Farisei e pubblicani oggi



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FARISEI E PUBBLICANI OGGI

Omelia – Convegno Fides Vita – 24 ottobre 2010


Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano”.
Così iniziava il brano evangelico di questa domenica. Subito abbiamo pensato: “ecco la parabola del fariseo e del pubblicano e naturalmente ci verrà detto che il primo rappresenta il benpensante , che si sente a posto con Dio e disprezza gli altri, e che il secondo rappresenta il peccatore pentito che viene perdonato”. Esatto: chi pensato questo, ha pensato rettamente.

Certamente le cose stanno ancora così, perchè il Vangelo non cambia, anche se sono passati duemila anni. Ed anch’io mai mi permetterei di cambiare il Vangelo. Tuttavia aggiungo che il Vangelo domanda di essere letto non tanto alla lettera, ma con l’intelligenza della fede, per quello che insegna con verità secondo lo Spirito e nel contesto in cui si vive. Ed allora?

Allora, al tempo di Gesù, la cultura era satura di religiosità, si viveva di fede e il peccato consisteva nell’ipocrisia, che ostentava l’osservanza esteriore della legge e la propria santità. I farisei erano i giusti, apparivano come le persone che ubbidivano rigorosamente ai comandamenti di Dio e si vantavano di vivere ligi agli ordini del Signore e di essere fedeli alle tradizioni.

Oggi invece viviamo in una cultura secolarizzata, i valori sono cambiati, la permissività viene elogiata, il rifiuto delle norme tradizionali è segno di libertà e di modernità, la ragione umana trova per molti il suo uso migliore nella critica ai comandamenti di Dio e della Chiesa. Se per i farisei di allora la normalità era quella dell’osservanza della Legge, oggi la parola d’ordine sembra essere la trasgressione. Nel nostro tempo dire che una persona, un libro, uno spettacolo sono trasgressivi, significa fare un complimento, è un elogio. I trasgressori sono esaltati, mentre gli onesti sono derisi, i farisei, gli osservanti sono presi in giro e considerati incapaci, mentre vengono apprezzati i pubblicani, cioè quelli che imbrogliano, sanno farla franca, riescono comunque nei loro affari.

Per vivere lo spirito vero della parabola, bisognerebbe capovolgerla e dire che oggi occorre essere farisei, cioè occorre osservare le norme, e bisogna evitare di essere pubblicani, non esaltandosi nel trasgredire le regole della morale e della vita.

Vorrei precisare quanto sto dicendo, per far vedere come il mondo sia profondamente mutato, pur rimanendo sempre valido l’insegnamento evangelico. Oggi occorre essere come i farisei nella vita e fuori del tempio ed occorre essere come i pubblicani nel tempio e non nella vita. Cioè, oggi occorre essere giusti nel vivere e nel fare ed umili quando si prega e nelle intenzioni.

La parabola attualizzata ci insegna a vivere con coerenza e a non ostentare la nostra onestà, mentre noi assomigliamo talvolta al pubblicano nella vita ed al fariseo nel tempio. Come il pubblicano siamo peccatori e come il fariseo ci crediamo giusti e giudichiamo gli altri

La tentazione tocca tutti. Non è forse vero che ci sentiamo troppo a posto e che facilmente riteniamo di essere superiori agli altri? Non si può pregare e disprezzare, adorare Dio e umiliare il prossimo, confrontarsi con gli altri e non confrontarsi con Dio. Spesso chi vive in questo modo, non vive sereno, ma è infelice. Quanti onesti esistono e sono infelici, perché guardano solo a se stessi, sono narcisi, rimangono provinciali dello spirito e muoiono con i loro problemi in uno specchio d’acqua.

La tentazione del fariseo di ripetere “io”, “io non sono come gli altri”, “io faccio questo e quest’altro”, è un modo di vivere ancora abbastanza diffuso. E beati noi se avvertiamo questo nostro limite e ci accorgiamo di vivere in questo modo. Il migliore campanello che segnala il nostro fariseismo è la poca felicità e la mancanza di una vera libertà. La cartina di tornasole che evidenzia la sensibilità farisaica è quella della tristezza secondo il mondo. Questa consiste nel non essere liberi di donarsi agli altri, mentre profondamente diversa è la tristezza secondo Dio, che è quella “di non essere ancora santi”. Già insegnava questo il grande Péguy: “l’unica vera tristezza è di non essere ancora santi”.

Io vorrei che quanti vivono l’esperienza di “Fides vita”, quanti sono in questa Compagnia suscitata dal Signore, quanti hanno accolto il dono di questo carisma, vivessero la tristezza secondo Dio, quella di non essere ancora santi, e la gioia di quella libertà liberata, che è dono dello Spirito santo. Pregando come pregava il pubblicano e vivendo come viveva il fariseo, e non vivendo come viveva il pubblicano e pregando come pregava il fariseo..

Modello di ogni preghiera rimane sempre la preghiera insegnataci dal Signore. Il “Padre nostro” non contiene l’io ed il mio, ma si rivolge ad un “Tu” e prega al plurale.

Vogliamo tornare a casa giustificati come il pubblicano? Vogliamo uscire da questa Eucaristia senza un peccato in più? Vogliamo dopo la Messa sentirci più felici? Rivolgiamoci a Dio chiedendo perdono per noi peccatori. Domandiamo al Padre di essere liberati dalle nostre chiusure, per aprirci sereni ad uno sguardo di bontà verso gli altri, compresi quanti ci hanno ferito ed umiliato. Il Signore voglia nella sua onnipotenza misericordiosa liberarci dal male che ci opprime.

La gioia profonda del cuore è la prova di questa liberazione, che deriva da una libertà liberata dalla verità. La verità per noi non è qualcosa di astratto, ma è una Persona: Cristo. Egli è via, verità e vita. Egli è perdono, speranza, e gioia. Senza di Lui, saremmo tristezza, miseria, schiavitù, vuoto, nulla, mentre con Lui tutto possiamo. Quello che abbiamo di più caro è Lui, Cristo stesso.

Quale grande fortuna avete di essere suoi discepoli e di vivere una esperienza come quella della Compagnia! Una esperienza che mette al centro non l’esperienza stessa, non le amicizie, non un metodo, non quello che cercate per voi e di cui pure avete concretamente bisogno. Al centro deve stare solo Lui: il Signore Gesù. “Omnia nobis est Christus” (Cristo per noi è tutto), insegnava S. Ambrogio.



Anche di voi, con l’esperienza che state vivendo, si possa dire come di Pietro, Giacomo e Giovanni, dopo l’esperienza esaltante della trasfigurazione: “E non videro che Gesù solo”. Gesù solo!

A Lui siate riconoscenti, per Lui siate commossi, con Lui vivete ed umilmente testimoniate la bellezza dell’essere semplicemente cristiani.


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