Filippo Greggio, Tesi di laurea, 06/06/2013



Scaricare 122.37 Kb.
Pagina1/5
30.12.2017
Dimensione del file122.37 Kb.
  1   2   3   4   5

Filippo Greggio, Tesi di laurea, 06/06/2013

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA

Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di laurea in Filosofia

Pierre Hadot: La Maieutica tra Oriente e Occidente

Relatore:

Prof. Adone Brandalise

Tesi di Laurea di

Filippo Greggio

Matricola n.

619757


ANNO ACCADEMICO 2012 / 2013


Dedico questo lavoro a tutti coloro che negli anni

mi hanno influenzato verso la Filosofia;

Ciò che sono è grazie a loro.

S O M M A R I O

Introduzione pag. 5
1. La Maieutica nella sua accezione occidentale: pag. 9
1.1 La Maieutica in Socrate: pag.13
2. La Maieutica in Oriente e i suoi parallellismi con la stessa dell'Occidente pag.22
2.2 La religione, le pratiche, gli aspetti comuni: pag.30
3.Migliaia di modi per definire la stessa cosa: pag.33
4. Conclusioni: pag.37
5. Bibliografia: pag.38

« Tutto ciò che è, sotto qualsiasi modalità si trovi, avendo il suo principio nell'Intelletto divino, traduce o rappresenta questo principio secondo la sua maniera e secondo il suo ordine d'esistenza; e, così, da un ordine all'altro, tutte le cose si concatenano e si corrispondono per concorrere all'armonia universale e totale, che è come un riflesso dell'Unità divina stessa. »(René Guénon, Il Verbo e il Simbolo, gennaio 1926, ora in Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, p. 22)


Introduzione:
Pierre Hadot (1922-2010), studioso del pensiero greco e del neoplatonismo, fu direttore dell'École pratique des hautes études dal 1964 al 1986 e detentore, dal 1982, della cattedra di storia greca e filosofia classica presso il Collège de France, istituzione che lo nominerà professore emerito nel 1991. Le sue ricerche hanno segnato profondamente non solo gli studi sulle opere filosofiche antiche e sulla letteratura patristica, ma anche, soprattutto negli ultimi trent’anni, il dibattito internazionale sul concetto e il significato della filosofia: Principalmente si interessò di filosofia antica, e soprattutto del rapporto tra la Filosofia Greca e la sua ricezione da parte della Letteratura Latina. La  tesi principale di Hadot, che troviamo esposta principalmente in “Esercizi Spirituali e Filosofia antica” e “Che Cos’è la Filosofia Antica”, è che la filosofia è nata, nell’antichità greca, come stile di vita, ovvero come la saggezza del saper vivere , ed il metodo di trasmissione di questo saper vivere, nell’unità di teoria e prassi. Diversamente da come cominciò a svilupparsi a un certo punto della storia occidentale, a quell’epoca la filosofia viene vissuta non come mera riflessione teorica fine a se stessa, ma come pratica di elevazione. La Filosofia Greca e quella che le scuole filosofiche romane ereditano serve appunto alla trasformazione dell’essere umano in ogni ambito quotidiano del suo ‘ethos’. Il presente elaborato ha come obiettivo l'analisi della maieutica come esercizio spirituale, nella prospettiva del filosofo Pierre Hadot, a partire dalla figura di Socrate per poi individuare i tratti comuni con le più note correnti di pensiero sia occidentali che orientali.

"All'inizio il problema era per me di spiegare le incoerenze - apparenti - dei filosofi. [...] sono arrivato a pensare che queste apparenti incongruenze si spiegavano col fatto che i filosofi antichi non cercavano innanzitutto di presentare una teoria sistematica della realtà, ma piuttosto di insegnare ai loro discepoli un metodo per ben orientarsi tanto nel pensiero quanto nella vita."1

La principale lotta e missione di Hadot, che l'ha successivamente e lo sta attualmente facendo considerare dalla comunità internazionale in maniera crescente un pensatore rinnovatore, fu proprio quella di riportare i testi del pensiero antico nel loro contesto storico, in una prospettiva che si mettesse a dialogare con quei testi per scoprire cos'altro avessero da insegnare, anziché - come egli criticò i colleghi a suo tempo - analizzarli con le nostre categorie metodologiche e gnoseologiche, rischiando di sminuire la 'potenza' del pensiero di un antico, solo perché non tratta od espone gli argomenti che tratta come noi oggi faremmo. Nel dialogo con il testo, non dobbiamo solo vederne il contenuto rapportato al suo contesto storico-culturale, a cui si riferisce, o comprenderlo sulla base delle nostre categorie di pensiero: dovremmo fare entrambe le cose. "Per Hadot,[...] leggere un testo antico tentando di praticare la virtù dell'obbiettività, diviene un esercizio spirituale, ossia un distacco da sé, un superamento dei propri pregiudizi e presupposti, delle proprie abitudini implicite, se non cieche. L'attività di leggere è così in grado di suscitare un cambiamento della visione del mondo" 2, dal proprio a quello di chi scrisse, e da questo a una visione che li comprende entrambi. Nel metodo analitico dell'esegesi operata da Pierre Hadot, per comprendere la logica del testo la chiave non è solo nel percorso che l'autore ci espone, ma anche in ciò che l'autore non ci dice, per i motivi che possono essere ad esempio le sue finalità, o il pubblico a cui si rivolge, piuttosto che l'inutilità di specificare un concetto o un fatto comuni nell' ethos in cui l'opera andrà a influire; Non si deve scordare che le opere filosofiche del passato sono scritte per trasmettere un sapere formativo, particolare, in un’associazione mutualistica basata sul parallelismo tra questo sapere e gli esercizi spirituali. Infatti, Questi esercizi agiscono in tutte le facoltà dell’individuo, e in questo modo, con la pratica in se stesso, l’allievo stesso sperimenta su di sé la ‘teoria’ dell’opera filosofica. La filosofia, così intesa, appare come la connessione di più parti, interdipendenti in quanto l’una permette di cogliere appieno l’altra, per questo oltre agli esercizi “l’attività filosofica nell’antichità conservò sempre una forte componente orale, soprattutto dal momento in cui si organizzò intorno ad una scuola”3 :

<>4

Solo successivamente lo scritto venne introdotto, a partire dal V secolo a.C., in quanto “poteva essere un ulteriore sussidio nell’illustrare le norme e le procedure generali che si impara ad applicare solo nel rapporto interpersonale con il maestro e alle quali ci si può riferire anche quando si è ormai lasciato il maestro” 5; Inoltre lo scritto aveva la finalità della lettura pubblica, ed esso non sostituì mai l’oralità, vero mezzo di trasmissione ed elaborazione del sapere filosofico. Solo molto più avanti lo scritto ebbe la funzione di supporto come ‘memoria fedele’ e quindi come ‘conservazione tendenzialmente inalterata’ di un dialogo, una storia od un evento.6

“Non si può trattare un testo antico come un testo contemporaneo, si rischia di deformarne completamente il senso. E’ l’errore che commettono spesso i filosofi analitici, che trattano i filosofi senza nessuna distanza storica. Si direbbe quasi che si stupiscano del fatto che, stranamente, Aristotele abbia ignorato i Principia Mathematica di Russell e Whitehead. Credo che la prima qualità di uno storico della filosofia, e fors’anche un filosofo, sia possedere senso storico.” 7

Per dirlo con Bernardo di Chartres: "Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane ", ma di certo non vediamo le stesse e non dovremmo mai pensarci meglio di tali giganti, perché non avendo tali occhi non sappiamo se loro nelle minori cose che scorgono non abbiano altre migliori qualità.

L'umiltà verso gli antichi come metodo per imparare a leggerli, ha permesso ad Hadot una visione più onesta delle opere stesse, un incontro più diretto e forse oggettivo, di chi non vuole imporsi su un testo ma, invece, lasciarvisi riflettere8. La semplicità e le enormi applicazioni e intuizioni che questa metodologia può portare alla luce hanno reso Hadot una influenza decisiva tra i suoi contemporanei (tra i quali spicca Michel Foucault) , principalmente per i paragoni del mondo degli antichi con quello dei giorni nostri. In un testo inedito riguardo i corsi di filosofia nell'antichità disse: "La loro caratteristiche principale sta nel fatto che lo scegliere questa o quella scuola consiste nello scegliere un modo di vita. Possiamo paragonarlo alla situazione del moderno apprendista filosofo, che non diventa filosofo per aver scelto un modo di vita, ma fa filosofia perché è parte del programma dell'ultimo anno di scuola superiore, ed è un caso se incontra un professore sostenitore di questa o quella scuola filosofica . Nell'antichità, invece, l'apprendista filosofo cerca la scuola filosofica che preferisce" 9;

Inoltre, se il filosofo è - come dall'etimo - l’amante della sapienza, che per ricercarla vive nella comunità creatasi attorno la scuola o il Maestro stesso10, questa sapienza nata da queste relazioni è di necessità superiore alle altre sapienze particolari:

“ È giusto anche chiamare la filosofia (philosophian) scienza della verità, poiché di quella teoretica è fine la verità, mentre di quella pratica è fine l'opera (ergon, L’ergon secondo Verità è praxis); se anche infatti i (filosofi) pratici indagano come stanno le cose, essi non considerano la causa per sé, ma in relazione a qualcosa ed ora.”11

Non si tratta per gli antichi di una scienza perfettibile, come sarebbe l’odierno progresso, ovvero nel senso di teorie scientifiche induttive smentibili dall’esperienza, ovvero come direbbe Carl Popper, «La base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di ‘assoluto’. La scienza non poggia su un solido strato di roccia […]. È come un edificio costruito su palafitte» 12. Nessun nuovo elemento porta a rivedere e ricostruire ‘il Sistema’: Questo ‘Sistema’ è qualcosa di oggettivo. La scienza della filosofia diviene l’insieme delle pratiche che permettono di coglierlo, e tra queste - come accennato precedentemente - la sperimentazione (e quindi verifica) , prima della ‘trasformazione’ stessa, tramite certe tipologie di esercizi, della realtà rappresentata nell’opera filosofica. Ogni Maestro e Scuola, focalizzandosi su uno o più aspetti del ‘Sistema’ stesso, fornirà il proprio modo di rappresentarlo a chi vuole carpire questa sapienza, fornirà a tali studenti i mezzi per ‘varcarne i confini’ e coglierlo. Tutte le rappresentazioni diventano così perfettibili ma non raggiungeranno mai il ‘Sistema’ stesso, manterranno quello che in matematica è un comportamento asintotico, un’incognita che tende a un punto senza mai raggiungerlo all’infinito, in quanto per cogliere il sistema è l’allievo stesso a dover mutare, a trasformarsi, e modificare le proprie percezioni e poter cogliere il ‘Sistema’. Questo processo, che richiede la collaborazione di entrambe le parti –ovvero chi vuole cogliere e chi aiuta a cogliere - è chiamato “la Maieutica”.



1. La Maieutica nella sua accezione occidentale:
Il termine nasce con Socrate: Il termine <> viene dal greco maieutiké: Letteralmente, sta per " l'arte dell'ostetricia", ma l'espressione è metaforica: come la levatrice porta alla luce il bambino, Socrate portava alla luce le piccole verità dal discepolo13.

Non si tratta però solo del maestro che "tirava fuori" dall'allievo i suoi pensieri assolutamente personali, o anche indotti: Questi pensieri dovevano corrispondere a Verità, doveva l'allievo cogliere delle verità che sono già presenti in lui, che sono presenti in tutti, e il Maestro in questo non è altro che un buono specchio, che con domande giuste mostra all'allievo ciò che egli solo non riusciva a vedere.14 La maieutica più efficace è quindi anche quella più cangiante, e cioè capace di rendersi relativa agli interlocutori.



Tutto questo successivamente scomparve; Il cristianesimo fu capace di una penetrazione massiccia delle masse inevitabilmente preclusa ai filosofi: il messaggio evangelico era esteso universalmente, con la possibilità per chiunque di raggiungere la salvezza, mentre i filosofi reali erano rappresentati come condizioni eccezionali. “Nel suo Discorso di Verità, composto verso il 180, il pagano Celso aveva obiettato ai cristiani che, accogliendo gli ignoranti, gli incolti, le donne e gli schiavi, essi si mostravano ostili alla paidéia. In tal modo egli esprimeva l’atteggiamento diffuso tra i filosofi, per i quali la conversione alla filosofia, ossia la forma più alta di vita, era sempre un evento destinato a pochi e caratterizzato da un netto distacco rispetto alla vita consueta dei più.”15In pratica in quell’epoca di mutamenti sociali, era come se professando il cristianesimo, chiunque potesse accedere al ‘rango’ di filosofo, ovvero aver percezione della Verità, ma senza passare dalla Maieutica. I filosofi non potevano negare questa legge, e vennero bollati per superbi elitari dalla propaganda cristiana, quando il messaggio di fondo, delle scuole filosofiche e della religione cristiana, era lo stesso. Eppure “fin dagli inizi i cristiani furono convinti che il vero bìos è quello cristiano. Il filosofo pagano non poteva più apparite come modello di vita.[…] i filosofi avevano sovente ravvisato nella meraviglia di fronte alle cose la molla che spinge a filosofare.[…]Ma con il crescere del peso assegnato alla divinità in ogni iniziativa, la meraviglia aveva cominciato a trasformarsi anche in ambienti pagani in <>. Per Ireneo di Lione e Tertulliano la curiosità dei filosofi diventa la matrice delle eresie teologiche e l’ignoranza vicina a Dio risultava incomparabilmente superiore alla condizione del dotto, ma blasfemo nel porre problemi che non bisogna porre o nel ricercare ciò che non è necessario sapere (Si ravvisano qui gli aspetti stessi che portarono Socrate ad essere malvisto dalle istituzioni della sua città).<>. E altrove: << Noi non abbiamo bisogno di curiosità dopo Cristo né indagini dopo il Vangelo>>. Nel cuore della curiosità filosofica si annidano la superbia e il desiderio di gloria nella presunzione di aver scoperto la Verità. Ma <>” 16. La Maieutica, ove non venne inglobata successivamente nella chiesa stessa, o in alcune sue ‘eresie’, scomparve lentamente. Questa breve digressione ci permettere di comprendere meglio la differenza dell’allievo dell’antichità che analizziamo, e quindi i modi di porsi di quei Maestri, e la modernità. Per quanto riguarda l'insegnamento, dal XIII secolo -ovvero da quando nacque- “Quello che caratterizza le università dal Medioevo fino ai giorni nostri, è che rilasciano dei diplomi universitari, soprattutto quelli rilasciati dalla Facoltà di Teologia, che permettevano di ottenere benefici ecclesiastici molto cospicui. Nei secoli successivi e fino ai giorni nostri, i diplomi universitari permettono di accedere a diverse carriere […]. Le motivazioni dello studente medioevale o moderno sono quindi molto diverse da quelle dello studente antico. Per quest’ultimo, si trattava di fare una scelta di vita o di acquistare una cultura generale (spesso preparatoria a carriere politico-giudiche), per lo studente medioevale o moderno si tratta di passare gli esami, a scopo di lucro.”17 Ma in altre parti del mondo, il Sistema venne scelto di essere rappresentato non in opere filosofiche, ma nell’arte e nei simboli, ed esempi abbastanza evidenti di questo sono i Mandala o gli Yantra indiani, i giardini Zen (Karesansui) giapponesi, o il Taijitu cinese. Tutti questi simboli sono una maniera visiva per esporre allegoricamente tramite una rappresentazione – e quindi un particolare - alcuni aspetti della Verità o alcuni metodi per raggiungerla 18 19. La Verità viene presentata come una realtà altra, un Sistema dietro al mondo comune intrasmissibile e incomunicabile, se non tramite l'esperienza diretta dello stesso. Alcuni di queste rappresentazioni come il Mandala o le arti Zen -di cui in particolare l’Ensō- nel loro stesso prodursi sono esercizio spirituale e quindi forse, anche testimonianza del livello di saggezza raggiunto.

Riassumendo, la maieutica nel contesto della Grecia antica fu l'arte di scovare la Verità (infatti in questo si articola l’indagine filosofica) tramite il dialogo, ovvero l’esercizio dialettico, anche se vi sono diversi tipi di maieutica. Gli esercizi spirituali20 erano presenti in ognuna delle scuole filosofiche del passato21 22: anzitutto era molto diversa la concezione di filosofo: "Tutti coloro che esigono un lavoro su se stessi e una trasfigurazione della visione del mondo possono essere considerati filosofi." 23 Era inoltre diversa la concezione delle opere filosofiche: "che siano dialoghi, come le opere di Platone, che siano scritte in funzione di lezioni, come quelle di Aristotele, che siano trattati, come le opere di Plotino, commenti, come quelle di Proclo, le opere dei filosofi non possono essere interpretate senza che si tenga conto della situazione concreta in cui sono nate: si emanano da una scuola filosofica, nel senso più concreto del termine, da una scuola in cui il Maestro forma discepoli e si sforza di portarli a trasformare e realizzare se stessi. l'opera riflette dunque preoccupazioni pedagogiche, metodologiche."24 "Il discorso sulla filosofia non è la filosofia.[...] Le teorie filosofiche sono al servizio della vita filosofica. [...] Nell'epoca ellenistica e romana la filosofia si presenta dunque come un modo di vivere, come un'arte della vita, come una maniera di essere. In effetti la filosofia antica aveva questo carattere, almeno a partire da Socrate.[...] La filosofia antica propone all'uomo un'arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta anzitutto come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato a specialisti." 25 Quasi a dire che, nell’antichità, il vero discorso filosofico è episteme. "Il fatto è che esiste un corso dell'insegnamento filosofico, fondato sul progresso spirituale. Non si leggono gli stessi testi ai principianti, ai progredienti e ai perfetti, e anche le nozioni che compaiono nei commenti sono in funzione delle capacità spirituali degli ascoltatori." 26 Queste citazioni ci permettono di entrare nell'ottica del contesto a cui farò riferimento, "all'idea che le opere filosofiche dell'antichità non fossero composte per esporre un Sistema, ma per produrre un effetto formativo: il filosofo voleva far lavorare lo spirito dei suoi lettori o ascoltatori perché si ponessero in una certa disposizione" 27, e lo cogliessero essi stessi in loro stessi. Inoltre "parlare di semplice <> per indicare gli esercizi filosofici dell’antichità equivale a ignorare l’importanza e il significato di tale fenomeno. Come abbiamo detto prima questi esercizi intendono realizzare una trasformazione della visione del mondo e una metamorfosi dell’essere. Dunque hanno un valore non solo morale, ma esistenziale. Non si tratta di un codice di buona condotta, ma di una maniera di essere nel senso più forte del termine. E quindi la denominazione di <> è in ultima analisi la migliore, poiché sottolinea come si tratti di esercizi che impiegano tutto lo spirito."28

Ciò detto finora ci permette di capire non solo che possono essere esistite moltissime scuole in cui il Maestro non abbia voluto lasciare nulla di scritto, proprio per il metodo d'insegnamento della scuola, 29 ma anche che moltissime aporie, e incoerenze ma anche differenziazioni delle scuole dei filosofi antichi siano per noi dovute al fatto che manchiamo di gran parte degli insegnamenti che solo un maestro poteva saper dosare relativamente a ciascun allievo.30 "Accade che il filosofo, scrivendo, prolunghi l’attività di guida spirituale che esercita nella sua scuola: allora l’opera si rivolge a un discepolo determinato che occorre esortare o che si trova in una particolare difficoltà. O ancora l’opera è adattata al livello spirituale e mentale dei destinatari. Ai principianti non si espongono tutti i dettagli del Sistema, che si possono svelare solo ai progredenti. Soprattutto l’opera , anche se evidentemente teorica e sistematica, è scritta non tanto per informare il lettore in merito a un contenuto dottrinale, quanto piuttosto per formarlo, facendogli percorrere un certo itinerario nel corso del quale progredirà spiritualmente. Questo procedimento è evidente in Plotino e Agostino. Tutte le digressioni, le riprese, i détours dell’opera sono allora elementi di formazione. Quando si affronta un’opera filosofica dell’antichità si deve sempre pensare all’idea del progresso spirituale. Per i platonici, ad esempio, anche la matematica serve a esercitare l’anima a elevarsi dal sensibile all’intelligibile. Il piano di un’opera, la forma della sua esposizione possono sempre corrispondere a tali preoccupazioni."31 Ammettendo la possibilità della Verità, ecco che sembra apparire come chiara la possibilità che ogni Scuola di ogni tempo avesse come unico scopo la trasfigurazione spirituale dell'allievo, e che le varie differenze che notiamo nel tecnicismo delle parole, in realtà si riferiscano ad uno stesso concetto di cui però abbiamo perso una visione univoca. Come se ogni scuola dovesse in un certo senso rispondere alle esigenze del tempo e del contesto in cui si presenta, e riformulare il suo linguaggio in base a questo. Oltre a questa differenziazione, un punto d'arrivo non necessariamente presuppone un'unica via. E' facile pensare che ogni Maestro abbia avuto un suo metodo proprio di aiutare i suoi allievi, determinati esercizi specifici basati sui suoi allievi e i fattori sopracitati.32





    1. La Maieutica in Socrate:

Detto ciò, passiamo alla figura di Socrate, come esempio di ciò che è stato detto: “la missione di Socrate consiste nell’invitare i suoi contemporanei a esaminare la loro coscienza, a preoccuparsi dei loro progressi interiori: <33.

Socrate, nella sua figura di Maestro 34, sfrutta il dialogare comune come un esercizio spirituale 35, costringendo, in un certo senso, qualsiasi suo interlocutore ad <> 36: “Nel dialogo socratico l’interlocutore di Socrate non impara nulla, e Socrate non ha la pretesa di insegnargli qualcosa; d’altronde continua a ripetere, a chi vuole sentire, che la sola cosa che sappia è di non sapere nulla. Ma, come un tafano instancabile, Socrate assilla i suoi interlocutori con domande che li mettono in questione, che li obbligano a fare attenzione a sé stessi, a preoccuparsi di sé” 37. Questo ovviamente viene riconosciuto 38, e altrettanto ovviamente a non tutti può piacere essere costretti a fare i conti con la propria ignoranza; un esempio eccellente è il dialogo dell'Eutifrone:

Nell' Eutifrone, questi si incontra con Socrate nell'Arconte (Il magistrato del tempo): Socrate è lì perché accusato da Meleto di empietà e corruzione dei giovani. Eutifrone invece è lì per citare suo padre per omicidio: Il padre ha infatti litigato con un servo, e l'ha imprigionato in attesa dell'arrivo di un ufficiale (interprete delle leggi) per sapere che fare, ma abbandonandolo a se stesso, ha lasciato che morisse di fame, dal freddo, dalle catene.39 si legge:

" EUTIFRONE: Or mio padre e gli altri di casa sono in su le furie con me, perch'io per vendicare un micidiale accuso lui, ch'è mio padre, di omicidio.- E poi non l'uccise, - soggiungono: - l'avesse fatto, non era un micidiale quell'altro? che c'è dunque da pigliarsene? non è empietà un figliuolo perseguitare il padre? - non conoscendo li sciocchi che cosa è secondo religione il santo, che cosa è l'empio.

SOCRATE: Per Giove, credi tu, Eutifrone, saperne tanto di religione e di ciò ch'è santo ed empio, che, se la è come tu di', non ti batte il core al dubbio aver a fare un'empietà accusando tuo padre?" 40

A questo punto Socrate, da buon Filosofo di Verità, secondo almeno il lato pratico della vita degli antichi – ovvero la prospettiva di Hadot -, sa che Eutifrone in realtà non sa ciò che dice, non sa ciò che fa, e non sa neanche perché agisce, e dunque, facendo dell'ironia socratica (così come la intende Pierre Hadot41), finge di non sapere cosa sia il santo e l'empio, così da farlo dire a Eutifrone stesso, fino a mostrargli che crede di sapere, ma non sa. Questo semplicemente è il suo metodo per dire, non dicendo nulla, ciò che pensa possa essere utile, in questo caso ad Eutifrone. "Socrate si sdoppia: da un lato c’è il Socrate che sa in anticipo come finirà la discussione, ma dall’altro c’è il Socrate che percorrerà il cammino, tutto il cammino dialettico col suo interlocutore. Quest’ultimo non sa dove lo conduca Socrate. È l’ironia. Il Socrate che cammina insieme al suo interlocutore esige incessantemente un accordo totale di quest’ultimo. Assumendo come punto di partenza la posizione di questo interlocutore, gli fa ammettere, a poco a poco, tutte le conseguenze di tale posizione. Esigendo ogni istante questo accordo, che si fonda sulle esigenze razionali del Logos, oggettiva il cammino comune e porta l’interlocutore a riconoscere che la sua posizione iniziale era contraddittoria." 42 Socrate, così facendo, lo costringe a dare una definizione di ‘santo’, al che Eutifrone definisce santo ciò che sta facendo, accusare chi commette del male; Ma Socrate gli fa notare di non aver risposto, ma di aver dato un esempio particolare di azione santa, ma di non essere andato all'essenza del santo come concetto universale. Eutifrone darà quindi una seconda definizione di santo:" Ciò che è caro agli Iddii è santo; ciò che no, empio." Ma Socrate gli farà confessare che per certi dei una cosa sarà santa, per altri lo sarà un'altra e per alcuni la stessa sarà empia, così che alcune cose potranno essere sia sante che empie. A questo punto Eutifrone sembra chiudersi in sé, quando sembra giustificarsi dicendo: "Ma in questa faccenda, cioè se convenga punire un che ammazza un altro a torto, son sicuro, Socrate, che nessun degli Iddii dissente dall'altro."43

In questo frangente Socrate con la dialettica sua propria 44 suggerisce a Eutifrone la correzione alla definizione su cui poi proseguire la maieutica riguardante il pio e l'empio: ovvero che è santo, è ciò che gli dei amano, e ciò che odiano è empio. Ma concordato questo, inizia a insinuare di nuovo il dubbio: una certa azione è pia ( buona e santa) perché è gradita agli dèi oppure è gradita agli dèi perché è pia? Questo punto è importante: o una o l'altra. Mentre dice questo, ricorda a Eutifrone che gli aveva promesso una definizione:

SOCRATE: "Mi pare, o Eutifrone, che avendoti io dimandato che è il santo, tu non mi voglia manifestare la essenza sua, ma dirmene solo qualche accidente, come, per esempio, quello d'essere amato da tutti gl'Iddii; ma quel che sia il santo in sé, non me l'hai detto fino a ora. Di grazia, non me lo nascondere, e dimmi daccapo che cosa è il santo, o che sia amato dagl' Iddii, o che patisca alcun altro accidente; che su questo non vogliam disputare. Via, lesto, il santo che è, e che è l'empio?" 45

Ormai Eutifrone inizia a cedere:

EUTIFRONE: "Ma, Socrate, non ti so dir neppur io quel che penso. Ogni proposizione ci fa la giravolta e non vuol stare dove la si mette."

Dopo aver scherzato un po', Socrate riprende:

“SOCRATE: Basta! Dacché mi pari un po' delicato, via, ti vo' dare io una mano, suggerendoti come mi hai a insegnare in cotesta cosa del santo, perché io non vo' che ti stracchi. Guarda, ti par necessario sia giusto tutto ciò ch'è santo?

EUTIFRONE: sì.

SOCRATE: E forse tutto quel ch'è giusto è anche santo? o tutto quel ch'è santo è giusto, e quel ch'è giusto non è tutto santo, ma parte sì, parte no?

EUTIFRONE: Ma io non ti tengo dietro, Socrate.

SOCRATE: E pur tu se' giovane tanto più di me, quanto più savio. Ma ho ragione io! quel che ti stanca è il gran carico di scienza che tu hai addosso. E sforzati un poco, via, beato omo, che alla fine non ci vuol poi molto a intendere quel che dico io. Io dico l'opposto di quel che disse il poeta: Di Giove fattore e vivificatore dell'universo non vuoi tu cantare; perché dov'è paura, là è vergogna. " 46.

Ora Socrate ha definitivamente preso le redini del dialogo,47 e cerca di mostrare a Eutifrone in maniera subdolamente più diretta perché non riesce a rispondere 48: Egli non sa le basi su cui agisce.49 "Il gran carico di scienza che ha addosso" gli impedisce di vedere la verità sul santo e l'empio, e la scienza che ha è proprio ciò che lo rende savio, ed è il suo credere di sapere cos'è l'empio e il savio 50 51. Se ammettesse che crede, ma non sa, potrebbe avanzare verso la Verità; Socrate sembra suggerirgli già anche il motivo per cui non ammette ciò che è sempre più palese: come specificherà dopo, l'opposto non lo intende nella sua citazione in "vuoi cantare", ma nell'ordine "perché dov'è paura, là è vergogna"; considerando "Giove fattore e vivificatore" come Verità, ecco che Socrate dice: "Della Verità non vuoi tu cantare, perché dove è la vergogna, lì è la paura." Infatti Eutifrone si vergogna a ammettere che non sa un argomento di questo peso, proprio ora che si era vantato di saperlo più di altri che lo criticavano. Ha paura della Verità, per questo non la vede. In conseguenza alla dialettica socratica, Eutifrone dirà che ciò che è santo sia la parte del giusto che riguarda il culto degli dei, e quella che guarda al culto degli uomini sia l'altra parte. Socrate gli mostrerà come così dicendo egli intenda dire che coi culti gli uomini migliorino gli dei. Sempre più spiazzato, Eutifrone si correggerà dicendo che intendeva il culto come servizio, come servi col padrone: ma per cosa gli dei abbisognerebbero degli uomini? a questo punto Socrate propone una definizione allo ormai scoraggiato Eutifrone.
SOCRATE: " Dunque la santità sarebbe ella scienza di dare e chiedere agl'Iddii, stando a questo ragionamento?"52
Ora Eutifrone sembra sicuro di questa definizione, ma ragionandoci su, ecco che la santità può essere vista come un'arte di mercanteggiare, ma unilateralmente in quanto solo gli uomini ne giovano, che gli dei non han bisogno di nulla.
"SOCRATE: E che cosa diamo noi dunque agl'Iddii allora che doniamo?

EUTIFRONE: Che altro credi, se non venerazione, onore, e come dicevo dianzi, giocondità e diletto?

SOCRATE: Dunque ciò che diletta è il santo; ma non è né ciò ch'è utile, né ciò ch'è caro agl'Iddii.

EUTIFRONE: Anzi io credo, che sia la cosa a loro più cara."

Dalla risposta di Eutifrone Socrate getta una trappola: ciò che conta è il santo. Ma questo non è né utile né caro agli dei. Eutifrone dirà che è la cosa più a loro cara su tutte. Così dicendo torna al punto che si era stabilito prima: una certa azione è pia perché è gradita agli dèi oppure è gradita agli dèi perché è pia?

"SOCRATE: Oh! non ti se tu accorto che il nostro discorso a furia di girare là è tornato di dove si fu mosso? Ti ricordi che a principio il santo e ciò ch'è caro agl'Iddii non ci parvero medesimi, ma diversi? O non te ne ricordi?

EUTIFRONE: sì!

SOCRATE: E or vedi; non ti contraddici a dir: santo è ciò ch'è caro agl'Iddii ossia ciò che amato è dagl'Iddii, ch'è il medesimo: o no?

EUTIFRONE:Vero.

SOCRATE: Dunque delle due cose è l'una, non se n'esce: o si sbagliava allora, o si sbaglia ora.

EUTIFRONE: Pare così.

SOCRATE: Dunque s'ha a veder da capo che è il santo, che insino a tanto che non l'avrò imparato, io ti starò ai panni. Ma non mi sprezzare: mettici stavolta tutta l'attenzione e mi di' proprio il vero; che se è al mondo uomo dotto, sei tu; e come Proteo non convien ti lasci scappare, insino a che tu non parli. Se tu non conoscessi chiaro che è il santo e l'empio, per un oprante non piglieresti ad accusar reo di morte quel vecchio di tuo padre: ma avresti paura dello scoppio dell'ira degl'Iddii, al dubbio non fosse la tua una cosa scellerata, e saresti arrossito in faccia agli uomini. Ecco perché io son sicuro che tu sei sicuro del fatto tuo. Deh, parla, bravo Eutifrone, e non mi tener più nascosto ciò che ne pensi.

EUTIFRONE: A un'altra volta, Socrate: ho furia; l'è ora ch'io vada."53

Eutifrone scappa da Socrate. Scappa così anche alla Verità; non vuole proseguire il discorso, non vuole potenzialmente ammettere che non sa ciò che dice, ha paura di farlo. Il dialogo si interrompe; d'altronde non potrebbe continuare, in quanto nel dialogo deve essere rispettata una regola fondamentale: dire la Verità, per quanto dura sia. 54“Lo sforzo dialettico di fatto è una salita comune verso la verità e verso il bene <>55. D’altra parte agli occhi di Platone ogni esercizio dialettico, precisamente perché è sottomissione alle esigenze del ‘Logos’, esercizio del pensiero puro, allontana l’anima dal sensibile e le permette di convertirsi alla ricerca del bene.” 56. Un altro dialogo in particolare evidenzia l'importanza di questa regola, e che senza di essa nessun guadagno sarebbe possibile: Citerò ora un estratto decontestualizzato del Gorgia, ai fini della mia trattazione:


“SOCRATE: Forse, allora, provare piacere non equivale a stare bene, e provare dolore non equivale a stare male, sicché il piacere risulta essere altra cosa dal bene.

CALLICLE: Io non capisco i sofismi che fai, o Socrate!

SOCRATE: Li capisci eccome, o Callicle, ma fai lo gnorri. Ma fa' ancora un passo avanti, perché tu sappia quanto sei saggio ad ammonirmi! Ciascuno di noi, nel bere, non cessa forse di aver sete e al tempo stesso di godere?

CALLICLE: Non capisco quello che dici.

GORGIA: Così non va affatto bene, o Callicle! Piuttosto, rispondi anche nel nostro interesse, perché il ragionamento approdi a una conclusione.

CALLICLE: Ma Socrate è sempre il solito, o Gorgia! Egli domanda e confuta piccolezze e cose di poco conto!

GORGIA: E che cosa te ne importa? In ogni caso, non è tua la colpa, o Callicle. Lascia invece che Socrate confuti come vuole.

CALLICLE: Ebbene, domandami pure queste tue piccolezze e queste tue meschinità, visto che a Gorgia piace così!

SOCRATE: Sei stato fortunato, o Callicle, ad essere iniziato ai grandi misteri, prima che ai piccoli 57. Non pensavo che fosse consentito. Rispondi, dunque, da dove ti sei interrotto, se è vero o no che ciascuno di noi cessa al tempo stesso di avere sete e di godere.” 58

Callicle è il perfetto esempio di chi s'è invischiato in un argomento che dimostra la sua ignoranza 59, che ne ha vergogna, paura o difficoltà d’ammissione, ma per la situazione in cui avviene il dialogo, egli non può "scappare" come Eutifrone, così che prima scherza sulla persona di Socrate, e poi cerca in tutti i modi di non rispondere, fino a che, ripreso da Gorgia, è costretto a proseguire il dialogo controvoglia, con risposte brusche e di un assenso molto sintetico , con alcune eccezioni:

"CALLICLE: E da un pezzo, o Socrate, che ti sto a sentire, dandoti il mio assenso, riflettendo che, quando uno anche per scherzo ti faccia una qualsiasi concessione, tu, contento di essa, te la terresti stretta come fanno i bambini. E così tu pensi che io o un altro qualsiasi degli uomini non consideriamo alcuni piaceri migliori di altri, e alcuni piaceri peggiori di altri.

SOCRATE: Ahi, ahi! O Callicle! Sei proprio un briccone e mi tratti come un bambino, talora dicendomi che le cose stanno in un certo modo, tal altra, invece, dicendomi che le stesse cose stanno in un modo diverso, ingannandomi. Eppure non pensavo, all'inizio, che sarei stato deliberatamente ingannato da te, credendo che tu mi fossi amico. Ora, invece, mi è stato provato che avevo torto e, a quanto pare, bisogna che io, secondo l'antico detto, faccia buon viso a cattivo gioco e prenda quello che mi viene dato da te. Ebbene, quello che ora affermi, a quanto sembra, è che vi sono piaceri buoni e piaceri cattivi. O no?"60

"CALLICLE: Io no, ma te la do vinta, perché il tuo ragionamento arrivi a una conclusione e per fare un piacere a Gorgia"

SOCRATE: E i medici, nella maggior parte dei casi, non permettono forse a chi è sano di appagare i propri desideri, come mangiare quanto si vuole quando si ha fame o bere quando si ha sete, mentre a chi è malato non permettono quasi mai di saziarsi di ciò che desidera? Sei d'accordo anche tu su questo?

CALLICLE: Sì.

SOCRATE: E a proposito dell'anima, o carissimo, non è lo stesso? Finché essa sia malvagia, essendo stolta, dissoluta, ingiusta ed empia, bisogna tenerla alla larga dalla soddisfazione dei desideri e non lasciarle fare altre cose da quelle che la rendano migliore. Approvi o no?

CALLICLE: Lo approvo.

SOCRATE: Forse perché così è meglio per l'anima stessa?

CALLICLE: Certamente.

SOCRATE: E il tenerla alla larga dalla soddisfazione dei desideri non equivale forse a castigarla?

CALLICLE: Sì.

SOCRATE: Ma, allora, l'essere castigata è per l'anima meglio che l'essere lasciata alla sua sfrenatezza, come tu poco fa pensavi.

CALLICLE: Non so che dici, Socrate. Interroga pure un altro!

SOCRATE: Quest'uomo non sopporta che gli si faccia del bene, e di subire ciò di cui si sta parlando, vale a dire di essere castigato.

CALLICLE: Non m'importa nulla delle cose che dici, e ti ho dato queste risposte solo per fare un piacere a Gorgia.

SOCRATE: E sia! Che cosa dovremo fare, allora? Vuoi che lasciamo il ragionamento a metà?

CALLICLE: Dovresti saperlo tu!

SOCRATE: Dicono, però, che non sia lecito lasciare a metà neppure i miti, ma solo dopo aver dato loro una testa, perché non vadano in giro senza testa. Rispondi dunque anche a ciò che rimane, perché il nostro ragionamento possa avere una testa.

CALLICLE: Quanto sei prepotente, o Socrate! Ma, se vuoi darmi retta, lascia perdere questo ragionamento, o dovrai trovarti qualcun altro con cui discutere!” 61

“CALLICLE: Non so come, ma mi sembra che tu dica bene, o Socrate, e tuttavia provo lo stesso sentimento della maggior parte della gente: non sono del tutto persuaso di quello che dici!



SOCRATE: È l'amore per il popolo, o Callicle, che risiede nella tua anima, a farmi opposizione. Ma se esaminassimo meglio, più di una volta, queste stesse cose, finiresti per persuadertene. Cerca, dunque, di ricordare come dicevamo che esistono due mezzi per curare l'uno e l'altra, ossia il corpo e l'anima, e che uno si occupa di essi mirando al loro piacere, mentre l'altro se ne occupa mirando a ciò che è meglio per essi, non assecondando i loro desideri ma contrastandoli 62. Non erano queste le cose che allora definimmo?” 63
Come si può leggere da questi estratti, Socrate, come educatore dell'anima, si appresta anche a "castigare", beninteso a fin di bene, l'interlocutore, pur di manifestargli la situazione in cui è, a differenza di quella in cui crede di essere. Qui è ben mostrata la natura di esercizio del dialogo: "Ciò che conta non è la soluzione di un problema particolare, è il cammino percorso per raggiungerla, cammino dove l'interlocutore, il discepolo, il lettore, formano il loro pensiero, lo rendono più atto a scoprire da solo la Verità [...]. Il tema del dialogo dunque conta meno del metodo che vi è applicato, la soluzione del problema vale meno del percorso in comune per risolverlo."64 Inoltre, ogni discorso socratico viene sapientemente indirizzato verso argomenti come l’importanza di Essere (per diventare partecipi della Verità), il Bene e il Giusto (nella dottrina delle idee platonica mezzi di conoscenza), la Virtù (la pratica delle opere giuste) , verso insomma, all'importanza ontologica della Verità e i suoi aspetti: "Infatti, se uno si mette a sentire i discorsi di Socrate, all'inizio, gli sembreranno addirittura ridicoli, come sono tutti inviluppati per il di fuori, da termini e da sentenze, una specie di pelle di satiro petulante; infatti, non fa altro che parlare di asini da soma, di fabbri, di sellai, di conciatori e sembra che dica sempre le stesse cose, tanto che se uno non se ne intende o è uno sciocco, gli riderebbe dietro. Ma se cerchi di aprirli, i suoi discorsi, e di guardarvi dentro, prima di tutto ti accorgerai che sono i soli, tra tutti, ad avere un loro senso profondo, poi che sono addirittura divini, ricchi di ogni virtù possibile e immaginabile, volti al sublime o meglio a ciò che deve tener presente chi voglia divenire ‘bello e buono’."65 66 <>.” 67 Per concludere l'analisi su Socrate, come si disse lui stesso nella famosa Apologia: "Allora qualcuno potrebbe dire: - Socrate, ma non riuscirai a vivere stando zitto e tranquillo, una volta allontanatoti da noi? - Convincere qualcuno di voi su questo è la cosa più difficile di tutte. Perché se vi dico che un simile comportamento è disubbidienza al dio e perciò è impossibile, voi non mi credete e pensate che faccia finta e se vi dico ancora che il più gran bene che può capitare a una persona è discorrere ogni giorno della virtù e del resto, di cui mi sentite discutere e indagare me stesso e gli altri - una vita senza indagine non è degna di essere vissuta - voi mi credete ancor meno. Ma è così come dico, cittadini, per quanto non sia facile convincervene." 68 “Il merito di Socrate , ai suoi occhi, è di essere stato un pensatore esistente, non un filosofo speculativo che dimentichi che cosa sia esistere.“ 69 “Socrate non ha un sistema da insegnare. La sua filosofia è interamente esercizio spirituale, nuovo modo di vita, riflessione attiva, coscienza vivente. “ 70



Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale