Flauto di Pan


Evola-Reghini: quale imperialismo?



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Evola-Reghini: quale imperialismo?


È naturale che Thomas dedichi un intero capitolo del suo libro, e lunghi brani dei primi capitoli, alle origini dell’imperialismo e allo scontro Evola-Reghini; in questo episodio infatti v’è la chiave di lettura di tutto lo sviluppo storico successivo, non solo quello influenzato dalle scelte razziste e pangermaniste di Evola, ma anche quelle influenzate dalle decisioni politiche conciliatorie e filo-cattoliche di Mussolini. Il capo del governo, nel firmare i Patti del Laterano con la Chiesa, non si limitò ad un gesto opportunistico dettato da una necessità politica, andò ben oltre: impresse alla politica fascista un’impronta clericale, antilaica, liberticida e intollerante, un’impronta che non aveva nulla di romano e di pagano. La dittatura era un’istituzione "romana", ma Mussolini se ne servì per favorire i nemici della romanità e ridurre al silenzio i veri romani odiati dalla Chiesa e dai gesuiti, alcuni dei quali erano affiliati alla massoneria. A questa strategia mussoliniana Evola diede il suo convinto appoggio e contributo. Mussolini era un abile uomo politico ed amava stare al tavolo da gioco con diversi assi nella manica. In questo modo egli era sicuro di poter dirigere la partita e fare suo il risultato finale. Nella partita con la Chiesa Mussolini sapeva di avere di fronte un avversario abile ed espertissimo ma non poteva fare a meno di giocare e se necessario bleffare. Paganesimo e massoneria erano tra le sue carte nascoste. Fin qui la posizione di Mussolini. Negli ambienti massonici si sapeva però, fin dagli anni della guerra, che Mussolini era un uomo facilmente manovrabile dalla Chiesa e seguivano quindi con apprensione i movimenti pre-conciliatori. Agli inizi degli anni ’20, subito dopo la guerra, Evola debutta come scrittore e come conferenziere. Reghini lo conosce ad una conferenza teosofica nel 1923. Per Reghini il 1923 è un anno importante, di svolta, è l’anno della sua entrata nel Rito Scozzese ma è anche quello della fondazione dell’Associazione Pitagorica. I due episodi non sono speculari, il primo riflette il suo impegno profano, il secondo quello iniziatico.

Nonostante Evola si tenesse lontano da ogni gerarchia sostenendo "il concetto dell’io per agire senza vincoli, seguendo liberamente la propria indole" (pag. 33) Reghini, giudicandolo colto e intelligente, tentò di agganciarlo al suo movimento culturale che non era quello massonico. Thomas riferisce quel che avrebbe detto Evola e cioè (pag. 58) che "Reghini lo avrebbe inutilmente sollecitato a aderire alla Massoneria". Chiarisco meglio la posizione di Reghini perchè in questo modo mi sarà più facile smentire Evola: Reghini era contrario a qualsiasi forma di propaganda e di reclutamento, valutava gli uomini che incontrava secondo un suo personale criterio e decideva di volta in volta se coinvolgerli e interessarli ai suoi studi; negli ambienti culturali romani si era affermato come imperialista e scrittore di cose esoteriche piuttosto che per il suo impegno massonico, fama che non doveva essere ignota ad Evola. Reghini infine, dopo le dimissioni dal Rito Filosofico Italiano, nel 1914, era rimasto estraneo alle lotte intestine del mondo massonico e dei gruppi esoterici. La sua rentrée nel 1923 nel Rito Scozzese subito dopo la conquista fascista del potere, fu di carattere "politico": uso di proposito le virgolette in quanto l’aggettivo "politico" va qui inteso pitagoricamente, come servizio a favore di un ideale superiore che dentro l’istituzione massonica scozzese aveva un punto di riferimento: chi ha letto l’ appendice "La missione di Arturo Reghini nel R.S.A.A." nella mia "Storia del Rito Filosofico Italiano" sa cosa intendo dire e perciò non mi dilungo ulteriormente; spiritualmente e gerarchicamente la sua posizione era già definita da tempo e non avrebbe avuto bisogno dell’iniziazione scozzese per essere riconosciuta e confermata. Ritengo quindi che Evola abbia mentito o abbia frainteso. Non era la prima volta. In tutto il 1923 e 1924, nella corrispondenza di Reghini col suo Maestro, non c’è traccia del nome di Evola (e Reghini non proponeva nessuno in massoneria senza il consenso di ARA) segno che l’incontro di cui parla Thomas non aveva prodotto nel pitagorico fiorentino nessun effetto speciale. In quegli anni egli era impegnato in una lotta durissima contro i gesuiti ed era riuscito ad esercitare una certa influenza sulle decisioni politiche, forse sullo stesso Mussolini, attraverso i buoni rapporti che aveva stabilito con Emilio Settimelli e Adriano Bolzon, il primo direttore de "L’Impero" fondato nel 1923 come continuazione de "Il Principe" primo foglio imperialista fondato nel 1907 da Nino Daniele, il secondo della giunta esecutiva del partito fascista.

Il dissidio con Evola maturava sulla scia dell’evoluzione politica del fascismo. Il movimento fondato da Mussolini nel 1919 era diventato un torrente in piena e si era trasformato in un partito di governo. Nonostante fosse scarso il sentimento dello Stato, tutto lasciava credere che, viste le sue origini, non avrebbe tradito le aspettative delle forze politiche e culturali che avevano dato il contributo più alto alla vittoria e al rilancio dell’orgoglio italiano nel mondo.

La massoneria si era distinta a favore dell’intervento in guerra contro gli imperi centrali e a favore dell’irredentismo nazionale. La chiesa e i gesuiti avevano condannato l’inutile strage, predicato il neutralismo e il disfattismo. Sulla carta però, entrambi erano istituzioni di carattere internazionale, e quindi era pretestuoso attaccare la prima e fare finta di nulla sulla seconda a causa dell’internazionalismo.

All’ultimo round la massoneria, su pressioni vaticane, divenne invisa al fascismo e Mussolini la mise al tappeto dichiarandola fuori legge. Era il 1925: la politica italiana si piegava alle mire clericali, pur mantenendo nelle sue manifestazioni esteriori un’enfasi ispirata al simbolismo militaresco dell’antica Roma.

Evola si adeguò prontamente al cambiamento in corso. Lanciò uno strale al cuore del Risorgimento italiano: se la prese con Mazzini definito "esponente italiano del protestantesimo e del male europeo" (pag. 48) mentre si delineava in lui un concetto di impero "rapportato esclusivamente al Medioevo cattolico germanico" (pag. 48).

La tentazione pangermanista si faceva sempre più forte e nel prendere le distanze dagli ambienti esoterici che lo avevano aiutato ad affermarsi come scrittore e come filosofo, nel libro del 1928 tentò di accreditarsi come "imperialista pagano".

In verità, il paganesimo che Evola aveva in parte malamente plagiato, non impensierì nè Mussolini, nè la Chiesa, perchè "sono scarsi in Imperialismo Pagano riferimenti al paganesimo inteso come quell’insieme di credenze e di culti religiosi del mondo classico precristiano" e nemmeno in esso "si condivideva la convinzione di Reghini secondo cui il pitagorismo, con le sue severe regole di comportamento etico-religioso, potesse rappresentare un fattore di continuità con la tradizione classica. La tesi evoliana era invece di natura polemica e politica piuttosto che dottrinaria..." (pag. 51), una tesi cioè che non avrebbe potuto impensierire la Chiesa adusa a fronteggiare nemici di ben altra portata e livello.

Reghini invece con il suo spiritualismo pitagorico e la sua metafisica classica era sceso in profondità, aveva toccato il cuore del problema italiano e aveva condotto un attacco a fondo contro le istituzioni secolari del potere politico-religioso che condannavano l’Italia a un ruolo di subalterna inferiorità di fronte alla Chiesa e agli altri stati europei.

Reghini auspicava una ricostruzione spirituale nazionale senza curarsi troppo dell’assetto istituzionale, tenendo vivo anzi all’interno dell’Associazione Pitagorica un dibattito sull’alternativa monarchia/repubblica vista in previsione di un ritorno delle alte cariche dello Stato (Senato, prima di tutto) al concetto dell’antica sacralità romana, mentre "Evola avrebbe voluto sostituire all’Europa cristiana un’Europa "imperiale", con una specie di superuomo nicciano quale imperatore (...) gli aneliti "pagani" di Evola si esprimevano soprattutto nell’individualismo spinto all’estremo...".

Quale differenza con il pensiero reghiniano che al rispetto del principio classico e romano della gerarchia aveva sacrificato ogni ambizione individuale ed ogni egoismo settario!

"Il dissidio con Reghini -aggiunge Thomas a pag. 53- segnava anche l’adesione di Evola alla teoria complottista...Egli concordava , infatti, con le posizioni antimassoniche del fascismo secondo cui l’azione politico-culturale di Reghini non rappresentava altro che un indebito tentativo da parte della Massoneria -considerata ipso facto sovversiva- di servirsi del fascismo per i propri fini" (pag. 54).

L’adesione di Evola alla tesi "complottista" produsse delle vere e proprie mostruosità: delazioni di polizia, tradimenti di amici divenuti sospetti, saccheggi delle idee e degli scritti di quelli che erano diffidati a scrivere e a parlare in pubblico, ed indusse il "tetro" filosofo ad affermare e sostenere "la necessità politica della nuova alleanza tra fascismo e Chiesa Cattolica". (pag. 55).

Nell’epistolario, da me riprodotto ne "Il figlio del Sole", Reghini separa nettamente le due fasi dell’attacco evoliano alla sua persona e al suo movimento. Il libro di Evola sull’Imperialismo Pagano apre le porte alla fase conciliatoria e le reazioni risentite del pitagorico fiorentino miravano a scongiurare un simile pericolo. Ma Reghini, nonostante fosse abbastanza bene informato di quel che si tramava a Palazzo Venezia fu preso di sorpresa nell’apprendere che il suo nome era stato incluso dal consigliere spirituale del Duce, Padre Pietro Tacchi Venturi della Compagnia di Gesù, in una lista di persone da mandare al confino.

Non risulta che in questa lista ci fosse anche il nome del "pagano" Evola; anzi, dopo l’uscita di scena di Rehini e del suo gruppo si apriva per Evola "la lunga stagione in cui... al posto della tesi del pericolo euro-cristiano si contrapponeva quella della lotta alla congiura giudaico-massonica, nel quadro del razzismo spirituale in chiave nordica". (pag.55).

Era ciò di cui avevano bisogno la chiesa e il partito cattolico, e poichè "l’antimassonismo evoliano assomigliava più a quello dottrinale cattolico che non a quello più propriamente politico del fascismo" gli antichi sostenitori di un antiebraismo religioso approfittarono astutamente di Evola per sbaragliare definitivamente il campo avversario in cui Reghini e gli iniziati italici rappresentavano l’elite più colta e più combattiva.

Sono quindi arrivato al 1930, l’anno de "La Torre". UR era finita e dopo UR, KRUR aveva subito la stessa sorte. Evola ormai senza più avversari, si preparava all’irresistibile ascesa ai vertici della cultura fascista incoraggiato dall’affermazione del nazismo in Germania.

Nel generale clima di esaltazione dei miti nordici ed ariani, dopo aver negato al pitagorismo una dignità tradizionale, "il filogermanico Evola non risparmiò l’attacco alla religione etrusca...", "...in quanto demetrico-lunare essa sarebbe stata estranea alla civiltà romana... e lo stesso simbolo del fascio, supremo simbolo del potere romano, essendo di derivazione etrusca". (pag.104).

Reghini aveva già scritto nel suo saggio su Simbolismo e filologia che "il pentalfa (simbolo della Scuola Italica, ndc) ed il fascio littorio (tra i quali passa più di un legame) sono i soli importanti simboli spirituali veramente occidentali. Il resto, buono o cattivo che sia, vien dall’Oriente". Dovette però attendere il 1934 per dare ad Evola la risposta che meritava e lo fece scrivendo per la rivista "Docens" il saggio "Il fascio littorio" nel quale leggiamo: Ci sembra allora giusto scorgere nel fascio littorio non soltanto il simbolo della giustizia e dell’imperium , ma ben anco il segno ed il simbolo etrusco-romano di questa tradizione sacra; esso col numero delle verghe componenti il fascio e col numero dei littori, fornisce un indizio della ortodossia spirituale della tradizione etrusco-romana. Così il carattere nostro, occidentale, etrusco di questo glorioso simbolo si fonde e si armonizza col suo carattere universale tradizionale; ed ecco perché, rimanendo perfettamente universalisti, ci piace esaltare questo simbolo spirituale etrusco-romano, simbolo nostro e non esotico, simbolo di vita e non di morte, simbolo imperiale e non patibolare.

Simbolo nostro, sottolinea Reghini con profonda convinzione e provata conoscenza, e non degli illuminati tedeschi che alla fine della guerra avevano fatto pervenire a lui e ad Armentano un invito, attraverso la massoneria, di adesione all’imperialismo germanico, ricevendone un fermo diniego.

La stessa setta "imperialista" o qualcosa di simile ed affine che "cercava di avere in Italia un agente generale" ci riprovò con Evola ed Evola si recò nei paesi di lingua tedesca nel 1929, anno in cui, come ho ripetuto in altre sedi ed occasioni, si chiuse per l’Italia la stagione esaltante del patriottismo della vittoria e della speranza caratterizzata da un’Italia che "alla fine della Grande Guerra aveva effettivamente raggiunto un traguardo geopolitico che nel 1914 ben pochi avrebbero osato di sognare" (pag.73) e si aprì la stagione delle leggi speciali e della sofferenza, stagione dominata appunto dalla cultura estorofila e razzista di Julius Evola e dall’invadenza politica della Compagnia di Gesù.

Infine, non posso fare a meno di ricordare che il dualismo manicheo che contrappone la virilità olimpica solare alla femminilità demetrico-lunare è estraneo alla tradizione esoterica mediterranea (basti pensare alla doppia natura del rebis ermetico) ed alla religiosità dei popoli italici; nell’elaborazione evoliana, frutto della demonizzazione della donna, è servito solo a compiacere la cultura germanica che mirava al dominio intellettuale dell’intero continente europeo, sicchè lo stesso "nazismo – conclude Thomas – potrebbe essere visto come una fase della politica pangermanista" (pag. 74).

Conclusione


Questa recensione avrebbe potuto essere molto più lunga. Non lo è perchè mi sono astenuto dal trattare il problema del razzismo, tema centrale del libro di Thomas, per due ragioni:

1) nella filosofia pitagorica e nella tradizione pagana rappresentate da Reghini non v’è traccia d’un problema di questo genere e quando se ne parla, a parte qualche accenno all’internazionale ebraica equiparata all’internazionale gesuitica, è su basi scientifiche; infatti se è giusto sul piano antropologico, etnologico, psicologico ecc. parlare di razze, stirpi, etnie, evoluzione biologica, sul piano spirituale sarebbe un’aberrante dimostrazione di materialismo inammissibile e inconcepibile con la tradizione pitagorica pura; nella Scuola Italica a nessuno importava se Cesare facesse fisicamente parte del "tipo classico, romano bruno" (Evola) mentre si esaltava Cesare come "il solo uomo dell’antichità manifestamente divino" (ARA);

2) Reghini non ebbe con Evola scambi di idee sulla questione razziale.

Concludo osservando che oggi, a differenza di ieri, l’asse della politica mondiale si è spostato: da eurocentrico è diventato americanocentrico, mentre ad Oriente la politica si sviluppa sulla bisettrice Russia (ex URSS) Medio Oriente con qualche appendice europea. Oggi, peggio di ieri, l’idea di un imperialismo italiano orientata sull’asse nord-sud con al centro Roma appare un’utopia. Il mito di Roma è sempre più offuscato e Roma ha un pallido riflesso di universalità solo quando il papa si affaccia dalla sua finestra in Piazza San Pietro. Mentre però i sostenitori dell’"imperialismo" americano, una brutta imitazione del pangermanesimo barbaro e bellicista preso a modello, sembrano in difficoltà e in affanno, prendono quota in Europa i fautori del paneuropeismo asiatico forse per bilanciare, secondo la vecchia logica della politica dei blocchi, l’influenza americana in Europa. La Chiesa sta, come sempre, col vincente e col più forte, cioè con l’America. Di imperialismo italiano quindi non se ne parla nemmeno, tanto meno in una prospettiva di potenza euro-mediterranea sostenuta dal mito di Roma e soprattutto dalla spiritualità della Roma imperiale e pagana. I più distratti, per non dire i più smemorati, non sembrano aver appresa la lezione del passato e, mentre alcuni (pensando forse solo al gas e al petrolio, terrorizzati all’idea di tornare al braciere per riscaldarsi e di rinunciare alla gita domenicale in auto) sperano in una reazione del Medio Oriente con l’appoggio dell’Europa asiatica, altri si dilungano nella difesa di una civiltà occidentale che è semplicemente la civilizzazione della macchina e del consumismo senza freni.

Sono in corso animati dibattiti politici sull’ambiente, sull’aumento della popolazione, sull’immigrazione selvaggia, sul bisogno di spiritualità di fronte al generale fallimento delle religioni e della democrazia, che aprono larghi spazi all’idea pitagorica sul destino dell’uomo e del mondo.

Appare evidente la necessità e l’urgenza di dare al nostro popolo e al nostro continente una classe politica illuminata, ispirata ai dettami degli antichi miti mediterranei che si stanno rivelando di un’attualità impressionante, segno che ciò che è vero e sano non può finire nell’oblio.

L’essersi allontanati da essi o, peggio ancora, ignorarli per puro egoismo materialistico, significa semplicemente scavarsi la fossa con le proprie mani.

"Il ritratto per molti versi inedito – conclude Thomas a pag. 242 – che emerge in queste pagine esige probabilmente una nuova valutazione delle successive attività politico-culturali di Evola nel dopoguerra..." la cui influenza tra i giovani di destra che nel dopoguerra simpatizzavano per la "Giovane Italia" o per "Ordine Nuovo", sensibili come sempre al potere suggestivo dei miti e dei simboli della patria, ha prodotto i risultati politici che sono sotto gli occhi di tutti. A quei giovani, ormai cresciuti e diventati adulti, non rimane da fare altro che salvare il salvabile e ricominciare tutto da capo

Questo libro di Dana L. Thomas è un’occasione da non perdere, è uno strumento di riflessione importante, è un invito perentorio che dice: ritorniamo in noi, per noi, per quello che fummo e che siamo e ciò che di italiano e di romano nel passato fu grande, indipendentemente da come si è manifestato, oggi può rivivere arricchito di tutto quel che l’esperienza della vita ha dato, e potrà nuovamente aiutarci a uscire dal baratro in cui affondiamo.


Equinozio di primavera 2007

Roberto Sestito

(Pubblicato su "Politica Romana" n. 7-2007).



Con questo numero il "Flauto di Pan" conclude la serie on-line. Tutti i numeri apparsi in internet saranno raccolti in una edizione a stampa e inviata a chi ne farà richiesta.

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Nel possimo numero:



Editoriale: Perché Pan suona il Flauto?—- Giovanni Papini: Giuseppe Vannicola—Giuseppe Vannicola: Beethoven (inedito)— Anael: Sulle pieghe del tempo - Giuseppe Lazzaretti: L’amore, il cuore, la donna nella dottrina segreta di Dante e dei Fedeli d’Amore (Capitolo 3) ecc.



Flauto di Pan, Bollettino interno dell'Associazione culturale IGNIS - Responsabile: Roberto Sestito - email: ignis@oi.com.br

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