Flauto di Pan


Il relativismo culturale e crisi della Lobby ebraica negli USA



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Il relativismo culturale e crisi della Lobby ebraica negli USA
«La nostra epoca ha bisogno della vera sapienza per umanizzare tutte le nuove scoperte dell’umanità. Il destino futuro del mondo è in pericolo se non si formano uomini più istruiti in questa sapienza...» Gaudium et Spes, 15
«Non possiamo dimenticare che la signoria sul mondo si fonda sulla supremazia dello spirito sulla materia, della persona sulle cose, della morale sulla tecnica»

Redemptor hominis, 16


È un espediente tipico del neoliberismo, che la Chiesa si guarda bene dal combattere esplicitamente, come possiamo costatare nell’Italia d’oggi, nella quale il potere, nelle sue forme reali ed alla faccia di tante roboanti parole, è ampiamente controllato dalle forze clericali. Si tratta di mettere in opera una sequenza d'interventi programmati di carattere psicologico, atti a cancellare dalla mente delle persone sottoposte al trattamento il passato. Esemplare per la denuncia che vi è contenuta, il libro di Naomi Klein, "The shock doctrine. The rise and fall of disaster capitalism". Parte del libro è dedicata alla carriera del noto economista Milton Friedman. Negli anni cinquanta questo deleterio personaggio aveva elaborato all’Università di Chicago, dove insegnava, la sua teoria delle libertà globali. In seguito fu guida di Pinochet, della Thatcher, Reagan, dei due Bush, di Blair e di Sarkozy. L’aspetto più sconvolgente descritto dalla Klein è l’effetto d’elettroshock sui singoli, dirigendo ed orchestrando il crollo economico, smantellando tutte le precedenti infrastrutture sociali, programmando con cura un periodo di povertà e di panico, quindi facendosi cinicamente avanti con false promesse. Ma questa minaccia che pende sulla struttura psicofisica di una buona fetta dell’Umanità non preoccupa più di tanto la Chiesa, che ha altre gatte da pelare. In un altro libro pubblicato di recente, ("Scacco al potere", di Amy Goodman, Nuovi Mondi Media) è ampiamente documentato l’incredibile volume di reticenze e falsità che i Media propinano ad un’autentica "massa" d’anestetizzati. Niente immagini né cronache sugli ospedali stracolmi di feriti, sulle comunità irachene devastate, sui corpi delle vittime dei bombardamenti, sui bambini rimasti orfani e senza casa: niente guerra reale, ma piuttosto tutti allineati per far vedere in televisione una guerra senza sofferenza, senza dolore, senza vittime, senza feriti. Lo stesso dicasi di quanto accaduto in Jugoslavia e di cui, a dieci anni di distanza, nulla di preciso è lecito conoscere, meno qualche reportage di giornalista onesto, e tanto meno si sa su quanti nostri militari stiano morendo a causa dell’uranio impoverito. Su questi argomenti la stampa vaticana tace, meno qualche articoletto sporadico e possibilmente poco visibile, da poter citare com’ esempio di libertà d’informazione. L’unica preoccupazione è per la stampa vaticana il relativismo culturale che porta a confondere il fascismo con l’antifascismo. Ma poi gli intellettuali cattolici si chiedono perché l’autorità religiosa si sia ridotta a condurre una battaglia di retroguardia su questioni come matrimonio, aborto, divorzio, fecondazione esterna alla coppia, sperimentazione sulle cellule staminali embrionali, eutanasia e matrimoni omosessuali. Non che questi problemi siano di poco conto, ma è evidente che se esiste il dibattito serrato su queste nuove tecnologie che aspirano a svincolarsi da qualsiasi riferimento etico, la colpa non può essere attribuita ad altri che ad un Magistero che ha tradito la propria missione. Perdendo anche il prestigio necessario ad imporre le proprie tesi. Infatti, ogni persona per la quale l’appartenenza ad una civiltà conta più di un’astratta polemica sulla religione, ama quella civiltà nel suo insieme. Con i suoi simboli. Ma se parte di questi simboli viene a mancare, cade tutto il castello costruito non solo sui simboli, ma sul pensiero, sull’arte, sui monumenti, sulle funzioni delle persone chiamate a rappresentare e "difendere" quella civiltà.

In questo quadro s’inserisce un altro aspetto destinato a spiazzare le linee politiche del Vaticano. Noi sappiamo, per averlo osservato come progetto fedelmente perseguito negli ultimi cinquant’anni, che la linea di tendenza più consistente nei confronti dell’ebraismo si è basata nel porre con molta gradualità il cristianesimo in un livello di sudditanza e di derivazione culturale. Buona parte di queste operazioni, per lo più segrete, si sono sviluppate in incontri che hanno preceduto il Concilio Vaticano II. Artefici sono stati Roncalli, Bea, Goldmann, Katz, Heschel ed altri. Indicativa la visita di Giovanni Paolo II al Tempio romano con la quale il papa polacco riconosceva la "antica paternità" dell’ebraismo sul cristianesimo.

La Conferenza episcopale svizzera, forse pressata dalle spese sostenute dal governo di quel paese, nel corso della 247ma assemblea ordinaria del 6-8 aprile 2000 ha rilasciato una dichiarazione sulle proprie colpe verso gli ebrei nella quale si può anche leggere un periodare di questa portata: «Inoltre, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II abbiamo preso coscienza dell’ importanza della dottrina cattolica secondo cui il popolo ebraico è, per se stesso e per l’umanità, il popolo dell’alleanza con Dio. Quest’alleanza di Dio con Israele non si è mai interrotta. Dai tempi antichi e fino ad oggi, gli ebrei recitano questa preghiera di lode a Dio quando compare l’arcobaleno: Sia benedetto Colui che si ricorda della sua alleanza, che è fedele alla sua alleanza e costante nella sua Parola».

Tuttavia, una situazione apparentemente stabile dal dopoguerra, con il potere economico-politico saldamente in mano alla comunità ebraica globale, con il rapporto USA-Israel gestito dalla fazione Theocons ai vertici della politica statunitense, ha cominciato ad entrare in crisi dopo il fallito attacco d’Israele contro il Libano e la sconfitta della politica americana in Iraq ed Afghanistan. Ne hanno approfittato le opposizioni interne che hanno iniziato a battere il tasto dolente dei costi ormai insostenibili della geopolitica statunitense in Medio Oriente. Una recente Decisione della Corte Suprema è intervenuta nel dibattito sulla separazione tra Stato e Chiesa. I monumenti ispirati ai dieci comandamenti saranno banditi dai tribunali americani. Sconfitta dunque per la destra religiosa rappresentata da Bush. E ci sono state prese di posizione alquanto preoccupate. Il 16 ottobre 2004 è stata votata la Legge statunitense "Global Anti-Semitism Review Act" per il Dipartimento di Stato, al fine di monitorare l’antisemitismo (parola coniata nel 1870 dal tedesco Whilhelm Marr) a livello mondiale. Il 22 maggio 2006 è stato nominato Capo dell’Ufficio del Dipartimento di Stato per l’antisemitismo Gregg Rickman, ex direttore dello staff dell’ex senatore Peter Fitzgerald, direttore della "Coalizione ebraica repubblicana" (R.J.C.) che aveva "recuperato" negli anni 90 due miliardi di dollari dalle banche svizzere.

Il 15 giugno 2006 l’Assemblea generale della Chiesa Episcopaliana statunitense ha votato una "risoluzione di condanna dei Vangeli" perché giudicati antigiudaici.

Avinoam Bar Yosef, direttore di Jewish People Policy Planning Institute (JPPPI), nel sottolineare il declino del potere lobbystico negli USA, ha scritto che è necessario elaborare subito una nuova strategia.

Jehuda Reinharz, presidente di Brandeis University, ha detto: «Gli accademici americani sono all’avanguardia nella negazione del diritto d’Israele ad esistere come Stato Ebraico». Più di recente, Stephen Walt e John Mearsheimer hanno accusato American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) di dettare la politica estera americana, mentre Abraham Foxman, direttore di Anti Defamation League se la prende col recente libro di Carter dal titolo eloquente: "Palestine. Peace not Apartheid". E ci siamo limitati alle notizie di superficie. C’è da aspettarsi di tutto, dati i personaggi in gioco. Tuttavia questo scontro, per ora a base di polemiche a distanza, è indicativo che le faccende non stanno andando per il verso giusto. Qualsiasi cosa possa accadere in futuro, lo stretto connubio fra interessi ebraici e geopolitica americana non sarà più la forza traente dell’egemonia globalista.

Che potremmo aspettarci? Una marcia indietro della politica vaticana. Esiste da qualche tempo anche una "Crisi delle relazioni giudeo-cristiane". Su queste hanno scritto in tanti, da Lévinas, a Chouraqui, Askenazi, Bluma Finkelstein, che scrive testualmente: «Tra giudaismo e cristianesimo in quanto istituzioni religiose non è possibile alcuna mediazione». Padre Maurice Boormans, consulente presso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso scrive: «Non facciamo forse il troppo facile gioco di un dialogo giudeo-cristiano che accetterebbe di primo acchito tutte le richieste e persino le esigenze del partner ebreo?» Specialista di "giudaismo intertestamentario" André Paul spiega in un libro che ha suscitato un certo scalpore ("Leçons paradoxales sur les juifs et les chrétiens", 1992) che il cristianesimo può tanto meno essere considerato come nato dal giudaismo, in quanto il giudaismo moderno è apparso dopo di esso, dato che il suo atto di fondazione va cercato nell’elaborazione della Mishnah, nel secondo secolo della nostra era. [Informazioni ricavate da: Alain de Benoist, "La nuova evangelizzazione dell’Europa". Arianna, 2002]. È logico pertanto attendersi un acuirsi degli aspetti conflittuali fra le due forme di religiosità.

Sembra pertanto ormai superato il tempo (anni 70-80) delle rivendicazioni della propria ebraicità espresse dai vari Bob Dylan, Allen Ginsberg, Norman Mailer, Saul Bellow, Philip Roth, Roy Lichtenstein, Pierre Salinger, Arthur Schlesinger, Betty Friedan, Ralph Nader, Herbert Marcuse, Abbie Hoffman, Milton Friedman, Sidney Hook, Irving Kristol, Norman Podhoretz, Nathan Glazer, Michael Waltzer, Daniel Bell, Henry Kissinger, Alan Greenspan., e tutti questi insediamenti in posti chiave che risalgono ai tempi delle "teste d’uovo" kennediane sembrano esser stati individuati come frutto di strategie di controllo del consenso. È evidente che negli States come altrove, gli oppositori alla Lobby non possono fare a meno di appoggiarsi ad istituzioni religiose ed ideologiche alternative, fra le quali il cattolicesimo, anche se l’incidenza del ricatto economico sembra condizionare ancora, e non si sa per quanto, la linea geopolitica del Vaticano come ai tempi di Pio IX, un altro "papa buono", almeno fino a quando non si trovò costretto a far marcia indietro su alcune "concessioni" di troppo, e sulla candidatura del quale ai fasti della santità sono piovuti, come per Pio XII, veti pesanti come macigni da parte della Comunità ebraica internazionale. Non va dimenticato comunque che anche questo papa fu costretto a piegarsi alle richieste del barone Salomon Rothschild che gli scriveva da Vienna nel 1847. I Rothschild sono a tutt’oggi i principali collettori di fondi per il sionismo. Insomma l’impressione, piuttosto deprimente, è che nel momento in cui molti popoli hanno capito che devono liberarsi dal dominio della finanza apolide e delle multinazionali, la dirigenza del Vaticano dimostra una dipendenza psico-politica dai finanziamenti del Sionismo che non lascia a Noi alcuno spazio operativo per valutare un’eventuale partecipazione della Chiesa nell’ambito di una strategia di riscatto dell’indipendenza dell’Unione Europea.
A proposito di relativismo culturale: la messa in latino e la pedofilia
«Un paesaggio bellissimo e pieno d’angoli marci, treni arrugginiti, case diroccate… È una terra d’ottimismo e di false promesse, di speranza e disperazione. E una cosa non sta mai senza l’altra»

Charles D’Ambrosio, "Il museo dei pesci morti", Minimum Fax, 2006


«E oggi è il Papa ad additare l’Illuminismo come radice del nichilismo contemporaneo, del relativismo e delle pretese d’autonomia della ragione, privata d’ogni punto di riferimento in un’autorità trascendente (...) Un ordine fondato sul monopolio della violenza legittima e sul monopolio delle fonti del diritto (…) che le grandi decisioni politiche globali travalichino ormai le frontiere dello Stato-Nazione è un fenomeno evidente anche al senso comune (...) Dopo l’età della Fede e l’età della Ragione, l’umanità è entrata in una fase in cui il pensiero è dominato da preoccupazioni che non sono di pertinenza né solo della scienza, né solo della filosofia, né solo della religione (…) siamo coscienti della nostra fondamentale mancanza d’oggettività, del nostro essere interpretanti, perché ogni forma di conoscere ha come presupposto un’intenzione, un punto di vista, un mondo nel quale viviamo. Ogni conoscenza è interpretazione. E per noi questo punto di vista è formato dalla nostra cultura, dal cristianesimo»

[Festival della filosofia. Confini]


«Secondo la visione degli alchimisti arabi o dei mistici persiani, i filosofi greci primitivi non erano solo pensatori razionali, ma anelli di una catena d’iniziati»

P. Kingsley, "Nei luoghi oscuri della Saggezza", Tropea ed. 2001


«È affare della filosofia preservare la forza delle parole più elementari, in cui l’esserci si pronuncia, dal venir livellate ad opera del senso comune fino all’incomprensibilità»

M. Heidegger, "Essere e Tempo", Mondadori 2006


«Certo è che una delle avventure più alte in assoluto dell’Umanità è quella della parola, tant’è vero che essa diventa il segno supremo per definire Dio, il suo mistero ed il suo rivelarsi: in principio era la Parola, proclama la prima riga del Vangelo di Giovanni»

mons. Gianfranco Ravasi, su "Avvenire"


Alcune frasi citate fra le tante utilizzabili, che documentano l’importanza fondamentale della parola. Non lo diciamo noi. Lo dice la Chiesa per bocca di uno dei suoi studiosi più seguiti. Il papa stesso, nel denunciare l’illuminismo e le sue derivazioni collaterali fra le quali di sicuro il pensiero dialettico, come causa di relativismo culturale e di conseguenza morale, non può che affermare indirettamente il valore assoluto del magistero religioso. Quindi la Parola è un valore assoluto. Ciò che viene pronunciato non può essere ritirato né malinteso. Non è ammessa menzogna o cattiva interpretazione. Le parole sono pietre.

È per questa ragione che Noi non accettiamo da parte d’esponenti del (pre)potere religioso opinioni, ipotesi, definizioni che, presentandosi come prodotto di discussioni accurate e riflessioni serene, in realtà sono soltanto conseguenza d’elaborazioni strategiche pensate per ottenere risultati a breve termine nell’ambito di una strategia globalista di superamento della dimensione politica nell’interesse dei poteri economico-finanziari. È quanto è stato definito "impolitico". Se accettiamo un ruolo della religione istituzionale, lo accettiamo sempre e soltanto come "magistero", vale a dire com’espressione d’opinioni pacate, ragionate, elaborate nell’interesse della società intera e senza finalità occulte. Non abbiamo problemi di fede da assecondare, né fedeltà di sètta da garantire. In questo paese non riconosciamo autorità a chicchessia. L’abbiamo già scritto tante volte, e molto tempo fa. Perché in questo paese vige, da parte del potere clerico-democratico, una tecnica ignobile, che consiste nel favorire la dimenticanza, il disinteresse, l’indifferenza. Oppure la "memoria" monodirezionale. Che è sinonimo di tagliare a fette il cervello. E per chiarire a sufficienza di che intendiamo trattare, è utile un libro di Norman Lewis, morto recentemente a 95 anni, che ha pubblicato il suo ultimo libro di viaggi nel 2002. Di quest’autore è stato recentemente pubblicato il libro dal titolo: "Napoli '44".

Nel 1944 era un ufficiale dell’Intelligence alleata; quello che trovò a Napoli ha dell’incredibile. Non è il solo a descrivere questa somma perversione. Ne hanno scritto anche Malaparte e Lartéguy. Quasi 42.000 donne, delle 150.000 che vivevano in città, si prostituivano, in un quadro composto da ruffiani, pederasti, venditori di bambini, esibizioniste di false verginità e medici ricostruttori di verginità, miracoli di San Gennaro, quattromila avvocati che s’inventano di tutto per sopravvivere, in una sarabanda che costituisce, come oggi con la crisi dei rifiuti domestici, il migliore biglietto da visita di una certa idea dell’Italia. Ma un’Italia ad uso di altri, e non la sola Italia. Un ribollente fermento di specie umane e di razze spente da cui sarebbe nato l’attuale Regime, così come, in terra d’Egitto, dalla fermentazione di Parti, Medi, Elamiti, Mesopotamici, Giudei, Cappadoci, Asiatici, Frigi, Panfili, Egizi, Libici, Cirenaici, Ebrei, Arabi, Cretesi [Atti 2,1-11], tutti mescolati nel gran crogiolo di Roma era nato, duemila anni prima, il Cristianesimo. Un magma che non dispiace al potere. A quel tipo di Potere cui piace elevarsi sopra di un guazzabuglio facilmente controllabile, come aveva dimostrato molto prima un grande del pensiero al quale avrebbero destinato un destino atroce: Giordano Bruno, col suo Candelaio, ritratto grottesco d’uomini e donne mossi da istinti volgari, vanità e stoltezza; corrosiva parodia di un mondo civile in preda allo smarrimento di qualunque legittimità e verità. Ma questa putrefazione aveva l’esatta antitesi proprio nel Nord, dove ci si batteva, anche con ferocia, per l’affermazione, buone o cattive che fossero, delle proprie idee. Un’Italia onesta, profondamente onesta e religiosa, [l’unico tipo di religione che noi apprezziamo] perché disposta al sacrificio oltre alle apparenze, spesso strafottenti, come, in effetti, accadde. Un’Italia descritta soltanto, ma con efficacia, da Malaparte e De Boccard (Donne e mitra).

Dati questi precedenti, non ci stupisce il motu proprio Summorum pontificum, che reintroduce la facoltà di celebrare la messa tridentina. Le discussioni in merito sono state tante, soprattutto per quanto riguarda le valutazioni sul ruolo storico degli ebrei, con assicurazioni, da parte dei competenti Organi e dei loro responsabili, che certi giudizi verranno cassati. Fermo restando che ci trova concordi la riflessione fatta da alcuni critici secondo i quali l’iniziativa è stata presa per togliere ai tradizionalisti l’esclusiva della messa identitaria, a Noi sembra che se si deve parlare di relativismo culturale questa n’è la manifestazione più evidente, tanto più che questa messa, secondo una prassi che è anche quella del sistema politico italiano, non è stata mai abrogata. La qualcosa implica anche un grave problema non solo di liturgia ma anche di dottrina. Il rito, infatti, non è una recita del dopolavoro, ma una forma eletta di comunicazione che non ammette deroghe o falsificazioni. Le parole del rito, come le parole magiche sono elementi fissi, non intercambiabili, almeno per coloro che ci credono. Quando si recita un rito usando certe parole si opera qualcosa che è differente da altri riti ed altre parole. Altrimenti, in una visione "ecumenistica" che alcune organizzazioni a sfondo cristiano tentano ancora, con molta discrezione, di far passare, si potrebbero recitare versetti di riti voodoo all’interno del rito tridentino. Un conto è cambiare una preghiera con un’altra, come ha fatto il Vaticano II operando alcune scelte anche opinabili, ma legittime. Un conto è trasformare le parole del Credo. Se un Concilio, adibito da sempre a stabilire le nuove direttive religiose, modifica i princìpi della fede, è giusto e naturale che ne venga modificato l’atto fondamentale di fede che sarà recitato dai fedeli. Ad esempio nel vecchio Credo si dichiara di credere nella "vita eterna" mentre nel nuovo si afferma di credere nella "vita che verrà". Non ci vuole un teologo per capire la sostanziale differenza delle due asserzioni. Prendere o lasciare. Anche tanti missisti sono diventati alleanzini, e recitano preghiere differenti a divinità diverse. Invece permettere al fedele la possibilità di scelta fra due forme rituali differenti nei quali le parole hanno ciascuna uno specifico senso nell’ambito di un preciso contesto, anche se le varianti sono poche ma sempre oggetto d’interminabili dispute e di tante defezioni, per noi è esempio d’autentico relativismo culturale, quello che domina la società post-moderna col consenso della Chiesa.

La stessa considerazione devesi fare, in conclusione, per la pedofilia. Per Noi si tratta di uno dei peccati più abietti, e non siamo i soli a pensarla così. Siamo anche propensi a capire le "motivazioni" a volte irresistibili che spingono a compiere quegli atti. Di recente Wojtyla aveva chiesto perdono alle suore per le molte violenze che subiscono da parte di prelati in fregola. Comprensibili.

Ma coprire, nascondere, giustificare, non espellere i colpevoli è atto gravissimo. Che dobbiamo imputare alla Chiesa di sempre. Anzi pensiamo con orrore a certe situazioni del passato, se possono perpetuarsi fino ad oggi. Come il caso, veramente oltre ogni aberrazione, del fondatore dei "Legionari di Cristo", riportato tranquillamente dalle cronache dei quotidiani, che assolveva le vittime cui imponeva atti ignobili. Eppure, c’è proprio l’insegnamento di Cristo a stigmatizzare questo grande peccato di superbia prima che di cedimento alla carne: «Guai a colui che ... abusa, violenta, corrompe, scandalizza, i bambini. Sarebbe meglio che costui si legasse al collo una macina da mulino e si sprofondasse in fondo al mare!»


Conclusione. Il Viaggio di Parmenide
«Ciò che ti abbisogna è apprendere ogni cosa, il cuore saldo della ben rotonda Verità, e i giudizi dei mortali, in cui non si può riporre fiducia. E ancora questo apprenderai: alle apparenze si deve prestar credito se d’ogni cosa si tiene conto»

P. Kingsley, "Nei luoghi oscuri della saggezza", Tropea


Giorgio Vitali



_ftnref11Arturo Reghini
LA TRAGEDIA DEL TEMPIO

Chi l’avrebbe mai detto?

Da quell’autentico e per molti inaccessibile pozzo di libri, documenti, pergamene che risponde al nome di Archivio Segreto, il Vaticano ha tirato fuori, come un coniglio dal cappello del mago, un prezioso volume in una tiratura limitata di 799 esemplari intitolato "Processus contra Templarios".

Il contributo tendente a svelare la verità sul processo dei Templari, sulla loro condanna e sulla loro morte sarà però molto limitato, soprattutto perché, come dice Reghini, «i documenti papali concernenti il processo sono così pieni di falsità da non potere riporre in essi che scarsissima fiducia»; mentre cospicuo sarà l’introito che la vendita del prezioso libro porterà alle povere casse della Chiesa: il prezzo si aggira intorno ai 5000 euro per ogni esemplare e in tempi di magra come questi, in cui gli editori si affannano a far quadrare i conti, non è poco.



Dai giornali che si sono occupati dell’argomento e in particolare, in un articolo apparso su "il Giornale" del 4 ottobre 2007, leggiamo che Clemente V «non li considerava (i Templari) eretici e aveva cercato in tutti i modi di salvarli dal re di Francia Filippo IV il Bello, vero ideatore della loro messa al bando e del loro annientamento». Egli «capì che il destino dei Templari era segnato dalla volontà di Filippo il Bello e finì per sciogliere d’autorità l’ordine in modo da non farlo condannare, pur non assolvendolo per non compromettere i rapporti tra la Santa Sede e la Francia».

Questo papa così pietoso «era dunque ben convinto che i Templari non fossero eretici e non avessero aderito a dottrine sbagliate» tuttavia permise che Jacques de Molay e altri templari fossero arsi vivi ad opera di quel re malvagio rispondente al nome Filippo il Bello.

Ignari, i due angioletti, della maledizione che il Gran Maestro avrebbe lanciato contro di loro un attimo prima di bruciare vivo, tennero nascosta la ragione vera del loro crimine al mondo intero sotto la facile e ipocrita accusa d’eresia.

A questo proposito, Franco Cardini, lo storico cattolico che si accinge a pubblicare un libro sui Templari, sostiene che «tutte le storie riguardanti l’adorazione del Baphomet (immagine dell’androgino alato con testa di caprone sormontato da un pentacolo, la stella a cinque punte) e i rituali esoterici che rappresentano i Templari come una setta iniziatica direttamente collegata con la moderna massoneria non sono invece altro che leggende ottocentesche».

La derivazione della massoneria moderna dall’Ordine del Tempio, se non è messa in dubbio sul piano storico, è decisamente negata da Reghini sul piano spirituale ed iniziatico.



Per quanto riguarda invece il cerimoniale segreto dell’affiliazione all’Ordine del Tempio che prevedeva il rigetto del cristianesimo Cardini non esclude che «si trattasse di cerimonie scherzose, di carattere quasi goliardico», più simili a pesanti episodi di nonnismo che a culti esoterici".

Desideriamo ricordare che il parere di autorevoli studiosi di esoterismo, citato da Roberto Sestito nella Storia del Rito Filosofico Italiano, è leggermente diverso.



«Un’altra accusa -leggiamo a pag. 49- fu di adorare un "idolo" chiamato Baphu-methi (Baphomet) il cui simulacro rappresentante un nero caprone era l’innocuo simbolo arcaico della virilità trascendente, solare, maschia, fecondatrice ed eroica, analogo al simbolo del mercurio igneo degli ermetisti: la croce dei quattro elementi dominata dal principio solare e questo sormontato dalle corna dell’ariete. Nel gergo dei Fedeli d’Amore era la Signoria d’Amore. Essendo poi la croce un simulacro più antico del cristianesimo, non si trattava calpestandola di un oltraggio verso di esso, come volle l’accusa, ma forse di una cerimonia riflettente un antico rito con cui l’iniziazione superiore si conferiva dopo la morte mistica dell’adepto sulla croce dei quattro elementi, il centro della quale rappresentava la risultanza equilibrata e purificata della quinta essenza degli ermetisti, e la psiche angelicata dei Fedeli d’Amore dopo la "morte di madonna».

Altro che «cerimonie scherzose di carattere goliardico»!

Non sappiamo se Franco Cardini e gli altri storici della sua scuola abbiano letto lo scritto del "pagano" e "pitagorico" Arturo Reghini intitolato "La tragedia del Tempio". Lo ripubblichiamo con la speranza che possa aiutare quei lettori e quegli studiosi che intendono seriamente avvicinarsi alla verità di quel dramma storico e spirituale: verità che si riassume in poche e semplici parole: responsabili morali e materiali di quella soppressione furono il re e il papa in combutta tra loro. I gesuitismi e i distinguo per scoprire se uno fu più o meno responsabile dell’altro li lasciamo ai clericali e ai perditempo di ieri e di oggi.

Lo scritto di Reghini risale al 1914 ma leggendolo si vedrà quanto sia attuale specialmente in tempi come i nostri in cui alterare e ignorare la verità è lo sport preferito di istituzioni laiche e religiose.

Questo saggio apparve sulla rivista "Salamandra" n. 2 Anno 1 - 20 marzo 1914. (roberto sestito).
Erano passati 600 anni dalla morte di Filippo il Bello (1314-1914) – Arturo Reghini O milizia del ciel cu’io contemplo (Par.XVIII). Il diciannove marzo 1314, al tramontare del sole, aveva il suo epilogo in Parigi, in una isoletta della Senna, una delle più grandi tragedie che la storia ricordi. Sopra un rogo eretto a gran furia dai soldati di Filippo il Bello nell'isola degli Ebrei accanto al palazzo reale, due eretici relapsi venivano uccisi a fuoco lento. Sdegnato il perdono offerto loro per una ritrattazione, sopportavano in silenzio con sovraumana forza e serenità quel tormento di poche ore che ne coronava un altro di anni, e di tra il fumo e le fiamme perveniva sino a loro la simpatia della moltitudine reverente all’intorno ed il bacio del sole morente. Jacques de Molay, Gran Maestro dell'Ordine del Tempio, e Geoffroi de Charney, Maestro per la Normandia, ritraevano la loro coscienza in quell'interno dominio di pace che la carità cristiana, nè per ferro nè per fuoco, può togliere agli uomini di buona volontà. Vuole la tradizione, e nessun storico può dimostrarla errata, che Jacques de Molay prima di abbandonare i sensi parlasse al popolo dall'alto del suo patibolo Venerando nell'aspetto, grande ancora negli animi per la potenza avuta, reso sacro dal martirio, egli invocò sull'Ordine la protezione di San Giorgio, il santo dei cavalieri, e citò a comparire dinanzi al tribunale, per rendere conto dei loro delitti, il papa entro un mese ed entro un anno il re. Moriva Clemente V poco più di un mese dopo, corroso il corpo dal lupus e l'animo, forse, dal rimorso per i suoi grandi delitti: l'avvelenamento di Enrico VI, la rovina dei Beguini e quella dei Templari. E sette mesi dopo rendeva la poco bella anima a Dio Filippo IV, ancora giovine, per un accidente di caccia. Non ci è possibile esporre sia pure per sommi capi la storia dell'Ordine, e ci contenteremo per la intelligenza dell'argomento di tratteggiare a grandi linee il processo e la condanna dei cavalieri Templari. Rimandiamo per il resto il lettore alle opere non numerose ne definitive sopra l'interessante soggetto.

H. C. Lea vi ha dedicato un. centinaio di pagine della sua Storia dell'Inquisizione nel medio evo; poiché, secondo il Lea, il processo dei Templari è un esempio tipico del procedimento inquisitoriale; è chiara in esso la disperata condizione, senza difesa, della disgraziata vittima, una volta caduta sotto la terribile accusa di eresia e presa nell'inesorabile ingranaggio della macchina inquisitoria. Tutti i documenti e le storie di questo processo narrano infatti una storia di crudeltà e di perfidie, di abusi e di orrori indicibili.



L'accusa generica di eresia formulata contro l'Ordine da Filippo il Bello, coll'aiuto compiacente dell'Inquisitore di Francia, si precisava in accuse particolari grossolane, risibili, assurde per loro stesse. Si pretendeva che al ricevimento di un neofita il precettore lo conduceva dietro l'altare, od in sacrestia od in altro posto segreto, gli mostrava un crocifisso, gli faceva rinnegare Gesù e lo faceva sputare tre volte sulla croce. Che il neofita veniva spogliato e che il precettore lo baciava tre volte, sulle natiche, l'ombelico e la bocca. Che gli si dichiarava allora legittimo l'amore innaturale (unnatural lust, dice il Lea), assicurandolo che era molto praticato nell'Ordine. Che la corda portata dai Templari giorno e notte sopra la camicia come simbolo di castità, si consacrava avvolgendola intorno ad un idolo avente forma di testa umana con una grande barba, e che questa testa (il famoso Baphomet), benché nota al solo Gran Maestro ed agli anziani, veniva adorata nei Capitoli. Si accusavano, infine, i preti dell'Ordine di non consacrare l'ostia nella celebrazione della messa. Queste le pazze accuse, incoerenti, inverosimili per qualsiasi cervello non fosse stato irrimediabilmente deformato dal fanatismo cattolico, e queste le accuse che i poveri Templari dovettero confessare per non morire sotto la tortura. L'Inquisitore di Francia, dunque, presa conoscenza in virtù del suo ufficio dell'accusa di eresia, invitava Filippo ad arrestare .quei cavalieri che si trovassero nei suoi stati ed a portarli in esame dinanzi all' inquisizione. La mattina del 13 ottobre 1307 all'improvviso quasi tutti i-Templari del Regno venivano presi; nel Tempio di Parigi venivano arrestati centoquaranta Templari con De Molay ed i capi dell'Ordine alla testa; ed il ricchissimo tesoro dell'Ordine cadeva nelle avidissime mani del re, già fortissimamente indebitato coi cavalieri del Tempio. Così ripagava Filippo coloro che lo avevano pochi anni prima protetto e salvato dalla sollevazione popolare provocata falseggiando la moneta. L'inquisizione si pose subito al lavoro. E lavorò così bene che dei 138 Templari catturati nel Tempio di. Parigi, soltanto tre riescirono a non fare confessione di sorta. La confessione la si faceva fare, a dir vero, all'uscita dalla camera di tortura, ed alla vittima si faceva giurare che essa era libera e non obbligata per forza o paura; ma per comprendere che razza di libertà fosse questa basta considerare che la disgraziata creatura sapeva bene come, ritrattando quel che avea detto o promesso di dire sotto la corda, si esponeva a nuova tortura od al patibolo come eretico relapso. Soltanto in. Parigi 36 Templari morirono sotto la tortura; e nel resto di Francia la mortalità mantenne questa spaventosa proporzione del venticinque per cento. Naturalmente De Molay non fu risparmiato. Pare facesse una breve confessione, quantunque i documenti papali concernenti il processo siano così pieni di falsità evidenti da non potere riporre in essi che scarsissima fiducia. Esaminato di nuovo, ad esempio, sempre per cura di Filippo, che agiva oramai d'amore e d'accordo con Clemente V, De Molay avrebbe confermate le precedenti confessioni e richiesto umilmente l'assoluzione e la riconciliazione. Or bene, nella bolla papale del 12 agosto 1309, emessa cinque giorni prima che questo esame avesse principio, se ne trovano riferiti i resultati, senza omettere, si capisce, che le confessioni furono libere e spontanee. Nessuna maraviglia, dunque, se nel novembre, quando una commissione papale lesse questa bolla papale a De Molay, egli restò sbalordito ; e poi, indignato, augurò che piacesse a Dio si tenesse verso persone così perverse l'abitudine dei Saraceni o dei Tartari che decapitavano o tagliavano in due quelli che falsavano il vero. I principi cristiani, cui Filippo aveva annunciata la scoperta della eresia dei Templari, istigati da Clemente V, procedettero anche essi contro i cavalieri, perseguitati in tal modo per tutta l'Europa e fino nelle lontane isole del Mediterraneo; e tranne in alcuni paesi come l'Aragona e l'Inghilterra dove i templari avevano amichevoli relazioni con quei re, la persecuzione non conobbe pietà. Clemente V infatti che aveva convocato il Concilio di Vienna per giudicare l'Ordine del Tempio come corpo, aveva gran furia, e poiché gli premeva di avere molto materiale da portare al Concilio, eccitava i tribunali a procedere etiam contra juris regulam. Ed i tribunali raddoppiavano di zelo"; si torturavano di nuovo i poveri prigionieri, e si .ardevano coloro che si rifiutavano di confermare le precedenti confessioni. Gli ufficiali ed i membri dell'Ordine erano oramai sparsi per le prigioni di Europa; pure il papa ebbe l'impudenza di citare l'Ordine a comparire dinanzi al Concilio mediante i suoi delegati e procuratori. Il papa si riserbava di giudicare direttamente De Molay ed i principali ufficiali dell'Ordine e si destreggiò in modo da impedir loro di comparire dinanzi al Concilio. Gli altri cavalieri, dispersi, isolati, sbigottiti, abituati ad obbedire e non a prendere iniziative non seppero nè poterono efficacemente difendere l'Ordine. Clemente, poiché l'Ordine non aveva mandato i suoi capi e procuratori a difenderlo, ne propose senza altro la condanna. Fu nominata una commissione per discutere la cosa ed ascoltare i rapporti degli inquisitori; ed ecco un giorno dinanzi a questa commissione si presentano sette templari offrendosi di difendere l'Ordine in nome di duemila cavalieri, erranti per le montagne del lionese. Invece di ascoltarli il papa li fa porre in prigione; alcuni giorni dopo due eroi compaiono a ripetere l'offerta, non sgomentati dalla sorte dei loro fratelli, ed anche questi Clemente fa imprigionare. Il Concilio esitava dinanzi all'infamia di una condanna senza difesa; senza le pressioni del papa e di Filippo non avrebbe forse condannato i templari; e l'essere scomparsi gli atti del Concilio di Vienna dagli archivi papali è abbastanza significativo. Ma Filippo il Bello agitando lo spauracchio della questione della condanna di Bonifacio VIII per eresia, che portava naturalmente ad infirmare la validità delle nomine cardinalizie di Bonifacio e quindi anche la validità della stessa elezione di Clemente V, riescì a fare prevalere la sua volontà. Nel marzo 1312 Clemente presentava ad un concistoro segreto di prelati e di cardinali una bolla, nella quale, dopo avere ammesso che le prove raccolte non giustificavano canonicamente la definitiva condanna dell'Ordine, invocava lo scandalo oramai caduto su di esso e la necessità di provvedere ai suoi possessi in Terra Santa per sopprimerlo provvisoriamente. Un mese dopo per altro un'altra bolla con ordinanza apostolica aboliva provvisoriamente ed irrevocabilmente l'Ordine, lo poneva sotto perpetua inibizione, e scomunicava ipso facto chiunque avesse voluto entrare in esso e portarne l'abito. Le grandi proprietà dell'Ordine del Tempio venivano trasferite a quello degli Ospitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme; ma fu eredità quasi nominale tanto larga breccia vi fecero colla violenza e colla frode Filippo ed altri principi. I cavalieri infine venivano rinviati al giudizio dei concilii provinciali, ad eccezione del Gran Maestro e dei capi. Per investigare i procedimenti tenuti contro di essi, ed assolverli o condannarli Clemente nominò una commissione di tre cardinali, che, insieme ad altri prelati, emisero una sentenza di perpetua prigionia.. Il 19 marzo 1314 Jacques De Molay, Hugues de Peraud, Visitatore di Francia, Geoffroi de Charney, e Godefroi de Gonneville furono tratti dalle prigioni dove avevano languito per quasi sette anni, e furono condotti sopra un palco eretto dinanzi a Nôtre Dame per sentirsi leggere questa condanna. Tutto sembrava così finito, quando, tra la meraviglia della moltitudine raccolta all'intorno e lo sgomento dei prelati, De Molay e Geoffroi de Charney si alzarono. E si dichiararono colpevoli non dei delitti loro imputati, ma di non avere difeso l'Ordine per salvare la loro vita; l'Ordine era puro e santo, false le accuse, strappate le confessioni. Così dicendo, essi ben sapevano quale sarebbe stata la inevitabile conseguenza. Quando Filippo seppe della inattesa novità andò su tutte le furie; ma il caso era semplice, le leggi canoniche prescrivevano che un eretico relapso doveva bruciarsi senza neppure ascoltarlo; i fatti erano manifesti e non occorreva aspettare il giudizio formale di una commissione papale, bastava un breve consulto col suo concilio. Lo stesso giorno, al tramonto, il rogo dislegava quelle due grandi anime da ogni nube di mortalità. Mancò agli altri due il coraggio di imitarli, accettarono la condanna e perirono miseramente in prigione. L’eresia Templare In questo modo cadeva il grande Ordine militare e contemplativo ad un tempo, che riuniva insieme i due caratteri che l'India aveva separato nei due ashramas dei Brahmani e degli Kshatria. Furono i templari veramente colpevoli di eresia? Ebbero essi in realtà l'intenzione di formarsi un dominio temporale? Dopo sei secoli la questione non è stata ancora risolta; ed anche il Lea, che pure trova nel fattore economico la spiegazione della tragedia templare, riconosce che essa promette di rimanere uno dei problemi insoluti della storia. Che Filippo IV, indebitato coll' Ordine, finanziariamente rovinato al punto da battere moneta falsa, abbia agito per avidità non vi è nessun dubbio ; anche Dante, testimone autorevole, lo investe con tutta la sua potenza accusandolo di avere portato nel tempio le cupide vele ; ma la verità di questo fatto non basta per escludere la loro eresia, e se la sola cupidigia avesse spinto Filippo egli avrebbe forse rivolto le medesime accuse contro l'Ordine degli Ospitalieri, anche più ricco di quello del Tempio. È ben vero che a Filippo, tutto inteso a rafforzare ed estendere il suo dominio in Francia, doveva dare molta ombra la potenza dei templari, completamente indipendenti da lui ed anche dal papa, perché di fatto l'unica autorità temporale e spirituale era pei templari quella del loro Grande Maestro. E tanto più doveva impensierirsi Filippo in quanto che De Molay aveva trasportato il quartiere generale dell'Ordine da Cipro in Parigi, cosa abbastanza strana per un Ordine avente l'unico scopo designato di combattere in Terra Santa, e molto inquietante per il recente esempio dei cavalieri teutonici che si erano creato un dominio nella Germania settentrionale. Egoisticamente e politicamente parlando, Filippo aveva tutte la ragioni per agire come fece; ma queste ragioni puramente economiche e politiche sufficienti a spiegare l'azione del re di Francia, non sono invece sufficienti ad escludere la possibilità dell'eresia templare. Naturalmente non intendiamo parlare di un'eresia meschina, come quella compendiata nelle ridicole accuse riferite più innanzi, nè di una semplice eterodossia formalistica, ma di una possibile eresia molto più radicale, di una autonomia nei capi mentale e spirituale dall'autorità cattolica, e che base e resultante ad un tempo di una maturità interiore, si elevava senza altro al di sopra di ogni espressione in credi, formule, emblemi e cerimonie. Metafisicamente parlando è fuori dubbio che la rigidità della disciplina e l'abdicazione della individualità doveva portare anche nei templari a quella superiorità spirituale che ne è la naturale conseguenza, e che è manifesta, per esempio, nei Gesuiti, un Ordine molto simile al templare per la ferrea disciplina, lo spirito gerarchico ed altri caratteri. Per noi la falsità delle accuse di grossolane pratiche eretiche è evidente; e così pure che le confessioni si dovettero soltanto alla tortura od alla paura della tortura; ma come la Massoneria è profondamente anticristiana pur non essendo vera l'accusa fatta ai Massoni di sputare sopra le ostie consacrate o di trafiggerle col pugnale, così la questione della possibilità dell'eresia templare, intesa in un senso più profondo e più serio rimane aperta, e noi vogliamo esaminarla un momento pure sapendo che il solo ausilio delle considerazioni storiche non può condurre a deciderla seriamente in un senso o nell'altro. Ricordiamo lo sfondo storico della questione: la grande lotta tra la Chiesa e l'Impero, ricordiamo il pullulare delle eresie per tutta la Francia, l'Italia e gran parte dell'Europa, e la naturale simpatia degli eretici per i ghibellini. E consideriamo l'importanza che doveva avere agli occhi dei contendenti un Ordine possente, ricchissimo, indipendente e per giunta ravvolto nel segreto. Assolutamente autonomo per la bolla stessa di fondazione e pei brevi papali, impenetrabile agli estranei grazie al mistero, organicamente omogeneo ed obbediente alla autorità assoluta del Gran Maestro, esso costituiva un perfetto e temibile strumento di azione, uno strumento ideale per chi avesse voluto tentare un travolgimento, sociale od anche soltanto isolarsi come in una medioevale fortezza dalle autorità e dalla società di quel tempo. La mancanza di prove materiali non basta per escludere che dalla fondazione dell'Ordine od in seguito la Grande Maestranza abbia potuto trovarsi nelle mani di uomini liberi da devozione verso la Santa Sede ed anche dalla credenza cristiana; che anzi, se gli intendimenti eretici furono, ogni prova materiale deve essere stata accuratamente evitata perché troppo pericolosa dato il fanatismo e la inquisizione, e perchè ogni legame esteriore era superfluo in una società che traeva la sua forza non da una comunità di credenze ma dalla ferrea legge per la quale i fratelli doveano obbedire passivamente agli ordini del loro capo.L’Ordine del Tempio, infine, era un ordine militante e non missionario, e, se eretico, non colla propaganda, ma coll’azione doveva cercare di opporsi a!la religione dominante. Inutile dunque cercare negli archivi la prova dell'eresia templare; in mancanza di mezzi migliori solo l'analisi della loro attitudine ed il concetto tradizionale rimastone potranno illuminare la questione. E ciò nonostante attraverso alla necessaria apparente ortodossia della stessa regola dell'Ordine si possono trovare degli indizii molto interessanti. Il paragrafo 12, per esempio, della "Règle du Temple" pubblicata a cura di Henri de Curzon permette all'Ordine di cercarsi delle reclute tra i cavalieri scomunicati, aprendo così un comodissimo rifugio a tutti i perfetti, i catari, gli albigesi, patarini ed eretici di ogni specie. Molto significativa è anche la grande rassomiglianza tra l'Ordine de Tempio e l’Ordine degli Assassini, la potente contemporanea associazione orientale dipendente dalla autorità assoluta del Vecchio della Montagna. Simili nei due Ordini il segreto, le iniziazioni, i lavori, l'organizzazione, lo spirito di gerarchia e la disciplina. Nella lotta tra Chiesa ed Impero i templari non potevano apertamente manifestare le loro simpatie perchè la funzione dell’Ordine era esplicitamente un’altra. Pure quando Urbano IV preparava una crociata contro Manfredi troviamo che Etiénne de Sissy, maresciallo dell'Ordine e Precettore di Puglia, rifiutò di dare al papa il suo aiuto; ed al papa che gli ordinò di dimettersi dalla sua carica rispose audacemente che nessun papa si era mai immischiato degli affari interni dell’ Ordine, e che egli avrebbe rassegnato il suo ufficio solo al gran Maestro che glie lo aveva conferito. Urbano lo scomunicò, e l'Ordine lo sostenne rimproverando al papa di volere distrarre per la crociata contro Manfredi le forze destinate per la guerra in Palestina. Un’altra forte presunzione di eresia si può trovare interpretando il canto chiuso dei poeti d'amore, ed il simbolismo della gaia scienza dei trovatori che prendevano tanto volentieri a soggetto delle loro canzoni il leggendario Ordine del Graal, di cui quello del Tempio pareva la reale manifestazione.

Il posto che Dante dà ai templari nella "Divina Commedia" mostra quale importanza avesse secondo lui l’Ordine nella vita politica del suo tempo. Dante, che ha attaccato così fieramente i francescani e i domenicani ed in generale i papi, la chiesa e il clero, non ha una sola parola contro i templari, anzi ne prende apertamente le difese; ed i templari, Filippo il Bello e Clemente V costituiscono grandissima parte della allegoria politica della Commedia.



Per tutto il poema li tiene sempre presenti; inveisce contro il papa e contro Filippo ogni volta che ne ha l'occasione, invoca la vendetta di Dio contro di loro e nella grande visione finale del Purgatorio raffigura nella meretrice la Chiesa e nel gigante che delinque in sua compagnia Filippo. Clemente V ha il suo posto bello e pronto tra i simoniaci perché agì per denaro contro i templari, e, per vendicare la morte di J. de Molay bruciato vivo col capo in alto, Clemente è destinato ad andare a prendere il posto di Bonifacio e quindi a bruciare col capo all'ingiù : e farà quel d’Alagna esser più giuso.

E questo dice Dante dopo aver fatto pochi versi innanzi la glorificazione dell'imperatore e delle bianche stole, cioè dei Templari. Dante infatti, ben sapendo che per la regola Templare, inspirata da San Bernardo, l'abito bianco colla croce rossa era riservato ai soli templari, e ben conoscendo la bolla di Clemente V che scomunicava ipso facto chi avesse osato indossare l'abito dei templari, riveste della bianca stola i beati del Paradiso, approfittando abilmente del comodo riparo offerto da un passo dell' Apocalisse; ed è S. Bernardo, anche egli rivestito dalla bianca stola (come Dante si prende cura di specificare) che lo scorta all'ultima visione. Così facendo egli sfidava deliberatamente la Chiesa; e questa apologia e glorificazione palese e coperta è troppo calorosa ed insistente, il dolore e lo sdegno troppo possenti per non essere intimamente legati agli ideali più cari a Dante; l'avere fatto della tragedia templare un elemento fondamentale dell'allegoria politica induce a ritenere che nel suo pensiero l'Ordine del Tempio era strettamente associato a quella sua Monarchia condannata per eresia dalla Chiesa. L’ortodossia cattolica dei templari, come quella di Dante, è dunque più che sospetta agli occhi dell'osservatore spregiudicato e non superficiale. E questa impressione si accorda perfettamente col concetto tradizionale dell'Ordine del Tempio trasmessoci dalle società segrete posteriori. L’eredità templare La tradizione afferma intanto che l'Ordine continuò ad esistere anche dopo e nonostante la condanna papale. In un libro raro e segreto: A Sketch of the History of the Kmghts Templars, stampato a soli cento esemplari nel 1833, di cui è autore James Burnes, Grande Officiale dell'Ordine del Tempio, si racconta che Jacques de Molay, prevedendo il suo martirio, nominasse a suo successore in potere e dignità Giovanni Marco Larmenio di Gerusalemme. E da allora sino ad oggi la linea dei Grandi Maestri si è mantenuta regolare ed ininterrotta; l'originale della carta di trasmissione firmato da tutti i Grandi Maestri e che il Burnes riporta nel suo libro, si trova a Parigi, insieme agli antichi statuti, rituali, sigilli, ecc...; e nel convento generale dell'Ordine tenuto a Parigi nel 1810 venne esaminato da circa duecento cavalieri Templari. Nel 1811 Napoleone fece chiamare il Gran Maestro dell'Ordine, Bernard, Raymond; e gli ordinò che la celebrazione dell'anniversario del martirio di J. Molay si facesse pubblicamente con grande pompa religiosa e militare. Grandissimo fu lo stupore ed infiniti i commenti provocati da questa grande cerimonia pubblica; ben pochi arrivarono infatti a comprendere perché mai Napoleone potesse dare tanta importanza alla tragedia avvenuta cinque secoli prima; ma forse qualcuno dei nostri lettori avrà intuito le profonde ragioni ideali dell'interesse imperiale, e legato in una visione sintetica gli uni agli altri gli avvenimenti dei due tempi. Altri documenti e manoscritti che riferiscono la storia dell'Ordine prima e dopo la condanna si trovano negli archivi del Grand Prieurè Indépendant d'Helvétie, che è oggi la quinta provincia dell'Ordine del Tempio. Secondo questi manoscritti, in armonia colla tradizione massonica, i Templari sfuggiti al disastro in Svezia, Norvegia, Irlanda e Scozia continuarono l'Ordine e per meglio sfuggire alle persecuzioni si nascosero entro la corporazione dei Liberi Muratori, continuando dentro di essa ed in segreto il loro Ordine. Si permise ai cavalieri di ammogliarsi per potere continuare l'Ordine nei loro figli; e per maggiore sicurezza per circa tre secoli nessun estraneo venne iniziato al grado di Maestro, riservando tale grado soltanto ai figli dell'Ordine. Sopra i legami e la derivazione della Massoneria dall'Ordine del Tempio tutti gli autori massonici si trovano d'accordo. Senza addentrarci nelle complicatissime questioni di esegesi massonica ricordiamo come il rituale e conseguentemente i lavori del grado più importante del rito Scozzese, il 30° o Cavaliere Kadosh, si inspira unicamente al martirio di J. de Molay; e la parola di passo del grado pare tolta di peso dai versi nei quali Dante invoca la vendetta divina sopra Clemente V e Filippo il Bello. E poiché lo spirito eretico, radicalmente anticristiano dell'Ordine massonico non discende certo dalle innocenti ghilde e corporazioni medioevali di muratori, è ben presumibile che in ultima analisi risalga proprio all'Ordine templare. In ogni modo è certo che il grado politico del Rito Scozzese, il rito massonico più diffuso, trae dai Templari la sua derivazione ideale; vendetta, vendetta, o Signore, grida anche oggi il cavaliere templare. E quasi a rendere evidente il carattere fatale della rivoluzione, la nemesi dei re di Francia li portava ad espiare il delitto di Filippo proprio nel quartiere generale dell'Ordine, divenuto per essi la prigione del Tempio. . Ivi su’ l medioevo il secolare Braccio discese di Filippo il Bello Ivi scende de l'ultimo Templare Su l’ultimo Capeto oggi l’appello. . Ed è fama che il giorno della esecuzione di Luigi XVI, un gigante orribile e barbuto, una specie di genio diabolico della rivoluzione, sempre presente quando vi erano preti da strozzare, montò sul patibolo e, prendendo a piene mani il sangue reale, ne spruzzò le teste all'intorno gridando: Peuple français, je te baptìse au nom de Jacques et de la liberté. La continuazione esteriore dell'Ordine del Tempio ed il concetto rimastone nell'Ordine massonico si accordano dunque nell'indicarci la profonda eterodossia del grande Ordine medioevale. La massoneria ed i numerosi ordini templari oggi esistenti sono gli eredi storici, esteriori dell'Ordine del Tempio. Ma la continuazione interiore spirituale non pare oramai associata a questa esteriore derivazione. La Massoneria e gli Ordini da essa procedenti pei paesi anglo-sassoni si perdono quasi unicamente in opere di beneficenza ed in magnifiche cerimonie che sembrano fatte apposte per appagare la curiosa passione del pageant; e nei paesi latini la massoneria, rinnegato il suo patrimonio filosofico sociale per accattare un informe arsenale di ferri vecchi dai materialisti tedeschi ed un incoerente bric à brac di luoghi comuni dai rigattieri della democrazia francese, si è ridotta a fare da mezzana ai partiti politici democratici e da spaventapasseri per le animuccie cristiane. È vano sperare da essa il compimento della vendetta templare. Pure l'eredità templare non può essere andata perduta, pure è fatale che la vendetta si compia e che perisca di spada chi di spada ha ferito. Coloro che conoscono la immateriale indistruttibile natura degli esseri vedono nella perennità puramente spirituale delle individualità la base e la prova di una reale eredità; e quando questa vi è, non è questione che di tempo e di contingenze perché se ne veda la inesorabile manifestazione nel mondo degli uomini.
Arturo Reghini



Roberto Sestito

EVOLA, L’ANTI-ITALIANO



Dana Lloyd Thomas, "Julius Evola e la tentazione razzista (L’inganno del pangermanesimo in Italia)" Giordano, 2007.



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