“Fantasia e imprenditorialità”



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Verso lo sviluppo

Nel 1948 diversi problemi travagliavano ancora l'industria conserviera, ma la fase di emergenza poteva ormai dirsi in via di superamento. Ad avvantaggiarsi del ritorno alla normalità, che significava ripresa delle esportazioni, incremento dei consumi, banda stagnata finalmente sufficiente e a prezzi accessibili (grazie anche agli aiuti ERP), fu in primo luogo il settore del pomodoro, che tornò rapidamente ad essere l'elemento forte dell'attività conserviera italiana e quindi della Mostra di Parma.

Gli anni cruciali per la crescita e trasformazione del settore si collocano appunto a cavallo tra il 1948 e il 1950. Nel 1947 la produzione italiana di concentrato raggiungeva già i 700.000 quintali; l'anno successivo sfiorava il milione, come nelle migliori annate prebelliche; negli anni seguenti queste cifre furono ampiamente superate. Le esportazioni ebbero un incremento ancora più accentuato: nel 1948 rappresentavano già quasi il 50% della produzione totale, mentre negli anni seguenti si avvicinarono ai due terzi, con punte eccezionali come quella del 1951, che investì tutto il settore conserviero, avvantaggiato anche dalle conseguenze del conflitto coreano. Negli anni Cinquanta concentrato e pelati rappresentavano più del 50% delle esportazioni conserviere italiane.

Il parmense partecipò da protagonista a questa crescita: il valore delle conserve esportate dalla provincia salì dai 26 milioni di lire del 1948 ai 510 del 1950, al miliardo e 97 milioni del 1951; negli anni seguenti il valore continuerà a salire fino ai tre miliardi del '56 e del '57 e ai quasi tre miliardi e mezzo del 1958. In seguito, anche a causa di un crollo dei prezzi per eccesso di produzione, iniziò una lenta flessione, ma le conserve avrebbero mantenuto un posto importante nelle esportazioni della provincia.

Alle esportazioni di concentrato se ne aggiungevano altre, che in modo significativo si connettevano all'industria conserviera: quelle di macchinari. L'industria metalmeccanica parmense si era ripresa con rapidità e nel 1947 esportava già per 125.000 milioni di lire, pari al 70% delle esportazioni provinciali, contro il 14% rappresentato dalle conserve.

Nel 1949 però i rapporti si erano già capovolti a vantaggio delle conserve, che formavano il 45% del valore delle esportazioni parmensi contro il 32% del macchinario; nel 1950 il valore delle conserve salì al 58% mentre quello del macchinario scese al 12%. Negli anni Cinquanta le proporzioni si accentuarono ancora a favore delle conserve, che arrivarono a coprire nel 1958 il 71% delle esportazioni. Ma i valori relativi non devono nascondere il progressivo sviluppo del settore, avvantaggiato da innovazioni tecnologiche e forte richiesta dal mercato internazionale. L'incremento del valore assoluto delle esportazioni di macchinari, già percepibile alla metà degli anni Cinquanta, è certo da mettere in relazione ad un profondo rinnovamento dell'industria del concentrato che si attuò appunto in quel periodo.

Nell'immediato dopoguerra unica preoccupazione era stata la ripresa dell'attività produttiva e il riformarsi del mercato interno. Ciò non poneva alcun problema di rinnovo di impianti, costituiti ancora in larghissima parte da boules in rame a sistema intermittente; anche la lavorazione primaria lasciava, a giudizio dei tecnici, molto a desiderare. Ma il futuro dell'industria non poteva che basarsi sull'esportazione e sotto questo aspetto la situazione era molto cambiatalv.
La "guerra del rame"

Nel periodo prebellico i maggiori acquirenti di conserve italiane erano stati gli Stati Uniti che nel dopoguerra, grazie allo sviluppo dell'industria conserviera californiana, avevano ridotto le importazioni a percentuali irrisorie. Nel 1947 si era registrata una svolta decisiva, con forti ordinazioni (più del 50% delle esportazioni italiane di concentrato) da parte britannica, che riaprirono una corrente commerciale di importanza preminente.

Le norme inglesi, però, fissavano il contenuto massimo di rame nel concentrato a 50 parti per milione, ponendo gravissimi problemi ai produttori che usavano gli impianti tradizionali. E se il tema, intimamente connesso al problema degli standard qualitativi, era stato già proposto e affrontato almeno a livello teorico da Emanuele nel Convegno della Mostra del '42, l'esportazione - e la conseguente crescita della produzione - avrebbe rappresentato la spinta determinante per il rinnovamento tecnologico.

In un primo tempo si pensò di risolvere il problema rivestendo di nickel i vecchi impianti, ma anche grazie al grosso lavoro di sensibilizzazione promosso da Francesco Emanuele, si andò verso ben più radicali trasformazioni. Vennero costruiti impianti in acciaio, sempre più grandi e automatizzati, che potevano lavorare il frutto a temperature sempre più basse, mantenendone intatti i requisiti e risparmiando manodopera e combustibile; parallelamente si ebbero notevoli, sebben più lenti, progressi nella fase preparatoria del succo. Ne risultò un prodotto decisamente migliore di quello di un tempo. Dapprima destinato solo al mercato estero, il "nuovo concentrato" si impose presto anche su quello interno, costringendo le aziende che non avevano rinnovato il macchinario ad adeguarsi per non essere espulse dal mercato.

Nel 1949, su 72 Aziende conserviere parmensi, solo tre avevano installato nuovi impianti, ma nel corso degli anni Cinquanta il rinnovamento assunse proporzioni sempre più estese. Grazie ad esso il Parmense consolidò il proprio primato sia nel settore conserviero sia soprattutto in quello metalmeccanico. La Mostra, con la sua fisionomia specializzata e a ciclo completo, divenne crocevia privilegiato di questo processo e in ciò trovò un solido motivo di esistenza e di crescita per tutti gli anni Cinquanta e Sessantalvi.
La "battaglia delle marmellate"

La polpa di mele, ingrediente base per la preparazione delle marmellate industriali, veniva abitualmente conservata per lunghi periodi in ambienti saturi di anidride solforosa. Ma mentre le Aziende del Meridione, che disponevano di abbondante materia prima in loco, non avevano necessità di conservazione e lavoravano direttamente il prodotto fresco, le Aziende del Nord Italia si trovavano nella necessità di conservare per lunghi periodi la polpa base.

Francesco Emanuele, pur sapendo di inimicarsi le grandi Aziende produttrici del Nord, nel suo libro Teoria e tecnica della conservazione degli alimenti, scritto durante la guerra, propugnava di sostituire l'anidride solforosa con la più salutare - ma più costosa - refrigerazione. La "battaglia delle marmellate", scoppiò con toni accesi nel 1949 quando una circolare ministeriale, emanata senza consultazione delle parti in causa, poneva definitivamente fuori legge l'anidride solforosa come conservante. Emanuele, pur favorevole nella teoria alla direttiva ministeriale, si adoperò per dilazionarne l'entrata in vigore, al fine di non bloccare improvvisamente l'attività delle Aziende del Nord. Era necessario concedere tempi ragionevoli per l'adeguamento delle tecnologie. La battaglia delle Aziende del Sud, in qualche modo favorite dalla direttiva ministeriale, fu immediata ed Emanuele, che pure aveva propugnato la scelta tecnica in tempi non sospetti, fu accusato di partigianeria da un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore. Questo portò ad attriti e frizioni anche nell'ambiente della Mostra delle Conserve e degli Industriali Parmensi.
Il decollo fieristico

L'edizione del 1949 segnò comunque l'inizio di un vero e proprio decollo della manifestazione. Al di là della crescita numerica degli espositori, soprattutto stranieri, la rassegna si irrobustì sotto vari aspetti. Cominciò a funzionare, acquisendo sempre maggiore importanza, un nuovo organismo: l'Ufficio di Documentazione Industriale e Commerciale, cui facevano capo durante tutto l'anno migliaia di richieste. Per l'esposizione di un macchinario sempre più grande era stato costruito a tempo di record un nuovo grande padiglione, detto appunto M (macchinario). Ma soprattutto, allo scopo di valorizzare un aspetto del ciclo conserviero che finalmente cominciava ad essere preso in seria considerazione dall'industria, venne creato il Salone dell'Imballaggio, nel 1951 la manifestazione assunse pertanto il nome di Mostra Internazionale delle Conserve e Imballaggi.

I dirigenti dell'Ente dimostrarono una particolare attenzione a questo settore. Durante la Mostra del 1952, un ordine del giorno delle categorie interessate li sollecitò a centralizzare "tutto quanto concerne lo studio dei problemi relativi all'imballaggio dei prodotti alimentari"; alla fine dell'anno l'allora Presidente Zanlari propose la creazione di un Centro Nazionale Involucri e Imballaggi per Alimentari (CNIPA), ufficialmente costituito a Milano pochi mesi dopo con lo stesso Zanlari come Vicepresidente.

Tra le razionalizzazioni operate negli anni Cinquanta, vanno segnate la contrazione della durata e lo spostamento della data: dall'edizione del '54 la mostra venne spostata al 20-30 settembre (mentre prima la data consueta era dal 12 al 25) per agevolare sia gli industriali conservieri ancora impegnati nella campagna del pomodoro sia le Aziende metalmeccaniche che non volevano impegnare troppo a lungo i macchinari esposti.

La crescita negli anni Cinquanta è rispecchiata dall'allargamento del quartiere fieristico. Una serie di padiglioni costruiti tra il 1949 e il 1954 ne estese l'area a 6.216 metri quadrati, contro i 2.505 dei due padiglioni originari. Ma questa espansione mise progressivamente in evidenza il problema di uno spazio che, se all'inizio era potuto sembrare sufficiente, si dimostrava sempre più inadeguato alle aspirazioni della Mostralvii.

Orizzonti internazionali

Sul piano del prestigio internazionale forse il più notevole successo della Mostra e dell'Ente fu l'operazione - manco a dirlo pilotata dall'instancabile Emanuele - che riportò l'Italia ad aderire al Comité International de la Conserve, il più importante organismo associativo mondiale dell'industria conserviera, creato a Parigi nel 1937. L'Italia aveva partecipato alla fondazione del Comité ma ne era presto uscita in conseguenza delle sanzioni internazionali.

Nel dopoguerra tale isolamento aveva pesato negativamente sull'industria italiana. Già dal 1947, grazie soprattutto ai contatti internazionali di Francesco Emanuele, la Mostra aveva riallacciato i rapporti, ma la riadesione ufficiale dell'Italia si ebbe solo nel 1955, promossa dall'Ente e dal suo Presidente Zanlari. Pertanto il Comité fissò a Roma, per il settembre 1956, il suo terzo congresso, concludendolo alla Mostra di Parma nei giorni 29 e 30 con una Conferenza Internazionale sulle Macchine e Attrezzature per l'Industria Conserviera e una visita alla Stazione Sperimentale. Il congresso portò a Parma più di un migliaio di tecnici del ramo, con ovvi riflessi anche nel settore economico.

Alla metà degli anni Cinquanta la Mostra poteva a buon diritto definirsi "uno spettacolare panorama internazionale di nuovi sviluppi e perfezionamenti tecnici". Il pullulare di manifestazioni più o meno concorrenziali poteva infastidire ma non intaccare il saldo predominio parmense nel settore conservierolviii.


Parma "Centro dell'Alimentazione"

I tempi parevano maturi per ampliare l'orizzonte della Mostra al di là dell'ambito tradizionale. Aprendosi a nuovi settori merceologici, seppure sempre contigui ai suoi scopi statutari, l'Ente mirava ad irrobustire la propria struttura e insieme a risolvere una contraddizione legata al rapporto privilegiato con l'industria conserviera parmense, rapporto che aveva finito col lasciare in ombra altri aspetti pure importanti dell'economia agro-alimentare locale: latte e derivati, salumi, zucchero.

Già nel 1950, quando si andava ormai pienamente affermando il ritorno alla specializzazione conserviera nella fisionomia della Mostra, e probabilmente proprio in conseguenza di ciò, personalità, tecnici e industriali espressero il voto che la manifestazione aprisse uno spazio anche agli altri settori alimentari in generale. Che l'idea facesse riferimento alla multiforme realtà agro-alimentare parmense era ovvio, come del resto risulta da numerosi scritti pubblicati a sostenere l'iniziativa. Vi si sottolineava che Parma, oltre a possedere un Ente fieristico affermato, vantava il diritto di essere chiamata "Centro dell'Alimentazione" ed era quindi logica sede per una simile iniziativa.

Pertanto, nel 1951 l'Ente decise che alla Mostra delle Conserve si sarebbe affiancata una Fiera dell'Alimentazione, destinata all'esposizione di salumi, prodotti molitori, dolciari, oleari e caseari, con particolare attenzione alla difesa e diffusione del formaggio parmigiano. Da quell'anno la manifestazione si chiamò quindi Mostra Internazionale delle Conserve e Imballaggi - Fiera dell'Alimentazione. Obiettivo della Fiera, allora unica in Italia, era di centralizzare e assorbire le sparse manifestazioni settoriali dedicate all'alimentazione. Il complesso Mostra-Fiera avrebbe poi dovuto dare corpo a un'organica Fiera dell'Alimentazione che, conservando il suo carattere tecnico e specializzato, potesse porsi su di un piano europeo in competizione con quella di Bruxelles. Si trattava insomma di un ambizioso progetto egemonico dell'Ente parmense su tutto il settore alimentare italiano.

Il tentativo si era però rivelato eccessivamente ambizioso e forse troppo in anticipo sui tempi e non avrebbe retto a lungo nemmeno sulla prima, più modesta fisionomia. Al di fuori del solido terreno conserviero, Parma risentiva della duplice forza di attrazione dei due grandi poli fieristici di Milano e Bologna, che non erano certo rimasti a guardare e che, anzi, avevano varato iniziative consimili, vanificando di fatto i progetti dell'Ente parmense. Si sarebbero dovuti attendere trent'anni perché, nel 1985, venisse varato proprio a Parma, in un rinnovato quartiere fieristico, Cibus, la Fiera Internazionale dell'Alimentazione, di gran lunga il maggiore appuntamento fieristico alimentare nazionalelix.
Ma nel frattempo l'aria era cambiata. Qualcosa si era spezzato e Francesco se ne rendeva conto. Certo, lui, aveva saputo guardare avanti e la Mostra delle Conserve, quella sua creatura che nel 1945 sembrava definitivamente morta, era ora avviata a mietere crescenti successi e importanti risultati economici a vantaggio dell'economia parmense.

Pure l'industria alimentare nel volgere di un quinquennio aveva saputo recuperare le posizioni dell'anteguerra e, anzi, ipotecare traguardi maggiori, grazie anche all'evoluzione della tecnologia supportata dall'industria meccanica locale, che aveva fatto dell'innovazione il proprio punto di forza. Dietro tutto questo - non se lo poteva certo nascondere - la Stazione Sperimentale aveva giocato un ruolo significativo di stimolo, indirizzo, innovazione. Poteva certo guardare con serenità al domani e sorridere, forse, dei timori passati.

Ma non era così...

Se la Mostra, grazie ai suoi personali sforzi e uffici, aveva trovato attenzione particolare presso il Governo ed era stato addirittura il Ministro dell'Industria, Ivan Matteo Lombardo, tecnico di provata professionalità e uomo di fiducia del Presidente De Gasperi, ad inaugurare l'edizione del 1950lx, dando il via all'ininterrotta tradizione che vuole un Ministro ad aprire la manifestazione parmense, pure in seno al Consiglio dell'Ente e tra gli industriali del settore vi era diversità di prospettive e Francesco non si sentiva più capace, come un tempo, di coagulare energie intorno ai progetti che andava maturando.

Forse perché le persone erano cambiate e la guerra aveva, in qualche modo, aperto la strada al nuovo. Nuove generazioni si affacciavano ora alla guida dell'agricoltura e dell'industria parmense e la sintonia che s'era creata con alcuni nel passato, oggi non era più sufficiente.

Forse le ferite della guerra non erano ancora richiuse o erano state coperte troppo in fretta. E Francesco, che aveva saputo in altre occasioni guardare oltre l'orizzonte, aveva accettato la proposta, impegnativa ma certo stimolante, di collaborare più strettamente col Ministro a capo del Comitato Nazionale Produttività.


Più in alto e più lontano

Ne avevano parlato, lui e Ivan Matteo Lombardo, davanti alla tavola luminosa che Ada sapeva preparare nelle occasioni importanti.

Affabile nelle pubbliche relazioni, Ada aveva stretto una sincera amicizia con la signora Maria, moglie del Ministro Lombardo e quella sera, approfittando della presenza a Parma di entrambi in occasione della Mostra settembrina, era riuscita a far preferire la sua mensa a quella delle manifestazioni ufficiali. E il perfetto srotolarsi di un impeccabile menù parmigiano aveva favorito la conversazione.

Lombardo stimava Emanuele, la sua dirittura morale, la sua competenza tecnica, la sua straordinaria riservatezza. E l'Italia, già fragile, e fracassata per giunta da cinque anni terribili di guerra, aveva bisogno di grandi professionalità per risollevarsi e guardare avanti.

Ed entrambi - un po' per carattere, un po' per formazione - avevano affinato quest'arte rara e preziosa: guardare avanti; guardare più avanti degli altri. E sarebbero stati gli uomini che sapevano guardare lontano a fare l'Italia del dopoguerra.

Lombardo aveva un'idea in mente: portare in Italia le tecniche manageriali e di organizzazione industriale americane. Il genio italico aveva saputo - e avrebbe saputo - fare la sua parte, ma l'inventiva e la genialità non erano certo più sufficienti a colmare l'enorme divario tecnologico accumulatosi nei confronti degli altri Paesi europei e, soprattutto, degli Stati Uniti.

Se il Fascismo aveva focalizzato la propria attenzione sull'agricoltura, era ora necessario investire sull'industria, sostenendola con nuove tecniche manageriali.

E tra un piatto di tortelli d'erbetta di una delicatezza divina e una punta al forno da manuale Lombardo aveva proposto a Emanuele di mettere al servizio dell'intero Paese - e non più solo di una provincia emiliana - le sue competenze. Chi meglio di lui, che l'America l'aveva "scoperta" già nel '22, poteva tracciare una "via italiana" all'organizzazione industriale?


Verso la Capitale

Un nuovo addio. Non era come partire per l'America sapendo di ritornare. E nemmeno come lasciare la sua Isola, sapendo di non farvi più ritorno. Ora era diverso. La giovinezza, i suoi slanci e i suoi ardori erano ormai passati. Si trattava di lasciare dietro di sè la parte centrale di una vita. I figli erano ormai adulti e pronti ad intraprendere il loro cammino: Eugenio, dopo gli studi da Geometra, avrebbe intrapreso una lunga attività in campo pubblicitario, Ernesto, 18 anni, si sarebbe iscritto all'Università a Roma laureandosi in Ingegneria meccanica. Partire ancora non era facile. E molte erano le cose che si dovevano lasciare alle spalle.

La Stazione Sperimentale, che, di fatto, aveva modellato Francesco, con la sua officina, i suoi laboratori, la sua splendida biblioteca tecnica, la selezione delle sementi, il dialogo col mondo agricolo e conserviero, i rapporti con l'industria meccanica, i progetti, gli studi...

La Mostra delle Conserve, ormai robusta e in carne, saldamente guidata dal Presidente degli Industriali Parmensi, Alberto Zanlari (1886-1970), il Salone degli Imballaggi, la neonata Fiera dell'Alimentazione e i numerosi rapporti internazionali avviati con Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Bulgaria, Polonia, Sud America, mondo arabo...

La Casa del Fanciullo "Maria Mazzarello" di cui Ada era Presidente e fondatrice, sorta, d'intesa con don Pietro Cabiati, parroco di San Benedetto dal 1946 al 1964, in via Trieste nel 1949 per accogliere i bambini di famiglie povere, e realizzata grazie all'iniziativa e all'impegno di Rita Guazzo, Rosette Rolli, Natalia Borri e altre signore sensibili della Parma-bene del tempo. Era quel Paes di putén a cui il poeta dialettale Renzo Pezzani (1898-1951) aveva dedicato una tenera lirica in Oc lusterlxi. Anche Ada aveva voluto un Ministro per la "sua" inaugurazione e l'amica Maria aveva saputo essere convincente con Lombardo, che per una iniziativa sociale si era prestato volentierilxii.

Gli amici di sempre e i nuovi che nel tempo si erano aggiunti...

Tutto questo, ed altro ancora: i ricordi legati ai luoghi e alle emozioni, i dubbi e le speranze, gli affetti antichi e attuali, dovevano ormai trovare posto in una valigia e lasciare spazio ad un orizzonte che, lungo i binari della ferrovia, si avvicinava di ora in ora: il cielo di Roma era ormai vicino.
Una spiga d'oro

Nel 1943 se ne era andata mamma Marianna e papà Eugenio l'avrebbe seguita, alla bella età di 94 anni, nel 1950. Francesco sceglie di risiedere ai Parioli, in via Civinini, non lontano dalla residenza del fratello Pietro, avvocato, Consigliere della Corte dei Conti.

Il suo lavoro al Comitato Nazionale Produttività lo porta ad organizzare seminari di aggiornamento, a commissionare studi sull'innovazione organizzativa, a tessere rapporti col mondo dell'Università e con dirigenti d'azienda creando, con l'aiuto di validi collaboratori, una sorta di Agenzia di Consulenza organizzativa e manageriale. Dalla sua scuola usciranno poi numerosi dirigenti di Società di Consulenza.

Intanto Emanuele nel 1953 aveva comperato un podere di 16 ettari nella campagna romana, in zona di bonifica, presso Ardea, per di più prossimo alla tenuta dello zio Vincenzo Adragna. Forse memore delle aspettative paterne, forse con un'idea lungimirante in testa o più semplicemente perché il destino voleva così, Emanuele aveva puntato parecchio sul suo podere: fece ristrutturare gli edifici agricoli e - fatto ancora inusuale a quell'epoca, ma l'esempio di Marasini era stato illuminante - investì in macchine agricole e attrezzature una cifra praticamente eguale a quella di acquisto.

Quanto era impegnativo il lavoro al ministero, tanto gli risultava rasserenante l'attività nella tenuta agricola: "Con un pezzo di terra non morirei mai" era arrivato a dire un giorno, confidandosi con la moglie.

Nel corso di un vasto lavoro di consulenza presso la Federconsorzi, Emanuele incontrerà Cirillo Magliani, poliedrica figura di imprenditore agricolo - già allievo del prof. Nazareno Strampelli (1866-1942), genetista e selezionatore di specie caratteristiche di grani duri - che nei suoi viaggi di studio legati alle specie agricole era addirittura stato in Cina, ospite di Mao. L'incontro fu felice e indusse Magliani, che voleva effettuare sperimentazioni sui grani di prima generazione, ad acquistare un podere ad Ardea, limitrofo a quello di Emanuele.

D'intesa con Magliani, Emanuele iniziò a seminare i grani sperimentali di prima generazione ricavati dai campi del vicino per verificarne la tenuta e la stabilità in seconda generazione: una coltura non estesa, ma di elevata qualità, che l'avrebbero portato, nel 1958, a meritare la Spiga d'Oro della Federconsorzi per il miglior grano del Lazio.
Una coppia d'altri tempi

Nel 1966, con la pensione, si concludevano quindici anni di lavoro oscuro, svolto con coscienza e tenacia a livello ministeriale, non privi di soddisfazioni personali e di successi. Ora poteva ritirarsi definitivamente in campagna e dedicarsi con maggiore impegno al podere e alla vita dei campi, alla famiglia ed ai molti nipoti.

Ada l'accompagnava ancora una volta, affascinante ed affabile come sempre. Insieme formavano una coppia che pareva uscita da un'altra epoca, garbati nei modi, schivi e riservati, uniti da un'affetto solido ma impalpabile, circondati da una serenità che rendeva la vita più lieve. Il loro amore aveva superato le brezze della primavera e il calore dell'estate, per addentrarsi nella calma dorata di un autunno che presagiva, ormai, i non lontani rigori invernali.

Francesco era tornato a Parma, che pure da lontano aveva continuato a seguire ed amare, solo nel 1967, per sottoporsi ad un intervento chirurgico all'Ospedale Maggiore. Aveva trovato la città completamente trasformata dall'espansione edilizia dei nuovi quartieri periferici, un po' acciaccata nel suo charme, ma ancora affascinante come una vecchia signora dell'aristocrazia. Anche la Stazione Sperimentale, che vide da lontano non osando entrare dal cancello, aveva cambiato volto e si era notevolmente ingrandita. Le Fiere, al Parco Ducale, avevano ormai occupato tutto lo spazio disponibile a ridosso del viale di circonvallazione ed Emanuele si chiese come avrebbero potuto crescere senza infrastrutture adeguate.

Rivide qualche vecchio amico - alcuni se ne erano già andati - ma la gioia dell'incontro si stemperò ben presto nella malinconia.

Apprese anche - questa volta con gioia e trepidazione - che il suo libro sulle conserve alimentari, scritto nelle buie sere di guerra, stava ora per essere tradotto in Ungherese e Polacco a vantaggio della nascente industria conserviera dei Paesi dell'Est europeo.

Il ritorno ad Ardea fu tranquillizzante e qui, tra l'organizzazione del lavoro agricolo, letture scientifiche e affetti famigliari, riprese il ritmo cadenzato delle sue giornate, mese dopo mese, stagione dopo stagione, anno dopo anno.



Francesco emanuele e i progetti per il comparto conserviero parmense
Il destino si chiama parma
Un'eredità preziosa



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