Forza, sono impaziente di sentire cos'hai da dire. Stavolta non dirai che ti sei annoiato



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Presentazione di Massimo Mattioli alla mostra di Paolo Manazza a Roma, Spazio88
14 gennaio – 15 febbraio 2015

Forza, sono impaziente di sentire cos'hai da dire. Stavolta non dirai che ti sei annoiato...”. Lorenzo usciva dalla galleria in compagnia dell'amico Enrico, ricercatore alla facoltà di Filosofia, perennemente scettico – spesso fino al sarcasmo – riguardo all'arte contemporanea. Quando riusciva a trascinarlo alle mostre, gli piaceva poi chiudersi con lui in un caffè a parlarne, per chiarirsi lui stesso le idee in vista della recensione che più tardi avrebbe mandato al giornale.


No, annoiato direi di no. Però lo sai, tendenzialmente trovo l'astrattismo un po' avulso dalla nostra sensibilità...”.
Sei il solito manicheo!”, lo rimproverò scherzosamente Lorenzo. “Ti ha fatto male studiare troppo Wilhelm Worringer: l'astrazione come eredità del Gotico, con connessioni all'arte orientale, il realismo invece come linea più europea, più mediterranea. Non dimenticare che il suo saggio è del 1907, ne è passata di acqua sotto i ponti...”.
Ma lo so”, si difese l'amico. “Solo che a volte mi sfuggono i sottili passaggi in una ricerca che tende a sintetizzare le forme, e quindi inevitabilmente serra anche le possibilità espressive. L'arte concreta la accetto come caso di studio, ma non riesce a coinvolgermi...”.
Ma scusa, non era il tuo stesso adorato Worringer a consigliare di andare «oltre la superficie visibile delle cose»? Nel mezzo c'è stato un certo Kandinskij, che ha aperto la via per quello che chiamiamo astrattismo lirico. Direi che i dipinti di Paolo Manazza si collocano su quella linea: credo sia tangibile come lui tralasci l'attenzione alla forma, delegando l'evocazione, che deve essere il vero obiettivo di ogni artista, alla forza della luce e dei colori... Lui esce da quell'eredità formalista che si suole assegnare all'astrazione: recupera una pittura di superficie eletta a luogo delle sensazioni, ma con una libertà di segno, con una fluidità di tache che conoscono l'informale europeo, ma soprattutto la gioia del colore americana!”.  
Ecco, come al solito arriva il momento in cui diventi criptico, astratto tu stesso nel sostenere le tue idee, fatico a seguirti...”.
Non aveva tutti i torti, riflettè Lorenzo. “Guarda, non servono mai troppe riflessioni davanti all'arte. Ti racconto un episodio: l'ultima volta che andai al suo studio, davanti a un quadro Manazza mi indicava una pennellata di un bel giallo. «Una sera, rientrando, sentii che questa macchia mi parlava», raccontò. «Mi disse che dovevo lavorare su di lei: andai a dormire alle cinque, concentrandomi su quei pochi centimetri di tela, cercando una sintonia». Capisci? Voglio dire che l'artista fa tesoro della sua conoscenza dell'Espressionismo Astratto e del Color Field americani, ma poi torna alla sua personalissima indagine sulle possibilità illimitate della pittura. Il suo luogo evocativo alla fine sta nella vibrazione, giocata fra toni e timbri dei colori: è quella che instaura la comunicazione subliminale con l'osservatore”.
Su questo concordo”, ammise Enrico. “Sono opere che ti catturano, ti ipnotizzano, arrivano a toccare corde profondamente spirituali”. Insomma: quale sarà il titolo del tuo articolo?”
Paolo Manazza. La necessità del colore. Oppure Paolo Manazza. Untitled #Colors. Ancora non ho deciso...”
Roma, 21 dicembre 2014

Massimo Mattioli




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