Tecnicaliv.



Francesco emanuele e i progetti per il comparto conserviero parmense
Il destino si chiama parma
Verso lo sviluppo
Un'eredità preziosa



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