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Vicariato Urbano di Verona

Esercizi spirituali

«Venite e vedrete»

Gv 1,35-5

Meditazione d Don Franco Mosconi, O.S.B. Can

Basilica di Sant'Anastasia

8 febbraio 2018


(Gv 1135*51}

Preghiamo:



O Dio, nostra forzo e nostra speranza, senza di Te nulla esiste di valido e di santo. Effondi su di noi la Tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente i beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni. Per Cristo nostro Signore. Amen

35ll giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli36e} fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». 37 E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbi (che significa maestro), dove abiti?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» 42e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)». 43ll giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi». 44Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret».

46Natanaèle esclamò: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».

47Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». 48Natanaèle gli c/omanc/ò; «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, So ti ho visto quando eri sotto il fico». 49Gli replicò Natanaèle: «Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». 50Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico credi? Vedrai cose maggiori di queste!».

51Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo».

«Che cosa cercate?». Sono queste le prime parole che Gesù pronuncia nel Vangelo di Giovanni. Sono parole che inaugurano il cammino di sequela di uomini e di donne attratti, afferrati dalla persona del Figlio unico del Padre, venuto in mezzo a noi nella povertà di Gesù di Nazareth.

In questa lectio cercheremo di cogliere il dipanarsi, l'evolversi dell'incontro tra Gesù e i suoi primi amici, i suoi primi discepoli.

2. L'incontro di Gesù con i primi discepoli

Il prologo narrativo del quarto vangelo si apre con Giovanni il battezzatore che, mentre (notate) «Stava là» con due dei suoi discepoli, vede passare Gesù. Fissa lo sguardo su di lui e lo indica o, meglio, lo consegna loro. ! discepoli, coinvolti dall'intesa tra i due si mettono a seguire Gesù.

L'incontro personale con Gesù ha nel vangelo di Giovanni una dimensione fortemente ecclesiale (capiremo meglio cosa vuol dire ecclesiale).

essere accolta e fatta conoscere.

Mentre il «Battista sta (notate il verbo "sta"), Gesù passa». C'è un richiamo anche al profeta Abacuc: «Starò fermo al mio posto di sentinella» e Giovanni, il Battezzatore, è la sentinella che sta, ma per guardare più lontano, più in profondità. Il Signore, al contrario, è colui che passa, è la Parola in perenne movimento d'amore. Il Battista è il vecchio, l'attesa, la voce, colui che battezza con acqua. Gesù è il nuovo, il compimento, la Parola, colui che battezzerà nello Spirito.

Il Battista è giunto al culmine della sua missione; possiamo dire che è l'ultimo profeta dell'Antico Testamento, è il testimone che riconosce il Verbo fatto carne e lo dona. Gesù invece è all'inizio di un cammino che trasformerà uomini e donne, farà nuove tutte le cose. Il Battista non sta solo, ma è con due dei suoi discepoli (v. 35); sono loro i destinatari della sua testimonianza, del suo additare, ma sono anche la sua offerta. Lui si priva dei suoi discepoli.

D'altra parte il Battista aveva condiviso trepidante l'attesa, ma ora quale amico dello Sposo gioisce di gioia profonda per la voce dello Sposo. Avverte che lui deve diminuire perché Gesù cresca. Quindi non avendo più motivo per trattenere i suoi discepoli, li accompagna fino al dono totale di sé, fino al salto nell'offerta definitiva, perfetta. E l'invito a offrirsi giunge ai discepoli attraverso lo sguardo.

È bellissimo questo testo: «36Fissando lo sguardo su Gesù che passava».

Quello del Battista è uno sguardo di intesa, di reciproco riconoscimento, uno sguardo intenso che silenziosamente penetra nell'intimo, svela qualcosa della nascosta identità della Parola che si è fatta carne, che ormai è all'opera nel mondo e nell'uomo, uno sguardo che indica ai discepoli l'ora di avviarsi, il tempo di mettersi in esodo, discepoli vedano quello che lui vede, provino anche loro quello che sta provando lui, abbandonino quello stare e si affidino al camminare. Gesù cammina e il Battista sta.

Lo sguardo e la parola del Battista sono talmente coinvolgenti che il cuore dei due viene come inondato da una inattesa dominazione, perché leggiamo che «371 due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù».

La sequela di Gesù è veramente una creazione nuova (dovrebbe essere così anche per noi, che siamo tutti discepoli di Cristo).

Per la prima volta due uomini si staccano da un legame puramente umano (dal Battista, come loro maestro) per aderire alla comunione con il Figlio di Dio. Tale passaggio non è un semplice sviluppo, ma è un salto di qualità, una conversione. La conversione è un passaggio radicale. Attraverso il cammino, un discepolo, diviene Dio per partecipazione.


  1. due non hanno ancora questa consapevolezza, ma si affidano ad una persona carica di fascino, di mistero. È l'inizio di un cammino verso un discepolato totale, che permette loro di fare esperienza non solo dell'insegnamento di Gesù ma, soprattutto, del mistero della sua persona. E intanto lo seguono, si aprono alia sua novità, si affidano a un Dio che nel mistero di Gesù irrompe nella vita di questi uomini, con il peso di tutta la sua gloria.

E qui arriviamo a un punto nodale.

Avvertendo una presenza dietro di sé «38Gesù allora si voltò».

Qui Giovanni è veramente splendido. È un gesto voluto, intenzionale. È Gesù che si voltò, che prende l'iniziativa. Si volta per accogliere, quasi per ingigantire il desiderio di coloro che lo seguono. Si volta per spronarli al salto della fede in lui.

Gesù qui incarna l'antica sapienza, che «è facilmente contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza» (Sap 6,12-13-16).


  1. cap.6 della Sapienza qui è incarnato da Cristo. Sappiamo quanto l'antico Israele abbia desiderato vedere il volto di Jahwe: «Mostrami la tua gloria». «Tu non potrai vedere il mio volto. Nessun uomo può vedermi e restare vivo». «Ti nasconderò con la mia mano e passerò. Quando sarò passato toglierò la mia mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33.) Non si può vedere Dio e rimanere in vita. Era questo il convincimento che percorre un po' tutto il Primo Testamento.

Quando i due iniziano a seguirlo Gesù è di spalle, ma lui stesso si volta (la rivelazione, il mistero) e mostra il suo volto. «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Finalmente Dio si può vedere. La supplica del salmista si fa realtà compiuta: «Volgiti Signore, abbi pietà dei tuoi servi» (Sai 90).

Gesù si volta e rivolge a loro una domanda: «Che cosa cercate?».

Sono le prime parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni. Queste parole troveranno un'inclusione al termine del vangelo, quando il Risorto, rivolto alla Maddalena dirà: «Chi cerchi?». Cercare esprime un desiderio, una passione, uno slancio, che sale al di sopra di tutto.

Altre volte ho detto, ma lo ripeto sempre: la nostra vita è solo cercare il Signore, nei monasteri, nelle parrocchie, nelle famiglie, come credenti. Se smettiamo di cercare il Signore siamo finiti. Perché tu ti incarni in un ruolo, in un mestiere. Anche fare il prete può diventare un mestiere se smetti di cercare Dio. Dio non lo avrai mai in tasca; Dio va sempre cercato fin che campi. Anche in un monastero uno può fare l'abate, può fare il maestro, può fare l'economo, può fare il bibliotecario, ma guai se uno si fossilizza nel ruolo: è finito! Perché diventa un mestiere e ogni mestiere stanca se alla base non rimane quello che dice il Signore: «Chi cerchi?». Se noi cerchiamo il Signore, questa è la nostra salvezza. Cercare esprime un desiderio, una passione, e se questa rimane viva, puoi fare qualunque mestiere, puoi fare anche il mestiere dello spazzino (oggi si dice operatore ecologico); se rimane questa passione qualunque mestiere ti va bene.

Gesù sembra obbligare colui che si è messo alla sua sequela per curiosità a interrogarsi: «Chi cerchi?». Cosa ti attendi da me? Perché mi cerchi? Chi cerchi in verità? Dicendo: «Che cosa cercate?», Gesù dà inizio non a un insegnamento, ma ad un colloquio, attraverso cui intende favorire la ricerca di coloro che l'hanno seguito.

I due a loro volta rispondono a Gesù con un'altra domanda: «Rabbi dove dimori?». «Rabbi, Maestro» è l'appellativo col quale Andrea e il suo amico esprimono la volontà di accogliere il Cristo, di obbedirgli. «Dove dimori?»; si



Noi oggi abbiamo ia Parola, ci affidiamo alla Parola perché trasformi la nostra vita.

La richiesta è precisa: «Dove dimori?». Il termine "dimorare", più che l'ambiente materiale indica la condizione esistenziale, personale in cui uno vive. Cioè i due vogliono rimanere con lui, partecipare della sua familiarità. Non desiderano una semplice presa di contatto esteriore. Domandano tempo, vogliono parlare in pace e a lungo con lui (il «Dove dimori?» lo troveremo spesso nel vangelo di Giovanni). Quindi il «Dove dimori?» per chi legge Giovanni, per noi, prelude già alia dimora di cui Gesù parlerà più tardi, l'abitazione nel seno del Padre. E si arriverà a questa profonda comunione con i discepoli-

La risposta di Gesù ai due è un imperativo e una promessa: «Venite e vedrete». Non può dire a parole che la sua dimora è il seno del Padre; non può esprimere a parole la sua dimora abituale, è inesprimibile.

Per diventare discepoli non è sufficiente né una testimonianza interessante come quella del Battista, né una "ricerca" personale, ma è necessario un "incontro" personale con Cristo. Questo vale anche oggi: noi non Lo abbiamo mai visto, ma abbiamo la Sua parola che deve dimorare dentro di noi. Uno diventa la parola che medita, che assimila, che ascolta.



Il grande Tommaso d'Aquino, nel suo commento al vangelo di Giovanni scrive: "«Venite e vedete» serve a indicare che la dimora di Dio, sia quella della grazia, che quella della gloria, non si possono conoscere se non per esperienza, perché non si può esprimere a paroleDa cui l'invito «Venite e vedrete», venite col credere, con l'operare, poi vedrete con l'esperienza, col contemplare.

«Venire» a Gesù originariamente nel linguaggio di Giovanni significa credere in lui. Il futuro discepolo è chiamato a rendersi conto di persona del modo di vivere del Maestro. Questo esige ricerca, sequela, obbedienza. Venire a Gesù è sinonimo di credere in lui, conoscerlo intimamente, amarlo come l'Amore stesso.

Il «Vedere» poi non è il semplice vedere degli occhi del corpo, è uno sguardo penetrante che, oltrepassando l'esteriorità, l'apparenza delle cose, si inoltra rin nena reana più proronud. e un veuert: me ^lu^ic imi ^uiu m senso, ma la realtà ultima, ossia la presenza divina nascosta, che tutto fonda. È un momento intuitivo, che sotto la superficie fa percepire il centro luminoso, la sorgente originaria, il segreto di una vita. Per vedere in profondità tuttavia è necessario attendere l'ora, essa sola fa vedere. È il koiros, il momento propizio, per aprire gli occhi al mistero, per porre il discepolo nell'amicizia con la persona del Verbo.

Qui tutto è destinato all'incontro vivo e personale. Gesù non affida quelli che lo seguono a un libro, contenente dottrine, precetti da studiare o da osservare, ma li chiama a un rapporto personale, di comunione con lui. E a loro volta quelli che lo seguono non possono rimanere a una distanza non impegnativa, non possono avere l'atteggiamento di spettatori, ma devono impegnarsi, andare con Lui, porsi sulla sua strada. Quasi a dire che una conoscenza di Gesù non la si può avere a distanza, per sentito dire, ma solo attraverso una comunione con lui.

Così Gesù annuncia a quelli che vanno da lui: «Venite e vedrete» e la comunione con lui non sarà senza frutto. Dal "cercare" passeranno al "vedere". Quanto più si avvicineranno a Lui, tanto più lo conosceranno, lo comprenderanno personalmente.

Quindi i discepoli accettano di legarsi unicamente a Gesù: «39Andarono dunque». Colui che viene chiamato è invitato a trasferirsi dalla posizione in cui è impedito a credere alla situazione nella quale può aprirsi alla fede. Questa nuova condizione è la sequela di Cristo Gesù, il Figlio di Dio. Il discepolo, finché rimane dove si trova, può onestamente o fedelmente compiere la sua professione, i propri compiti, avere vecchie o nuove concezioni di Dio, ma se vuole aprirsi alla fede, è chiamato a seguire Gesù, il Figlio di Dio divenuto uomo.

«39l due videro dove dimorava». Dimorando col Maestro scoprono il suo "dove". Gesù è la Parola che abita nel seno del Padre, è la Parola rivolta verso il Padre, come suo ambiente vitale. In questo luogo originario, tra il Padre ed il Figlio, c'è un movimento d'amore che è lo Spirito santo. Il discepolo fedele è chiamato ad entrare e a rimanere in questo luogo ricolmo, traboccante di comunione. All'inizio del percorso tuttavia il

provvisorio, ma che prepara a un vedere ancora più importante.



«39Quel giorno rimasero con lui». Per coloro che hanno saputo seguire, cercare «Venite e vedrete», c'è una ricompensa: rimanere presso di Lui, trovare e dimorare.

«39Erano circa le quattro del pomeriggio». Quasi a dire che i momenti forti dell'amore si ricordano. Alla lettera il testo dice: "Era circa l'ora decima", che richiama un tema particolare: il tempo del compimento.

Scrive Agostino nel suo commento al vangelo di Giovanni: "Che giornata felice dovettero trascorrere, che notte beata! Chi ci può dire che cosa ascoltarono dal Signore?".

E qui scatta un'altra cosa importante. Lo "stare" con Gesù, questo "dimorare" con Gesù, è stato talmente coinvolgente e sconvolgente che suscita nuovi testimoni. Andrea, uno dei due che avevano incontrato il Maestro, trova suo fratello Simone e lo conduce da lui. Non lo incontra a caso, va a cercarlo per renderlo partecipe della scoperta nuova e travolgente che lui ha fatto. Capite cosa vuol dire sperimentare lo stare con il Signore? Sono quelle cose che non le puoi tenere per te stesso, ma devi necessariamente testimoniarle, raccontarle.

E Andrea va da suo fratello e gli dice: Abbiamo trovato il Messia». "Abbiamo trovato colui che realizza la promessa di Diotutta la speranza di Israele; tutta l'attesa dei nostri cuori". Andrea non si limita a raccontare la sua scoperta, spinge quasi suo fratello da Gesù, desidera che anche lui dimori con il Maestro, desidera che si instauri tra di loro un colloquio intimo, personale, come è successo a lui.

E Gesù, vedendolo sopraggiungere (Pietro), lo fissò con un profondo sguardo d'amore e gli disse: «41Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, sarai chiamato Cefa (che significa Pietro)».

In tutta la scena Pietro rimane muto, non fa nessun gesto, non dice una parola. È silenzioso anche davanti agli altri, non narra a nessuno né chi ha incontrato, né cosa abbia suscitato in lui quell'incontro, che pure doveva essere stato unico, perché lui è il solo personaggio a cui Gesù cambia nome. E sappiamo che nel mondo biblico mutare il nome a una persona significa prenderne totale possesso, dare un cammino nuovo alla sua vita.


Simone, al quale Cristo ha dato il nome di Pietro, kefas=roccia, attributo stesso di Dio, è chiamato proprio a questa sorprendente novità.

Quindi Andrea e Pietro di fronte a Gesù, che sconvolge la loro vita, reagiscono in maniera diversa: il primo con l'entusiasmo e con la parola, il secondo con la disponibilità e il silenzio.



4. Seconda giornata: l'incontro con Filippo e Natanaèle

Il tempo nuovo in Gesù ha ormai fatto irruzione nella storia, nel mondo e nel cuore dell'uomo. E così anche altri sono avvolti della sua presenza.



«43ll giorno dopo Gesù incontrò Filippo». Qui la chiamata non è più attraverso un testimone come il Battista, come Andrea per Pietro, qui la chiamata è diretta: «43incontrò Filippo e gli disse: "Seguimi"».

Filippo è il primo ad essere incontrato personalmente da Gesù e da lui chiamato direttamente. Tra lui e il Maestro non c'è alcuna mediazione. È importante sottolineare la comunicazione vicendevole che intercorre tra questi primi personaggi del vangelo di Giovanni. Queste vocazioni sono soprattutto il risultato della comunicazione reciproca tra i primi discepoli. Essi operano come luogo di mediazione. Gesù regge le fila di tutta questa storia; si parla di lui, si va a lui.

Filippo ha incontrato Gesù e, come Andrea, è talmente traboccante di gioia per l'incontro vissuto che appena si imbatte nell'amico Natanaèle quasi gli grida: «45Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mose nella Legge e i Profeti, il Messia annunciato da tutta la Scrittura. Egli è Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth». Filippo racconta al suo amico chi ha incontrato, non gli dimostra nulla, gli comunica semplicemente la sua esperienza.

Natanaèle istintivamente rifiuta la comunicazione di Filippo: ^6Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?». Il Messia regale, profetico, sacerdotale, il Figlio di Dio che tutti attendono, come può essersi incarnato nella povertà di un certo insignificante Gesù di Nazareth, figlio di Giuseppe? Che razza di Messia può essere quello di cui si conoscono le origini? Le origini di Gesù, la sua stessa provenienza da Nazareth non deponevano a favore della sua messianicità.



all'esperienza: «Vieni e vedi» (ci vuole questo incontro personale anche per noi), facendo eco alla parola stessa di Gesù: «Venite e vedrete». Si rivolge all'amico con due imperativi: «Vieni e vedi». Sa che determinante è l'incontro diretto con Gesù, e a questo desidera condurlo.

La testimonianza può venire da chiunque: dal Battista per i primi, da Andrea per il fratello, da Filippo per Natanaèle, ma ciò che produce effetto è solo l'incontro personale con il Maestro. Noi non possiamo vederlo, abbiamo la Sua parola: uno diventa la parola che ascolta, che medita, che assimila.

La convinzione di Filippo è contagiosa e Natanaèle alla fine decide di andare a vedere, si mette in cammino. Ma è Gesù a vederlo per primo: «47Visto Natanaèle che gli veniva incontro...». L'iniziativa è sempre di Gesù. Filippo ha dato a Natanaèle la sua testimonianza, ma la chiamata è sempre di Gesù. Testimonianza e chiamata non si equivalgono.

Natanaèle è l'unico dei primi discepoli ad esprimere una certa resistenza, eppure solo di lui Gesù afferma che è 7un Israelita in cui non c'è falsità». Natanaèle è un uomo senza inganno, disponibile, franco; ha posto un'obiezione, ma non si è chiuso al discorso; è andato a sincerarsi. Secondo l'uso biblico "uomo senza inganno" vuol dire senza sotterfugi, non astuto, senza truffa, senza menzogna. Non prostituito ai falsi dèi, di conseguenza è un uomo fedele. Quindi Natanaèle è un Israelita autentico, che non prènde a pretesto la sua scienza per dispensarsi dall'andare a vedere il figlio di Giuseppe.

Gesù, che conosce le sue pecore, loda in lui il vero Israele aperto ad accogliere colui che Filippo aveva designato addirittura come "il compimento delle Scritture". Questo Israelita senza inganno si meraviglia di essere conosciuto così intimamente: ^8Come mi conosci?». "Da dove mi conosci?". E Gesù gli offre un segno riferendosi al "dove l'ha veduto". La risposta alla chiamata non è cieca: Prima che Filippo ti chiamasse> lo ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi». Lo sguardo di Gesù precede la testimonianza di Filippo.

È il fico davanti a casa. Tutto questo suggerisce un contesto quotidiano, familiare, profano, apparentemente del tutto occasionale. Questa parola, che sembra dire una banalità, per Natanaèle è un segno autentico di chi sia (jGSU, ancne be 11 iilu ria un buu biniuuii^mu, puu 3igMiin.cn <= aumc aaiu.

Nel giudaismo era diventato l'albero della conoscenza della felicità. Quindi la parola di Gesù insinuerebbe che, studiando la legge, Natanaèle era preparato a incontrare Gesù stesso.

E anche Natanaèle è travolto dall'incontro inatteso ed esclama: «1Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». Una confessione di fede incredibile da parte di uno che era scettico. Quindi Gesù è riconosciuto come Rabbi, come Maestro di sapienza, è creduto come Figlio di Dio, un titolo certamente messianico. Natanaèle sa che Dio solo è il Re di Israele e lo intuisce e lo confessa di Gesù: è un re non nazionalistico, è venuto a liberare i deboli, i poveri.

Gesù sottolinea : «1Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l'albero di fico credi? Vedrai cose più grandi di queste!"». La fede di Natanaèle è ancora racchiusa nell'ambito del giudaismo, ma Gesù l'accoglie e la orienta verso la pienezza.

E con questo auspicio si apre il cammino dei discepoli al seguito del Maestro.

5. Conclusioni nuova casa di Dio. Tra il Figlio dell'uomo e il Padre c'è questa profonda comunione. Per mezzo di Gesù si realizza questo progetto di Dio, in lui il Figlio di Dio è il Figlio dell'uomo, il Tempio nuovo, il cielo si congiunge alla terra e tutti gli uomini possono partecipare della santità stessa di Dio. Saranno suo popolo e sua proprietà. Per annunciare questo futuro ormai giunto, Gesù non usa il pronome personale "io", ma si nasconde dietro il titolo di "Figlio dell'uomo". In lui, in Gesù di Nazareth, il cielo è ormai congiunto alla terra.

Possiamo sottolineare alcune cose:



  • La chiamata che Gesù rivolge può essere diretta e mediata da testimoni differenti, come il Battista, come i discepoli. Determinante, tuttavia, rimane l'incontro con Lui, che sempre apre una nuova storia personale.

La difficoltà di fondo sta di chiudere il cammino, di sapere già tutto, di rinchiudersi dentro un progetto anziché aprirsi alla libertà, alla novità del mistero della Sua persona.

  • In questo testo Giovanneo Gesù ci invita a comprendere che, qualunque sia la conoscenza che il discepolo può avere di lui, rimane sempre al di qua del suo mistero.

Un autore diceva: "È senza sponde l'oceano verso cui ci trasporta l'incontro con il Figlio di Dio".

Alcune osservazioni finali.

Johannes Eckhart, un grande mistico medievale, domenicano, vissuto fra i secoli XIII e XIV, nel suo commento al vangelo di Giovanni, riflettendo sulla chiamata dei primi discepoli, sottolinea alcuni aspetti del discepolato e si sofferma sulla tipologia, sul come, sulla piacevolezza di essere seguaci di Cristo. Eckhart passa a descrivere il come della sequela (è molto radicale) e dice:

"Chi vuole seguire il Maestro e raggiungerlo deve farlo

incessantemente, seguirlo da vicino> lasciare tutto (dipende dai vari

contesti in cui noi viviamo). La sequela è un cammino incessante. Dio,

ZÒÒCIIUU II {JIU CICVULU ucyil CJJCI Ij Ci IIIUL/Vt V\-I JV L4f i. UUI/JU unu/u c

chiomato a rispondere subito, senza indugio, velocemente". Raccogliendo il testo del Siracide: «Non indugiare a rivolgerti al Signore». Al Dio che chiama è necessario donare la stessa volontà, che ci permette di non adulterare l'invito della parola di Dio. La sequela è collocarsi vicino al Signore (noi diciamo vicino alia Parola) per penetrare nell'essenza delle cose".

Solo il vangelo ci aiuta a penetrare la verità nell'essenza delle cose. Seguendo da vicino il Maestro è possibile imparare a vedere e a valutare se stessi, gli altri, la storia, il cosmo con il suo medesimo sguardo. Quindi è possibile abitare dimorando nel suo medesimo cuore, nel cuore stesso di Cristo. Se volete, questo è anche l'apice di una lectio divina: dopo la lettura, la meditazione, la preghiera, la contemplazione, che non è un fatto puramente astratto, ma è imparare alla fine a vedere le cose come le vede il Signore.



Eckhart dice: "<Essere seguaci di Cristo esige un certo distacco. Il discepolo è chiamato ad abbandonare tutto, perché Dio non è una cosa tra le tante, è il principio e il fine di tutto. Questo distacco non ci estranea dalla storia, non ci estranea dalla vita, ma ci pone in essa, mantenendo viva nel nostro cuore la centralità assoluta di Cristo Signore".

Quindi per Giovanni la fede è un cammino verso la profondità del mistero di Gesù. La Parola udita e ascoltata deve essere interiorizzata, deve entrare nel cuore, essere assimilata. Deve dal di dentro a poco a poco trasformare la persona. Deve diventare nel suo intimo una luce interiore nella quale vede tutto e giudica tutto. Il vero discernimento nasce così. Deve anche diventare la sorgente interiore, la forza per tutto il suo agire nella comunità cristiana.

Per uscire dalle strettoie in cui a volte si dibatte la nostra esistenza cristiana, sembra opportuno favorire proprio il passaggio da una fede di consuetudine verso un'adesione personale a Cristo, a una fede che sia scelta personale, illuminata, convinta, testimoniante. Questo è il tempo della nuova evangelizzazione, e mi pare che da qui può nascere una vera e nuova evangelizzazione.

saputa ad una sequela profondamente vissuta, è quanto mai opportuno sollecitare l'appropriazione personale dell'esistenza cristiana. L'appropriazione personale non è fare un'idea, ma è uno stile di vita in modo che tutta la mia esistenza ne sia coinvolta.

Appropriarsi personalmente dell'esperienza cristiana non significa racchiudere il Cristo nel proprio sentire, ma, al contrario, ricevere forma da Lui; passare dal nostro al Suo modo di sentire. In altri termini, l'esperienza cristiana non può farsi per sentito dire. La sequela cristiana scaturisce dall'appello del Padre rivolto a nome del Figlio, del Figlio suo che, attraverso lo Spirito, diventa la perla preziosa, il tesoro nascosto.


3. Prima giornata: il colloquio tra Gesù e i discepoli del Battista

Tuttavia il Battista, oltre a riconoscere coiui che passa, svela ai suoi



l'essere stesso di Gesù: «Ecco l'agnello di Dio!». "Guardate l'agnello di Dio,

colui che toglie il peccato del mondoOra lo testimonia di fronte ai suoi.

* * *


1 C'è un testimone qualificato: il Battista, che proclama la sua fede in Gesù-Messia. Quindi il Battista dinanzi ai propri discepoli.

  • Andrea lo farà con suo fratello, con Pietro.

  • Filippo con Natanaèle. Segue un colloquio attraverso il quale il futuro discepolo entra in contatto con Gesù. Poi il nuovo discepolo, narrando ad altri l'esperienza vissuta, attesta la sua fede in Gesù-Messia.

La valenza ecclesiale che appare qui nel quarto vangelo è molto più marcata, se la confrontiamo con i racconti di vocazione di Matteo, Marco e Luca. Marco evidenzia questi momenti: Gesù incontra il futuro discepolo occupato nel suo lavoro. Gli apostoli, i primi, stanno pescando. «Venite con me»: Gesù li chiama. Matteo sta lavorando: c'è una chiamata diretta: «Seguimi». Colui che si sente chiamato abbandona tutto e va con Gesù.

Qui invece c'è una circolarità: c'è un testimone che racconta la sua testimonianza, c'è il Battista che rende testimonianza a Gesù. Vorrei dire che con queste chiamate veramente c'è una nuova creazione; la creazione



1Il v. 51 conclude tutto il brano: «5op0/ disse: "In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo"».

Qui Gesù rivela qualcosa di sé, accenna alla sua identità e l'affermazione non è solo per Natanaèle, ma è per tutti: "In verità, in verità vi dico: vedrete": è al plurale! L'immagine del cielo aperto e degli angeli che salgono e scendono, oltre a rinviare al sogno di Giacobbe in Betel (Gen 28), è ormai qualcosa d'altro, di più profondo.



1Nella rilettura che ne fa Giovanni, è Gesù stesso ad affermare che i cieli ormai sono aperti in maniera definitiva, annuncia di essere lui stesso la scala di Giacobbe, l'alleanza tra la terra e il cielo. Non è più la scala, ma è il Figlio dell'uomo, uomo e Dio, che congiunge il cielo e la terra.





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