”Fantasmi” (Lc 24,35-48)



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10 APRILE 2018 (III Dom. Pasqua B)

”Fantasmi”

(Lc 24,35-48)



Non si incontra la pace e la Vita finchè le illusioni impediscono di cogliere la concretezza della realtà. Ci vuole un'apertura di mente e del buon pesce!

di Luca Bucchéri
Il brano musicale consigliato è la gioiosa "Shalom, shalom" di Noah (sottotitolata in italiano). A cura di Sauro Secci.  
Questa sera parleremo di “fantasmi” anzi in realtà è Gesù che ne parla, riferendosi a questi discepoli che vedono un po' “fischi per fiaschi” e quindi non riconoscono lui risorto ma anzi si spaventano, sono atterriti e gli sembra di vedere appunto un fantasma.

Siamo nella parte conclusiva del brano del Vangelo di Luca che è il racconto dei due discepoli di Emmaus quando vengono affiancati da questo personaggio sconosciuto che poi è Gesù risorto, siamo all'indomani di quel venerdì nero della storia in cui questi discepoli l'hanno visto sì a Gerusalemme perché lo hanno seguito ma l'hanno visto crocifisso e quindi ucciso. Dunque sono con il cuore pieno di delusione, forse di rabbia e di rimpianto per questo sogno che si è infranto, stanno voltando le spalle a Gerusalemme e stanno andando verso Emmaus. E proprio mentre camminano, Gesù si affianca e cammina accanto a loro e gli spiega tutte le antiche scritture, cominciando da Mosè fino agli eventi di quei giorni, e in questo spiegare loro le scritture, loro ripercorrono tutta la storia, anche quella storia che li aveva così delusi e amareggiati e sentono che il cuore si scalda e riprende Vita, coraggio, passione.

Dunque, possiamo dire che, come ha fatto Gesù con loro, anche noi abbiamo bisogno di una rilettura teologica dei fatti della storia. Noi forse siamo troppo attaccati a certe letture politiche, ideologiche, storiche, più o meno culturali ma forse dobbiamo recuperare questa capacità di leggere dentro i fatti della storia e anche dentro quello che accade a noi, attraverso una rilettura che sia alla luce di questa parola che illumina e che in qualche modo rivela un senso profondo delle cose e dei fatti. Forse questa capacità di fare questo tipo di esegesi cioè di tirare fuori proprio il significato profondo degli avvenimenti della storia, l'abbiamo un po' perso.
Tra l'altro Gesù si ferma con loro, spezza il pane, il pane della fraternità, il pane della condivisione e solo a quel punto loro lo riconoscono. A quel punto, i due discepoli cambiano radicalmente la direzione del loro cammino: prima voltavano le spalle a Gerusalemme adesso si girano e tornano a Gerusalemme e vanno dagli 11 a raccontare loro questa esperienza straordinaria che hanno fatto, raccontano di questo incontro, di questo camminare insieme, di questo momento della frazione del pane in cui cadono loro come dei veli dagli occhi e finalmente gli occhi riescono a vedere, a riconoscere Gesù.

E noi siamo qui. Praticamente questa è la seconda parte di questo racconto.


Potremmo chiederci, prima di leggere il brano, se noi siamo diretti a Emmaus oppure se siamo diretti a Gerusalemme cioè se siamo diretti verso una direzione, che se volete è una direzione di potere, di vittoria di successo. Perché Emmaus rappresentava proprio questo, rappresentava la vittoria del popolo ebraico sui propri nemici (i Maccabei) e quindi è un posto diciamo militare, un posto forte, un posto di vittoria….. Ecco, siamo diretti lì oppure siamo diretti a Gerusalemme? Nel luogo dell’apparente sconfitta, dell'apparente fallimento, almeno fino a che non cadono questi veli dagli occhi. Quindi domandiamoci se siamo diretti, se siamo orientati alla resurrezione cioè al luogo dove tutto ricomincia.
35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho". 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

44Poi disse: "Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: "Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni.

Al v. 35 si dice che Gesù “fu riconosciuto dallo spezzare del pane” e poi subito dopo si dice “mentre essi parlavano di queste cose” cioè mentre raccontano di tutta l'esperienza che hanno fatto, “Gesù stette” non è “apparve” il verbo che viene usato è proprio starestette in mezzo a loro”.

E’ bello pensare che quando fai un'esperienza viva, anche le situazioni e le persone di cui stai raccontando le rendi vive, le rendi presenti: le persone di cui fai la memoria, di cui stai raccontando, diventano PRESENTI, stanno lì in mezzo, in mezzo a quel racconto, in mezzo a quel ricordo…

Questo brano è molto bello in particolare perché coinvolge un po' tutti i sensi. Coinvolge la vista, lo sguardo, coinvolge l'ascolto, l'udito: “ascoltano le scritture”, coinvolge il tatto perché Gesù invita a toccarlo, coinvolgere il gusto perché c'è questa scena di pesce arrostito che Gesù mangia davanti a loro e coinvolge anche l’olfatto perché il pesce arrostito sicuramente un profumino lo faceva.


Ma il messaggio qual è? Questo è un messaggio molto importante e molto forte cioè la resurrezione non è la resurrezione dell'anima, la resurrezione è qualcosa che coinvolge tutto il corpo e coinvolge tutti i sensi, cioè la vera resurrezione o coinvolge tutto noi stessi, ogni parte di noi, con tutti e 5 i nostri sensi, quindi con tutta la fisicità e con tutto il nostro coinvolgimento oppure rimane qualcosa di astratto, “una dottrina da credere” più che un'esperienza da vivere con tutto noi stessi quindi qualcosa di teorico, di intellettuale magari anche filosofico però qualcosa un po’ astratto, non incarnato.

E questo è un grande rischio della nostra fede cioè l'essere considerata una dottrina, una teoria, un pensiero, se volete anche una teologia, ma che non tocca la nostra carne, la nostra sostanza, la nostra essenza. Invece il corpo è indissolubilmente unito alla mente (la parte psichica) e all'anima (la parte più immateriale) ma è come se fosse un tutt'uno inestricabile, indivisibile, inseparabile. Infatti la dottrina dell’immortalità dell'anima non è una dottrina biblica ma viene dal mondo greco, viene dal mondo ellenistico/platonico quindi è un'altra concezione dell'uomo e della vita.






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