Filippo Mazzotti Patto costituente: una spinta verso IL futuro



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02.02.2018
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Filippo Mazzotti

Patto costituente: una spinta verso il futuro

GUARDARE AL FUTURO

Il giorno in cui una comunità si ritrova a cercare la ragione della sua esistenza farà bene a non cercarla alle sue spalle, in un passato che spesso la divide più che unirla, ma di fronte a sé.

Se esiste, infatti, una forza più potente dell’identità storica, culturale, che accomuna un paese, quella forza è la speranza in un comune futuro migliore.

Un futuro in cui siano rimossi gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana. La Costituzione non è stata voluta e scritta perché fosse una linea del Piave ma un punto di partenza. Non è altro che la promessa di una società nuova.

REGOLE, OBIETTIVI E LIMITI

Molta attenzione, nel discorso pubblico, viene dedicata alla necessità di aggiornare le regole con cui le istituzioni operano per accrescerne la forza decisionale e la sua tempestività. Ma un patto costituzionale non è fatto solo di aspetti organizzativi, di modelli istituzionali, di regole. Se non vogliamo che queste regole, per quanto migliori, restino qualcosa di astratto o di neutro, se vogliamo che esse siano funzionali a quella promessa allora dobbiamo sapere che accanto ad esse occorrono obiettivi cui tendere, ed occorrono limiti da rispettare.

Gli obiettivi

CONSERVATORISMO ISTITUZIONALE E CONSERVATORISMO SOCIALE

Scardinare il conservatorismo istituzionale ha senso se sappiamo scorgere il conservatorismo sociale, gli interessi ben concreti che si celano dietro la retorica dell’intangibilità della Costituzione.

Non riuscire a decidere, del resto, serve a mantenere intatte le gerarchie sociali. Restituire forza decisionale alle istituzioni, perciò, serve a poco se non abbiamo un obiettivo, appunto, un modello di società da realizzare. E questo presuppone, secondo il metodo riformista, un’adeguata lettura dei mutamenti sociali.

CAMBIAMENTI SOCIALI E NUOVE DISUGUAGLIANZE

Il welfare che abbiamo ricevuto in eredità corrisponde ad un mondo che non esiste più, perché a mutare sono stati innanzitutto gli assetti produttivi. L’organizzazione fordista della produzione non è più la sola né la prevalente e perciò il lavoro dipendente, oggi, non può essere ricondotto alla figura tradizionale dell’operaio massa perché contiene forti elementi di capacità individuale, di iniziativa, di conoscenza.

Il lavoro manuale, al contrario, è spesso più presente nell’ambito del lavoro autonomo e in quelle piccole imprese in cui il padrone spesso partecipa allo svolgimento materiale del lavoro, e spesso non è che un ex dipendente che si è messo in proprio.

E fra questi due cardini tradizionali si colloca un area molto vasta di lavoro atipico in cui le stesse differenze fra lavoro autonomo e dipendente tendono a sfumare.

Restare trincerati su di un welfare pensato sulla figura tipo del lavoratore dipendente inserito in grandi strutture pubbliche o private, come vorrebbero i settori più conservatori non solo del sindacato, ma anche della parte meno dinamica del mondo imprenditoriale, significa negare la funzione stessa del welfare.

Se la geografia dei bisogni e quella delle risorse smettono di coincidere anziché ridurre le disparità se ne creano di nuove. Nuovi fattori di disuguaglianza. Nuovi ostacoli economici e sociali che è compito del riformismo rimuovere.

DA UN WELFARE COMPENSATIVO E PASSIVO AD UN WELFARE TESO AL POTENZIAMENTO INDIVIDUALE

Quello che abbiamo conosciuto fin qui è un welfare passivamente compensativo di disuguaglianze che nascono per l’operare di forze collettive astratte - il capitale, le classi – infinitamente superiori alla dimensione individuale: se il lavoro è sfruttamento, una pura prestazione di tempo e fatica in cambio di denaro, allora ciò che occorre è abbreviare il più possibile la fase della vita durante la quale si lavora.

Il dogma italiano del pensionamento precoce –che ha contribuito poco alla giustizia e molto al debito pubblico – in fondo si spiega tutto così.

A questo approccio va contrapposto un modello che sappia individuare le condizioni di bisogno come emergono da una società complessa. E che passi dall’impostazione passiva alla valorizzazione della capacità di autorganizzazione individuale e collettiva dei lavoratori. Un modello che ha il suo cardine nel potenziamento delle capacità individuali, nell’elevazione professionale dei lavoratori di cui parla l’articolo 35 di una costituzione molto celebrata a parole e poco praticata nei fatti.

SOGGETTI, STRUMENTI, DESTINATARI

Il sostegno al reddito, non solo per la disoccupazione ma anche per gli altri fattori di bisogno – la malattia, la maternità, l’alloggio, la non autosufficienza che rappresenta la vera sfida di una società in via di ulteriore invecchiamento – non possono più basarsi sul solo versante pubblico universalista. Sia perché un vincolo di bilancio sempre più stringente lo impedisce, sia perché esso risulta troppo astratto ed incapace di cogliere situazioni molto differenziate.

Occorre agevolare l’accesso a prestazioni integrative, non solo previdenziali, che sono oggi appannaggio dei soli ceti più agiati, cioè di quelli che ne hanno meno bisogno.

Occorre inoltre favorire lo sviluppo di quelle prestazioni sociali aggiuntive, in denaro o in servizi, che le parti sociali liberamente stabiliscono in sede negoziale, a livello nazionale, locale o aziendale: assicurazioni sanitarie, sostegno integrativo al reddito in caso di disoccupazione, formazione professionale, asili nido, aiuti per l’alloggio, la cui proprietà rappresenta forse la vera linea di demarcazione fra il benessere e lo stato di necessità.

Occorre infine recuperare il ruolo assistenziale degli enti locali, gli unici che possono garantire un presidio adeguato del territorio soprattutto nel sostegno alla condizione di non autosufficienza, con lo sviluppo dell’assistenza domiciliare, in sinergia con il sistema sanitario.

Più che prevedere nuovi diritti soggettivi che si traducono in maggior spesa diretta e irrigidiscono il bilancio dello Stato, perciò, dobbiamo agevolare fiscalmente i comportamenti virtuosi, individuali e collettivi. Sia perché una realtà sociale multiforme richiede forme di assistenza il più possibile personalizzate. Sia perché la necessità di ampliare il welfare non deve comportare una crescita del prelievo sul lavoro che rappresenta il vero rischio tanto per l’occupazione quanto per il livello dei salari, ma semmai coniugarsi con la sua riduzione.

Lo strumento fiscale, inoltre, è il solo che può intercettare quelle categorie che sono sconosciute al welfare tradizionale. Mi riferisco a quei cittadini che vivono ai margini del mercato del lavoro, in bilico fra l’inattività, la disoccupazione e la sottoccupazione: i cosiddetti scoraggiati, i giovani, ed i working poor.

Anche in Italia, come negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia e recentemente in Svezia, va istituito un Premio per il lavoro, sotto forma di imposta negativa per i soli redditi da lavoro molto bassi. Un rimborso da riservare, per un periodo limitato, ai giovani e a chi ha minori a carico, purchè inizino a conseguire un piccolo reddito.

Può apparire cinico riconoscere un credito d’imposta a chi ha un reddito, benchè ridotto, e negarlo a chi non lo ha affatto. Ma una prospettiva riformista si muove nel senso opposto a quello deresponsabilizzante del reddito minimo d’inserimento: fra i tanti che hanno bisogno si deve privilegiare chi fa qualcosa per meritarlo.

Gli strumenti di cui abbiamo bisogno sono diversi perché diverse sono le forme della produzione e diversi, perciò, sono i canali attraverso i quali nasce l’ingiustizia.

E se il termine può sembrare desueto, il concetto purtroppo è più attuale che mai.

I limiti

FISCAL COMPACT E PAREGGIO DI BILANCIO

Se l’obiettivo di una grande riforma non può che essere quello di un approccio moderno all’eguaglianza, che ha senso solo se tende ad un accrescimento del benessere collettivo, il limite rimane quello della libertà.

Assistiamo in questi anni, sia in Italia che soprattutto in Europa, ad un processo che, sotto le spoglie dell’emergenza economica, mette in discussione l’ancoraggio stesso del potere decisionale alle dimensione democratico rappresentativa.

I vincoli paralleli del fiscal compact e, in chiave interna, della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio sono questioni che vanno ben oltre l’ambito della politica economica strettamente intesa: nello stato odierno la politica di bilancio rappresenta il baricentro di qualunque scelta.

Non è in discussione il dovere reciproco che gli Stati europei hanno di mantenere in ordine i conti pubblici per non danneggiarsi a vicenda. Semmai lo sono regole dogmatiche ed arbitrarie ed automatismi numerici che non vedono nella sana gestione finanziaria un mezzo per liberare risorse destinate alla crescita ed alla solidarietà, ma un fine in sé, come se i conti dello Stato come soggetto giuridico, ed i conti del Paese, come comunità, fossero due realtà indipendenti l’una dall’altra, delle quali conta solo la prima.

REAGIRE ALLA NEUTRALIZZAZIONE DELLA POLITICA

Una simile impostazione finisce per neutralizzare e svilire la politica, nazionale ed europea, sottraendole la sua ragion d’essere: il compito di scegliere e di assumersi la responsabilità delle scelte.

Se la politica, benché all’interno di un quadro sostenibile in cui sono disinnescate le bombe di profondità che minano la spesa pubblica, i veri fattori che causano il debito – la previdenza, la sanità, il pubblico impiego, la finanza locale -, non può più nemmeno alleviare il carico fiscale sui redditi da lavoro bassi, se non può estendere temporaneamente gli ammortizzatori sociali in un frangente di emergenza occupazionale, se non può disporre la realizzazione a livello locale di opere pubbliche che migliorino l’attività economica delle imprese e la vita dei cittadini, allora non è più politica ma amministrazione. E non le rimane che assistere in silenzio ad una contesa, che si svolge fuori dalle istituzioni ed a volte fuori dai confini, fra nomenklature, spezzoni di borghesia, brandelli di establishment.

Perché se è la fisiologia stessa della democrazia, e non la sua patologia, ad essere considerata incompatibile con l’adozione di scelte responsabili.

Se essa richiede periodiche sospensioni, più o meno formali, che i nuovi assetti minacciano di rendere permanenti.

Se il solo obiettivo che rimane è quello di essere dei buoni pagatori allora il solo limite che rimane è quello del mantenimento dell’ordine pubblico.



E rischiamo di avere migliori regole decisionali quando da decidere non sarà rimasto più nulla e tutto consisterà nell’esecuzione pedissequa di scelte univoche e necessitate imposte dall’alto, magari scritte in qualche altra lettera segreta. E quel buon funzionamento delle istituzioni che invochiamo per perseguire l’interesse generale a scapito di lobby, interdizioni e poteri forti, finirà per contribuire a servirli meglio.





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