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Formazione

          Formazione

                    Formazione

 

 

 



alcuni appunti per dirigenti ACLI

del terzo millennio

 

 

 



 

 

Presentazione

 

I circoli ACLI della zona di Cernusco sul Naviglio (Milano) hanno pensato di tenere una serie di appuntamenti formativi per i propri dirigenti che hanno bisogno di una formazione, di una revisione continua del proprio essere responsabili di un frammento del grande movimento delle ACLI.

 

Le quattro comunicazioni che seguono hanno visto la luce proprio per rispondere a queste esigenze che, in un tempo di grandi trasformazioni, hanno bisogno di un continuo alimento.

 

Si prende innanzitutto atto della storia delle ACLI dei primi anni, con riferimento al libro di don Giuseppe Pasini “Le ACLI delle origini”, per approfondimenti e comparazioni con il tempo presente;

la nuova politica del leader che ? quella che viene alla luce in questi anni, favorita anche dalla legge elettorale maggioritaria;

l’evoluzione del lavoro dal dopoguerra ad oggi;

infine le grandi possibilit? che oggi offre la comunit? locale che per? deve guardare al di l? dei propri confini, all’Europa, al mediterraneo, al mondo intero.

 

Il dirigente delle ACLI che insegue questi stimoli, trova un aiuto per il proprio lavoro dove nulla ? scontato ma che, ogni giorno, ha una sua piccola meta da raggiungere.

 

 

 



CORSO DI FORMAZIONE

per dirigenti dei circoli ACLI

 

 



29 novembre 2004

Storia delle ACLI                                                                     

relatori:      Giovanni Garuti, ACLI Milano

                  Silvio Ziliotto, Ufficio Studi ACLI Milano

c/o circolo ACLI di Vimodrone, via XI Febbraio 20

 

 

13 dicembre 2004



Il partito personale                                                                  

relatore:      Franco Totaro, Universit? di Macerata

c/o circolo ACLI di Limito, via Gramsci 2

 

 



24 gennaio 2005

Dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori

passando per la “Legge Biagi”                                                  

relatore:      Carlo Stelluti, Ufficio Studi ACLI Milano

c/o circolo ACLI di Carugate, Sala Bell’alpin, Via Pio XI

 

21 febbraio 2005



La municipalit? che alimenta intraprendenza personale           

relatori:      Adriano Poletti, Sindaco di Agrate Brianza

                  Mario De Gaspari, Sindaco di Pioltello

c/o circolo ACLI di Segrate, Piazza Chiesa 8

 

Intervento del Card. Carlo Maria Martini alle ACLI Milanesi  

 

 



 

Il corso ? aperto a tutti i dirigenti delle ACLI della zona e a coloro che, a discrezione dei circoli, possono essere invitati a partecipare.

Anche gli attuali dirigenti hanno bisogno di una formazione permanente per capire il rapido evolversi del mondo del lavoro, della gestione della cosa pubblica e della vita della comunit? ecclesiale.

 

 



 

 

 



LA STORIA DELLE ACLI

 

Comunicazioni

 

 

Vittorio Ziliotto



Ufficio Studi - ACLI Milano

 

 



Ritengo la “formazione” molto importante, specialmente in questo momento in cui una formazione sindacale, sociale e politica non viene pi? fatta, neanche dai partiti che, in tempi passati, avevano le loro scuole di formazione.

Quando le ACLI nascono nel 1944, gi? dalla prima stesura dello Statuto, viene affermato che “lo scopo principale dell’Associazione (al punto B) ? svolgere opera di educazione e di elevazione religiosa. morale, sociale e culturale a favore dei soci e salvaguardare la franca e pratica professione della fede e della morale cattolica negli ambienti di lavoro”.

Questo articolo primo, verr? cambiato nel 1955 per? - sostanzialmente - rimane lo stesso e questo si sposa con quel ruolo pre-sindacale che svolgevano le ACLI all’interno della CGIL nei primi anni della loro vita, in modo che i lavoratori cristiani potessero affrontare le varie problematiche nel mondo del lavoro e per dare una impronta cristiana al movimento sindacale.

 

Nelle ACLI, chi si ? speso molto per la formazione ? stato sicuramente Luigi Clerici e prima ancora di lui, Sergio Zaninelli, che chiedono non formazione astratta, accademica, tanto per avere una cultura, ma piuttosto chiedono di avere delle nozioni sulla realt? che essi stessi vivono, per poter agire dentro di essa e per poter indirizzare la loro azione. Non esiste - a parere nostro - un problema di rapporti tra la formazione e l’azione se non in questo senso: che l’azione che noi prendiamo in considerazione come nostra ? stata espressa naturalmente dal movimento operaio attraverso forme ormai sperimentate e verso finalit? pur riconosciute e sempre in evoluzione, dalla lotta sindacale alla maturazione di obiettivi politici e sociali.



A sua volta la formazione deve avere come scopo “di aiutare i lavoratori a rendersi sempre pi? coscienti di quelle finalit? che la storia ha loro assegnato e che essi devono realizzare. Chi volesse oggi dirigere il movimento operaio, ha bisogno di disporre di molte nozioni che non pu? acquisire solo sui libri: dovr? conoscere le istanze dei lavoratori stessi e con convincimento che in queste istanze ? contenuta l’indicazione della storia, dovr? cercare di realizzarla. Conoscenza che ? possibile farsi solo con il contatto diverso con i lavoratori e con una assoluta lealt? e sensibilit? nei confronti di ci? che essi rappresentano”.

 

Gi? nel 1957, il Giornale dei Lavoratori, insisteva sulla necessit? di formare delle biblioteche del lavoratore presso ogni circolo, perch? - a mio parere - la ricchezza delle ACLI ? questa sua capillare diffusione su tutto il territorio, per cui ogni obiettivo pu? essere raggiunto, soprattutto oggi, tempo nel quale sono venute a mancare certe fonti di sicurezza, di istruzione, di approccio ai problemi che prima avevamo e oggi non abbiamo pi?.



In una rievocazione del 1982, nel decennale della morte di Luigi Clerici, Corrado Barbot scriveva che le principali motivazioni della presidenza Clerici potevano essere cos? riassunte: togliere dalla passivit? e dalla rassegnazione la classe operaia cattolica, perseguire l’unit? sindacale, ma solo a condizione di avere un sindacato libero dalle tattiche e dalle ideologie partitiche, trasformare i movimenti in una perenne scuola (concetto presente anche in Livio Labor che con Clerici ebbe stretti contatti durante il periodo milanese) ed elaborare una cultura propria delle ACLI i cui strumenti furono: il Giornale dei Lavoratori, Realt? Sociale e la Guida, con effetto di inchieste che divennero precisi documenti di denuncia sociale, quale il Libro Bianco delle ACLI milanesi sulle condizioni dei lavoratori nelle aziende, preparato per il Congresso Provinciale del 1952.

 

Luigi Clerici, affrontando la crescita dei vari settori del movimento, affermava che il suo sviluppo generale avveniva secondo due direttrici: una crescita in prestigio che veniva dall’azione sociale compiuta, una crescita in estensione che veniva dall’organizzazione dei servizi sociali e una crescita in profondit? che veniva dall’azione formativa. In Clerici era costantemente presente la preoccupazione che ogni servizio fosse sempre ricondotto nel segno originale delle ACLI e ci? poteva avvenire solo con l’acquisizione, da parte dei dirigenti, di quella crescita in profondit? che derivava dall’azione formativa della quale Clerici indicava tre parti di percorso e che egli vedeva cos?: nel 1953 il movimento aveva una presa di coscienza molto importante, sostenuta dai delegati milanesi al Congresso di Napoli.



Era urgente formare uomini nel campo del lavoro, quali il mondo cattolico non aveva ancora saputo produrre; occorreva un tipo umano nuovo, capace di assumersi tutta la responsabilit? dell’ora.

Nel 1961 si era operato un approfondimento della natura e dei fini del movimento aclista, questo doveva diventare un’autentica scuola di formazione; una crescita che, se fosse stata organica, doveva curare molto di pi? il settore formativo e nel 1963 una terza presa di coscienza, del tutto conseguente alla precedente, cio? che se le ACLI esistono, esistono solo se si fa formazione.

 

Al termine del suo mandato, Clerici fissava il suo pensiero sulla formazione, esponendo e sviluppando quattro aforismi: la contemplazione ? superiore all’azione, occorre lottare contro la tentazione dell’efficacia e dell’azione, perch? ci? che vale ? la testimonianza; una formazione che non sbocchi nella azione per? ? monca o ? falsa, mentre ? valida solo se procede dalla contemplazione. E la contemplazione sovrabbonda nell’azione.



Credo che le ACLI abbiano sempre dato molta importanza alla formazione, cos? come credo che fare formazione non sia soltanto ricevere delle nozioni, ma sia scambiarsi opinioni e idee, ma anche riceverne. Inoltre oggi le ACLI dovrebbero avere l’importante missione di dare indirizzi politici alle persone, in un momento di grande confusione come ? l’attuale.

 

 



 

Giovanni Garuti

ACLI Milano

 

 



Perch? ripercorrere la storia delle ACLI e perch? continuare a fare le ACLI? Achille Grandi e Luigi Clerici, nel secolo scorso, finita la guerra, hanno pensato che si dovesse fare qualcosa di particolare, cio? una ricostruzione che non fosse solo materiale, ma che riguardasse le coscienze, le personalit?, la convivenza e la struttura della societ?, dell’ordinamento dello Stato. La domanda - venuta da subito - era perch? il fascismo fosse nato in Italia e perch? fosse riuscito ad affermarsi con l’appoggio anche dei cattolici e, in parte, della chiesa e perch? poi fosse miseramente fallito. Esso era fallito a causa di certe alleanze, perch? c’era stata la guerra ma soprattutto, (e questa era stata la riflessione di Achille Grandi, del Papa Pio XII, di Mons. Montini, allora in Vaticano come Sottosegretario di Stato, dopo che le organizzazioni sindacali erano state sciolte) perch? era nata l’idea che unendo i lavoratori e facendo in modo che non si dividessero pi?, non solo si sarebbe ricostruito il Paese, ma ci sarebbero state le condizioni di libert? e di democrazia, perch? quello che era successo non si ripetesse pi?.

L’idea era dunque di fare un sindacato unitario, idea che era gi? comparsa durante il fascismo, in attesa del suo crollo, durante la resistenza. Se tutti i lavoratori si mettono insieme - questo il ragionamento - creano un ostacolo impenetrabile alle idee del nazismo e del fascismo e comunque che non possano pi? essere sconfitte la democrazia, la libert? individuale e collettiva.

L’idea di fondare le ACLI ? venuta in contemporanea a questo: c’era per? una riserva dei cattolici e della Chiesa, perch? ci si chiedeva dove finissero i cattolici a fine guerra, si temeva che questi finissero in una organizzazione molto vasta, monopolizzata da comunisti, socialisti e marxisti che - dal punto di vista della chiesa, in quel momento e per l’esperienza storica che si conosceva - si riteneva che non lasciassero ai cattolici lo spazio e la libert? di esprimere la loro fede.

Bisognava trovare “un’uscita di sicurezza”: siamo nel 1944, l’Italia a Nord non ? ancora stata liberata, ci sono tanti lavoratori italiani, dunque facciamo i tre sindacati, cattolico, comunista, socialista. La chiesa osserva, il cattolico si chiede perch? non tenere conto di una esperienza che c’era gi? in Germania, cio? che la chiesa (con la Rerum Novarum) tanto tempo prima aveva ipotizzato che anche i lavoratori cattolici si possono organizzare e devono partecipare alle conquiste del lavoro.

 

Fino all’avvento del fascismo ognuno stava per conto suo: c’erano i rossi, i bianchi e - con l’avvento del fascismo - era diventato tutto nero. Quando si ? ripreso a fare sindacato, ognuno aveva il suo colore e dunque era possibile fare un sindacato unitario, ovvero tutti si iscrivono allo stesso sindacato - la CGIL - per? dando vita ad un’altra organizzazione che metta insieme i lavoratori cattolici facendo formazione permanente, in maniera che in un confronto sindacale sappiano cosa dire e cosa fare. Questa organizzazione si chiama ACLI ed ? nata in questo modo come corrente cristiana in campo sindacale. Naturalmente gli altri non erano molto d’accordo, perch? anche comunisti e socialisti avrebbero potuto dare vita a loro associazioni. Se alla fine ? stato possibile fondare le ACLI, significa che anche gli altri hanno capito che esse non erano qualcosa che erodeva l’esperienza unitaria sindacale, per? storicamente questo si ? verificato nel 1948 quando, dopo l’attentato a Togliatti, le ACLI si riunirono a congresso e decisero di uscire dalla CGIL.



Molti documenti dicono (e lo si dice ancora oggi) che le ACLI - spinte dal Vaticano e dagli americani - hanno contribuito alla rottura dell’unit? sindacale, cosa che le stesse ACLI negano, sostenendo che non c’erano pi? - nel 1948 - le ragioni di unit? stretta tra lavoratori di diverse ideologie ed era possibile tener conto del fatto che l’autonomia delle varie articolazioni sindacali potesse ugualmente portare avanti l’emancipazione dei lavoratori, ma non in una casa unica.

 

Nel momento in cui si rompe l’unit? sindacale, le ACLI potevano scomparire perch? tutti i suoi dirigenti sindacali rischiavano di dissanguarsi, cosa che in parte si ? verificato. Che fare allora? Le ACLI decisero di non essere pi? un pezzo di sindacato, neanche di trasformarsi in un partito o in un sindacato cristiano, ma di fare un passo indietro: rimaneva l’idea di formare i lavoratori dentro le contese del lavoro, ma tentando di formare i lavoratori cattolici perch? unitariamente, assieme agli altri lavoratori programmassero una futura riunificazione sindacale, non pi? su basi ideologiche tra cultura marxista e tra cultura cattolica ma con una azione comune di tutti i lavoratori. Dunque, la nascita delle ACLI ? legata a quattro capisaldi: ricostruzione, unit?, democrazia e libert?.



 

Pio XII decide di ricevere i lavoratori delle ACLI (dopo averli incontrati nel 1944) l’11 marzo del ‘45. Ho avuto occasione di vedere un vecchio documento che riporta il testo integrale, apparso sul primo numero di una rivista del Vaticano, del discorso di PIO XII, per il quale le ACLI sono “cellule dell’apostolato cristiano” per la qualcosa devono mantenere vivo lo spirito di responsabilit? e di solidariet?. Come si vede, sono cose che servono anche nel terzo millennio che ancora oggi ci interpellano, guardando al futuro: elevare le condizioni di vita dei lavoratori, democratizzare l’economia. Come e cosa fare per raggiungere questi risultati? Mantenere fede alle virt? cristiane, lavorare per la giustizia, creare un nuovo ordine sociale, lavorare per il bene comune e tenere presenti i bisogni della comunit?. Ma soprattutto, visto che il Papa - per la prima volta nella storia della chiesa - parla alle ACLI, movimento di lavoratori, si sottolinea in quel documento “la vostra parte di responsabilit? nella condotta dell’economia”. Dunque, la famosa emancipazione della classe lavoratrice.

 

Abbiamo visto che le ACLI nascono nel 1944, a Milano nel 1946 con la presenza dell’Assistente Nazionale Mons. Civardi e, sempre a Milano, avviene il primo Congresso dirigenti e, gi? nel ‘47, c’erano duecentonovanta circoli e cinquecentosessantatre nuclei e questo vuol dire che c’erano piccoli nuclei in tantissime fabbriche. A Milano le ACLI venivano definite un grande movimento di lavoratori, avanguardia del mondo cattolico, movimento sociale cristiano. Dunque, non perdere la fede facendo le battaglie per il lavoro; il timore della chiesa era che facendo battaglie di classe si perdesse la fede.



 

Sul primo numero de “il Giornale dei Lavoratori”, troviamo un articolo di Achille Grandi in cui parla dello sforzo per raggiungere l’unit? tra tutti i lavoratori, perch? - finita la guerra - era necessario superare tutte le divisioni che avevano favorito l’ascesa del fascismo. Per inciso, in Parlamento, sarebbero stati maggioranza popolari e socialisti se solo si fossero messi insieme, mentre i fascisti erano solo trentacinque: Bisognava allora che vi fosse salvaguardia della coscienza sia religiosa che sociale dei lavoratori cristiani sulla base dei principi sociali della chiesa.

E’ appena uscito un libro che ? il riepilogo generale di tutto quello che la chiesa ha detto, dal 1891 fino ad oggi, vale a dire il Compendio della Dottrina Sociale della chiesa. Ma cosa dice lo Statuto della ACLI di adesso? Dice che le ACLI fondano il loro essere sul vangelo e sull’insegnamento sociale della chiesa e la loro azione per la promozione di tutti i lavoratori. Quindi il punto di riferimento ? sempre stato ed ? la proiezione del Vangelo sulla societ?.

 

Le ACLI vogliono essere autonome, ma lo sono state nella loro storia? Un po’ s? e un po’ no, fino al Congresso di Torino del 1969, quando si disse che al momento delle elezioni, gli aclisti avrebbero votato per chi volevano. In precedenza vigeva il collateralismo, vale a dire che il voto aclista doveva andare al partito unico dei cattolici, cio? la Democrazia Cristiana. Inoltre le ACLI non sono un dopolavoro cristiano, le ACLI comunque devono essere presenti in fabbriche, quartieri, ovunque, per testimoniare la propria fede e, nel contempo, lottare per la giustizia. Nel libro di Pasini “Le ACLI delle origini” si parla di Di Vittorio, capo della CGIL, in cui egli dice di voler rendere omaggio ai lavoratori cattolici, che portano nel movimento sindacale il loro soffio di spiritualit? evangelica, un sentimento profondo di umanit?, di rispetto della persona umana”. Questo significa l’accordo a che i cattolici collaborino al progetto di unit? sindacale, la qual cosa accade per la prima volta in Europa, dopo la guerra.



 

Da parte sua, l’Osservatore Romano, nel 1945 scrive che le ACLI sono per “promuovere l’affermazione dei principi cristiani nella vita e nella legislazione e cio? fare in modo che le leggi siano dentro quella solidariet? che deve esprimersi e che - soprattutto - tendano al bene comune. Sempre l’Osservatore Romano (dietro al quale c’? il Vaticano, c’? Mons. Montini, c’? il Papa) dice che la tessera d’ingresso delle ACLI nel mondo del lavoro ? “l’accettazione dell’insegnamento sociale della chiesa”. E nello Statuto delle ACLI questo ? stato sempre presente: non solo la Bibbia, ma anche l’insegnamento sociale della chiesa che, pur definito in mille modi, ? la proiezione del Vangelo sulle questioni del nostro tempo.

Cosa scrive l’Unit? nel 1948. subito dopo la rottura? “Furono le ACLI a decidere la scissione, non appena venne l’ordine superiore”. Se si leggono i verbali di allora essi ci dicono tutto della presidenza delle ACLI nei primi cinque anni di vita dell’Associazione.

 

Nel 1954, Il Giornale d’Italia pubblica il pensiero di don Sturzo al quale le ACLI sono piaciute poco. Al suo ritorno in Italia, dopo il suo “soggiorno obbligato all’estero”, aveva una visione di liberalismo molto spinto, tanto che tutto quello che sapeva di statalismo e di ingerenza non gli piaceva. Si chiedeva don Sturzo, se le ACLI fossero orientate a formare un partito lavorista, cio?, se le ACLI sono movimento di lavoratori, sono movimento di classe e sono insofferenti della Democrazia Cristiana dentro la quale si sentono a disagio perch? il partito ? pi? vicino alle esigenze dei poteri forti, piuttosto che a quelle dei lavoratori, pare allora che questo movimento sia pi? a sinistra della sinistra.



Siamo nel 1971, c’? stato il Congresso di Torino, c’? stato l’incontro di Vallombrosa, le ACLI hanno parlato di socialismo, Paolo VI? sostiene che le ACLI sono uscite dall’ambito delle organizzazioni riconosciute dalla chiesa, Mons. Giorgio Basadonna scrive sull’Avvenire: “Ora ? necessario che il cammino delle ACLI sia sostenuto da una profonda esperienza di fede”, come dire “non guardatevi troppo in giro, avete fatto una scelta di autonomia, dunque andate avanti, ma non perdete la fede.

 

L’Istituto delle Attivit? Sociali che, insieme all’Azione cattolica esisteva gi? nel periodo fascista, nel ‘45 dice che “i cattolici dovranno partecipare ad una azione sindacale unica per tutti”. C’era, in sostanza, una volont? comune a tutti e non c’era il timore - da parte cattolica - di andare in minoranza, perch? si riteneva che il clima della resistenza, nel dopoguerra, portasse ad un affratellamento naturale. D’altra parte, si sa che le ideologie, prima o poi, dividono; lo stesso don Sturzo, quando nel ‘26, fu costretto ad andare all’estero, scrisse un articolo in cui diceva che i partiti dividono e la religione unisce. Allo stesso modo si pu? dire dell’azione che si fa per rivendicare la giustizia e la emancipazione, ma poi le ideologie diversificano obiettivi e progetti.



E parliamo di Montini. Mons. Montini ha inventato le ACLI, ma non ? vero che esse sono nate dopo la guerra perch? in quel momento si doveva fare l’unit? sindacale. Allora come hanno fatto le ACLI ad avere tanti circoli nel giro di cos? poco tempo? Certamente perch? la chiesa si era data da fare, ma anche perch? c’era qualcosa di pi?, c’era il riferimento alla Dottrina sociale della chiesa e a quello che si era fatto prima. Montini dice questo: “Le ACLI proponendosi l’elevazione economica e morale del popolo lavoratore, secondo i principi del cristianesimo, cercano di continuare una nobile e secolare tradizione della chiesa cattolica”.

 

Le ACLI nel dopoguerra hanno ereditato quello che i cattolici hanno fatto in Italia da quando era uscita la Rerum Novarum (1891), ma anche prima, da quando cio? si ? costituito lo Stato Italiano (1860). I cattolici non avevano partecipato all’unit? d’Italia, ma allora non erano d’accordo, allora si erano organizzati per conto loro, rimanendo estranei allo Stato appena nato. In tutta la storia del cattolicesimo italiano, c’? la tendenza di arrangiarsi da soli, piuttosto che stare insieme agli altri e rischiare con gli altri. Perch? si riporta sempre - parlando delle ACLI - quello che dicono il Papa e i Vescovi? Mons. Civardi, primo assistente ecclesiastico delle ACLI, quando gli chiesero di dare una definizione in merito a cosa fossero le ACLI, rispose che esse sono ci? che i papi volevano che fossero, le ACLI sono quelle che sono scritte nelle mozioni congressuali, sono quelle che fanno i circoli ACLI, sono quello che pensa ogni singolo aclista. Come si vede, quattro cose diverse: c’? l’utopia delle ACLI e la concretezza della vita di ognuno di noi.



Infine si sottolinea che il fine delle ACLI ? la formazione dei lavoratori cristiani; il Primo Maggio non esisteva per i lavoratori cristiani, c’era invece il Quindici Maggio, che era poi l’anniversario della Rerum Novarum. Don Primo Mazzolari, e non solo lui, si arrabbi? per questo stato di cose. Che fare? Bisognava fare un santo per il Primo maggio: S. Giuseppe Lavoratore. E cos? si decide di fare la “festa dei lavoratori” tutti insieme, a cominciare dal 1 maggio 1955, col battesimo cristiano della festa del lavoro, mentre nel ‘56 ci fu una manifestazione di duecentomila persone in Piazza Duomo a Milano, come giornata internazionale dei lavoratori cristiani.

 

Il Primo maggio 1955 il Papa auspica di “avviare il lavoratore cristiano alla vita sindacale e politica”, politica come necessit? di entrare nelle istituzioni  e nei partiti, mentre nel ‘56 sostiene che le ACLI devono aprire le porte a chiunque. E infatti lo Statuto delle ACLI, al primo articolo, recita che noi fondiamo sul Vangelo e sull’insegnamento della Chiesa la nostra azione per la promozione di tutti, non solo dei lavoratori cristiani.



Mons. Montini, tra il ‘54 e il ‘55, disse che se le ACLI cessassero di esistere, alla classe operaia mancherebbe qualcosa. Nel ‘59 tocca alle ACLI difendere democrazia e libert?, che sono messe in discussione e minacciate da altre ideologie. In un convegno a Perugia parlano Dino Penazzato e Ferdinando Storchi: Penazzato dice alle ACLI di operare a vantaggio dei lavoratori cristiani e di tutta la classe lavoratrice. Storchi sostiene che si pu? intuire la funzione delle ACLI dal valore delle opere che le ACLI stesse mettono in cantiere, del significato della loro azione e della testimonianza cristiana nei loro comportamenti.

Dal canto suo, don Sandro Mezzanotti, alla domanda su quale sia lo scopo dell’azione sociale del cristiano, risponde che ? la promozione della fraternit? fra tutti gli uomini, la fraternit? che poi Martini ha tradotto a Milano.

Il Concilio dice che “per loro vocazione ? proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”.

Livio Labor, presidente delle ACLI, diceva “quello che importa ? essere un movimento nella e della classe lavoratrice”. Quindi si ripropone il marchio di origine: noi siamo nati per lavorare insieme a tutti gli altri lavoratori, senza perdere la fede, per ottenere risultati di modificazione della societ?; anche se, strada facendo, vi sono state incomprensioni e scontri, in realt? quello che ci unisce ? la condizione di lavoratori, ? l’essere uomini e l’azione che noi facciamo ? quella dell’affratellamento e non solo quella della rivendicazione economica.

 

Ultima citazione: Achille Grandi scrive al suo amico Amleto Barni di Monza, dicendo che “quell’organismo che poi prese il nome di ACLI sorse nel pensiero dei vecchi sindacalisti cristiani fin dal periodo clandestino (sotto il fascismo) quando andavano concretizzandosi le trattative con gli esponenti della confederazione rossa, per ottenere l’unit? sindacale”. In sostanza Grandi dice che noi ci siamo impegnati a continuare questa esperienza, ma vogliamo mantenere una nostra testimonianza e una nostra identit?.



 




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