Fede, speranza e carità radice della nostra presenza nell’oggi aspetti teologici, antropologici e socio-spirituali La presenza è diretta conseguenza dell’esistenza, espressa nell’ovvia considerazione: «Esisto, quindi ci sono»



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Convegno CIIS regione Lombardia

Brescia, 16-17 novembre 2013

Don Mauro Orsatti
FEDE, SPERANZA E CARITÀ

RADICE DELLA NOSTRA PRESENZA NELL’OGGI

Aspetti teologici, antropologici e socio-spirituali

La presenza è diretta conseguenza dell’esistenza, espressa nell’ovvia considerazione: «Esisto, quindi ci sono». Il tipo di presenza può variare all’infinito, c’è quella visibile e quella invisibile, quella discreta e quella rumorosa, quella delicata e quella irruente…

Anche i consacrati laici sperimentano nel mondo una loro provvidenziale presenza, voluta e guidata dallo Spirito. Li troviamo operativi in tutti i settori della vita civile, accanto a uomini e donne di ogni razza, cultura, credo religioso. Sono portatori di molti doni, quelli sorgivi attinti al patrimonio genetico e familiare, quelli acquisiti con l’impegno e l’esercizio, quelli carismatici ricevuti dallo Spirito per un utilizzo pubblico ed ecclesiale.

Il nostro interesse si fissa su fede, speranza e carità, virtù teologali comuni ad ogni cristiano, da vivere però nello specifico di ogni singola vocazione. Ci lasciamo istruire dalla Parola di Dio – concretamente dalla figura di Abramo per ciò che concerne fede e speranza (primo punto) e dall’inno di Paolo per la carità (secondo punto). Le riflessioni maturate dovrebbero alla fine, sia confermarci e radicarci in alcune linee esistenziali ed operative già attive nella nostra vita, sia stimolarci ad un processo imitativo per aprire strade nuove e, se necessario, anche audaci (terzo punto). Il tutto sarà suggellato dalla proposta di un comune proposito attuativo.



1. ABRAMO, UN VECCHIETTO CHIAMATO A FARE IL GIOVINCELLO, MODELLO DI FEDE E DI SPERANZA

Abramo è con Mosè e Davide tra personaggi più citati nella Bibbia. Di lui si conosce la fede illimitata che sarà celebrata nella lettera di Giacomo (2,21-24) e più ancora da Paolo nella lettera ai Romani (4,1-25); a lui si attribuisce l'ambito titolo di amico di Dio (Is 41,8; Corano 4,124) e il riconoscimento di profeta (Gn 20,7). Alcune notizie storiche e biografiche ci consentono di compilare la sua “carta d’identità”:


Nome: Abramo (= padre di una moltitudine)

Luogo e data di nascita: Harran/Ur (Mesopotamia) in un anno imprecisato del secolo XIX a.C.

Residenza: dove il Signore chiama

Stato civile: coniugato con Sara

Professione: patriarca

Segni particolari: capostipite del popolo, modello di fede e di speranza


Abramo è nomade perché si sposta, cambia, si adatta alle situazioni, Lo potremmo identificare come un vecchietto chiamato a fare il giovincello. La sua vita è piena di frizzante novità, esemplare ed attraente anche per noi, oggi, distanti da lui quasi quattromila anni.

Tra le molte pagine bibliche che parlano di lui, ne scegliamo una, legata alla località di Mamre (Gn 18,1-33), dove avviene un singolare incontro con la divinità. Dio arriva con un passo felpato, delicato e silenzioso, in cerca di ospitalità. Un viandante bisognoso di aiuto. Così almeno appare ad un primo momento. Non è sempre così. Non dimentichiamo l’abilità trasformista di questo Dio. Se tante volte ha una discrezione infinita: «Sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20), altre volte presenta il conto salato di esigenze quasi impietose, per esempio, quando chiede ad Abramo di lasciare tutto per avventurarsi in una terra sconosciuta: «Il Signore disse ad Abram: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gn 12,1), o quando, al limite della crudeltà, gli chiede il sacrificio del figlio Isacco, nato miracolosamente nella vecchiaia (cf Gn 22).


Breve presentazione di Gn 18,1-33

A Mamre fu scritta una delicata pagina della storia della salvezza. Leggiamo il cap. 18 della Genesi, dividendolo in due parti: i vv. 1-16 descrivono la misteriosa visita di tre personaggi ad Abramo, i vv. 17-33 la comunicazione di Dio ad Abramo del suo progetto di punire Sodoma e la conseguente intercessione del patriarca a favore della città peccatrice.


Prima parte: Gn 18,1-16

1Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. 2Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. 4Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto».
6Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». 7All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.
9Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». 10Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, dietro di lui. 11Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. 12Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». 13Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: “Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia”? 14C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio». 15Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma egli disse: «Sì, hai proprio riso».
16Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall’alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli.

Assistiamo ad uno strano duetto tra il singolare e plurale: alcune volte Abramo tratta con una persona sola, altre volte con tre. Lo vediamo da questo specchietto:

v. 1: Il Signore apparve

v. 2: Tre uomini

v. 3: «Mio Signore» dice Abramo

vv. 4-9.16: ritorna il plurale

vv. 10.13: troviamo ancora il singolare
L’enigmatico modo di procedere ha trovato diverse soluzioni interpretative, nessuna pienamente convincente. Ne elenchiamo tre:

- Potrebbero essere due messaggeri con Dio (cf v. 22). In effetti, poco più avanti, in Gn 19,1 si parlerà di due angeli.

- Il Midrash1 vi legge tre angeli che identifica con Michele, Gabriele e Raffaele.

- La tradizione posteriore vi ha letto la Trinità, soprattutto a partire dalla famosa icona di Andrej Rubliev2, il solo lavoro interamente e senza dubbio attribuito a lui. L’Icona della Trinità, conservata presso la Galleria statale di Tret’jakov di Mosca, è conosciuta anche come l’Ospitalità di Abramo. L’artista sa combinare due tradizioni: un profondo ascetismo e l’armonia classica di derivazione bizantina. Le sue pitture trasmettono sempre una sensazione di pace e di calma, a tal punto che, dopo alcuni anni, la sua arte arrivò ad essere percepita come l’ideale della pittura religiosa. Nel 1551, a Mosca, il Concilio dei Cento Capitoli stabilì che l’iconografia di Rubliev era il modello per ogni pittura ecclesiastica.


Seconda parte: Gn 18,17-33

17Il Signore diceva: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, 18mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? 19Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso». 20Disse allora il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. 21Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!».
22Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. 23Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? 24Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? 25Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». 26Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». 27Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: 28forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». 29Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». 30Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». 31Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». 32Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».
33Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.

Letterariamente sono riconoscibili: un intermezzo (v. 22), e una conclusione (v. 33). Il corpo centrale è divisibile a sua volta in due sezioni.



  • prima sezione: vv. 17-21: Dio fa partecipe Abramo del suo progetto di distruggere Sodoma.

  • seconda sezione: vv. 23-32: serrato dialogo tra Dio e Abramo con la contrattazione: 50, 45 (il testo parla di «50 meno 5»), 40, 30, 20, 103.

Il racconto corre sul filo dell’ortodossia: Abramo sembra più misericordioso di Dio, gli richiama i suoi doveri di giustizia, come se fosse uno che li dimentica o li trascura… L’arditezza teologica è al servizio dell’idea che l’intercessione, ieri come oggi, fa breccia nel cuore di Dio.

Abramo è uomo di fede perché relazionato a Dio con un atteggiamento di fiducia e di abbandono. Sa di poter contare su di Lui e tenta l’impossibile per salvare la città minacciata. Spera di poter far qualcosa e tenta, come può, di arginare il male contrapponendo il bene. Il messaggio è chiaro nella sua ingenua semplicità: pochi buoni possono fare da contrappeso a molti malvagi e li possono salvare dalla distruzione. Potremmo dire che Abramo manifesta anche delicato interessamento, genuino amore, verso gli altri. Non si accontenta di stare bene da solo, di vivere in una nicchia protettiva. Sente la responsabilità anche degli altri.

Per capire l’amore di Abramo e il valore dell’amore in generale, ci rivolgiamo a un altro testo biblico, un famoso passo del Nuovo Testamento che canta l’amore con uno stupendo inno.


2. LA VITA? UN CANTO DI AMORE (1COR 13)

Un famoso filosofo, il francese Cartesio, pronunciò un giorno una frase latina divenuta famosa: Cogito, ergo sum (Penso, dunque esisto). Sacrosanta verità. Il pensiero distingue l’uomo dagli animali, lo rende capace di un progetto lungimirante. Tuttavia, con un pizzico di ardore misto a presunzione, mi permetto di cambiare, quasi di correggere, l’affermazione del filosofo, modificandola così: Amo, ergo sum (Amo, dunque esisto). La vita vale nella misura in cui è riempita di amore, quello in entrata e quello in uscita: ho bisogno assoluto di essere amato (ricevere amore), ho bisogno di amare qualcuno (donare amore). Credo che l’idea trovi facilmente un consenso unanime. Il difficile sorge appena cerchiamo di individuare e di precisare che cosa si nasconda dietro la parola “amore”, una delle più gettonate ma anche delle più abusate del vocabolario.

Non vogliamo perderci nel dedalo delle molteplici definizioni e correre subito ad attingere alla Parola di Dio. Paolo ci ha regalato una sublime pagina che parla dell’amore, lo esalta e anche lo precisa. Leggiamo il testo di 1Cor 13,1-12:
1Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

2E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

3E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

4La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. 7Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

8La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. 12Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.

13Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!
Paolo tratta della carità scrivendo ai cristiani di Corinto. È una comunità vivace e birichina, gloria e spina dell'Apostolo, per molti aspetti affine a tante nostre comunità ecclesiali. Quello di Corinto è un esempio da riprendere e da rimediare, perché noi oggi viviamo gli stessi problemi: difficoltà a costruire la comunione nella diversità, tentazione di manipolare la fede a servizio di interessi contrapposti, infiacchimento degli ideali e assuefazione alla mediocrità, visione particolaristica dei problemi, perdita del senso rivoluzionario della croce che mette sotto accusa la nostra ricerca frenetica del benessere e del piacere, crisi dell'autorità e ribellione all'interno stesso della Chiesa. Insomma, la carità più volte scricchiola e rischia di cedere sotto il peso delle difficoltà.

A Corinto si assisteva ad una spasmodica ricerca dei doni dello Spirito – i cosiddetti carismi - più appariscenti, come il parlare in lingue. Ciò serviva a mettere sul piedestallo dell’attenzione pubblica la persona che aveva quel dono, dimenticando che lo Spirito regala i suoi benefici al singolo, perché lo metta a disposizione di tutti (cf 1Cor 12,7), e non perché ne meni vanto o si metta in posizione privilegiata sugli altri. Simile atteggiamento contravviene il significato profondo del carisma e causa lacerazione nella comunità. Paolo mette ordine e fa chiarezza, mostrando che tutti i carismi sono utili, ma alcuni più degli altri. Al vertice sta il carisma dell’amore.

Il cap. 12 si era concluso con una serie di interrogativi che mostravano la diversità dei carismi. Il versetto finale esortava a ricercare quelli più grandi e l'annuncio della «via migliore» fa da transizione, quasi da titolo tematico, al cap. 13, dedicato all'elogio dell'amore.

La composizione si articola in tre sezioni, di cui la prima (vv. 1-3) e la terza (vv. 8-13) creano un confronto o antitesi tra l'amore e altro, ovviamente a tutto vantaggio del primo. Nella seconda (vv. 4-7) troviamo la descrizione dell'amore, una sorta di "radiografia", affidata a quindici qualifiche.



Breve commento

Proponiamo un breve commento rispettando le tre parti in cui è articolato il brano paolino.





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