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Dibattito

 

 



1. Nel 1995 mi venne proposta la candidatura a consigliere comunale nell’ambito del centro-sinistra, venni eletto e feci una bella esperienza ma constatai anche come i partiti fossero in crisi dopo tangentopoli e, ancora prima, per la caduta del muro di Berlino e si fossero aperti alla societ? civile dove era presente una grande voglia di partecipazione. Nel momento della caduta dell’esperienza dell’Ulivo ho notato una chiusura nei partiti su se stessi, senza pi? aperture verso l’esterno.

In questo senso, a mio parere, si sta perdendo una grossa occasione sulla scelta del candidato in Lombardia; d’altra parte non mi pare che vi siano figure carismatiche da poter presentare. Anche nelle ACLI mancano dei leader e non sono pi? in grado di essere propulsori, si stanno riducendo ad essere una sorta di supercooperativa e non hanno il coraggio di denunciare situazioni politiche pesanti.

 

2. Il discorso di stasera lo collochiamo solo in ambito italiano ed europeo, oppure questo fenomeno di globalizzazione politica ? esportabile su scala mondiale? Di certo emerge in molte sedi la mancanza di creare una condivisione perch? con leadership di un certo tipo, le decisioni calano dall’alto. Oggi, nelle situazioni in cui il mondo si ritrova, se cade il leader, che succede?



Rispetto al ruolo delle ACLI, forse le iniziative da rilanciare sono come questo corso, cio? rimettersi a confrontarci e a cercare di crescere e a trasmettere tutto questo ai vari circoli.

 

3. A proposito di leaderismo, dovremmo scegliere dei leader, senza per? andare verso il leaderismo: sar? possibile trovare, per esempio, un criterio di svolgimento delle primarie che non sia incapsulato dai partiti?



 

 

Risposte.

 

Se inizialmente Forza Italia veniva definito “partito di plastica”, ci sono poi stati sforzi organizzativi che qualche effetto l’hanno portato: l’attenzione ai giovani di Forza Italia attraverso corsi di formazione e una serie di iniziative mirate con lo scopo di superare la “plastificazione” che inizialmente caratterizzava questo partito. Bisognerebbe capire meglio la filosofia di questa attivit? strutturante che Forza Italia si sta dando: se la filosofia ? quella della formazione di soggetti politici radicati nel sociale, oppure se la filosofia ? quella di tipo aziendale, formare cio? persone che assumono la mission di Forza Italia cos? come si fa per collocare un prodotto della azienda di cui si fa parte.

 

Per quanto riguarda la chiusura su stesse delle forze politiche di sinistra, penso che questa domanda ci debba portare alla considerazione di una distonia tra le forze politiche della sinistra consolidate e il loro apparato. Della vecchia organizzazione ? rimasto il residuo verticistico, che porta poi ad atteggiamenti di chiusura nei momenti di mobilitazione spontanea di movimenti, in quanto considerata effimera non essendo lo zoccolo duro della politica. Certamente la sinistra, attualmente, si porta dentro il dissidio tra la politica organizzata e la politica mobilitata; che ci sia questa dualit? non ? scandaloso, si tratta di coniugarla nel modo pi? virtuoso, con atteggiamenti di aperture e di osmosi reciproche che, peraltro, farebbero bene anche ai movimenti, perch? il rischio di questi ultimi ? quello di rimanere qualcosa di puramente espressivo: la grande manifestazione, la grande discussione, che per? non vengono travasate nella sfera delle decisioni, che rimangono appannaggio di oligarchie di partito.



 

Se la dialettica tra istituzioni e movimenti si risolve in un puro parallelismo, questo non produce nuova politica, e allora come si fa a comunicare idee, bisogni, esigenze, rendendo in tal modo fecondo sia il movimento, sia la struttura organizzata? Su questo le ACLI avrebbero da dire parecchio, proprio perch? sono istituzione e movimento al tempo stesso. Bisognerebbe superare forme di pseudosacralit?, forme di fidelizzazione degli aderenti ai partiti che diventano quasi forme di surrogato religioso e sanno di tradimento della laicit? del partito che non dovrebbe concepirsi sotto forme religiose, cosa questa che ha prodotto molti danni.

Una sana relativizzazione consente ad un partito di adottare quelle contromosse che gli consentono di correggersi, mentre se il partito diventa quasi osservanza di una legge dettata dall’organizzazione in quanto tale, finisce per isterilirsi.

Queste sono perversioni che fanno parte del DNA della politica tradizionale e qui le ACLI, che combattono la battaglia della laicit? in ambito ecclesiale, potrebbero dire qualcosa alle forze politiche sul modo giusto di porsi politicamente nelle organizzazioni.

Sulla mancanza di figure carismatiche noi sappiamo che si parla dell’importanza di qualcosa quando questo qualcosa manca; quando i carismi funzionano non vengono invocati, mentre lo si fa quando questa realt? ? deficitaria.

 

Sulle ACLI supercooperativa: c’? da dire che le ACLI hanno una identit? duplice: l’organizzazione che potrebbe andare avanti per conto proprio e l’altra faccia, quella del movimento con capacit? di iniziativa e di presa culturale, che dovrebbe entrare in sintonia con l’aspetto pi? propriamente organizzativo. C’? un nesso fra questi due momenti che, personalmente, considero deficitario, per via di un condizionamento sulle ACLI-movimento da parte delle ACLI come gestione. Si tratta allora di mobilitarsi e di essere capaci di diventare protagonisti (gli iscritti) il pi? possibile, rispetto ai condizionamenti che derivano dalle ACLI come gestione organizzativa.



 

Il discorso fin qui fatto vale solo per l’orizzonte italiano o anche per quello mondiale? Per le Nazioni Unite, massima espressione politica, i discorsi di stasera sulla politica eticamente forte sono di casa. Ogni anno viene fatto un rapporto sullo sviluppo umano, il quale assume come principio fondamentale quello della realizzazione della dignit? della persona, della libert? di scelta e della capacit? di agire. Dove viene realizzata questo tipo di politica eticamente forte? Dire che c’? un luogo preciso dove ci? si realizza, sarebbe una menzogna; penso piuttosto che si tratta di assumere questa visione come paradigma che dovrebbe ispirare le diverse politiche sia nazionali sia sovranazionali.

Se noi andiamo a leggere la seconda parte del Trattato costituzionale europeo, esso contiene una serie di principi che riguardano la dignit? della persona e le condizioni per la sua realizzazione: solidariet?, giustizia e libert?. Si tratta di principi che danno alla politica uno spessore etico impegnativo per cui vale la pena adoperarsi. In sostanza, non mancano le condizioni per recepire la politica etica, per dare ad essa le gambe su cui camminare.

 

Per quanto riguarda le primarie, esse hanno una valenza di carattere intrinseco e una valenza a carattere pi? strumentale, visto che nel Centro-Sinistra vi sono forze politiche un po’ ossificate ai vertici, con rigidit? che minacciano una legittimazione condizionata per chi si propone come leader del cartello del Centro-Sinistra. Ora, se la legittimit? non viene in modo pieno dai leader delle diverse organizzazioni del Centro-Sinistra, da dove pu? derivare? Potrebbe derivare da una investitura di carattere popolare che venga dalla base di un Centro-Sinistra che non si identifica con i leader dei partiti che lo compongono. Il tentativo - da parte di Prodi - ? quello di una investitura popolare, che esprima consenso grazie anche ad una mobilitazione che le primarie dovrebbero incoraggiare.



 

4. In un periodo di grosse complessit? sembra che le persone cerchino la semplicit? e allora ecco la ricerca del leader che risolva i problemi, senza per? affrontare le complessit? di questa mondializzazione. Dall’altra parte abbiamo visto s? nascere il leader, ma anche i movimenti - che pur essendo non di massa - hanno conoscenza e cultura tale da aver modificato le agende politiche.

 

5. Nelle analisi degli ultimi dieci anni in Italia, ? importante capire cosa ? la societ? civile e da chi ? composta. Nei movimenti individuati quest’anno, c’? stata una convergenza da parte di associazioni e sindacati, ma c’? stata anche partecipazione di iscritti ai partiti, un corpo trasversale che, al momento del voto, preferisce il Centro-Sinistra. Questo vuol dire che i partiti rincorrono la societ? civile cercando di interpretarne i sentimenti.



Per quanto riguarda la politica dell’etica del moderno con la politica del post-moderno: gi? di per s? la politica dell’etica espressa dai movimenti ? una politica dell’immagine, chiaramente mistificati dai media attuali. Allora il problema ? come e cosa fare perch? l’immagine reale venga trasmessa, in modo da colpire positivamente i sentimenti delle persone.

 

6. Sulle primarie, non ? certo per decidere se debba essere Prodi o qualcun altro. In questo caso non c’? molto da decidere. Le primarie si impongono per la scelta del candidato-presidente alla regione Lombardia, dove non c’? un candidato forte, oppure a livello cittadino per l’elezione del Sindaco, o per le provinciali, dove la scelta viene fatta dalla segreteria dei partiti. Vorrei per? che il relatore puntualizzasse anche il ruolo della informazione: se ? vero che il leader punta molto sull’immagine, non ? altrettanto vero che i mezzi di comunicazione, anche con l’aiuto di personaggi della cultura, dovrebbero aiutare a superare la superficialit? dell’immagine attraverso approfondimenti atti a far capire contenuti e scopi che veramente stanno dietro a candidati e partiti.



 

7. Da cittadino-elettore a volte mi sento tradito da chi da un lato “lucida” il leader e, dall’altro, da chi continua a denigrarlo. E’ tutto vero quello che viene detto o ? solo un gioco delle parti?

 

 

Risposte



 

Certamente vi sono tendenze alla ricerca di una semplicit? che dia soluzioni facili alla complessit?; sappiamo che tutto questo ? in buona parte illusorio, perch? la complessit? si affronta non attraverso una semplificazione, ma creando una complessit? di risposta a ci? che costituisce il problema. Quindi a problemi complessi si risponde con risposte anch’esse complesse, anche perch? complessit? non significa necessariamente disordine. Inoltre c’? da tener presente che la semplificazione cancella i problemi, non li risolve, mentre rispondendo con complessit? si potrebbero introdurre strumenti all’altezza delle questioni complesse, interpretandole e cogliendo le modalit? adeguate di risposta. Anche questo ? compito importante per una cultura aclista.

Per quanto riguarda i movimenti, in rapporto a ci? che ? organizzato, i movimenti hanno introdotto una linfa nuova per quanto concerne lo scenario dell’agire politico. Se negli ultimi tempi vi ? stata disattenzione a una politica di tipo partitico, ? per? cresciuta la politica in presa diretta, quella che si esprime e si manifesta in relazione ai problemi che ognuno vive nell’immediato: pace, lavoro, cio? problemi che riguardano la vita concreta di ciascuno, non in quanto individuo a se stante, ma in quanto capace di rapportarsi ad altri per rivendicare la soddisfazione di questi bisogni.

 

Questo tipo di politica dal basso ? cresciuta negli ultimi tempi ed ? certamente una ricchezza dell’agire politico. A mio parere bisognerebbe evitare che la politica espressa dai movimenti si faccia catturare da una sorta di logica dell’episodio esemplare, che potrebbe sembrare risolutivo dei problemi che i movimenti stessi agitano: se questi ultimi si lasciano intrappolare in una logica di tipo prevalentemente espressivo, la linfa di cui sono portatori non arriva a produrre fiori e frutti, ma ritorna su se stessa in una sorta di narcisismo di massa, che si compiace della propria immagine e si accontenta di lanciare messaggi.



Se fosse questo il punto di arrivo ultimo della politica dei movimenti, ci sarebbe una enorme erogazione di energie, con risultati assai poveri rispetto allo sforzo messo in atto. Il fenomeno ? comunque interessante, perch? quello dei movimenti ? un fenomeno di tipo globale, con la capacit? potenziale di diventare interlocutori dei grandi vertici decisionali dei G8. Questa, in sostanza, l’utopia che bisognerebbe coltivare.

E’ interessante questa mobilitazione dei movimenti dal basso, perch? ? trasversale alle varie forze politiche, ma a me pare che essa non sia organica, ma sia di volta in volta diretta a questa o a quella contingenza. Una osmosi veramente trasversale tra partiti e movimenti, a mio parere, ? ancora da costruire in misura adeguata; c’? ancora una sorta di scollatura tra la politica in presa diretta e la politica dei partiti in quanto organizzazione. Importante ? la connessione di tipo dialettico tra organizzazioni e movimenti, quindi distinzione ma, insieme, momenti di comunicazione.

 

Sulle primarie: in Lombardia avrebbero certamente una funzione pi? autentica, rispetto a quelle previste per la leadership nazionale, perch? qui siamo in una situazione di incertezza e chiamare la base ad esprimersi avrebbe valenza decisionale a pieno titolo. Se ci sar? il coraggio di fare le primarie in Lombardia, questo sar? un fatto positivo e se le ACLI si adoperassero in questa direzione sarebbe cosa meritoria, perch? le vere primarie sono quelle in cui non si parte con soluzioni precostituite, ma si declinano ipotesi che poi si vanno a verificare sulla base del consenso espresso.



 

In presenza di questi fattori e della forza propulsiva di movimenti e di quanti fanno politica in presa diretta, che dire della risonanza che questo agire politico riceve a livello di informazione? Qui il discorso dovrebbe riguardare la struttura stessa dell’informazione e quindi la logica a cui essa risponde, in quanto sfera autonoma della modernit?, con procedura e leggi proprie, ma anche con enfasi su eventi e personaggi cui si sacrifica quella che potrebbe essere una verit? pi? feconda.

Non dobbiamo aspettarci pi? di quanto oggi come oggi l’informazione possa dare, perch? essa ? legata ai suoi codici, alle sue regole, quindi l’informazione che ci viene data non basta, sar? sempre esagerata - per un verso o per l’altro - e non sar? sempre capace di formare, oltre che informare. Allora, agli strumenti della macroinformazione ? necessario affiancare una informazione di tipo diverso, che passi magari attraverso piccoli gruppi, dove i grandi messaggi e le grandi immagini possono essere analizzate e ponderate nella loro rilevanza e nella rispondenza di tale rilevanza alla realt?. Il circuito dell’informazione non pu? appiattirsi su ci? che viene esclusivamente dalla grande informazione, perch? questa risponde a se stessa, alle proprie esigenze di diffusione e di mercato.

 

8. Penso che ci? che si ? modificato in questi ultimi anni ? il principio di delega di rappresentanza: fino a qualche anno fa, la gente delegava la propria rappresentanza ai partiti, che poi si mettevano insieme per governare. Oggi questa delega ? pi? che altro data a un leader, che convince il popolo, attraverso la televisione, sulla bont? delle proprie idee, per cui, ricevuta la delega si sente in diritto di scavalcare gli stessi partiti e la societ? civile. E’ questa una strada senza ritorno, o c’? possibilit? che i partiti tornino ad avere un ruolo attivo?



 

9. Per quanto riguarda la leadership diffusa, ho la sensazione che vi siano delle distorsioni, per cui a volte, essa diventa personalismo, visibilit? individuale. I partiti sono pronti a creare una loro leadership, oppure ? necessario che facciano le primedonne per avere visibilit??

Quali possono essere gli strumenti di comunicazione da parte dei partiti di minoranza (soprattutto in tante piccole realt?) che non hanno mezzi economici per farsi sentire?

 

 



Risposte

 

Per molti aspetti, oggi c’? un bisogno molto minore di rappresentanza, perch? i soggetti della societ? civile si intermediano fra loro. Mentre il politico, in precedenza, era chiamato a fare da mediatore fra soggetti della societ? civile, adesso i canali della comunicazione permettono loro di non ricorrere alla mediazione unica del leader. C’? stato un processo di crescita della societ? civile. Si tratta di portare fino in fondo questo processo, educando la societ? civile a non ricorrere al leader quando non ce n’? bisogno. Se tutto questo si realizza, mi pare che sia da eliminare anche il cordone ombelicale delle rendite di posizione che una politica impropria potrebbe continuare a pretendere di avere.



 

Oggi le guerre per la leadership si combattono con le battaglie delle immagini, da qui il fenomeno delle primedonne, che va denunciato ogni volta che ? possibile e invitando a logiche diverse e non superficiali, fermo restando che comunque le immagini hanno la loro importanza. Il problema non ? tanto quello di non fare immagine, ma piuttosto quello di non finalizzare tutto al fare immagine, perch? quando essa, da strumento diventa fine, comporta una vera e propria degenerazione.

 

Sulla comunicazione, si torna a quanto detto, cio? all’opportunit? di attivare e frequentare circuiti comunicativi non incanalati nelle strutture gi? preordinate della comunicazione. Siamo comunque in un groviglio di intrecci in cui si ? sempre soggetti a diventare strumento di qualcosa, ma l’intelligenza critica consiste nel rendersi conto di questo e nel rovesciare il meccanismo. La cosa importante ? che si disponga di propri canali comunicativi, perch? ci? permette una dialettica con gli organi di informazione ufficiali, altrimenti si rimane fruitori passivi di una comunicazione gi? data, rispetto alla quale non si esercita nessuna critica e nessuna capacit? di differenziazione.



 

 

 



 

Dallo Statuto dei lavoratori allo statuto dei lavori

passando attraverso la legge Biagi

 

 



Carlo Stelluti

Ufficio Studi - ACLI Milano

 

 



Quello che affrontiamo questa sera ? argomento assai delicato perch? coinvolge molte sfere della conoscenza: l’economia, il diritto, ma anche le scienze umane perch? quando parliamo di lavoro non possiamo immaginare che esso sia semplicemente come lo intenderebbe un economista, cio? uno dei fattori della produzione, assieme al capitale, ai macchinari, all’organizzazione. Per lavoro noi intendiamo qualcosa di pi?.

Se dovessimo tornare indietro nel tempo, scopriremmo che i lavoratori dentro la struttura produttiva, composta dalle grandi fabbriche del secolo scorso, ma anche di un ufficio, un ambiente pubblico o comunque un luogo dove una persona mette a disposizione capacit?, conoscenze, forza fisica per svolgere una attivit? all’interno di un processo in gran parte orientato alla costruzione di beni e servizi che poi vengono messi a disposizione della comunit?. Questa concezione del rapporto del lavoro dipendente risale alla notte dei tempi, addirittura nel vangelo troviamo tracce di operai. La regolazione del rapporto di lavoro ? nata non tanto dalla legislazione come noi siamo abituati a rilevare, ma ? nata sostanzialmente dal contratto: se prendiamo, per esempio, gli operai della vigna di cui narra il vangelo, vediamo che l? c’? un contratto che lega il proprietario della vigna agli operai che vi lavorano, tanto che Ges? dice che ? giusto che il datore di lavoro possa retribuire il lavoratore non in funzione delle ore lavorate, ma piuttosto in funzione del bisogno e quindi d? una mercede uguale per tutti, indipendentemente dal tempo di prestazione lavorativa.

 

Al di l? della parabola evangelica, questo vuol dire che quel datore di lavoro si ? accordato con lavoratori per il pagamento e, in quel contesto, ? chiaro che c’erano lavoratori che protestavano perch? ritenevano ingiusto l’essere pagati con la stessa somma di chi - rispetto a loro - lo aveva fatto solo per due ore, per? il padrone aveva poi spiegato la ragione del proprio comportamento e cio? che tutto dipendeva dall’accordo fatto in precedenza con i lavoratori.



Quindi la regolarizzazione del rapporto di lavoro, storicamente discende da un contratto tra persone e, nella storia, questo contratto ha avuto caratteristiche molto diverse: nella Roma antica, il lavoro degli schiavi non veniva retribuito, veniva solo mantenuto in vita lo schiavo perch? lavorasse e questa era una convenzione acquisita da tutti e sono dovuti passare secoli prima che gli esseri umani si ribellassero di fronte ad un rapporto di lavoro di quel tipo. Quindi si pu? dire che la regolazione ? anche il risultato, non solo di un contratto, ma anche di un conflitto, forse arriva addirittura prima il conflitto e poi il contratto.

 

Detto questo, vorrei evidenziare quattro principi fondamentali che riguardano oggi la regolazione del rapporto di lavoro, per poi tentare di capire come si ? evoluta la regolazione di questo rapporto da trentacinque anni ad oggi, da quando cio? ? stato approvato lo Statuto dei Lavoratori.



Innanzitutto oggi si mette in discussione il modo in cui viene regolato il rapporto di lavoro, al punto che c’? una corrente di pensiero che sostiene che il diritto nel lavoro ? finito e dunque non c’? pi? bisogno di regolazione legislativa nel rapporto di lavoro.

Vediamo dunque i quattro principi, dei quali il primo riguarda ci? che cerca di fare la regolazione del lavoro: essa cerca di salvaguardare, di proteggere il nuovo lavoratore, in quanto persona, all’interno di un rapporto che non ? alla pari. Se noi guardiamo ai secoli passati, ci accorgiamo come il datore di lavoro avesse . per cos? dire - il coltello per il manico, per cui il lavoratore dovesse sottostare alle condizioni che gli venivano proposte, perch? da questo gli veniva la possibilit? di sopravvivenza, oltre che la realizzazione personale e professionale.

E’ chiaro che qui siamo di fronte ad un rapporto tra diseguali, quindi il diritto del lavoro, nella sua dimensione legislativa, ha sempre cercato di regolare questo rapporto, perch? il pi? debole non soccombesse, facendo in modo che il rapporto di lavoro che si stipula, fra datore di lavoro e lavoratore, fosse stipulato fra due soggetti messi alla pari.

 

Ora qualcuno sostiene che non c’? bisogno di regolazione legislativa nel rapporto di lavoro, perch? bastano le leggi del mercato, nel senso che ? sufficiente che il lavoratore si immetta nel mercato e saranno le regole di quest’ultimo a tutelare il lavoratore. Tutto questo ? singolare ed ? frutto di ideologia, pi? che un dato reale, perch? se il rapporto ? fra soggetti che hanno fra loro potere diverso, ? chiaro che chi ha meno potere contrattuale soccombe o, comunque, ha meno vantaggi. Inoltre non ? possibile pensare di separare il lavoro dell’uomo in carne ed ossa dalla prestazione che egli mette a disposizione all’interno dell’azienda.



Noi assistiamo ad una richiesta di lavoro che prescinde dai bisogni della persona: si pensa che la prestazione lavorativa sia una cosa e l’essere umano, con i suoi bisogni, anche quelli primari, sia un’altra cosa, per cui ? bene separarli.

Ora, il diritto del lavoro cerca invece di conciliare queste due esigenze, l’esigenza economica dell’impresa con la dimensione umana del lavoratore.

Tutte le leggi e gran parte delle normative contrattuali ancora oggi esistenti, hanno al loro interno questo significato. Per esempio, la tutela della maternit?, evitando che una donna che deve avere un bambino, perda il lavoro e venga licenziata, che cosa ?, se non la mediazione fra le esigenze dell’impresa e le esigenze della lavoratrice? Ecco che il diritto del lavoro si inserisce in questo contesto e stabilisce alcune regole, che in alcuni momenti sono condivise da entrambe le parti e quando qualcuno si ringalluzzisce (datore di lavoro o lavoratore) queste regole vengono anche messe in discussione.

 

Un secondo principio riguarda una istanza etica presente nella regolazione del rapporto di lavoro: ricordo che negli anni ‘20 si incominciava a lavorare a dodici anni, per dodici ore al giorno.  E’ chiaro che dentro una legge che dice che si deve dare il giusto riposo al lavoratore e che non si devono fare lavorare i bambini, ? presente un’istanza etica e ci? significa introdurre un principio che non ? solo di carattere economico, ma anche etico. Quindi l’esigenza del riposo, ma anche quella - ancora attuale - della sicurezza sui luoghi di lavoro: in Italia si registrano un milione di infortuni sul lavoro all’anno, mille e quattrocento morti all’anno, trentamila malattie professionali riconosciute ogni anno.



Questo vuol dire che siamo ancora di fronte ad un principio etico che ? quello della salvaguardia dell’incolumit? fisica del lavoratore che ? tutt’altro che applicato e la Lombardia ? tra i primi posti sul territorio nazionale, con questo triste primato, ma l’Italia ? anche tra i primi posti (sempre con questo primato) all’interno dell’Unione Europea. L’esigenza di tutelare la libert? del lavoratore e la sua dignit?, la professionalit?, la continuit? occupazionale, tutti elementi che stanno dentro il riconoscimento della persona.

 

Terzo principio, ripreso solennemente in molte encicliche sociali della Chiesa, a partire dalla Rerum Novarum, che legittima la propriet? privata e la funzione dell’impresa dentro la societ? capitalistica, ma contemporaneamente riconosce legittimo il sindacato, il lavoratore e i suoi diritti. Questo riconoscimento significa valorizzare l’impresa e questo ? scritto esplicitamente nella Centesimus Annus (scritta per ricordare i cento anni della Rerum Novarum) guardando all’impresa non tanto come luogo di propriet? del padrone dove tutti quelli che entrano devono dire signors?, ma come una comunit? di persone. Da questo principio ne discende che solo se il lavoratore ? titolare di diritti, pu? essere chiesto al lavoratore stesso, con fondamento etico, l’adempimento degli obblighi del lavoratore, cio? di lavorare bene, di condividere i destini dell’impresa, di partecipare alle decisioni per migliorare la struttura produttiva. Ma se il lavoratore non ha titolarit?, non ha diritti, con quale faccia gli si pu? chiedere di rendersi compartecipe ai destini dell’impresa?



 

Quarto e ultimo principio, previsto anche dalla Costituzione all’art. 1, laddove dice che “l’Italia ? un paese democratico fondato sul lavoro”. Io non nascondo a nessuno che c’? qualcuno voglioso di cancellare questo articolo e sostituirlo con un altro principio tipo “l’Italia ? un paese fondato sulla libera iniziativa”, che per? ? un’altra cosa e la legislazione che ne discende ? chiaro che risponder? a tutt’altri principi, rispetto a quelli conosciuti e contenuti nella Costituzione.

Alla luce di questo principio che regola l’intera vita civile, si comprende, per esempio, il dettato dell’art. 41 della Costituzione, che nel sancire il principio dell’iniziativa economica privata che dice legittima, afferma che essa non pu? svolgersi in contrasto con la libert?, la sicurezza e la dignit? umana. Quando noi discutiamo di Costituzione, crediamo che sia cosa per addetti ai lavori, ma dalla sua lettura ne viene fuori la condizione di vita di ciascuno di noi.

Immaginiamo a che punto saremmo oggi se questi punti di riferimento non fossero scritti, infatti per tutte le leggi che vengono emanate, ne viene valutata la compatibilit? costituzionale, cio? se quelle leggi sono rispettose dei principi che stanno nella Costituzione. Allora: libert?, sicurezza, dignit? umana, che non devono essere messe da parte, a favore dell’iniziativa privata, legittima e riconosciuta, ma che deve essere compatibile con la dimensione umana.

 

Nel tempo si ? venuta accumulando una legislazione che rispondeva ai principi di cui abbiamo detto: tutela, dignit? della persona e sua sicurezza dentro l’attivit? lavorativa. Uno dei punti importanti da prendere in considerazione si riferisce agli anni ‘40-50, subito dopo la scrittura della Costituzione e in un contesto di ricostruzione del paese, all’indomani della fine della guerra, un ambito dove la dimensione umana era poco considerata.



Eravamo un paese prevalentemente agricolo e un inserimento della struttura industriale ? stato traumatico per molte persone, visto che l’inserimento e i ritmi di lavoro industriali erano assai diversi da quelli del lavoro contadino precedentemente svolto. Trascuriamo dunque di approfondire questa tematica  e approfondiamo il tema della nostra discussione, cio? lo Statuto dei lavoratori e quello che ? accaduto dopo. Vorrei anche ricordare il merito avuto dalle ACLI nella stesura dello Statuto dei Lavoratori, quando negli anni ‘60, specie le ACLI di Milano, avevano fatto una ricerca (il cosiddetto Libro Bianco) sulla condizione di vita dei lavoratori dentro le fabbriche. Da questa ricerca sono uscite cose curiose del mondo benpensante di allora, d’altra parte le ACLI sono sempre state un po’ scomode e, se non lo fossero, non avrebbero futuro.

Da quella ricerca ? uscita una sollecitazione forte a favore della tutela della dignit? della persona: lo Statuto dei lavoratori, approvato nel maggio 1970, ha raccolto gran parte delle sollecitazioni che, nell’indagine, erano state percepite dalle ACLI.

 

Su questa questione il dibattito ? stato vivacissimo, si immaginava che la regolazione di alcune materie avrebbe messo in difficolt? le aziende. C’era anche qualcuno che - dentro al movimento sindacale - avanzava una preoccupazione di principio (valido ancora oggi), quella secondo la quale l’idea era che non si dovesse regolare il rapporto di lavoro attraverso la legge, ma doveva essere frutto della libera contrattazione delle parti.



Questo principio non ? stato accantonato dallo Statuto dei Lavoratori, perch? i contenuti dello Statuto si limitano ad affermare alcuni principi fondamentali e a tutelare non l’azione del sindacato, ma a garantire la possibilit? del sindacato di fare il suo mestiere, cosa che non era molto garantita. Ricordiamoci che prima dello Statuto dei Lavoratori, se qualcuno attraverso la Commissione Interna strillava pi? di qualcun altro per risolvere un problema collettivo, rischiava di essere punito o, addirittura, licenziato.

E’ chiaro che in un contesto del genere, c’era anche forte - nel paese - la necessit? di tutelare il sindacato in quanto tale, in quanto soggetto rappresentativo dei lavoratori e l’interlocutore dell’impresa. Voglio anche ribadire il principio che, nello Statuto dei Lavoratori, non si regolamenta la contrattazione, ma si tutela il soggetto contrattuale, cio? il sindacato che negli anni precedenti veniva ostacolato dalle imprese e dalle stesse associazioni del paese.

 

Questo Statuto dei Lavoratori, che ha fatto discutere per qualche decennio, prima di essere approvato, cos? come ha fatto discutere durante e dopo la fase di approvazione (e ha fatto discutere fino ad un anno fa sull’abrogazione dell’art. 18) ? stato firmato, a suo tempo, da Donat Cattin, Brodolini, dal Presidente della repubblica Saragat e dal Presidente del Consiglio Rumor, che non mi sembra siano stati bolscevichi, ma persone normali che avevano colto i segni dei tempi. Una considerazione: ogni legge ? frutto del suo tempo, ? cio? la maturazione di istanze che provengono da molto lontano e sulle quali il Parlamento legifera.



Che cosa contiene lo Statuto dei Lavoratori? Innanzitutto questo statuto ? composto di quarantuno articoli, dei quali vi dir? le cose fondamentali: ci sono i primi tredici articoli che tutelano la libert? e la dignit? del lavoratore, per esempio piena libert? di parola e di opinione nei luoghi di lavoro, il che significa poter parlare liberamente, potersi iscrivere al partito desiderato, manifestare la religione di appartenenza, poter esprimere le proprie opinioni sindacali  senza essere perseguito, inoltre divieto televisivo per i lavoratori (per esempio, posa di microspie o comunque strumenti di controllo), una regolamentazione delle procedure disciplinari, l’agevolazione e i permessi per i lavoratori-studenti, l’inserimento del patronato dentro l’azienda.

 

Ci sono poi tre articoli che sono stati oggetto di grandi discussioni: il primo era legato al divieto di controllo da parte del medico di fiducia dell’azienda, quando un dipendente era a casa ammalato. Succedeva che arrivava il medico dell’azienda e negasse la malattia del dipendente, rimandandolo al lavoro. Si ? allora convenuto, attraverso una norma, che il controllo fiscale non dovesse essere fatto dal medico dell’azienda, ma poteva essere fatto dal medico di quella che oggi noi chiamiamo ASL, oppure da medici che venivano concordati da sindacato e impresa.



Su queste questioni vi sono state ulteriori modifiche, rispetto allo Statuto dei Lavoratori, per esempio, in alcuni contratti (i tessili) negli anni ‘80 vi era la modifica che diceva che i primi tre giorni di malattia non venivano pagati per evitare l’assenteismo spicciolo.

Anche il problema delle mansioni attribuite al lavoratore ? stato oggetto di discussione: il lavoratore che veniva assunto per fare il tornitore o mansioni equivalenti, non poteva essere messo a pulire i bagni, cosa che prima accadeva regolarmente, magari per punizione. Tutto questo era legato all’impossibilit? di trasferire da un reparto all’altro i lavoratori per punizione: quante grandi aziende avevano il cosiddetto reparto-confino, dove venivano mandati i rompiscatole.

 

Un secondo elemento considerato seccante da parte dell’impresa era la questione relativa alla sicurezza sul lavoro, dove lo Statuto dei Lavoratori diceva che i rappresentanti dei lavoratori (quindi la R.S.U., Consiglio di Fabbrica, commissioni interne) se vedevano che qualcosa non funzionava dal punto di vista della sicurezza del lavoro, potevano chiedere una visita di controllo da parte dell’ASL e ovviamente i costi dell’operazione erano a carico dell’impresa. Queste cose non hanno avuto grande sviluppo nel tempo, e oggi stiamo ancora raccogliendo le macerie di aziende che hanno lavorato l’amianto, dove c’? una ecatombe di morti precoci e dove le responsabilit? non vengono accertate.



Il secondo gruppo di articoli va dall’art. 14 all’art. 18 e sono quelli che regolano le libert? sindacali, cio? il diritto di far s? che dentro l’azienda ci possa essere il sindacato: in una grande azienda, gli unici abilitati a starvi erano le commissioni interne, il sindacato (CGIL-CISL-UIL) non poteva entrare; anche dopo lo Statuto dei Lavoratori, da sindacalista mi sono arrivate un paio di denunce dal proprietario dell’Innocenti, per aver tenuto un’assemblea sindacale all’interno dell’azienda.

 

Uno degli articoli di cui sopra, diceva che non si dovevano fare discriminazioni  nei confronti dei lavoratori in rapporto alla loro militanza sindacale; non si deve dare - ad esempio - i premi antisciopero. In molte aziende si prometteva una cifra tot se non si fosse scioperato, la qual cosa viene considerata illegittima, perch? ci? ? un elemento che limita la libert? di sciopero. Viene cos? esclusa la possibilit? che le aziende possano costruirsi sindacati di comodo: anticamente alla FIAT c’erano i sindacati “gialli”, dove non si poteva fare a meno della presenza sindacale, e l’azienda costruiva un sindacato proprio, di gente pagata dall’azienda per fare determinate cose e che ostacolava pesantemente l’azione dei sindacati ai quali i lavoratori aderivano liberamente.



L’ultimo articolo, il 18, era quello della nullit? di un licenziamento fatto senza giusta causa o giustificato motivo. Tutta la battaglia sull’art. 18 di qualche tempo fa, era una battaglia per abrogare questa norma dello Statuto dei Lavoratori che vieta al datore di lavoro di licenziare una persona se non c’? una ragione esplicita, che pu? essere nel fatto che l’azienda stessa ha meno attivit? da svolgere. In questo caso vi pu? essere licenziamento e ci? vuol dire giustificato motivo, oppure una rissa all’interno dell’azienda dove un dipendente ne ha pestato un altro.

Chi voleva l’abrogazione dell’art. 18, voleva avere la possibilit? di licenziare senza dire qual ? la giusta causa o il giustificato motivo, per cui, per esempio, si licenzia la donna che aspetta un bambino. Questo motivo per? lo si tace e se non si ? tenuti a dirlo, si pu? fare ci? che si vuole, cio? licenziare. E’ chiaro che l’art. 18, dal punto di vista dei principi, ? cosa di grande rilevanza.

 

Il terzo gruppo di articoli regolamenta l’attivit? sindacale negli articoli che vanno dal 19 al 27; questo d? la possibilit? di fare dieci ore di assemblea retribuita dentro l’azienda, inoltre non ? possibile trasferire i delegati di reparto e i sindacalisti se non con il consenso del sindacato.



Del quarto gruppo fanno parte gli articoli che vanno dal 28 al 32 e contengono una serie di disposizioni varie, fra le quali l’art. 28, in cui si dice che se l’azienda mette in atto un comportamento teso ad ostacolare la libera attivit? sindacale dentro il luogo di lavoro, l’azienda pu? essere perseguita con una procedura d’urgenza e il giudice pu? stabilire la regolarit? dei rapporti dentro l’azienda, ovvero ripristinare le condizioni di normalit?.

Ci sono poi alcune norme che riguardano la questione del collocamento: in passato vi era il collocamento numerico, il collocamento nominativo, cose che sembrano risalire alla notte dei tempi perch? oggi il collocamento ha del tutto cambiato fisionomia. E’ chiaro che questa regolazione ha dato un segno di maggiore libert? ai lavoratori e alle loro organizzazioni sindacali, che per un paio d’anni, dopo lo Statuto dei Lavoratori si ? manifestata in una forte conflittualit?: il ciclo di lotte sindacali piuttosto fuori dalla norma va dal ‘68 al ‘72. Sono poi stati introdotti una serie di elementi che tendevano a ridurre il conflitto dentro i luoghi di lavoro tra imprese e lavoratori, attraverso - per esempio - forme di partecipazione alle decisioni dell’impresa.

 

In sostanza i lavoratori venivano coinvolti nei destini dell’impresa e questo ? stato l’elemento che ha favorito la riduzione della conflittualit?: si partiva dal principio che per ridurre il conflitto bisognasse aumentare il livello di responsabilizzazione dei lavoratori, principio che per? non ha avuto grande fortuna perch? concretamente le modalit? di coinvolgimento dei lavoratori sono andate sfumando, diventando una cosa virtuale.



Si ? intervenuti anche attraverso una legislazione che regolava lo sciopero, legislazione tuttora in vigore, sul quale ogni tanto qualche governo un suo ministro o qualche imprenditore strilla perch? secondo costoro, bisogna dare un altro giro di vite. Non voglio polemizzare, dico solo che la regolazione dello sciopero ? prevista dalla Costituzione, ed ? prevista in una logica non per non fare scioperare la gente, ma per consentire a tutti il diritto di sciopero, all’interno di una serie di regole che danneggino il meno possibile l’utenza e l’impresa. La legislazione ha stabilito - per esempio - che le regole con cui vengono fatti gli scioperi devono essere decise dalle organizzazioni sindacali in comune accordo con i lavoratori e presentate ad una commissione governativa che valuta la congruit? con il diritto di tutti, quindi con il diritto del cittadino di avere a disposizione - per esempio - il servizio di trasporto pubblico. Le fasce di salvaguardia, il fatto che in periodi particolari (Natale, Ferragosto) non debbano scioperare gli addetti ai mezzi di trasporto rispondono a questo tipo di legislazione.

 

Oggi, se mettiamo a fuoco cosa sta capitando nel mondo del lavoro e paragoniamo alcuni tratti della legislazione con le situazioni odierne, ci rendiamo conto di come - su alcuni punti - si parlino linguaggi troppo diversi tra loro. Come si fa a parlare di divieto di trasferimento di reparto per discriminazione, quando oggi la assunzione a tempo determinato impedisce - di fatto - questo trasferimento? Se un dipendente assunto per tre mesi d? fastidio, non c’? bisogno di trasferirlo, basta non rinnovargli il contratto e la situazione si risolve da s?. Cosa significa l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori in un mercato di lavoro come l’attuale, dove, per esempio, l’art. 18 non si applica nelle aziende al di sotto di quindici dipendenti? E’ chiaro che in queste imprese non si applica la tutela per il licenziamento senza giusta causa, ma quanti sono i lavoratori che lavorano in imprese con pi? di quindici dipendenti?



Nel settore delle imprese private, il settantaquattro per cento dei lavoratori lavora in imprese con meno di quindici dipendenti, il che vuol dire che dal 1970 ad oggi ? cambiato totalmente lo scenario della struttura produttiva.

 

Dobbiamo allora dire che il lavoro cambia, innanzitutto perch? siamo di fronte ad una esigenza di competizione del nostro sistema economico-produttivo, su un mercato sempre pi? ampio: con don Antonio Giovannini, missionario in Albania, siamo andati a visitare in quel Paese una fabbrica di scarpe, che lavora per una azienda italiana, la quale d? al datore di lavoro albanese €. 1,80 per ogni paio di scarpe prodotte dalle maestranze albanesi. Quelle scarpe noi le compriamo a €. 60-70. A questo punto, l’esigenza della competitivit? pone dei grossi problemi alla nostra struttura produttiva, tanto che qui qualcuno arriva a dire che anche noi - se vogliamo essere competitivi - dobbiamo fare tanto quanto viene fatto in Albania, ovvero pagare meno i lavoratori.



Ma per essere competitivi in questa maniera, si devono ridurre i costi, si devono ridurre le regole smontando un sistema di protezione, ridurre tasse e contributi. Questa ? pura illusione, e c’? solo una strada assai difficile da praticare, quella di alzare il sistema di protezione per quei lavoratori, di aumentare la loro remunerazione perch? possano avere condizioni di vita migliori. E possiamo pensare che la nostra gente sia disponibile a fare una regressione fino all’esempio albanese o cinese? L’unica maniera per poter competere e restare sul mercato ? innalzare le condizioni di vita e le protezioni di quei lavoratori e contemporaneamente alzare la qualit? dei nostri prodotti che nei Paesi in via di sviluppo si faticano a produrre.

 

Inoltre cambiano le tecnologie: lo Statuto dei Lavoratori che vietava i controlli a vista, come si rapporta con le nuove tecnologie che riescono comunque a sapere quante volte un lavoratore si assenta? Oggi poi, i sistemi di lavoro tendono ad uno smontaggio del sistema produttivo organico. Questo vuol dire che gli autisti dei dirigenti dell’AEM di Milano, non sono pi? dipendenti da questa azienda, adesso sono dipendenti di una ditta che fornisce autisti. E’ chiaro che a questo punto, io posso prendere una azienda complessa e sezionarla in tanti pezzi e farla diventare un pulviscolo di aziende dove il mio Statuto dei Lavoratori, che aveva quei vincoli di rigidit? e di tutela dei dipendenti, non ha pi? alcuna efficacia.



Il lavoro classico si basava su prestazioni tendenzialmente stabili  e continuative nel tempo  e su un luogo di lavoro fisso. Oggi siamo sicuri che gran parte del lavoro, soprattutto quello nuovo, ha queste caratteristiche? Oggi ci sono circa tre milioni di lavoratori che hanno contratti atipici (quelli previsti dalla Legge 30, la Legge Biagi) e se uno cambia lavoro ogni tre mesi come si fa a parlare di lavoro continuativo, stabile e in luogo fisso?

Immaginiamo ora il dipendente stabile di una azienda che fa servizi alle piccole imprese, lo stesso dipendente gira per tutta Italia per dare servizi richiesti e ci? cambia radicalmente le possibilit? di tutelare il lavoratore sulla sua attivit? lavorativa.

 

Per quanto riguarda la flessibilit? nel mercato del lavoro, essa ? un elemento prevalentemente di riduzione di costi delle imprese; in qualche caso risponde ad esigenze funzionali delle imprese stesse, ma non ? detto che queste possono trovare risposta solo nel lavoro flessibile. In Valganna (a Nord di Varese) c’? una fabbrica di cioccolata e una di birra dove, qualche anno fa, si era posto il problema che la fabbrica di cioccolato doveva produrre pi? in inverno e meno in estate e quella della birra esattamente il contrario. L? accadeva tradizionalmente che si usava il principio di flessibilit?, quella che una volta si chiamava la “stagionalit?”. Si assumeva un gruppo di lavoratori in estate per la fabbrica di birra e un gruppo di lavoratori in inverno per quella del cioccolato.



In quelle due aziende c’era un problema vero e funzionale di prestazione lavorativa saltuaria e a quel punto si ? convenuto con un accordo fra le due aziende che il gruppo di lavoratori che in estate lavorava per la birra, potesse andare a lavorare in inverno per il cioccolato, bastava che imparassero. A questo punto i lavoratori non sono stati pi? licenziati e riassunti l’anno successivo, ma hanno avuto la possibilit? di avere un lavoro continuativo. Ci? vuol dire che le esigenze di flessibilit? funzionale non sono nuove dentro il mondo del lavoro, ? giusto assecondarle e rispondervi. Se per? il problema ? solo quello di ridurre i costi, ci vuole attenzione, perch? l’impresa potrebbe anche trarre non un beneficio, ma un danno da una flessibilit? eccessivamente elevata, perch? il cambio continuo di persone dentro una azienda significa perdita di conoscenza, a meno che si producono manici di scopa che davvero non richiedono un grande processo produttivo e tecnologico.

 

Come regolare la flessibilit? e la tutela dei lavoratori in modo tale che risponda, da un lato alle esigenze dell’impresa e dall’altro anche alle esigenze del lavoratore? Intanto il lavoro flessibile non ? la stessa cosa per un lavoratore che ha cinquant’anni e un lavoratore che ne ha venti e per la capacit? di quest’ultimo di adattarsi a nuove situazioni pi? facilmente, rispetto a quello di cinquant’anni, oltre al fatto che un ventenne, nei periodi di non attivit?, ha una famiglia alle spalle che lo tutela.



E’ comunque certo che un cinquantenne con un lavoro flessibile, si scontra con una realt? che mortifica le sue capacit? professionali, ma lo mortifica anche come persona perch? non lo rende in grado di provvedere alla propria famiglia.

Oggi, la legislazione non tutela queste diversit?; oggi la flessibilit? ha significati profondamente diversi se il lavoratore ha una professionalit? elevata oppure se il lavoratore ha una professionalit? modesta.

Nel primo caso il lavoratore pu? sempre trovare e contrattare un nuovo posto di lavoro perch? in possesso di un bagaglio professionale consistente, nel secondo caso non pu? contrattare nulla, perch? di lavoratori flessibili senza la professionalit? che conta, ne sono piene le strade. Per costoro non c’? nessuna tutela.

 

Inoltre non ? la stessa cosa per un lavoratore che cerca un lavoro flessibile (per esempio, la donna che cerca il part-time in maniera da poter seguire i propri figli ancora piccoli) rispetto ad un lavoratore che lo subisce perch? non ha altre possibilit?. Allora, come tutelare i soggetti pi? deboli dentro questi meccanismi di flessibilit?? La Legge 30 ha introdotto ulteriori elementi di flessibilit?; mentre prima di questa legge c’erano trentotto tipi di assunzione dentro il mercato del lavoro italiano, la Legge 30 ora ne ha introdotto altri sei o sette. Ora, con oltre quaranta modalit? di assunzione, che tipo di tutela siamo in grado di mettere in campo nei confronti di questi lavoratori? E quali tutele possiamo mettere per garantire le libert? sindacali previste dallo Statuto dei Lavoratori e per garantire il rispetto dei contratti, quando gran parte di questi contratti flessibili sono contrattazioni di tipo individuale?



E’ chiaro che la legislazione del lavoro, allo stato attuale non ? in grado di seguire questi profondi cambiamenti nel mercato del lavoro. C’? chi propone di costruire un sistema di diritti di carattere generale che valgano per tutti: per esempio, tutti hanno il diritto di iscriversi al sindacato che ritengono pi? opportuno, ma come ? possibile sapere se un lavoratore a tempo determinato viene licenziato perch? non c’? pi? lavoro o perch? si ? iscritto al sindacato o non gli viene rinnovato il contratto. Quella tutela diventa un principio che poi - nella pratica - rischia di non avere risposta.

Altri propongono una legislazione basata su principi fondamentali e dopo sar? il singolo lavoratore che decider? di ricorrere al giudice quando immagina che quel principio non ? stato rispettato. Il principio - da questo punto di vista - pu? avere una sua validit?, per? il rischio che si costruisca una legislazione molto leggera, che alla fine non tutela nessuno, ? notevole.

 

Il Libro Bianco presentato dal Ministro del Lavoro nell’ottobre 2001 contiene questa idea, dove si smonta la legislazione del lavoro  e se ne costruisce una di principi, per la quale il lavoratore ha diritto ad essere tutelato per la sicurezza sul lavoro. Ma come si fa, con la modalit? di lavoro attuale? La Legge 626 prevede la formazione del lavoratore, ma se assumo una persona per tre mesi, faccio la formazione? Chiedo piuttosto che sia gi? formato. Altri ancora propongono di affiancare questa legislazione ad una contrattazione di principi: si fanno contratti nazionali di principi, dopodich? sar? il singolo lavoratore che contratter? l’applicazione di questi principi.



Come ho detto sopra, questa cosa pu? andare bene per chi ha un dato potere contrattuale, chi cio? ha un’alta professionalit? della quale l’azienda non pu? fare a meno, ma se l’azienda la bassa professionalit? la trova in fila appena apre la porta, ? chiaro che il potere contrattuale di questi ultimi lavoratori tende allo zero.

A questo punto nasce l’idea dello “Statuto dei lavori”, che risponde sostanzialmente alle seguenti logiche: facciamo uno statuto dei diritti fondamentali, la cui applicazione ? demandata alla capacit? contrattuale del singolo individuo.

 

A mio parere, prima di smontare lo Statuto dei Lavoratori, che in larga parte risponde poco alle esigenze attuali, dobbiamo stabilire con precisione cosa vogliamo fare, perch? il rischio ? quello di smontare lo Statuto dei Lavoratori per poi avere il nulla. Ricordiamo che lo Statuto dei Lavoratori ha visto la luce dopo decenni di discussioni, di lotte dei lavoratori, di conflitti che hanno portato ad una forma di regolamentazione del lavoro in un contesto preciso. Questa formula vale ancora per alcuni, ma per altri non vale pi? e a me piacerebbe che la futura Carta dei diritti dei lavori fosse il risultato di una grande discussione che passa all’interno di tutto il Paese, di una grande mobilitazione da parte dei lavoratori, ma anche di una grande sensibilizzazione da parte delle imprese, perch? avere delle persone garantite con qualche tutela in pi?, va a beneficio anche dell’azienda: oggi i consumi sono drasticamente calati all’interno del nostro Paese, perch? la gente si sente meno sicura, perch? i lavoratori (soprattutto giovani) hanno lavori meno sicuri, si sposano pi? tardi e non ? sufficiente comperare i mobili all’Ikea per mettere su famiglia. Se non creiamo le condizioni base perch? la famiglia possa avere un suo sviluppo reale e concreto, ? chiaro che di famiglie ve ne saranno sempre meno. Inoltre, se calano i consumi, ? ovvio che le imprese producono di meno.



 

In conclusione: ? chiaro che il cambiamento di oggi del mondo del lavoro, necessita di un sistema di protezioni pi? adeguato: costruire un luogo di incontro fra domanda e offerta che sia particolarmente efficace e che riduca i tempi di attesa del lavoro, nel senso che se una persona cambia lavoro ogni tre mesi, deve essere messa in grado di trovare presto un nuovo lavoro quando finisce il precedente, oppure, se non lo trova, bisogna tutelare almeno un minimo di reddito, senn? se perde il lavoro, cosa succede a lui e alla sua famiglia? Guardate che oggi le imprese non lavorano sul lungo periodo, ma sul breve, con programmazione a sei mesi - un anno. Se ? fisiologica almeno una parte di lavoro flessibile, ? chiaro che bisogna creare tutele adeguate per questo ambito, altrimenti questo Paese si spegne.

Infine la questione della preparazione professionale. Non si pu? immaginare che uno faccia il lavoro flessibile spendendo gran parte del suo tempo a ricercare il lavoro dopo e nel frattempo abbia anche la possibilit? di aggiornare la propria professionalit?. Dentro la Legge 30 c’? il contratto di apprendistato che pu? durare sei anni e pu? essere applicato fino all’et? di ventinove anni: ventinove pi? sei fa trentacinque; pertanto a trentacinque anni una persona pu? essere ancora apprendista, ma, come capita spesso, se a quarantacinque anni la sua professionalit? ? obsoleta, per cui non serve pi?, altro che a spostare l’et? della pensione fino a settant’anni!

 

Qui si pone il problema su come utilizzare la pi? grande risorsa che abbiamo a disposizione dentro l’azienda, cio? la risorsa umana. Allora la tutela non va ad ostacolare le esigenze produttive dell’azienda, ma la tutela deve essere vista come un bene collettivo; se si vive in un paese dove si ha paura, anche il sistema economico soffre di questo. Se invece si vive in un paese dove c’? una discreta tranquillit?, ne beneficiano tutti, anche la stessa qualit? della prestazione lavorativa.



Concludendo: dobbiamo cambiare il sistema di vita dei lavoratori, un sistema che risponda alle nuove esigenze. A chi sostiene che sono le tutele - in quanto tali - che non servono pi?, bisogna far presente che, a questo punto, qui c’? divaricazione di interessi, di carattere politico, ma anche di carattere sociale: lo stesso sindacato dovr? porsi nella prospettiva di costruire un nuovo sistema di protezione che sia pi? adeguato alle esigenze produttive attuali.

Questo vale all’interno del paese Italia, cos? come vale all’interno della dimensione europea, ma anche sulla dimensione pi? globale. E’ chiaro che chi lavora con meno diritti e meno salari a questo punto pu? conquistare pi? lavoro, ma ci? diventa un elemento di concorrenza sleale, che non ? solo un problema di carattere economico ma riguarda la dignit? e la dimensione umana del lavoratore nel suo complesso. Gli uomini sono fatti per avere l’economia al loro servizio e non per servire l’economia, come peraltro dicono i documenti della dottrina sociale della Chiesa.

 




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