Flauto di Pan



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Premessa




Sono sorpreso e in pari tempo ammirato dall’accurato elenco bibliografico, e dalle numerose prove documentali e di archivio prodotte da Dana Lloyd Thomas nel libro di cui è l’Autore e che ho appena terminato di leggere: "Julius Evola e la tentazione razzista (L’inganno del pangermanesimo in Italia) Giordano Editore 2007". Parafrasando lo stesso Evola il quale definì il martire del libero pensiero, Giordano Bruno, un "tetro eretico filosofante"(pag.136), chiamerò lo scrittore romano un "tetro" filosofo e dirò subito che il libro di Thomas è un insostituibile strumento di studio e di riflessione di quasi un mezzo secolo di storia che ha segnato, nel bene e nel male, il ritorno dell’Italia a un protagonismo geopolitico che non si vedeva più da secoli. In quel periodo, compreso tra i primi anni del ‘900 e la fine della seconda guerra mondiale, contraddistinto da tumultuose nostalgie del passato ed iperboliche proiezioni verso il futuro, tra l’imperialismo e il futurismo, entrambi nati e cresciuti nel seno della stessa élite culturale, si consumò un grande dramma nazionale che emerge, nella sua cosmica dimensione, dalle pagine di questo libro. Procedo con ordine, volendo ricordare, sia pure nei limiti di una recensione, i momenti più tristi e quelli più avvincenti di questa pagina di storia italiana; tenterò quindi di polarizzare l’attenzione del lettore sulle cause che portarono alla nostra vittoria nella prima guerra mondiale e su quelle che produssero la nostra sconfitta nella guerra successiva, tenendo ben presente che in entrambi i conflitti bellici i nostri soldati, anche se non erano tutti alti biondi e dagli occhi azzurri, eccelsero in eroismo e dedizione alla patria italiana. Ma se la prima guerra, vinta, fu il risultato di determinate condizioni politiche e filosofiche, la seconda, perduta, fu il risultato di errori politici e di ribaltoni ideologici. Nulla succede a caso e ne esaminerò brevemente le ragioni. Se della vittoria nella prima guerra ci siamo gloriati e vantati, della sconfitta nella seconda ci è rimasta l’onta e la vergogna! In quale ambiente nacque il sogno imperialista italiano e come fece a convivere con l’ondata futurista? L’imperialismo italiano non accettò mai l’idea di sottomettersi all’imperialismo tedesco e all’ideologia pangermanista a causa delle opposte premesse ideologiche e spirituali da cui partivano i due movimenti; nel restituire dignità ed onore all’imperialismo romano, ridotto all’impotenza e al silenzio, sacrificato da Evola sugli altari delle sue idee filocattoliche e filotedesche si porrà fine, una volta per tutte, all’inganno "imperialista" di Evola. Ciò risulta ancora più evidente dal volontario esilio in patria di Reghini dopo la promulgazione delle leggi speciali e la firma dei patti lateranensi e dalla forzata emigrazione di Armentano in Brasile, i due pilastri su cui poggiava l’architettura politica e spirituale del risveglio imperialista italiano; non a caso, l’esoterista fiorentino, entrò in rotta di collisione con il "tetro" filosofo romano proprio nel momento in cui bisognava decidere da che parte stare.
L’anti-italiano.

Thomas elenca gli elementi di carattere politico, culturale e filosofico che marcarono la vita pubblica di Evola; fin dal suo esordio agli inizi degli anni venti, si distinse come uno scrittore esterofilo, incline cioè ad interessarsi del genio di altri popoli e di altre razze con opere "in cui si esalta un certo medioevo immaginario, per negare invece ogni valore al Rinascimento ed al Risorgimento, e per sostenere le ragioni dell’espansionismo germanico nel novecento, ai danni degli interessi politici dell’Italia"(pag. 14).

L’amore per il medioevo feudale e cattolico lo avrebbe naturalmente allontanato dagli ideali risorgimentali e lo avrebbe portato ad ammirare il cancelliere austriaco Clemens Von Metternich, colui che definì l’Italia un’espressione geografica, e che al servizio del famigerato impero austro-ungarico si sarebbe reso responsabile delle odiose persecuzioni contro i patrioti italiani.

Thomas formula questo giudizio con dati inconfutabili alla mano, sulla base cioè dei numerosi documenti da lui consultati e tutti rigorosamente citati in nota.

Io ero giunto, in alcuni punti della mia opera sulla vita e sull’opera di Arturo Reghini, alla stessa conclusione di Thomas, basandomi sull’epistolario di Reghini dal quale avevo ricavato la convinzione che Evola sognasse "impossibili mondi della tradizione che inseguiva nella sua accesa fantasia medievale e che avrebbero trovato accoglimento solo nella realtà politica del pangermanesimo e del cattolicesimo feudale" (pag.222 de "Il Figlio del Sole").

Intorno a questo nucleo evoliano di idee gravitarono numerosi satelliti che presero nomi diversi e che di tempo in tempo scandirono e marcarono l’attività politica e filosofica dello scrittore romano e dei suoi seguaci: "posizione reazionaria e antiebraica" "teorico anti-italiano" "riferimenti al superuomo di Nietzsche" "ideale storico-politico: il Sacro romano impero della nazione tedesca presentato come la manifestazione più recente nel tempo della società di tipo tradizionale" "una particolare interpretazione del medioevo cattolico-germanico" "l’antimassonismo" funzionale alla lotta contro il giudaismo. Tutto ciò poggiava su una sua "particolare versione dell’idealismo definito magico" che era l’espressione del suo solipsismo filosofico, avente poco di "magico" nel senso tradizionale dato a questo termine da studiosi e maestri come Guénon e Kremmerz e nulla di quell’idealismo filantropico e umanitario (da humanitas) prospettato da un Mazzini nel solco della più autentica tradizione nazionale e italica. Evola d’altronde avrebbe rigettato in blocco gli ideali del Risorgimento, espressione a suo dire del complotto ebraico-massonico scaturito dalla Rivoluzione francese.

Queste idee e prese di posizione sono però alquanto tardive rispetto agli anni cruciali del dopoguerra, della cosiddetta rivoluzione fascista e del risveglio imperialista. Dal crogiolo occultistico dei primi anni del novecento era filtrato il meglio della cultura interventista, futurista ed imperialista, che ruotava intorno ad organizzazioni "alternative alla cultura cattolica" alle quali, per ragioni anagrafiche Evola (era nato nel 1898) era rimasto estraneo.

Arturo Reghini (1878-1946) era considerato la punta di diamante di questo gruppo eterogeneo di intellettuali avendo interpretato i conati futuristi di scrittori, artisti, poeti e musicisti come l’emergere dal profondo sottosuolo italico dell’antico magma rinascimentale e pagano sepolto ma giammai estinto.



Evola frequentò la Lega Teosofica indipendente, un movimento nato dopo scissioni, scandali e furiose polemiche dalla Società Teosofica ed accettò di buon grado di collaborare con la rivista Atanor per nulla preoccupato del fatto che a cominciare da Ciro Alvi, il proprietario, per finire col direttore, Arturo Reghini, la rivista anche se non dichiaratamente massonica, era in mano ai massoni, di una specie di massoni però che con le idee sovversive, decadenti e antitradizionali allora in voga non aveva nulla a che vedere.

"L’interesse di Evola per la spiritualità del mondo greco-romano e del mondo orientale" scrive Thomas a pag. 41 risale al contatto con il gruppo della rivista reghiniana "Atanor". Attraverso Atanor Evola conobbe gli scritti di Guénon e da Guénon apprese "la tendenza, assai diffusa nella cultura francese, a svalutare la civiltà romana"(pag.44); mutuò anche il disprezzo per il Rinascimento italiano, giudicato in più occasioni un fenomeno "antitradizionale" giudizio che faceva saltare di gioia i tradizionalisti cattolici.

"... I tentativi di Evola di superare il concetto di Nazione" (pag.217) denunciano in verità una sostanziale sfiducia nella nazione in cui era nato, l’Italia, e sono alla base delle sue "nostalgie per i tempi della Santa Alleanza" che lo spinsero infine a buttarsi anima e corpo tra le braccia dell’imperialismo germanico. Anche in materia economica "lo scrittore condannò l’approccio paretiano... come troppo vicino al materialismo marxista e quindi anti-tradizionale" (pag.219) o perchè, molto più probabilmente, come troppo vicino alla tradizione italica e a Reghini che di quell’approccio si era qualche volta servito.



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