Fonti documentarie e istituzioni culturali nelle città venete dei decenni centrali dell’Ottocento: archivi e biblioteche municipali



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Fonti documentarie e istituzioni culturali nelle città venete dei decenni centrali dell’Ottocento: archivi e biblioteche municipali*


  1. Premessa. Tra Jacopo Chiodo (1820-30 c.) e Bartolomeo Cecchetti (1876-82 c.)

La storia archivistica della regione veneta è segnata, nel corso dell’Ottocento, da due falliti progetti, miranti entrambi alla creazione di una rete organica di archivi pubblici, uno in ciascuna delle città capoluogo1: falliti, ma evidentemente frutto dei loro tempi e buon punto d’osservazione delle tendenze in atto. Ambedue i progetti ebbero origine da inchieste sullo stato della documentazione delle città dell’entroterra veneziano, svolte da grandi archivisti in servizio presso le istituzioni di conservazione documentaria della Dominante, l’Archivio dei Frari: Jacopo Chiodo negli anni Venti, a partire dal 1820-1822 e sino al 1828, e Bartolomeo Cecchetti2 a cavallo degli anni Ottanta, nel quadro dei lavori preparatori alla sua celebre opera Statistica degli archivii della Regione Veneta, uscito nel 1880-813. I due progetti nacquero dunque a valle dei due principali momenti di accentramento statalistico che segnarono l’Ottocento veneto: il momento napoleonico e il momento post-unitario. Ma ambedue abortirono precocemente.

Profondamente convinto e compartecipe della funzione identitaria svolta dall’archivio dei Frari, luogo sacro della venezianità, unico appiglio delle passate glorie, Jacopo Chiodo – direttore dell’Archivio Generale di Venezia, ove aveva organizzato fra 1815 e 1822 la razionale distribuzione dell’ingente materiale prodotto dagli organi di governo della repubblica di san Marco4 – aveva in un primo momento pensato a proporre una mega-concentrazione documentaria nella città lagunare, ma si era poi orientato verso una rigorosa omogeneità organizzativa degli archivi delle otto province del Veneto asburgico. Le indagini svolte (spesso, controvoglia) dalle Delegazioni Provinciali avevano permesso di accertare l’esistenza di

un ammasso di moltissimi archivi e documenti, taluni di significante importanza e preziosità sparsi in varie località, per la maggior parte confusi e disordinati, ed esistenti presso Delegazioni, Congregazioni municipali, Deputazioni comunali, Commissariati distrittuali, Ispettorati demaniali, Preture, Tribunali giudiciarii, Camere notarili, Notai ed eziandio alcuni presso private famiglie e persone.


In ogni capoluogo di provincia avrebbe dovuto essere istituito un «archivio governativo» o «centrale», collegato a mo’ di filiale con l’istituzione veneziana e organizzato al proprio interno in modo coerente a quanto era stato fatto ai Frari. Per certi versi, il piano predisposto dal Chiodo avrebbe creato a posteriori quell’unità amministrativa tra la Dominante e le città soggette, che l’inguaribile municipalismo veneziano per 400 anni aveva inibito. Chiodo non mancò di fornire indicazioni non solo teoriche, ma anche pratico-organizzative; ma nel 1832 un rescritto dell’imperatore sospese «ogni avanzamento delle pratiche attinenti l’istituzione degli Archivi generali nei capoluoghi delle Province venete».

Cinquant’anni più tardi, un progetto per creare archivi pubblici in tutte le province venete riemerse, nel periodo post-unitario, quando fu evidente una tensione positiva e una volontà concorde di armonizzare memoria storica locale e memoria storica nazionale. Nella prima metà degli anni Settanta la commissione Cibrario ragionò sul tema degli istituti pubblici di conservazione, e nel 1874-75 l’assetto degli archivi di stato, nonché quello delle dieci soprintendenze archivistiche in quel momento, fu definito. Lo schema operativo seguito da Cecchetti – dal 1876, succeduto al Toderini come soprintendente agli archivi veneti oltre che direttore dell’Archivio generale dei Frari – fu identico a quello del suo predecessore di mezzo secolo avanti: un’indagine molto puntuale sullo stato della documentazione nelle singole città, condotta questa volta anche attraverso le prefetture, la redazione di una statistica ben organizzata, e un lavoro “politico” per ottenere – sul territorio – risultati concreti, anche nella direzione della istituzione di archivi cittadini, obiettivo al quale egli ripetutamente fa riferimento, negli scritti di quegli anni, e che crede realizzabile. Cecchetti sollecitò in effetti la collaborazione, in tutti i centri urbani, delle figure più autorevoli sul piano della ricerca storica e provviste di maggiore sensibilità archivistica. Ci pensava fattivamente già nel 1876, e già da allora aveva preso contatto con le Prefetture, come risulta dalla sua corrispondenza con il giovane Carlo Cipolla:


siamo in corrispondenza colla Prefettura di Verona per una opinione generale sulla instituzione dell’Arch. di Stato. Ebbi riscontri quanto desideravo favorevoli da Belluno, Rovigo, Treviso, Udine, Vicenza; attendo da Padova, e spero da Verona perché io credo che si debba finire con l’andare pienamente d’accordo5.
Anche negli anni successivi Cecchetti lavorò in questa direzione; a Belluno per esempio nel 1879 il consenso di principio alla costituzione di un archivio locale fu ribadito grazie alla mediazione del prof. Francesco Pellegrini, direttore del Museo Civico; vi furono l’avallo della municipalità, la ricerca di edifici acconci e qualche altro passo preliminare6. La costante apertura e il costante respiro regionale delle iniziative dell’archivista veneziano è dimostrato anche da altre sue iniziative, come la realizzazione del Museo paleografico della regione veneta7.

Ma nonostante i suoi sforzi la regione restò in ogni caso un costrutto teorico ed astratto; dopo l’ottimismo di un momento l’occasione per la creazione di un sistema coerente di archivi “governativi” in ogni capoluogo – così come prospettato da Jacopo Chiodo e da lui riproposto in termini aggiornati ai tempi – fallì definitivamente, per giungere a realizzazione solo nei decenni centrali del Novecento, con l’istituzione degli archivi di stato in ciascuna provincia e della sezione di archivio a Bassano del Grappa.


Orbene, se l’esito fu parimenti negativo, la situazione che emerge dal confronto tra i risultati delle due inchieste è a distanza di cinquant’anni molto diversa. Quanto meno nelle quattro maggiori città (Padova, Verona, Vicenza, Treviso), ma anche a Belluno, si erano fatti importanti passi avanti dal punto di vista della conoscenza del patrimonio documentario, della consapevolezza archivistica, delle concrete operazioni di concentrazione e di inventariazione, che erano via via emerse come tema e problema specifico, dotato di una sua propria fisionomia, nell’ambito di un movimento culturale più ampio e complesso: mano a mano che si definiva lo statuto scientifico della disciplina storica e il suo rapporto con le fonti documentarie.

In ossequio all’obiettivo generale di questo convegno, lo scopo di questo saggio è quello di presentare in modo comparato – solo nel caso di Verona sulla base di ricerche originali; e in modo deliberatamente sintetico per quanto riguarda Padova, rinviando per questa città alle indagini di Nicola Boaretto e Donato Gallo, in questi Atti – le informazioni riguardo al rapporto che nell’arco di tempo individuato si venne articolando, nelle cinque città menzionate, fra élites cittadine, istituzioni culturali e attenzione alla documentazione d’archivio (senza che vi sia nessun particolare privilegio o riferimento specifico alle fonti medievali). Nei vari contesti, il culto delle memorie civiche e il senso di identità municipale – ovunque interpretati e fatti propri da esponenti del clero e dell’aristocrazia – si annodarono attorno ai musei e alle biblioteche civiche e/o agli “antichi archivi”, con ricadute diverse e diversi gradi di consapevolezza, e secondo una diversa tempistica.

Prevalsero comunque sia prima che dopo l’unità, le dinamiche locali, e ogni città fece a suo modo, per quanto l’influenza della “dottrina archivistica” irraggiata da Venezia e dalla grande esperienza dei Frari sia stata – anche nei decenni centrali dell’Ottocento – tutt’altro che trascurabile, almeno in alcune città.


  1. Musei civici, biblioteche e identità cittadina nell’età della restaurazione

Così come è accaduto in molte regioni italiane, una riflessione storica molto attenta e salutarmente pluridisciplinare ha rinnovato profondamente, negli ultimi decenni, i punti di vista sullo spirito pubblico delle città venete nei decenni della restaurazione.

Rinacque vigorosamente, infatti, un patriottismo municipale che trova in termini immediati un riscontro nella trasformazione, o nella fondazione ex novo, di importanti istituzioni culturali cittadine. Gli estremi cronologici sono il 1825 (Padova) e il 1855 (Vicenza): entro questi limiti si collocano i primi segnali della nascita dei musei anche a Verona e Bassano (che spicca tra i centri minori, sui quali non mi soffermerò in questa sede8). A Belluno (ove il museo è fondato nel 1872) e Treviso (1879-1882) l’istituzione civica nasce invece nel periodo post-unitario9.

I musei costituiti nelle città venete entro gli anni Cinquanta dell’Ottocento non hanno molto a che fare col centralismo statalista asburgico. Dal governo austriaco,


la tutela del patrimonio artistico viene sostanzialmente demandata alle autorità municipali, che pur nelle grandi difficoltà economiche troveranno in questa azione uno dei campi in cui esercitare i larghi margini di autonomia che vengono loro lasciati e in cui estrinsecare i sentimenti di strenuo municipalismo, di autocoscienza civile e di identità culturale che contraddistinguono la Terraferma veneta.
Già sul limitare dell’età veneziana (a Bergamo nel 1796) e nel primo decennio del secolo successivo (a Verona) erano nate in alcune città pinacoteche a uso delle accademie, dunque con funzione didattica10. Ma come gli storici della museografia veneta hanno da tempo acclarato11, fu in particolare nei decenni successivi che prese corpo una maggiore articolazione delle istituzioni museali, sì da coinvolgere presto, mentre le pinacoteche si consolidavano con importanti lasciti di famiglie patrizie o borghesi, anche il materiale bibliografico (non ancora quello documentario)12. Mantenendo in comune con le antiche quadrerie napoleoniche l’ormai irreversibile connotazione pubblica dei beni, le nuove istituzioni culturali non si imperniarono dunque più in modo esclusivo sulle collezioni pittoriche o plastiche, ma si orientarono a costituire un sistema complesso di quelli che oggi definiremmo “beni culturali”. Ne furono parte integrante, accanto ai dipinti e alle sculture, collezioni librarie di varia origine, reperti archeologici e collezioni naturalistiche; tutte componenti che interagiscono nel fornire un deposito, un caveau, una cassetta di sicurezza della storia e dell’immagine della città13. A Bassano, ad esempio, nacque nel 1840 una istituzione formalmente definita «Museo-Archivio-Biblioteca», consapevolmente polimorfa, che ancor oggi mantiene questa “ragione sociale” e questo nome14. Anche a Verona, si coltivò un progetto “interdisciplinare”: il conte Antonio Pompei nel 1836 progettava di collocare nel palazzo della Gran Guardia Nuova la pinacoteca, l’accademia di pittura, quella di agricoltura, e il Gabinetto Letterario, mentre viceversa vennero collocate presso la Biblioteca Civica a S. Sebastiano (istituita nel 1792 ma attiva dal 1802) marmi, medaglie e altri oggetti d’arte15. A Padova, nel 1825 l’imperatore conferì la «dignità di Museo» alla raccolta epigrafica messa insieme dall’abate Giuseppe Furlanetto nel palazzo della Ragione; successive donazioni di privati e acquisizioni (anche di documentazione archivistica) fecero sì che già agli inizi della lunghissima (dal 1845 agli inizi del Novecento) militanza e poi direzione di Andrea Gloria
l’Istituto nascesse come Museo-Archivio-Biblioteca, in una connotazione di totale depositario delle memorie storiche della città che è scomparsa nel 1948 con il passaggio dell’Archivio alle competenze dello Stato16.
Un’altra caratteristica significativa, che si manterrà nel tempo e che è figlia delle scelte di questi anni, è la natura pedagogica di queste istituzioni. A Vicenza, espresse questi sentimenti nel 1855 l’abate Antonio Magrini, quando – a conclusione di un iter piuttosto lungo; l’acquisizione di palazzo Chiericati, il restauro del quale aveva curato lui stesso, risaliva al 1838 – si inaugurò il museo civico alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe. Nella prolusione celebrativa stesa dall’ecclesiastico vicentino, l’emulazione “campanilistica” è un dato scontato: «porgiamo alla nostra Patria», patria che è ovviamente la città, «di che alzare finalmente più sicura la fronte in faccia alle italiche città consorelle»; le è possibile ora esibire il suo «pubblico santuario delle produzioni dell’ingegno degli uomini», «indizio ed il fregio d’un popolo colto e civile». Altrettanto prevedibili sono la logica patrimoniale e “inventariale” alla quale il Magrini si ispira, nonché l’eterogeneità del patrimonio conservato17. Ma le ‘proprietà’ del comune racchiuse nell’istituzione museale sono rese vive oltre che dall’apprezzamento per il bello, anche da una spiccata sensibilità sociale ed educativa. Negli auspici di Magrini, il museo vicentino è infatti destinato a diventare anche – in grazia delle collezioni di carattere scientifico e tecnico – «scuola e motore della cittadina e provinciale industria», perché «non abbiasi da noi a rimaner nella coda del secolo, che si slancia innanzi veemente sul cammin del progresso»18. Anche altrove del resto – per esempio a Treviso – il museo civico ospitò le scuole d’arte applicata19.

Insieme con il patriziato cittadino, tra i protagonisti di questo movimento mantennero a lungo un ruolo significativo (ad eccezione di Padova, con responsabilità di direzione) nella maggior parte delle citta venete, gli esponenti del clero liberale, almeno dagli anni ’40 e ’50 (e senza che il 1866 costituisca uno spartiacque). Essi operarono soprattutto nelle biblioteche, in dipendenza della solida formazione letterario-umanistica che li caratterizzava, ma il loro interesse per i “beni culturali” fu sempre a tutto campo. Alcune figure di vertice, protagoniste nella propria città così come nelle relazioni intercittadine, sono conosciute, come il conte Giambattista Carlo Giuliari (1810-1892) bibliotecario della Capitolare di Verona ma pars magna anche nelle istituzioni culturali civili20. Di non minore rilievo, nell’insieme, è il gruppo dei vicentini, con Ignazio Savi (1765-1857) bibliotecario della Biblioteca Civica Bertoliana, il suo vice Antonio Magrini (1805-1872) il successore (dal 1857 al 1877) Andrea Capparozzo (1816-1884) a Vicenza21; e anche a Padova, ove a partire dal 1845 (quando prese servizio come cancellista) il governo del museo civico e la cura della biblioteca fu esemplarmente egemonizzata da Andrea Gloria, ebbe in precedenza un ruolo l’abate Giustiniano Marchetti, suo predecessore nei compiti di «custodia e riordinamento» dell’archivio22. Questa tradizione non era destinata a spegnersi, perché nella generazione appena successiva ebbero il ruolo di Deus ex machina rispetto a biblioteca, museo e archivio della loro città Francesco Pellegrini a Belluno (1826-1903)23, Luigi Bailo a Treviso (1835-1932)24, e Antonio Vecellio a Feltre (1837-1912)25. In tutti i casi, si tratta di ecclesiastici volonterosamente aperti alle sollecitazioni metodologiche e al rinnovamento storiografico, ma soprattutto sempre profondamente inseriti nella vita culturale e sociale della città, sensibilissimi ai valori civici e quando sarà il momento entusiasti dell’inserimento della “piccola patria” nella nazione. Tutti, con varie sfumature, sono dunque cattolici liberali, antitemporalisti e poi conciliatoristi, in qualche caso (Giuliari26, Pellegrini) sospesi a divinis per ragioni di patriottismo (o perlomeno in conflitto col proprio vescovo intransigente), autori di composizioni poetiche celebrative del 20 settembre27, e di tendenza rosminiana e non tomista in filosofia; in più casi cavalieri della corona d’Italia28.

Un almeno parziale cambio della guardia tra gli esponenti del clero e del patriziato o della nobiltà cittadina e i professori, gli archivisti, i bibliotecari di estrazione borghese si ebbe nell’ultimo quarto dell’Ottocento (non prima), anche se il ruolo di ascensore sociale degli studi universitari a Padova – ove il magistero di Giuseppe De Leva e di Andrea Gloria ma anche dei docenti della facoltà giuridica giocò un ruolo importante –, si fa già percepibile tra gli anni Sessanta e Settanta quando si laureano in lettere o in giurisprudenza il sacerdote trevigiano Luigi Bailo e il suo concittadino Gerolamo Biscaro, il veronese Giuseppe Biadego, il già citato vicentino Fedele Lampertico, per tacere del sacerdote bergamasco Angelo Mazzi e di moltissimi altri: tutti protagonisti, nelle rispettive città, della storia delle istituzioni bibliotecarie ed archivistiche29.


  1. Biblioteche e archivi comunali nelle città venete prima e dopo l’annessione al regno d’Italia

Le vicende più propriamente archivistiche delle città venete non possono dunque essere esaminate a prescindere dal quadro d’insieme costituito dal cultural heritage del quale il patrimonio documentario entra a far parte.

Dopo l’unificazione nazionale, in particolare, si attiveranno quelle dinamiche di “complementarità conflittuale”30 fra centro e periferia, delle quali anche i progetti archivistici “nazionali” degli anni Settanta e Ottanta (che Cecchetti, come si è visto, impersona) sono manifestazione: sottolineare la propria identità, e inserirsi nella comunità nazionale in formazione, sono due facce della stessa medaglia. Ma la prima spinta propulsiva alla costituzione e alla concreta risistemazione degli archivi proviene già negli anni Cinquanta dalle sollecitazioni locali, e dal coinvolgimento attivo delle élites provinciali, variamente influenzate da un fitto dialogo e dalla circolazione di esperienze.


    1. Il ruolo di Cesare Foucard: competenze archivistiche veneziane, fonti veronesi e vicentine.


Va subito ricordato, al riguardo, il ruolo rilevante giocato a Venezia, a Verona e a Vicenza, da un giovane archivista veneziano, Cesare Foucard31. Appena trentenne (era nato nel 1825) fu il primo docente di Paleografia della scuola d’archivio istituita ai Frari nel 1854 (a imitazione di quella dell’Archivio di Milano, ove essa esisteva dal 1842) e avviata concretamente l’anno successivo, in coincidenza con l’apertura al pubblico della sala di studio, che portò alle prime esplorazioni degli studiosi lombardi (Cantù) e francesi (Baschet). Foucard resse l’incarico sino al primo semestre dell’anno 1859-60, e fu poi avvicendato (sino al 1876) da Bartolomeo Cecchetti32. In quei cinque anni, Foucard svolse un’intensa attività di editore, con particolare e rivelatrice attenzione alla documentazione conservata negli archivi dei centri minori della Terraferma o concernente tali centri33. Fu anche in contatto col Cicogna col quale pubblicò un importante lavoro34 e che anzi coinvolse nell’attività didattica della Scuola di Paleografia35; diede inoltre un supporto erudito importante a Pietro Estense Selvatico col quale pubblicò nel 1859 i Monumenti artistici e storici delle Provincie Venete, descritti dalla commissione istituita da S.A.I.R. Ferdinando Massimiliano, governatore generale36. Ecco una prova della strettissima e concreta collaborazione tra chi maneggia i documenti scritti e chi è versato nel restauro e negli studi storico-architettonici: tanto più simbolicamente importante, questo volume, in quanto gli edifici studiati non sono ubicati soltanto in Venezia (S. Marco, la cattedrale di Murano) ma anche a Padova (cappella Ovetari agli Eremitani) e a Vicenza (basilica Palladiana).

Orbene, proprio nel 1855 e negli anni seguenti è attivo (e spesso fisicamente presente a Venezia, intento ad approfondire gli studi su Palladio 37) Antonio Magrini, l’ecclesiastico vicentino così fortemente impegnato per la sua biblioteca e il suo museo. Oltre che con Cicogna38, Magrini – che aveva una notevole pratica delle fonti documentarie della sua città, in particolare degli archivi delle corporazioni religiose soppresse39 – è in contatto appunto con Foucard40, ed è ragionevole ipotizzare che ciò abbia facilitato il successivo ingaggio dell’archivista veneziano per il riordinamento dell’archivio municipale (archivio di Torre), concretizzatosi nel 1859 quando il ruolo di direttore della biblioteca vicentina era ricoperto ormai da Andrea Capparozzo (dal 1857, a seguito di concorso dopo la morte del Savi)41. E a loro volta, gli accertati intensi contatti fra i bibliotecari veronesi (Cesare Cavattoni e Ignazio Zenti) e il loro omologo nella città berica42 spiegano facilmente il trasferimento a Verona, l’anno successivo, dell’archivista veneziano, che ebbe l’incarico dalla municipalità veronese il 20 marzo 1860 e per qualche mese portò avanti contemporaneamente i due lavori43. Il suo lavoro a Verona lasciò tracce non meno consistenti, anche se il materiale effettivamente sopravvissuto è costituito da 3 buste di «regesti e copie da altri archivi» (prevalentemente, ma non solo, l’archivio generale di Venezia) redatte per incarico della municipalità veronese44. Rientrato a Venezia nella prima metà del 1861, successivamente Foucard riparò in Piemonte, e – senza dimenticare subito le sue esperienze venete45 – si avviò a una brillante carriera di funzionario d’archivio (culminata nella direzione dell’Archivio di Stato di Modena)46.



Nei paragrafi successivi si tenta di ricollocare nelle due specifiche situazioni l’input fornito da Foucard a Vicenza e Verona; né va dimenticato che – come ricorda lui stesso nella Relazione indirizzata alla Congregazione municipale veronese – egli ebbe formalmente un incarico, per un analogo lavoro, anche dalla Congregazione municipale di Padova, tra il gennaio e il marzo 186147. Per quanto il lavoro di riordinamento sia stato da lui svolto solo parzialmente, in ambedue le città, è evidente che la “cultura archivistica” di derivazione veneziana ebbe un ruolo di rilievo nell’incanalare e nell’orientare l’attività delle amministrazioni municipali in due tra le più importanti città della regione. Ma in ambedue i contesti “bibliotecari” c’era già una sensibilità viva, anche per i problemi della documentazione d’archivio.


    1. Il consolidamento dell’archivio vicentino presso la Biblioteca Bertoliana


Nella città berica, già dal Cinquecento l’archivio di Torre (così denominato per la originaria collocazione nella “torre del Zirone”) era stato spostato in una sede contigua a quella dei deputati ad utilia, la principale magistratura cittadina, e dopo primi tentativi abortiti cinque e seicenteschi era stato ordinato dal domenicano Giovanni Domenico Scolari, fra il 1779 e il 1793, per essere poi sostanzialmente abbandonato in età rivoluzionaria e asburgica. Nella prima metà dell’Ottocento, la storia della biblioteca civica vicentina è infatti dominata dal Savi, che la resse per oltre mezzo secolo (1803-1857) e con molti meriti: grazie anche all’incameramento delle raccolte librarie delle istituzioni religiose soppresse, il patrimonio librario fu notevolmente incrementato, non senza cospicue (e non sorprendenti, nel già menzionato contesto del municipalismo veneto dell’età della restaurazione) donazioni da parte di famiglie aristocratiche o comunque eminenti (i da Velo, i Lampertico, gli Arnaldi-Tornieri). Ma Savi fu appunto solo ed esclusivamente un bibliotecario, e predispose cataloghi per materia e inventari del solo materiale bibliografico48.

Si è già accennato all’attività di Magrini e all’avvicendamento tra Savi e Capparozzo alla direzione della Biblioteca Bertoliana, nel 1857. Ma la convocazione di Foucard nel 1859 (il decreto è datato 1° ottobre) dipese probabilmente, oltre che da migliorate condizioni logistiche, anche dalla costituzione di una Deputazione specificamente preposta alla Biblioteca, cui presero parte Lodovico Gonzati (1813-1876), Giuseppe Todeschini (giurista, docente a Padova; 1795-1869), e successivamente (ma solo dal 1866) Fedele Lampertico, che anche di archivi ebbe a occuparsi e non poco49. Nell’archivio di Torre, che negli anni Cinquanta era stato ripetutamente traslocato, con l’ovvia conseguenza di un qualche maggior disordine50, Foucard procedette innanzitutto a un’operazione di scarto51; ma rispettò sostanzialmente l’assetto dato all’archivio municipale dallo Scolari, redigendo per la gran parte dell’archivio civico un indice progressivo delle unità archivistiche52, dando direttive a un suo collaboratore, Eugenio Panizzoni, che qualche anno più tardi (1867) presentò al municipio una relazione (pubblicata sulla stampa cittadina).

Negli anni immediatamente successivi, l’attività del nuovo bibliotecario fu intensa. Nel 1861 Capparozzo chiese, e nel 1863 ottenne, «a titolo di semplice deposito» dall’imperial regia amministrazione finanziaria, gli archivi delle corporazioni religiose soppresse (poi implementati da altre consegne di documenti del 1865, e dopo l’annessione del 1876, 1879, 1884). È significativo che per il riordinamento sia stato interpellato in prima battuta (febbraio 1864), Federico Stefani53, a prova di una perdurante mancanza, in sede locale, di know how archivistico; dopo un sopralluogo Stefani, che in un primo momento aveva accettato, declinò l’incarico. Qualche mese dopo, il compito fu affidato pertanto a Luigi Cristofoletti, «paleografo» e cancelliere dell’archivio notarile, «persona esperta e pratica per aver già provveduto all’ordinamento di altri archivi»54. Cristofoletti lavorò dal 1864 al 1867, con esiti che – anche a causa dello stato di disordine nel quale il materiale, per i ripetuti spostamenti, era pervenuto – apparvero qualche decennio dopo non del tutto soddisfacenti a Domenico Bortolan e Sebastiano Rumor (che non erano certo due specialisti, ma che attorno al 1890, quando una pur rudimentale e intuitiva conoscenza del metodo storico è diffusa, appaiono in grado di dare una valutazione critica abbastanza motivata):


fu mantenuta dal riordinatore la divisione di provenienza, ma a ciascun volume o mazzo fu apposto un numero progressivo e fu eretto un inventario, o catastico generale. Pur troppo quando avvenne l’antico trasporto di ciascun archivio dal convento o corporazione che lo possedeva alla Finanza andò sconvolto l’ordinamento primitivo, per cui oggi quasi a nulla servono i parziali voluminosi catastici antichi. Le ricerche esigono ora molto tempo e pazienza, e non è raro trovarsi davanti a qualche lacuna. (…) In massima sono separati gli istromenti in pergamena da quelli in bombacina, tutti disposti cronologicamente, e da questi i mazzi dei processi, i libri scodaroli, i libri di livelli e legati, e quelli di entrata e uscita. Oltre il citato inventario di 140 pp. il Cristoffoletti (sic) stendeva anche un Elenco dei documenti d’importanza storica55.
In piena continuità, dopo l’annessione del 1866 l’acquisizione del patrimonio archivistico vicentino alla Biblioteca Bertoliana progredì a partire dal 1868. Prese il via infatti l’iter di acquisizione dell’archivio dell’«Estimo antico», di proprietà della Deputazione, che peregrinò tra diversi pubblici sino ad approdare presso gli uffici finanziari dello stato. Fu descritto in quell’anno da Giuseppe Bertolini, ma si dovettero attendere ancora quindici anni per un definitivo approdo alla Biblioteca. È interessante osservare infatti che tanto la definitiva e formale assegnazione dell’archivio di Torre alle cure del bibliotecario (inizialmente senza spostarlo di sede, ma successivamente trasportandolo presso la Biblioteca, con sistemazione logistica definitiva nel 1890) quanto, come si è appena accennato, il deposito dell’archivio degli antichi estimi avvennero tra 1881 e 188356: dunque, negli stessi anni nei quali la legislazione nazionale e le iniziative a livello regionale di Cecchetti crearono un nuovo “clima archivistico”, ma anche gli stessi anni nei quali perveniva alla Bertoliana, in deposito temporaneo (perpetuatosi sino ad oggi), un altro archivio-simbolo, dal forte valore identitario e civico, quello dell’Accademia Olimpica57. L’Archivio storico comunale non fu peraltro formalmente istituito prima del 193558.

3.3 Andrea Gloria a Padova e nel Veneto


Rispetto alle altre città della Terraferma già veneziana, il primato cronologico padovano in materia di “crescita” dell’archivio municipale precede addirittura l’avvento di Andrea Gloria (1845), visto che l’interesse dell’amministrazione civica per il fondo municipale fu sempre alto, e il dibattito e il lavorio di riordinamento degli archivisti municipali tra 1810 circa e 1840 circa fu molto intenso, grazie soprattutto ad Antonio Checchini e all’abate Arrigo Arrigoni, che produssero «strumenti e repertori a metà strada tra i mezzi di corredo archivistici e le ricostruzioni erudite»59. Fu poi l’immediato predecessore di Gloria, Luigi Ignazio Grotto dell’Ero ad ottenere l’acquisizione degli archivi delle corporazioni soppresse, nel 184460. Il nuovo responsabile (inizialmente cancellista61, poi direttore dell’archivio civico antico dal 1853, con competenze sull’intero archivio comunale; dal 1858 fu anche direttore del Museo civico) sin dal 1847 redasse un nuovo inventario, diede poi un forte incremento al processo di acquisizioni, e nel 1855 produsse una importante «memoria storica» sull’archivio municipale padovano, riassumendo egli stesso il suo operato sino a quel momento62. Non manca anzi una certa capacità di influire sull’ordinamento degli archivi delle altre città, soprattutto quelli municipali, come prova la sua corrispondenza con gli archivisti vicentini63; fors’anche grazie all’appoggio del Sickel che favorì l’inizio del suo insegnamento di paleografia all’Università di Padova, la sua notorietà varcò presto i confini locali se è vero che nel 1863 rinunciò alla possibilità di ottenere la direzione dell’archivio dei Frari64. Ma nello stesso tempo, come si è accennato, anche a Padova si ebbe un’eco significativa del lavoro svolto da Foucard, e della sua pur relativa novità di metodo, se è vero che, come riferisce lo stesso archivista veneziano la Congregazione municipale di Padova gli diede (nel gennaio 1861, confermando poi la deliberazione nel marzo) l’incarico di una regestazione completa delle fonti archivistiche del comune padovano anteriori al 1420 (la data dell’incendio che distrusse l’archivio comunale e signorile)65.

E soprattutto, in quello stesso anno pubblicò una importante riflessione d’insieme sugli archivi dell’intera regione, riprendendo – si badi, nel Veneto “austriaco” – l’idea dell’istituzione di un archivio “governativo” in ogni provincia, con importanti novità rispetto a quanto aveva esplicitato Jacopo Chiodo trent’anni avanti. Egli prospetta infatti la concentrazione negli istituti delle varie città non solo degli archivi degli «Uffici regi» e di quelli delle corporazioni religiose soppresse, ma anche degli archivi notarili e di «collegi privati e famiglie che li volessero depositare purché importanti»66. Non manca, nella sua proposta, l’attenzione al rapporto fra mondo universitario e mondo documentario: il personale degli archivi provinciali (finanziati metà dai municipi, metà dalle delegazioni territoriali) doveva esser scelto da una commissione mista, composta da due «dotti» locali e da tre professori patavini, un paleografo, uno storico (cioè lui stesso e Giuseppe De Leva) e un latinista67. Lo studioso padovano è dunque l’unico che, dal suo campanile, allarga lo sguardo all’intera regione.

A livello cittadino, fu naturalmente Gloria che, in perfetta coincidenza temporale con quanto accadeva a Verona68, presiedette nel 1871 al fisico spostamento dell’archivio antico dalla sede comunale al nuovo edificio di piazza del Santo destinato a ospitare la “memoria civica” nel suo insieme: le carte d’archivio e i libri, certo, ma anche le testimonianze artistiche – plastiche e pittoriche – e il patrimonio numismatico. Gli studi più recenti hanno alquanto smitizzato la “modernità” dell’approccio del Gloria, e negato la sua asserita adesione al metodo storico alla Bonaini imperniato sul nesso tra il funzionamento dell’istituzione e la produzione e conservazione documentaria («le 52 classi stabilite dal Gloria sono il trionfo dell’ordinamento per materia e dell’applicazione retroattiva al quadro di classificazione»)69. È certamente vero che la separazione anche fisica dell’archivio storico comunale, ormai “imbalsamato” nel Museo, con la conseguente netta divaricazione tra storici e studiosi da un lato e archivisti “burocrati” dall’altro, procurò nei decenni successivi danni seri. Essa determinò infatti «nell’organizzazione della fase formativa dell’archivio, priva del legame con la parte più antica, un lento e inesorabile processo di “amministrativizzazione”, non sorretta da un’adeguata cultura burocratica e da una forte consapevolezza di ruolo»70 da parte degli archivisti che gestivano appunto la parte vitale dell’archivio, quella che secondo lo scorrere del tempo seguiva la trasformazione archivio corrente>archivio di deposito>archivio storico. Ma è altrettanto vero che Gloria si uniformò alle dottrine correnti e allo spirito del tempo, nel “secolo della storia”; e non gli si può imputare più di tanto una mancata lungimiranza.


    1. La costituzione degli archivi municipali a Verona (1855 c.-1880 c.)

La vicenda degli «Antichi archivi veronesi» – tale la definitiva denominazione assunta alla fine degli anni Sessanta – segue binari sostanzialmente paralleli, ma è caratterizzata da una progettualità e da una coerenza particolarmente incisive, che trovano tra l’altro – anche cronologicamente – un perfetto significativo parallelismo nell’ideazione e della realizzazione del pantheon (o “Protomoteca”, come fu successivamente definito) dei veronesi illustri71.

L’impulso al riordino degli archivi civici sembra tutto e solo municipale. Il consiglio comunale deliberò al riguardo nel 1837, senza riscontri immediati peraltro. Agli inizi degli anni Cinquanta qualche tentativo di riordinamento dell’archivio municipale fu compiuto, perché una decina d’anni più tardi Cesare Foucard scrive criticamente di un «incompleto ordinamento» dell’archivio di Verona datato 1852, redatto «senza tener conto delle antiche marche di classificazione».72 Nel 1855 il sindaco Giovanni Battista Ferrari diede la colpa dei fallimenti «a combinazioni diverse che non importa qui di annoverare» (probabilmente alludendo anche alle tensioni politiche e alla prima guerra d’indipendenza), e chiamò a far parte di una commissione ad hoc Francesco Miniscalchi (un patrizio), Giambattista Carlo Giuliari (il ben noto bibliotecario della Capitolare, peraltro all’epoca ancora neppur canonico), e il bibliotecario comunale Cesare Cavattoni73. Gli esiti del lavoro di questa commissione74 non sono noti, ma qualcosa si fece anche negli anni immediatamente precedenti l’annessione al regno d’Italia, e il progetto di «fondazione degli antichi Archivj» fu negli anni immediatamente successivi propugnato anche dal successore del Ferrari, il marchese Alessandro Carlotti75.

Come si è sopra accennato, nel marzo 1860 fu infatti ingaggiato Cesare Foucard, che giunse a Verona ricco del bagaglio di esperienze accumulate a Vicenza (e non solo come si vedrà), oltre che della profonda conoscenza dell’archivio dei Frari. In tale occasione l’archivista veneziano redasse una «nota delle carte stanti nell’archivio comunale»76 che una decina d’anni dopo, nel 1869, servì da punto di riferimento per i responsabili dell’istituzione veronese quando l’archivio fu effettivamente trasferito. Così riferisce il Cavattoni:


Nel 1860 erasene affidata la regolazione all’esperto signor Professore Cesare Foucard, che, cominciata l’opera e proseguita con calore e dottrina, l’avrebbe altresì in tempo non lungo compiuta, se nel 1861 la polizia austriaca non avessegli, e d’improvviso, comandato di tosto ritornarvi in patria. Ma chi stava a capo della congregazione municipale s’oppose al subitano e reciso comando; e volle che il signor Foucard potesse, almeno per sommi paragrafi, riferire in quali condizioni lasciava l’archivio, e rimettergliene la consegna. Per tale giusta e ferma risoluzione, il Professore poté eziandio apparecchiarsi i salutari provvedimenti che, invece di essere tratto a Venezia, il condussero oltre il Mincio, dove trovò salvezza e posto onorevole77.
Non è stato possibile per ora ritrovare il documento nel quale Foucard sommariamente descrisse lo stato dell’arte, e la cronologia proposta da Cavattoni circa i movimenti dell’archivista veneziano non è del tutto esatta, perché consta che in qualche momento egli effettivamente rientrò a Venezia, anziché fuggire subito da Verona in Lombardia come patriotticamente Cavattoni suggerisce. In ogni caso, egli lasciò in eredità agli studiosi veronesi un ampio e ragionato censimento delle fonti per la storia veronese conservate a Venezia (soprattutto78), ma anche negli archivi municipali di tutte le città venete, che aveva personalmente ispezionato (oltre a Vicenza, anche Padova79, Treviso80, Bassano81 e in più Mantova). Una quantità notevole di documenti, in particola trascrisse concernente i rapporti tra Venezia e Verona, fu dal lui personalmente trascritta o fatta trascrivere (in alcuni casi, da allievi della Scuola di paleografia dei Frari)82. L’obiettivo complessivo che egli proponeva – e sia pure con un semplice accenno – agli studiosi locali era quello della «redazione di un Codice diplomatico veronese e specialmente scaligero dall’VIII al XV secolo», come afferma nella sintetica Relazione conclusiva, stesa il 1° luglio 186183.

Conclusa l’esperienza di Foucard, peraltro senza lasciare tracce immediatamente appariscenti, nel 1863 su proposta del consigliere comunale Giulio Camuzzoni, poi sindaco di Verona italiana (per 16 anni [1867-1883], deputato e figura eminentissima della vita cittadina nei decenni avvenire84) la congregazione municipale richiese, invano, all’imperial regio governo gli archivi delle corporazioni di mestiere e delle corporazioni religiose soppresse85. Nel luglio 1865 la commissione preposta alla Biblioteca Comunale ricevette una lettera dell’«inclito municipio», datata 20 giugno, «la quale tratta intorno il riordinamento dell’antico archivio del comune di Verona» e deliberò di procedere a «un esame dello stesso materiale contenuto nel medesimo archivio, prima di fare le relative proposte»86. Nel febbraio 1866, mentre si discute in sede di Commissione dell’ampliamento della sede della Biblioteca Comunale, si ha già presente che essa avrebbe dovuto essere non soltanto «altresì capace per riporvi l’antico archivio municipale», ma anche – si ribadì – per accogliere «l’archivio delle chiese e de’ monasteri soppressi»87. Il 1° ottobre 1866, quindici giorni prima che l’esercito del regno d’Italia entrasse in città, nella riunione della Commissione di vigilanza «il Bibliotecario [Cesare Cavattoni] poi accennò come sarebbe opportuno il rinnovare l’istanza al premuroso municipio, acciocché procacciasse d’ottenere l’archivio delle antiche corporazioni dell’arti e delle istituzioni monastiche soppresse, il quale sta presso l’intendenza di finanza, ed unirlo alla Biblioteca. A tal cenno gli altri membri approvarono il pensiero di farne l’istanza, ma fosse disgiunta dalle domande risguardanti le fatture nei sopraddetti due locali»88.

In quegli anni cruciali, si continuò a discutere della questione, mese per mese, così come erano all’ordine del giorno le esigenze della pinacoteca civica89. Il problema dell’archivio si intrecciò significativamente con le necessità di spazio poste alla biblioteca dalla donazione proprio allora avvenuta, da parte del Giuliari, della propria ricchissima biblioteca di testi veronesi, manoscritta e a stampa90. La decisione formale di affidare alla Biblioteca per intanto l’archivio comunale (evidentemente, il solo sul quale il consiglio municipale poteva autonomamente deliberare) fu presa il 19 dicembre 186791, e subito al Cavattoni fu affiancato Antonio Bertoldi, «amante in ispecieltà d’antiquaria e di paleografia»92, già da tempo membro della commissione preposta alla Biblioteca Comunale93 e destinato a ricoprire un ruolo molto importante come «conservatore per gli archivi» veronesi94 sino al 1880, quando si trasferì a Venezia come vice-conservatore del Museo Correr. Fra l’ottobre 1868 e la primavera dell’anno successivo, il secondo piano dell’edificio che ospitava la Biblioteca Comunale (l’antico convento dei Gesuiti di San Sebastiano) fu ristrutturato e adattato alle esigenze di «archivio generale per gli atti e i documenti antichi»: quindi con una valenza latamente civica, tanto è vero che fu posto come condizione, per il trasferimento nella nuova sede dell’antico archivio del comune (i cui «preziosissimi avanzi» erano stati sino ad allora ricoverati «in due piccole stanze di Mercato vecchio», il cortile interno al palazzo della Ragione), che esso «rimanesse separato da altri [archivi] e in luogo distinto»95.

In occasione dell’inaugurazione il 15 aprile 186996, alla presenza tutt’altro che casuale di Tommaso Gar, sindaco e bibliotecario tennero discorsi tutt’altro che banalmente celebrativi, anche se Camuzzoni a proposito dell’archivio si limitò a ricordare con soddisfazione come «il germe gettato negli sterili dì della servitù crescesse subitamente in pianta robusta ne’ dì fecondi della libertà», soffermandosi invece sulla virtù redentrice della lettura per gli operai, i carcerati, la povera gente97. Ma Cavattoni disegnò innanzitutto il programma delle future nuove acquisizioni: la documentazione delle chiese anteriore al concilio di Trento («essendosi così deliberato dagli onorevoli parrochi consenziente ed animante l’illustrissimo monsignor vescovo»), quella dei luoghi pii e dell’Istituto Esposti (già sommariamente inventariata «dal colto e premuroso signor dottore Antonio Zambelli») che «porge speranza di rinvenirvi buoni punti di storia patria», le copie dei documenti veronesi conservate ai Frari destinate a completare la prima tranche di trascrizioni che nel 1862 Foucard aveva steso per incarico di Ottavio di Canossa. Né Cavattoni mancò di sottolineare l’utilità scientifica dell’abbinamento archivio-biblioteca, per la presenza in quest’ultima del necessario corredo di opere di paleografia, di sfragistica e di scienze ausiliarie in genere98. Dato il parto gemellare, per così dire, delle due istituzioni, la delicata separazione del materiale manoscritto fra archivio e biblioteca sembra essersi realizzata in piena armonia, senza quei contrasti tra i funzionari delle due istituzioni che si verificarono, per esempio, a Venezia99.

A partire dal 1869 protagonista è Antonio Bertoldi (cassiere e vicepresidente della Commissione preposta alla biblioteca), che persegue una attiva politica di incremento e di acquisizione di fondi presso tutte le istituzioni100: il comune stesso, la Deputazione provinciale101, le varie branche dell’amministrazione statale, le istituzioni ecclesiastiche. Tra il 1868 e il 1869 è ancora Bertoldi che controlla lo spazio che occuperebbe l’archivio della Casa degli Esposti102, acquisisce le «librerie delle soppresse corporazioni religiose» e il loro «armadio delle pergamene», delle quali entro un anno è compiuta la consegna e iniziato l’inventario103. Da un’annotazione di Wilhelm Schum, uno studioso tedesco (di Halle) che compì il suo iter italicum per studiare la cancelleria di Lotario III e nel febbraio-marzo 1874 fu a Verona, si apprende che all’epoca erano ben ordinati soltanto i documenti pertinenti a S. Zeno (dunque, quelli provenienti dagli archivi denominati Orfanotrofio femminile e Ospedale civico)104. Restò aperto un terreno di discussione con l’amministrazione municipale a proposito dei registri anagrafici, trasportati integralmente presso gli Antichi archivi ma successivamente tornati in forse; ci si chiede infatti «se essa Commissione avrebbe difficoltà a spogliare questi Antichi Archivi dei registri di stato civile e delle anagrafi per completare quelli che stanno preso il municipio», per concludere che «si deciderà quando saranno state esaminate tutte le altre carte e documenti municipali ultimamente qua trasportati».

Significativo è anche il fatto che Bertoldi non si limita a una mera acquisizione di fondi, ma in taluni casi cominci a sviluppare una prospettiva di comparazione e di apprezzamento qualitativo delle fonti, portatrice embrionale di una interpretazione storica: considerazioni che egli svolge, in particolare, a proposito della documentazione conservata ai Frari. Quanto ai documenti dal secolo XVI in poi,


gli parrebbe (e parimenti stima il chiarissimo signor direttore, il cav. Tommaso Gar) di doverci almeno per ora limitare alla trascrizione delle relazioni dei podestà di Verona dal 1525 al 1796, serie importantissima per la storia veronese e la spesa delle copie sembra non potesse superare trecento lire105.
Analoghe considerazioni valsero per alcuni documenti concernenti la Camera fiscale (l’ufficio finanziario e contabile della repubblica veneta nelle città suddite), della quale gli Antichi archivi veronesi avevano ottenuto di recente «lo scarso avanzo» conservato a livello locale, integrabile con copie di documenti conservati a Venezia.

In questo meccanismo ormai avviato interlocutore di grande importanza fu ovviamente anche lo Stato, anche negli anni successivi. Fra il maggio 1876 e il gennaio 1877 inoltre furono «consegnati alla Finanza gli inventari di «tutte le pergamene che essa avea fatto qua consegnare», con ratifica della Soprintendenza veneziana. Si chiarì via via, in altre parole, l’obiettivo dell’acquisizione completa della documentazione concernente la città e il territorio, e nel settembre 1878 fu inoltrata richiesta al ministero di Grazia e giustizia per la «cessione o deposito in questi antichi archivi dell’archivio della Cancelleria Pretoria: era stata presentata in precedenza, ma il ministero di Grazia e Giustizia aveva risposto che «ne prenderà una determinazione quando sarà seguita la trasformazione dell’Archivio notarile di questa città a norma della nuova legge sul Notariato del 15 luglio 1875»106. La gran parte di queste acquisizioni si colloca cronologicamente entro i primissimi anni ’80; il più è fatto; ma non mancò qualche episodio successivo107.

Sul fronte del rapporto con la chiesa locale, infine, l’afflusso dei fondi verso gli Antichi archivi – impostato da tempo mediante un accordo-quadro – fu facilitato anche dai legami familiari e dalla solidarietà di ceto tra la gerarchia ecclesiastica e i vertici aristocratici della cultura cittadina. Della Commissione aveva infatti fatto parte a lungo il marchese Ottavio di Canossa, fratello del cardinale e vescovo, e con lui un altro autorevole esponente clericale come il conte Teodoro Ravignani, per tacere del conte e monsignore Giuliari. Nel 1879 Bertoldi poté render noto alla Commissione che erano già stati compilati gli elenchi cronologici delle pergamene depositate dalla Mensa vescovile e da alcune chiese della città, e sollecitare non solo che anche altre chiese ove i parroci non si erano accodati «non credendosi autorizzati a ciò», come S. Stefano e S. Giovanni in Valle108, ma anche lo svolgimento da parte del vescovo di «esatte ricerche presso le altre chiese, i rev. prepositi delle quali hanno asserito non avercene di anteriori al Concilio di Trento», perché l’operazione fosse davvero completa ed esaustiva.

Nel 1875 Bertoldi aveva steso per l’«Archivio veneto» un provvisorio punto della situazione. Oltre a dare puntuali informazioni sulle concrete operazioni di inventariazione da lui impostate (individuazione concettuale e tipologica dei “diplomi”109, redazione degli inventari di consegna e consistenza, rispetto degli antichi repertori e della loro divisione in classi se esistenti, compilazione dei regesti «appena cominciata», ecc.), non trascurò – a prova dell’organicità del progetto che il gruppo veronese aveva concepito e portato avanti – le ulteriori prospettive di ampliamento. Ribadì perciò l’importanza del recupero dell’archivio pretorio (incongruamente ricoverato, sino ad allora, presso l’archivio notarile, per mere ragioni di disponibilità di spazio), prospettò nuovamente l’ipotesi del trasferimento in città dei fondi delle corporazioni religiose veronesi soppresse dalla repubblica veneta e conservate ai Frari (ciò che si realizzò soltanto nel 1964), e individuò come ulteriore importante obiettivo l’accentramento «degli antichi archivi dei comuni della provincia, trascurati e in continuo pericolo di andare dispersi»110.



Quando poi nel 1880 Bertoldi si trasferì a Venezia assumendo il ruolo di viceconservatore al Museo Correr, il ruolo da lui svolto sino ad allora – di mente e braccio della Commissione – fu assunto dal giovane ventiseienne Carlo Cipolla, del quale si loda nella circostanza «l’opera intelligentissima»111. Tale opera fu coronata dalla stesura di un regolamento per una istituzione ormai pienamente assestata: regolamento che, si osserva significativamente in sede di approvazione, può essere largamente condiviso «essendo gli Antichi archivi così annessi a questa Comunale da formare con essa un solo stabilimento ed ufficio»112. Cipolla in effetti per almeno un anno – l’ultimo della sua permanenza a Verona, prima del trasferimento a Torino113 – adempì (come ebbe a dichiarare lui stesso nel gennaio 1881 accettando solo temporaneamente pure la carica di cassiere) a quella che definisce l’«incombenza a lui affidata di prestarsi per l’ordinamento di questi Antichi archivi»114, e che consistette in realtà nella piena responsabilità della redazione, per città e provincia, della Statistica poi pubblicata da Cecchetti. Non a caso costui gli rivolse, al riguardo, un ringraziamento inusuale nei toni, a riconoscimento della qualità eccezionale del lavoro:
a ciò che abbiamo detto nel I. volume, aggiungiamo particolari ringraziamenti ai signori cav. Antonio Bertoldi, ora viceconservatore del Museo Civico e della raccolta Correr, e all’operosissimo dott. Carlo co. Cipolla, al quale specialmente è dovuta la statistica degli archivi della città e provincia di Verona. Le accurate indagini, la dolce insistenza nel chiedere, la critica nell’appurare i dati raccolti, hanno reso questo lavoro quasi perfetto. E ciò sia detto per ringraziare anche la R. Prefettura della Provincia, dell’appoggio dato al dott. Cipolla; e senza accagionare dei risultati meno utili le distinte persone che presero interesse alla statistica delle altre provincie, e poterono disporre di minor tempo e forse di mezzi inferiori115.
L’accordo sottoscritto nel 1882 da Cecchetti in rappresentanza dello stato, e da Cipolla in rappresentanza del municipio veronese, per il deposito presso gli Antichi archivi veronesi dell’archivio dei Rettori veneti – il podestà e capitano rappresentanti in Verona, dal Quattro al Settecento, della sovranità statale116 – fu dunque nella prospettiva veronese il coronamento di un quindicennio di lenta, ma costante crescita, alla quale aveva contribuito una pluralità di attori in sostanziale concordia di intenti117. Né va trascurata al riguardo l’accorta politica del personale, che in quegli anni portò all’ingaggio (anche con qualche lieve forzatura delle procedure) di due archivisti valenti e operosi come Pietro Sgulmèro e Gaetano Da Re, immediatamente addetti – nonostante fossero in servizio con mansioni meramente esecutive – ad attività di ordinamento e di inventariazione, e destinati a essere per decenni le vere colonne dell’istituzione118.

3.5.Preti, archivi e musei nelle città minori: Luigi Bailo a Treviso (e Francesco Pellegrini a Belluno)




nel
Nelle città venete di minore consistenza demografica rispetto alle tre maggiori, e caratterizzate da una vita culturale meno vivace, come Treviso (che solo parzialmente sente l’influsso della vicina Venezia) e Belluno, la trasformazione delle istituzioni culturali (museali, bibliotecarie, archivistiche) è più lenta, ed è imperniata su figure di ecclesiastici colti, patriottici e civilmente impegnati non diverse da quelle che si incontrano a Verona o a Vicenza, ma prive di un contraltare e/o di un contesto: destinate pertanto a svolgere un ruolo – nel bene e nel male – di sostanziale egemonia.

Esemplare è la figura del cavalier Luigi Bailo (1835-1932), per più di mezzo secolo maestro e donno della Biblioteca Comunale, dell'archivio e del Museo Civico di Treviso, fondato nel 1888 quando già da tempo il Bailo, laureato a Padova e docente al liceo cittadino, svolgeva un ruolo importante nella vita culturale cittadina119. Negli ultimi decenni della sua lunghissima carriera – continuò a svolgere una funzione dirigenziale anche in età avanzatissima – Bailo esercitò in realtà un negativo ruolo di freno, quando entrò in conflitto con uno storico dell’arte di qualità e già autorevole come Luigi Coletti120: un freno soprattutto per il Museo, ma forse anche per le altre istituzioni culturali trevigiane. Ma com’ebbe a scrivere lui stesso, nei lunghi decenni precedenti il vecchio sacerdote si trovò sulle spalle «per solo amore della citta natia» la Biblioteca, l'Archivio antico e moderno, il Museo (compreso il museo del Risorgimento), e giustificò «la pochezza del mio lavoro scientifico» con le incombenze pratiche onerosissime cui dovette far fronte. Sicché è innegabile il suo ruolo decisivo di ordinatore, anche materiale, di tutta la documentazione archivistica trevigiana, ecclesiastica e civile, nonché il suo ruolo di mentore e di addestratore di un laureato in giurisprudenza come Gerolamo Biscaro (1858-1937)121, che ne descrisse con rara efficacia l’operato, sulla base dei suoi ricordi di studente ventenne:


Egli stava allora [nel 1878] sistemando i fondi archivistici delle corporazioni religiose della nostra Treviso, affidati in deposito al Comune, nei locali di una dipendenza del Municipio vicina alla Roggia, antica rimessa o stalla dell’ex palazzo Sugana. Il Bailo, uomo di robusta complessione, faceva tutto da sé. Lo si poteva vedere di piena estate, in maniche di camicia e calzoni corti, affaticarsi a collocare sulle scansie le grosse filze e i ponderosi volumi122.
Quella di Bailo non era stata peraltro una vocazione spontanea. Il suo impegno (che fu poi concreto, massiccio, fattivo: un lavoro gigantesco in un tempo molto breve) era la conseguenza di un incarico del municipio di Treviso, a seguito di una ispezione che Bartolomeo Cecchetti aveva compiuto nel 1876 su incarico del soprintendente regionale Teodoro Toderini. A sua volta, tale iniziativa era da inquadrare nel grande sforzo in atto in quegli anni per strutturare un sistema archivistico nazionale, con la creazione delle dieci soprintendenze archivistiche e sullo sfondo il progetto di istituire un archivio “governativo” in ogni provincia123.

Cecchetti, che già in precedenza si era interessato degli archivi notarili trevigiani124, aveva rilevato in particolare che la documentazione degli enti ecclesiastici soppressi, sin dal 1868 dati in deposito al comune di Treviso dal ministero delle Finanze, giaceva ancora in sostanziale disordine, e aveva adombrato persino la possibilità di un trasporto a Venezia (nonché dello scarto dei registri delle messe, che a lui – anticlericale arrabbiato – proprio non interessavano). L’inventariazione del materiale pergamenaceo iniziata da un altro ecclesiastico, l’abate Francesco Pace, era rimasta interrotta e in ogni caso i documenti erano stati schedati e numerati «non divisi per convento né per epoca, ma riunite secondo [manca parola?] venivano a mano dell’ordinatore». Anche la documentazione comunale, in quello stesso anno, risulta conservata in modo alquanto precario: secondo Cecchetti, «le condizioni nel quale al presente si trovano [le carte dell’archivio comunale] non sono le più favorevoli né alla loro conservazione, né all’uso che se ne voglia fare». Insomma, a Treviso sino al 1876 si era fatto ben poco, e quel poco con incertezze: è vero, sin dal 1869 il Pace (morto proprio nel 1876) era stato incaricato di regestare le 19.000 pergamene del grande fondo di S. Maria dei Battuti125, ma ancora nel 1878 il consiglio d’amministrazione dell’ospedale progettò di vendere a peso, come carta da macero, una parte consistente della documentazione contabile dell’istituto, poi donata al comune cittadino126. Con energia eccezionale, Bailo recuperò presto, lavorando furiosamente anche da facchino, come si è accennato sopra127, mentre negli stessi anni (1875-1878) Gustavo Bampo catalogava i materiali librari128. Nel 1879 poté così concludere il suo discorso Di alcune fonti per la storia di Treviso, tenuto in pompa magna all’assemblea della Deputazione di storia patria svoltasi non a caso nella “sua” città (alla presenza, ovviamente, anche del consocio deputato Cecchetti, oltre che di Federico Stefani, Carlo Cipolla, Giambattista Carlo Giuliari e del Gotha della storiografia veneta al completo) con un vigoroso appello alla creazione anche in Treviso di un archivio cittadino. Il ritardo bruciava, e andava recuperato:


Fa d’uopo che in Treviso si costituisca l’Archivio storico come è in tante delle vostre città; un Archivio nel quale sia versato il grande tesoro che si trova nel Comunale, e in quello delle soppresse corporazioni religiose che alla città è pure commesso; un Archivio a cui facciano capo altri archivi o dei corpi morali che vi depongano i loro documenti, i quali omai non hanno se non storico valore, o di privati che spesso disciolgono i propri e li vendono a peso di carta; un Archivio in cui si possa aver comodo acceso, e in cui i giovani studiosi, coi materiali di studio, possano trovare anche il buon indirizzo. Finché questo Archivio non si costituisca, non è a sperare che questo movimento di storiche ricerche e di raccolte patrie s’inizi o riesca a qualche effetto sensibile129.
Ancora nel 1880 Cecchetti nel saggio introduttivo alla Statistica degli archivii si esprimeva con una certa cautela a proposito della situazione trevigiana130. Ma la vicenda era destinata a chiudersi nel 1882, analogamente a quanto accadde nello stesso anno a Verona, col “passaggio di consegne” tra Cecchetti e Cipolla a proposito del deposito dell’archivio costituito dagli Atti dei rettori veneti presso gli Antichi archivi veronesi. Cecchetti e Bailo sancirono con un atto formale il deposito presso l’archivio comunale di Treviso, affidato da allora (e per mezzo secolo esatto) al Bailo, della documentazione delle corporazioni religiose trevigiane131. La ricostruzione delle vicende successive dell’archivio e degli incisivi interventi del suo direttore e factotum esula in ogni caso dai limiti di questa ricerca132.

Un cenno veloce è invece sufficiente, almeno allo stato attuale delle ricerche, per illustrare la situazione bellunese, egemonizzata da mons. Francesco Pellegrini, un erudito che – mutatis mutandis, vale a dire tenendo conto delle diversissime caratteristiche delle due città – non ha uno spessore troppo inferiore a quello del Bailo; alla fine degli anni Sessanta, egli aveva già mostrato una certa perizia nell’editare sistematicamente la raccolta della documentazione concernente la dominazione viscontea a Feltre e Belluno133, e tra 1872 e 1877 seguì attentamente la creazione del museo e della biblioteca bellunese. In materia di archivi, tuttavia, egli si limitò a fare da sponda alle iniziative provenienti dalle “capitali”, alle quale si è in questa sede già accennato. Nell’agosto 1876 infatti ricevette dal prefetto la circolare, che chiedeva un parere su


come sarebbe ricevuta da codesta rappresentanza comunale la istituzione di un archivio di stato in questa Città e se nella persuasione di essa che possa come per diritto di giustizia aver luogo la cessione a quell’archivio di alcuni atti depositati per avventura presso codesto municipio, e spettanti allo stato, dei quali colla istituzione di un regio archivio provinciale sarebbe perennemente assicurata la conservazione alla Città.
E per quanto il quadro normativo fosse ancora del tutto incerto e indefinito, della forte volontà dei protagonisti di dare concretezza all’iniziativa è prova il fatto che nel 1878 Cecchetti inviò a Pellegrini qualche pezzo d’archivio pertinente alle corporazioni religiose soppresse, «per un Archivio Provinciale che vi si avesse a istituire»134. Pochi anni più tardi, nel 1878-1879, Pellegrini fu per il soprintendente veneziano (che gli inviò, per l’indispensabile aggiornamento, la statistica redatta dal Chiodo negli anni Venti) l’inevitabile interlocutore in questa lontana provincia in occasione dei lavori preparatori per l’amplissima descrizione pubblicata a partire dall’anno successivo. Pellegrini fu obbligato, nella circostanza, a un defatigante sopralluogo nelle tante sedi di conservazione di fonti notarili ed ecclesiastiche disperse nelle vallate dolomitiche (da Feltre ad Auronzo, da Pieve di Cadore ad Arsié)135. Ma il seme era gettato, con positive ricadute sia sulle successive riflessioni del Pellegrini sulle fonti per la storia bellunese136, anche se il Museo di Belluno, pur provvisto di un buon fondo di documenti e manoscritti storici137, non divenne mai un reale collettore della documentazione medievale e moderna, rimasta in buona parte dispersa nelle tante sedi di conservazione negli archivi comunali o comunque locali138.


    1. Sociabilità patrizia e depositi archivistici nell’Ottocento e nel Novecento

Un tratto comune alle vicende ottocentesche degli archivi municipali di Verona, Vicenza, e in misura minore Padova e Treviso, è infine costituito dall’incremento documentario legato ai depositi archivistici, o alle cessioni, delle famiglie patrizie: un incremento significativo, anche se quantitativamente differenziato nei vari casi.

Come si è già accennato, alle spalle di questo fenomeno, c’era evidentemente una buona tenuta complessiva (in termini di autocoscienza, non meno che patrimoniali) di un ceto aristocratico provinciale integrato da elementi del notabilato e della borghesia, ma consapevole di sé e di ciò che una élite sociale globalmente rappresenta per la storia della propria città139. Nella prima metà del secolo, ciò aveva determinato il cospicuo arricchimento delle pinacoteche e delle collezioni di antichità. Nella seconda metà del secolo, senza che sia esaurito il precedente flusso, quella maggior consapevolezza dell’importanza della documentazione d’archivio che era un portato dei nuovi tempi amplia i confini del mecenatismo culturale, quantunque si scelga spesso la formula del deposito piuttosto che quella della donazione. E la fitta presenza dei patrizi ai vertici delle biblioteche e degli archivi nel periodo immediatamente post-unitario favorisce ulteriormente lo spirito di emulazione e il versamento spontaneo, o sollecitato da parte dell’istituzione, di complessi documentari talvolta molto cospicui140.

È interessante osservare, al riguardo, che Cecchetti segnala nella sua Statistica, a cavallo degli anni Ottanta, l’esistenza e il rilievo degli archivi privati veneti, in un contesto normativo nel quale la questione non era stata affrontata dalla commissione Cibrario dei primi anni Settanta, e neppure venne toccata dai progetti di legge sugli archivi dovuti a Nicotera (1877) e a Depretis (1881)141, coevi alle iniziative del soprintendente veneziano. Il quale peraltro – probabilmente a causa delle brutte esperienze vissute, osservando la dispersione di alcuni archivi patrizi veneziani142 – ha una percezione sbagliata del patriottismo civico dei patrizi di Terraferma, e ritiene francamente irrealizzabile l’idea, già prospettata dal Gloria nel 1863, di una confluenza mediante deposito degli archivi familiari nell’istituzione pubblica143. Che è invece quello che accade, secondo le diverse peculiarità locali.

Nel caso di Verona, lo spoglio dei verbali della Commissione preposta alla tutela della Biblioteca e degli Antichi archivi veronesi consente nell’arco di un ventennio (fra il 1865 e il 1885 circa), di constatare il deposito degli archivi dei Lando, dei Serego (limitatamente all’epistolario), dei Cossali, degli Scopoli, dei Murari Bra (questi due ultimi mediati dal canonico Giuliari)144. La sociabilità aristocratica e la capacità di persuasione hanno dunque influssi diretti. Lo constata Antonio Bertoldi, scrivendo nel 1875 che «eziandio alcuni cittadini, animati dall’amore che mostrava chi presiedeva al Comune per la conservazione delle memorie storiche del paese, credettero di consegnare gli antichi documenti delle famiglie loro»145. Lo conferma poi il carteggio di Carlo Cipolla con Giuseppe Biadego, la figura emergente nelle istituzioni comunali cittadine (dal 1874 vicedirettore, dal 1883 direttore della Biblioteca)146: è Cipolla a compiere una mediazione presso i marchesi Fumanelli, i marchesi Cattarinetti, il conte Pompei, i nobili Lando per la cessione di archivi o di spezzoni d’archivio147. Si aggira inoltre – intorno a queste istituzioni che se non nuotano nell’oro, pure hanno comunque una certa disponibilità per acquisti – tutta una fauna di personaggi che offrono (non di rado con la mediazione di questo o quel componente della Commissione) documenti di interesse per la storia della città: prevalentemente singoli manoscritti, oppure disegni, ma talvolta anche blocchi di pergamene o spezzoni di archivio148.

Mancando il carisma di un Carlo Cipolla capace d’incentivare i trasferimenti, alquanto diversamente andarono le cose sotto questo profilo a Vicenza. Nell’anteguerra i depositi o le donazioni di archivi familiari furono assai limitati numericamente: si tratta delle carte dei Revese, donate nel 1878 dal prete Gaetano Bruto-Revese di Brendola (ultimo erede della casata), e di una parte dell’archivio Valmarana (ma giunte alla Biblioteca attraverso l’archivio di un ente assistenziale). I numerosi archivi familiari che oggi l’archivio comunale conserva (Trissino, Bissari, Nievo, Porto, Godi, Ghellini, Loschi) furono acquisiti in un ristretto arco di tempo, fra il 1919 e il 1935 circa, in deposito o per donazione149, forse anche per l’influsso del bibliotecario Antonio Dalla Pozza, primo bibliotecario laico dopo un secolo e mezzo di egemonia ecclesiastica, e personalità assai influente, in grado di ottenere fra l’altro la formale istituzione giuridicamente riconosciuto dell’Archivio storico comunale, del quale fu (a partire dal 1937) il primo conservatore, anche dopo che divenne sezione di Archivio di Stato150. Il sentimento municipale era del resto tutt’altro che spento, se nel 1930 «il commissario straordinario dell’Ospedale Civile di Vicenzacomunicava al sindaco della città di affidare alla Bertoliana gli archivi degli antichi ospedali che rischiavano di finire “nel mare magnum” dell’Archivio di Stato di Venezia»151; così come non mancarono i sospetti nei confronti dell’istituendo Archivio di Stato di Vicenza152.

La situazione padovana a partire dalla seconda metà dell’Ottocento appare in sostanza analoga, sia pure su scala minore, a quella veronese per quanto riguarda questo particolare aspetto della concentrazione documentaria. L’Archivio di Stato (costituito nel 1958 ed erede sotto questo punto di vista, come nelle altre città della Terraferma, degli istituti di conservazione municipali), conserva un fondo mosaico denominato Archivi privati diversi, contenente spezzoni giustapposti di archivi di molte famiglie padovane, peraltro in larga parte depositati o donati nei primi decenni del Novecento153. E la vitalità degli antichi meccanismi identitario-municipali è provata dal fatto che ancora nel 1958, dieci anni dopo la creazione dell’Archivio di Stato, fu prescelto il museo civico di Padova e la sua biblioteca come destinazione della donazione di un archivio familiare di rilievo come quello dei Dondi dall’Orologio154.

Quanto a Treviso, ancora in anni recenti – ma pure attualmente – numerosi archivi familiari restano in mano privata, o sono conservati in sedi decentrate. La leadership, per non dire dittatura, di Luigi Bailo fra Ottocento e Novecento era rimasta circoscritta entro le mura; nei castelli e nelle ville delle dolci colline e della pianura si viveva in un arcaico piccolo mondo antico155.




  1. Conclusione

L’ampiezza di vedute e la sicurezza di giudizio manifestate da Cecchetti nella sua Statistica degli archivii, dalla quale abbiamo preso le mosse in questa ricerca, è fuori discussione. Realizzato con energia il rilevamento, nelle considerazioni indirizzate al lettore in premessa al primo volume della Statistica l’archivista veneziano manifesta innanzitutto una realistica considerazione dei limiti dell’azione che i comuni potevano esercitare in materia di archivi: limiti che egli aveva in qualche misura toccato con mano nel suo lavoro, che egli riconosce assai disuguale negli esiti nelle varie province156. Ma nel medesimo testo c’è anche la piena consapevolezza del fatto che la storia della Nazione non può prescindere dai «racconti parziali e dai documenti singoli», e c’è in generale una concezione alta e nobile del valore delle fonti documentarie, che non debbono essere soggette alla «proprietà assoluta», e ad un regime privatistico, col rischio di essere «impunemente abbandonate e distrutte»:


alla instituzione del Comune, spesso travolta dalle aspirazioni e dagl’interessi della vita dell’oggi, si sostituisca il Governo per invigilare sul prezioso patrimonio e toglier per sempre che si rinnovino fatti deplorevoli. Il Governo nulla vuol scemare o togliere; ma rappresentando la personalità e la dignità della nazione, e propugnandone gl’interessi, ha diritto di curare che siano guarentite le sue ricchezze storiche e i titoli della sua amministrazione qualunque ne sia il possessore. Poiché è assai discutibile se ciò che risguarda, interessa od illustra un gran numero di cittadini, un’epoca o un paese, possa considerarsi come proprietà assoluta, così da subire, senza alcuna disciplina le stesse vicende dei prodotti del suolo o della moneta, da poter essere impunemente abbandonato o distrutto. Né d’altra parte la storia generale si tesse precipuamente di altri materiali, che del racconto parziale e dei documenti singoli157.
Per coltivare l’«affetto al passato [che] non può non essere la religione di tutti»158, perché l’Italia possa «ricostruire e illustrare l’edificio del suo passato, che è la storia della sua grandezza, delle sue sciagure, dei tentativi per la sua stessa indipendenza», la tutela della documentazione è necessaria, anche se nel momento nel quale scriveva non v’era certezza su quella
che debba essere (io auguro felicissima) l’accoglienza della Camera legislativa al futuro progetto di legge per la instituzione degli Archivi nazionali, quando sarà ripresentato159.
Le scelte concrete che Cecchetti auspica sono quelle ben note: no alla centralizzazione spinta a Roma, sul modello francese, o a Venezia (per i «gravi ostacoli circa i diritti di proprietà» che sorgerebbero), sì alla creazione di archivi provinciali, decentrando anche (è il caso di sottolinearlo) la stessa funzione di vigilanza160. Si potrebbe continuare ricordando che nel suo orizzonte d’interesse rientrano con inusuale chiarezza anche le fonti notarili, delle quali aveva saggiato con soddisfazione la fecondità storiografica; essi «sono le memorie della vita sociale», «atti importanti alla vita civile e intima dei Veneziani» e non solo161.

Cecchetti era consapevole d’aver fatto la sua parte. Non aveva trascurato – con una concessione alla gloria della repubblica marciana che mostra come anche in lui convivano orgoglio municipale e senso dello stato – di occuparsi nella Statistica degli archivi di Bergamo, Brescia e Crema da un lato, e di Zara, dell’Istria e di Cefalonia dall’altro162. Ma al brillante risultato costituito da quel volume, che non ha molti confronti nella letteratura archivistica nazionale egli era arrivato grazie ai suoi indispensabili collaboratori in ogni provincia della regione veneta, ai quali rende volentieri omaggio163. Tuttavia, l’attesa evoluzione del quadro normativo nazionale non ci fu; e ancora per molti decenni il panorama degli istituti di conservazione restò imperniato sulle radici municipali, antiche eppure solide, in un Veneto policentrico che non ha mai avuto in Venezia la sua vera “capitale”. Neppure oggi.



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