Fatto e diritto



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IL RAGIONAMENTO PROBATORIO

NEL PROCESSO PENALE E NEL PROCESSO CIVILE

a cura di



Vincenzo Di Giacomo

(Presidente della Sezione promiscua del Tribunale di Campobasso)

Le regole che dominano il ragionamento probatorio non sono sempre le stesse e quindi il ragionamento probatorio non si sviluppa sempre seguendo analoghi percorsi in assoluto, dovendosi al riguardo distinguere quello proprio del campo penale da quello che viene svolto in campo civile.

Negli anni più recenti, difatti, sono state proprio le Sezioni Unite civili della Cassazione, con indirizzo ormai fermo (cfr. spec. in motivazione Cass., ss. uu., 11/1/2008, nn. 576, 581, 582 e 584; nonché Cass. Civ., III, 11/5/2009, n. 10741 e Cass., III, 8/7/2010, n. 16123), a chiarire condivisibilmente, con riferimento al nesso eziologico, da un lato che, in mancanza di specifiche norme civilistiche regolanti la materia, le norme che la regolano anche nel settore civilistico sono quelle di cui agli artt. 40 e 41 cp, secondo il criterio della causalità adeguata (con la particolarità però che, in campo civile, stanti le ipotesi codificate di responsabilità oggettiva, in questi casi il nesso eziologico andrà valutato “non tra la condotta del soggetto chiamato a rispondere, ma tra l’elemento individuato dal criterio di imputazione e l’evento dannoso”), ma, dall’altro lato, che, in virtù dei diversi valori sottesi al processo penale ed a quello civile, diverso è il regime (e dunque anche il ragionamento) probatorio applicabile, perché mentre nel processo penale vige la regola dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio” ex art. 533, 1° co. cpp, in quello civile vige invece la regola d’inferenza probatoria del “più probabile che non”.

Per comprendere il significato di questa divaricazione tra la giurisprudenza delle sezioni unite civili e quella delle sezioni unite penali della Corte di Cassazione ed i motivi che l’hanno determinata, occorre premettere che il nesso eziologico, com’è noto, deve necessariamente sussistere al fine dell’integrazione dell’illecito (civile o penale) e si sostanzia nel necessario collegamento tra la condotta colpevole e l’evento, secondo la teoria assolutamente dominante dell’equivalenza causale o conditio sine qua non (cosiddetta teoria condizionalistica, sebbene temperata da quella della causalità adeguata o regolarità causale). In parole povere, una condotta colposa o dolosa (commissiva o omissiva -o meglio, omissiva impropria-) è idonea ad integrare il reato soltanto se, eliminando mentalmente quella condotta (commissiva o omissiva), l’evento non si sarebbe verificato o comunque si sarebbe verificato in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva (cosiddetto giudizio controfattuale): nel qual caso resta accertata la sussistenza del nesso causale tra quella condotta e l’evento.

Orbene, secondo la giurisprudenza penale, per stabilire se, senza quella condotta antigiuridica, l’evento non si sarebbe verificato o comunque si sarebbe verificato in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva (ovvero, specularmente, se senza quella condotta antigiuridica quell’evento si sarebbe verificato ugualmente -nel qual caso il nesso causale è carente, così come lo è anche qualora questa circostanza risulti dubbia, trovando in tal caso applicazione l’art. 530, 2° co. cpp-), bisognerebbe di norma operare un giudizio prognostico ex ante basato su di una “seria ed apprezzabile probabilità” che, senza quella condotta, l’evento non si sarebbe verificato (v. es. Cass. pen., IV, 7/3/89; Cass. pen., IV, 7/1/83) ovvero, secondo altro indirizzo giurisprudenziale ancor più favorevole all’imputato, sulla “certezza” (con una percentuale vicina a cento) che, senza quella condotta, l’evento non si sarebbe verificato o comunque si sarebbe verificato in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva (v. es. Cass. pen., 28/9/2000; Cass. pen., IV, 29/9/2000).

A dirimere questo conflitto apertosi nell’ambito delle sezioni semplici (penali), sono poi intervenute le sezioni unite penali della Corte di Cassazione, sancendo che il giudizio controfattuale deve essere compiuto alla stregua di una generalizzata regola di esperienza (tratta da attendibili risultati di generalizzazione del senso comune) oppure di una legge universale o, come quasi sempre accade, statistica di carattere scientifico frutto della migliore scienza ed esperienza del momento storico (cosiddetta legge di copertura, che copre l’enunciato scaturente dal giudizio controfattuale col sapere scientifico del tempo) da raffrontarsi con le emergenze fattuali della specifica vicenda concreta, così da potersi affermare, con unalto grado di credibilità razionale (ossia con un elevato grado di probabilità logica e quindi con certezza processuale), che condotte del tipo di quella posta in essere conducano ad eventi del tipo di quello verificatosi in concreto, dunque che quella condotta antigiuridica è stata condizione necessaria o una delle condizioni necessarie dell’evento (salva l’ipotesi dell’interferenza nel caso concreto di eventuali decorsi causali alternativi che lo abbiano autonomamente prodotto), che perciò sussiste il nesso causale tra quella condotta illecita e l’evento e che quindi sussiste anche il reato (Cass., ss. uu., 10/7/2002, n. 30328, cosiddetta sentenza Franzese).

Dunque, al fine della verifica sull’effettiva sussistenza o meno del nesso eziologico, il Giudice deve partire da un procedimento logico di carattere deduttivo, fondato sulla previa individuazione in via generale ed astratta della legge di copertura e cioè di una legge di carattere scientifico-probabilistico (che lo scienziato costruisce però empiricamente, sulla base delle induzioni proprie del metodo sperimentale, come applicato a partire da Bacone e Galileo, passando poi per Hume, per il positivismo di Comte e John Stuart Mill ed il neopositivismo di Russell e del circolo di Vienna -ma anche con i relativi limiti, come evidenziati soprattutto dalla moderna epistemologia, specie da Popper in avanti: v. infra-), per poi adattarla al caso concreto sottoposto al suo esame ai fini del giudizio controfattuale. Una volta individuata la legge generale (per come induttivamente costruita dallo scienziato o magari, nel processo, da eventuali periti), al fine di verificare se questa possa trovare conferma o meno nel caso sottoposto al suo esame il Giudice deve poi, nell’ambito della conseguente sua deduttiva discesa (o, in termini hegeliani, di questo progredire dialettico, oppure, per chi ha capovolto Hegel, di questa risalita) dal generale al particolare, dall’astratto al concreto (qui intendendosi per astratto la legge generale, che è concreta anch’essa, ma che fa astrazione dal caso particolare), inserire induttivamente nella sua analisi elementi di sempre maggiore concretezza, fino a quello di massima concretezza, ossia l’evento hic et nunc e le circostanze direttamente correlate a detto evento.

In altri termini, dalla suddetta verifica in termini di “probabilità statistica” il Giudice deve poi passare al giudizio in termini di “probabilità logica” (che, come insegna la SC, è un giudizio di ordine più qualitativo che quantitativo), deve incrociare dialetticamente quella probabilità statistica con la “probabilità logica” e cioè incrociare il procedimento di carattere deduttivo col necessario incedere induttivo del ragionamento probatorio, così come si diceva pocanzi e come specificamente richiesto dalle sezioni unite penali della Cassazione nella citata sentenza Franzese.

Il percorso dialettico che, dall’incrocio tra la probabilità statistica con la probabilità logica, conduce alla sintesi in termini di certezza processuale, vede dunque questi due termini del rapporto (la tesi e l’antitesi, la probabilità statistica e la probabilità logica, la quantità e la qualità) incrociarsi e fondersi tra loro, intrecciarsi inestricabilmente in un processo di reciproca identificazione, dalla quale scaturisce appunto, nella fattispecie concreta, la sintesi in termini di certezza processuale.

Conscia, difatti, delle specificità che distinguono qualitativamente le scienze sociali come il diritto dalle scienze naturali, nonché degli stessi limiti di queste ultime (come evidenziati prima dal neokantismo, in contrapposizione alle pseudo certezze assolute del positivismo scientifico ottocentesco; e poi dalla moderna epistemologia, in contrapposizione alle rinnovate pseudo certezze del neopositivismo), la Suprema Corte ha spiegato, nella motivazione della citata sentenza (Franzese), che non è “consentito dedurre automaticamente -e proporzionalmente- dal coefficiente di probabilità statistica espresso dalla legge [scientifico-naturalistica n.d.r.] la conferma dell’ipotesi sull’esistenza del rapporto di causalità … Mentre la ‘probabilità statistica’ attiene alla verifica empirica circa la misura della frequenza relativa nella successione degli eventi (strumento utile e talora decisivo ai fini dell’indagine causale), la ‘probabilità logica’, seguendo l’incedere induttivo del ragionamento probatorio per stabilire il grado di conferma dell’ipotesi formulata in ordine allo specifico fatto da provare, contiene la verifica aggiuntiva, sulla base dell’intera evidenza disponibile, dell’attendibilità dell’impiego della legge statistica per il singolo evento e della persuasiva e razionale credibilità dell’accertamento giudiziale”. E su questo condivisibile solco si è posta pure tutta la successiva giurisprudenza della SC, come ad esempio, tra le tante, Cass., IV, 13/2/2008, n. 15558, la quale ribadisce tra l’altro in motivazione che, nella ricostruzione del nesso causale, “il giudice potrà (anzi, dovrà) partire dalle leggi scientifiche di copertura e in primo luogo da quelle statistiche, che, quando esistano, costituiscono il punto di partenza dell’indagine giudiziaria. Però, dovrà poi verificare se tali leggi siano adattabili al caso esaminato, prendendo in esame tutte le caratteristiche specifiche che potrebbero minarne -in un senso o nell’altro- il valore di credibilità … In una tale prospettiva, il dato statistico … ben potrà essere considerato dal giudice, nel caso concreto, ai fini della sua decisione, se riconosciuto come esistente e rilevante, unitamente a tutte le altre emergenze fattuali della specifica vicenda sub iudice” (e salva sempre la verifica relativa all’inesistenza di eventuali fattori alternativi).

Questo è, dunque, il corretto percorso logico e metodologico da seguire nell’ambito del giudizio controfattuale: il Giudice, una volta individuata la legge scientifica di copertura di carattere scientifico-probabilistico (per come ricostruita empiricamente/induttivamente dallo scienziato), deve applicarla/adattarla alla fattispecie concreta ricorrendo al metodo sillogistico-deduttivo (per come elaborato a partire sin dalla logica aristotelica), ma incrociando ed incastrando detto percorso sillogistico-deduttivo con l’incedere induttivo del ragionamento probatorio (metodo induttivo, questo, presente già nella filosofia socratica, come riferisce proprio Aristotele nel distinguere l’induzione dall’abduzione e dalla deduzione, ed in seguito affinatosi attraverso le successive scuole di pensiero), così da giungere in sintesi ad un giudizio fondato su un alto grado di credibilità razionale e quindi sulla certezza processuale.

Ciò posto, deve comunque segnalarsi che il sovraesposto discorso sul nesso eziologico connesso al giudizio di elevata probabilità logica, cui sono pervenute le sezioni unite penali della Cassazione con la nota sentenza Franzese, è stato svolto appunto nel 2002 e quindi ancor prima dell’entrata in vigore dell’art. 5 L. n. 46/2006 sull’“al di là di ogni ragionevole dubbio”. Quest’ultimo principio, una volta codificato, ha oggi ampliato in senso ancor più garantista il discorso sul nesso eziologico, nel senso che ora si richiede (per quest’ultima parte anche in via normativa), ai fini dell’affermazione della sussistenza del nesso eziologico e quindi della penale responsabilità, una elevata probabilità logica, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Ed è qui che le Sezioni Unite civili della Cassazione, con le citate sentenze del 2008 nn. 576, 581, 582 e 584, hanno rimarcato la distinzione tra l’accertamento sulla sussistenza del nesso causale in sede penale e quello in sede civile, per il quale ultimo vale invece la regola del “più probabile che non”. Tra l’altro, quest’ultimo indirizzo era stato preceduto dalle due decisioni (vincolanti, com’è noto, per i Giudici nazionali) della Corte di Giustizia CE, 15/2/2005, n. 12 e 13/7/2006, n. 295, le quali impongono la regola di giudizio, in campo extrapenale, del “sufficientemente probabile” (sostanzialmente equivalente a quella del “più probabile che non”).

Questa adesione da parte della giurisprudenza civilistica alla medesima legge della regolarità causale per come espressa dagli artt. 40 e 41 cp, riallacciandola però al criterio del “più probabile che non” (ossia del “sufficientemente probabile”) anziché a quella dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio”, porta a ritenere sussistente (in campo civile) il nesso eziologico in maniera alquanto più largheggiante rispetto al campo penale. Così, ad esempio, rispetto ad un medesimo fatto, sarà alquanto più facile e ricorrente accertare/affermare in sede civile a fini risarcitori la sussistenza di un sufficientemente probabile nesso eziologico tra la condotta di un medico e l’evento dannoso, rispetto all’accertamento/affermazione della sua responsabilità in sede penale fondato su un’elevata probabilità logica al di là di ogni ragionevole dubbio di sussistenza del nesso eziologico tra la sua medesima condotta ed il medesimo evento dannoso.

Il maggior rigore con cui va valutata la sussistenza del nesso eziologico in campo penale discende, difatti, dal principio generale del favor rei (che permea l’intero ordinamento penalistico -oltre che, ormai, dopo le apposite riforme, anche l’ordinamento amministrativo, ivi incluso quello tributario-, per come espresso in tante norme e per come cristallizzato, a livello costituzionale, pure nella presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27, 2° co. Cost.), avvantaggiandosene dunque il debitore/imputato, laddove in campo civile rilevano invece in pari misura anche le esigenze del creditore/danneggiato. Sicché, mentre la valutazione ai fini penali è e deve essere ispirata, pur nella parità del contraddittorio delle parti (art. 111, 2° co. Cost.), al principio del favor rei (spec. art. 27, 2° co. Cost.) e deve oggi rispondere al criterio dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio” (art. 533, 1° co. cpp), quella in sede civile è e deve essere ispirata invece al principio dell’assoluta parità tra le parti contendenti a prescindere da qualsivoglia favor per una di esse (a parte le ipotesi di favor per il contraente debole nel sistema civilistico, che, peraltro, sono di regola riferibili più al piano sostanziale che a quello processuale) e deve perciò rispondere al criterio meno restrittivo del “più probabile che non” (ossia del “sufficientemente probabile”).

Anzi, sebbene la Cassazione civile abbia approfondito l’illustrato discorso sulla distinzione tra la cennata regola dell’“elevata probabilità logica al di là di ogni ragionevole dubbio” e quella del “più probabile che non” con riferimento alla problematica del nesso di causalità, deve aggiungersi che in campo penale la regola dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio” è riferibile anche agli altri elementi che caratterizzano la tipicità della fattispecie, quali la condotta, l’evento e, più in generale, la valutazione delle prove. Non a caso, la regola dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio” è stata inserita nell’art. 533 cp e, quindi, riguarda non il solo nesso causale, ma l’intero giudizio dibattimentale ed anzi l’intero processo penale, riverberando dunque inevitabilmente i suoi effetti favorevoli all’imputato anche sulle fasi precedenti, quali quella dell’udienza preliminare (cfr. art. 425, 3° co. cpp) e la stessa fase delle indagini preliminari (cfr. art. 125 disp. att. cpp): si vuol dire che, allorquando sia già chiaro in partenza, nella fase delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare, che gli elementi acquisiti risultano insufficienti a sostenere in giudizio un’accusa che possa condurre alla condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio” dell’indagato/imputato (ed allorquando sia già chiaro in partenza che l’eventuale giudizio non sarebbe idoneo ad arricchire o rafforzare il quadro degli elementi a carico di quest’ultimo), il PM ed il GIP hanno rispettivamente l’obbligo di richiedere e disporre l’archiviazione ed il GUP ha a sua volta l’obbligo di pronunciare sentenza di non luogo a procedere, al fine di salvaguardare i principi dell’economia processuale e del giusto processo (art. 111 Cost.) e così di evitarne un prolungamento inutilmente oneroso per lo Stato ed inutilmente pregiudizievole per l’indagato/imputato (obblighi, quelli anzidetti, la cui violazione potrebbe altrimenti integrare anche eventuali ipotesi di dolo o colpa grave a carico del Magistrato).



Né potrebbe fondatamente asserirsi che la regola del novellato art. 533, 1° co. cpp si troverebbe scritta già nell’art. 530, 2° co. cpp, perché allora la novella sarebbe stata completamente inutile ed ultronea. Per cui, la voluntas legis, nell’ambito della novella dell’art. 533, 1° co. cpp, non può che essere stata quella di un rafforzamento ed accrescimento di quanto già scritto nell’art. 530, 2° co. cpp e quindi di un’ulteriore estensione del principio del favor rei, nel senso che, ai fini della condanna, oggi non basta più che una o più prove siano (oltre che non-mancanti e non-contraddittorie) sufficienti (cfr. appunto a contrario il testo dell’art. 530, 2° co. cpp), essendo invece necessario che le stesse siano, nell’ambito della scala che va dall’insufficiente al sufficiente e poi dal sufficiente al buono ed all’ottimo, più che sufficienti ed a tal punto pregnanti da non lasciare spazio ad alcun ragionevole dubbio (art. 533, 1° co. cpp novellato) in favore dell’imputato, il quale oltre tutto è presunto già ab origine come non colpevole (art. 27, 2° co. Cost.). Nell’ambito del libero convincimento del Giudice e del ragionamento probatorio (anche di tipo presuntivo/inferenziale) che ne è alla base, non basta più cioè che le prove a carico prevalgano sufficientemente su quelle a discarico, ma è oggi indispensabile che le prime non lascino spazio a nessun ragionevole dubbio, neanche minimo, che dalle seconde possa eventualmente scaturire. E di tanto il Giudice penale, ove proceda alla condanna dell’imputato, dovrà dare doverosamente conto nell’ambito della motivazione della sentenza, anche a termini dell’ultimo inciso dell’art. 546, 1° co., lett. e cpp.
Per quanto sopra, il ragionamento probatorio e le relative valutazioni e decisioni dovranno dunque differentemente svolgersi ed assumersi, a seconda che una fattispecie (magari anche una medesima fattispecie) debba essere esaminata in sede penale oppure in sede civile. Né costituisce un problema un eventuale contrasto di giudicati derivante dal cennato differente ragionamento probatorio, posto che, di contro, sia la giurisprudenza penale che quella civile concordano sul fatto che, al di fuori delle ipotesi tassativamente indicate (es. gli artt. 651 e ss. cpp, l’art. 3 cpp ecc.), non vi è nel nostro sistema, né a livello costituzionale né a livello subprimario, un principio o una norma che impongano in via generale l’uniformità dei giudicati tra i diversi settori dell’ordinamento giuridico.
Da tutte le sovraesposte considerazioni, si appalesa come, rispetto alla persona offesa, la tutela in sede penale, alla luce dei peraltro condivisibili accresciuti principi di garantismo processuale propri delle moderne democrazie liberali, sia divenuta perciò oggi, un po’ paradossalmente, sotto i segnalati profili meno pregnante di quella in sede civile. La sanzione civile è divenuta di più sicura attuazione rispetto alla sanzione penale. La citazione in sede civile è divenuta, sempre sotto i segnalati profili, una scelta preferibile rispetto alla denuncia o querela in sede penale, le quali ultime potrebbero in molti casi non soltanto non condurre alla condanna dell’imputato, ma anzi condurre alla definitiva perdita per la persona offesa di una tutela anche in sede civile. La quale persona offesa, comunque, pure indipendentemente dalla (mancata) proposizione di una denuncia, in caso d’instaurazione del procedimento penale dovrà vagliare attentamente i profili sopra evidenziati e quindi modulare le sue scelte processuali (sul fornire un supporto all’accusa nel processo penale attraverso la costituzione di parte civile, oppure sul non costituirsi parte civile ma iniziare o proseguire un’autonoma azione civile; sui tempi in cui iniziarla a seconda che siasi in presenza di un giudizio civile di danno o di un giudizio civile diverso da quelli di danno -v. infra-; ecc.).

Specialmente dopo che il principio del favor rei in campo penale è stato rafforzato attraverso la previsione (ad opera dell’art. 5 L. n. 46/2006 cit.) che la sentenza di condanna possa essere pronunciata solo se l’imputato risulti colpevole “al di là di ogni ragionevole dubbio” del reato contestatogli, la persona offesa ed il suo legale dovranno dunque riflettere bene prima di proporre un’eventuale querela o comunque di costituirsi parte civile nel procedimento penale perché, così stando le cose, in molti casi può risultare maggiormente conveniente ed opportuno limitarsi a convenire il danneggiante in sede civile.

Difatti, specialmente dopo la riforma di cui alla citata L. n. 46/2006, come si è visto sarà più facile ottenere una condanna del danneggiante in sede civile che in sede penale. Ove l’imputato venga assolto in sede penale, inoltre, troveranno applicazione in sede civile le regole di cui agli artt. 652 e 654 cpp.

A quest’ultimo proposito, occorre comunque distinguere, posto che, come sottolinea pure la Cassazione civile (cfr. es. Cass., 2/3/2010, n. 4961; Cass., 30/6/2008, n. 17907; Cass., 28/5/2007, n. 12403; Cass., 16/3/2005, n. 5725; Cass., 20/12/2005, n. 1218; Cass., 15/10/98, n. 10207), mentre la sentenza penale irrevocabile di assoluzione nei giudizi civili (a parte quelli amministrativi) di danno fa stato ex art. 652, 1° co. cpp pure ai fini civili nei confronti del danneggiato che sia stato posto in condizione di costituirsi parte civile, anche se di fatto non si sia costituito (salvo che questi abbia esercitato l’azione in sede civile ex art. 75, 2° co. cpp), la sentenza penale irrevocabile negli altri giudizi civili (o amministrativi) diversi da quelli di danno fa stato ex art. 654 cpp (ed alle condizioni di cui alla parte finale di detta norma) anche ai fini civili nei confronti della persona offesa solo se quest’ultima si sia anche effettivamente costituita parte civile, senza che tale differenziazione di effetti possa dar luogo a dubbi di costituzionalità.

Ed allora:

a) per le ipotesi di reati correlabili a giudizi civili diversi da quelli di danno (art. 654 cpp), la persona offesa può avere interesse a non costituirsi parte civile, ma a far valere in sede civile la responsabilità della controparte, stante il più agevole accertamento della responsabilità di quest’ultima in detta sede, come si diceva prima. Tale responsabilità in sede civile potrà magari essere fatta valere anche successivamente (ma provvedendo volta a volta ad interrompere la prescrizione ai fini civili) alla sentenza penale irrevocabile, perché in caso di mancata costituzione di parte civile la sentenza irrevocabile penale di assoluzione come si diceva non farà stato in sede civile (art. 654 cpp), mentre, se dovesse invece pervenirsi ad una sentenza penale irrevocabile di condanna, questa farà stato anche in sede civile nei confronti dell’autore del reato ai sensi dell’art. 651 cpp;

b) per le ipotesi di reati perseguibili a querela correlabili a giudizi civili di danno (art. 652 cpp), la persona offesa/danneggiata può ugualmente avere interesse a non costituirsi parte civile per i già spiegati motivi (più agevole accertamento della responsabilità della controparte in sede civile), ma ciò non basta, perché, se essa è stata comunque posta in condizione di costituirsi parte civile, allora, al fine di evitare gli effetti in sede civile dell’eventuale giudicato penale di assoluzione, dovrà altresì (art. 652, 1° co., ult. parte cpp) proseguire (o iniziare e proseguire) l’azione in sede civile nei confronti del danneggiante (autore del presunto reato) o comunque iniziarla quando non è più ammessa la costituzione di parte civile a termini degli artt. 79 e 484 cpp (ma prima che venga pronunciata la sentenza penale di I° grado, ad evitare la sospensione necessaria di cui all’art. 75, 3° co. cpc).

Potrebbe porsi (ma in concreto non si pone, per quanto si dirà oltre) a questo punto il problema della sospensione del giudizio civile in pendenza di quello penale, ossia della pregiudiziale penale rispetto al giudizio civile, sul quale punto la giurisprudenza civile di legittimità è divisa tra tre orientamenti.

Secondo il primo indirizzo (affermato da Cass., ss.uu., ord. 5/11/2001, n. 13682; Cass., III, ord. 4/11/2004, n. 21132; Cass., III, ord. 15/7/2005, n. 15014; Cass., ord. 12/7/2007, n. 15657), oltre i casi di sospensione necessaria espressamente previsti dall’art. 75, 3° co. cpp, il processo civile può essere sospeso anche se tra esso ed un processo penale sussista il rapporto di pregiudizialità di cui all’art. 295 cpc (o se la sospensione sia prevista da altra specifica norma), sempre che la sentenza penale esplichi efficacia di giudicato nel giudizio civile ai sensi degli artt. 651-652 cpp o 654 cpp. Questo indirizzo, però, risulta contraddetto nei giudizi di danno dal comb. disp. degli artt. 75, 2° co. e 652, 1° co. cpp, perché l’inizio o prosecuzione dell’azione civile ex art. 75, 2° co. cpp impediscono l’estensibilità del giudicato penale in sede civile (cfr. art. 652, 1° co., ultima parte cpp), sicché, proprio per questo motivo, non può farsi luogo a sospensione del giudizio civile ex art. 295 cpc, non ricorrendo un caso di pregiudizialità penale.

Secondo altro indirizzo, invece, al di fuori delle ipotesi di sospensione necessaria espressamente previste dall’art. 75, 3° co. cpp, il processo civile non può essere sospeso per una pregiudiziale di ordine penale (il comb. disp. degli artt. 295 e 297, 1° co., ultima parte cpc parrebbe riferirsi solo alle pregiudiziali di ordine civile o amministrativo), ispirandosi i rapporti tra i due processi al principio generale di autonomia, sicché gli stessi proseguono parallelamente senza alcuna possibilità di influenza del secondo sul primo e con obbligo del giudice civile di accertare autonomamente i fatti (in tal senso, cfr. es., da ultimo, Cass., ord. 9/1/2009, n. 317; e v. pure Cass., III, ord. 12/6/2006, n. 13544, avente ad oggetto un giudizio civile di natura risarcitoria, come si evince dalla motivazione; sempre in termini, cfr. Cass., II, ord. 15/3/2006, n. 5767, che aggiunge che ogni provvedimento di sospensione del processo è sempre impugnabile ex art. 42 cpc, quale che ne sia la motivazione).

Infine, secondo un terzo indirizzo, intermedio tra i primi due, occorre distinguere i giudizi civili di carattere restitutorio/risarcitorio (che sono tendenzialmente dominati dal principio dell’autonomia delle giurisdizioni e quindi dal divieto di sospensione del processo civile al di fuori delle due ipotesi tassative di sospensione necessaria previste dall’art. 75, 3° co. cpp) da tutti gli altri giudizi civili, i quali ultimi sono invece retti ex art. 211 disp. att., coord. e trans. cpp dall’esigenza della prevenzione della possibile contraddittorietà di giudicati. Anche la sospensione di questi ultimi giudizi ex art. 295 cpc (come novellato dall’art. 35 L. n. 353/90) non potrebbe pertanto mai essere facoltativa, ma solo e sempre necessaria (al pari di quella ex art. 75, 3° co. cpp di cui si è detto sopra), pur essendo comunque subordinata alle due condizioni dell’avvenuto esercizio dell’azione penale e della rilevanza ed opponibilità del giudicato penale formatosi a seguito di giudizio dibattimentale ex art. 654 cpp (in termini, Cass., I, 13/5/97, n. 4179; Cass., I, ord. 16/12/2005, n. 27787; e v. pure Cass., ord. 29/4/2009, n. 10054 e Cass., 3/7/2009, n. 15641, anche se queste ultime sembrano configurare la sospensione ex art. 295 cpc come facoltativa e non necessaria).

A ben vedere, comunque, nelle ipotesi di cui si sta qui trattando il problema della sospensione del processo civile per pregiudiziale penale non si pone in concreto.

Difatti, quanto ai giudizi civili diversi da quelli di danno, si è già detto (sub a) che la persona offesa avrebbe interesse ad agire in sede civile solo successivamente alla sentenza penale irrevocabile, e quindi il problema di una sospensione del giudizio civile per pregiudiziale penale non può porsi in alcun modo.

Quanto invece ai giudizi di danno, si è parimenti visto come sia il secondo che il terzo dei sovraesposti indirizzi ne escludono la sospendibilità per pregiudiziale penale (salve le ipotesi di cui all’art. 75, 3° co. cpp, che però qui non rilevano perché si è già detto che la persona offesa avrebbe interesse a non costituirsi parte civile ed a iniziare l’azione civile prima della pronuncia della sentenza penale di I° grado), laddove il primo indirizzo risulta contraddetto dal comb. disp. degli artt. 75, 2° co. e 652, 1° co. cpp, perché l’inizio o prosecuzione dell’azione civile ex art. 75, 2° co. cpp impediscono l’estensibilità del giudicato penale in sede civile (cfr. art. 652, 1° co., ultima parte cpp), sicché, proprio per questo motivo, non può farsi luogo a sospensione del giudizio civile ex art. 295 cpc, non ricorrendo un caso di pregiudizialità penale.


In definitiva e concludendo, come si è fin qui ampiamente esposto, il ragionamento probatorio, specialmente al giorno d’oggi, dopo la sentenza Franzese, dopo le citate decisioni della Corte di Giustizia CE e dopo la novella di cui alla L. n. 46/2006, muta (e muta anche se esso sia in ipotesi riferito ad una medesima fattispecie concreta) spostandosi in senso favorevole al danneggiante (o comunque al debitore) autore del reato in contestazione, ove venga appunto sviluppato nel procedimento penale. Ne consegue che il danneggiato (o comunque il creditore) vittima del reato in contestazione, a parte le ipotesi in cui ritenga necessario o maggiormente opportuno fornire un supporto all’accusa mediante la costituzione di parte civile nel procedimento penale (ma con tutti gl’illustrati rischi che questa scelta comporta ai fini della tutela civilistica), ha quindi interesse a che il ragionamento probatorio venga sviluppato nel procedimento civile, senza che quest’ultimo tipo di accertamento resti imbrigliato dagli effetti del giudicato penale ai sensi degli artt. 651 e ss. cpp, di cui si è innanzi trattato.






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