Frammenti di visioni, sguardi. Da vicino, o quasi



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02.02.2018
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MUSEI DI NERVI

Galleria d'Arte Moderna di Genova
Cose di Natura

Luisa Menazzi Moretti e Marco Maria Zanin
a cura di Fortunato D’Amico e Maria Flora Giubilei
26 aprile – 22 giugno 2014

FRAMMENTI DI VISIONI, SGUARDI. DA VICINO, O QUASI

Testo critico di Maria Flora Giubilei
“Io amo il realismo”, scriveva Giovanni Fattori ai suoi allievi nel 1891, “e ve l’ho fatto amare - le manifestazioni della natura sono immense, sono grandi, non sempre si presenta viva di luce, non sempre si presenta triste e buia - gli animali, gli uomini, le piante hanno una forma, un linguaggio, un sentimento. Hanno dei dolori, della gioia da esprimere”. La “macchia”, coi suoi sorprendenti frammenti di realtà, di paesaggi en plein air, di un quotidiano semplice colto con sguardi positivi tra città e campagna, continuamente rinnovato sulle tele, era esperienza ormai lontana. Il divisionismo stava per esordire alla Triennale di Milano con l’ectoplasmica apparizione della Maternità di Previati e il suo carico di simbolismo. La natura, tuttavia, c’era sempre, lontana da schiette oggettività, gravida di simboli che solo l’artista-medium, con fine sensibilità paranormale, poteva cogliere e restituire, pronta a cristallizzarsi, al di là del primo conflitto mondiale, in silenziose concrezioni metafisiche, in turgide composizioni, tra rigurgiti neoimpressionisti e affioramenti neocubisti; a diventare racconto neorealista e astratta filigrana dopo l’ultima guerra.

Non c’è dubbio: lo stacco temporale tra le opere esposte in Galleria d’Arte Moderna e le immagini di Luisa Menazzi Moretti è forte. E pure per presupposti culturali, per concetti e ricerche, per tecniche e materiali. Ma non cambia il soggetto. Natura, sempre natura, vegetale, animale e umana. Un’umanità al femminile che si racconta, avvolta in pellicole di cellophane e di nebbia, sin dall’autoritratto nella prima sala della Galleria, biglietto da visita che avvia il percorso dell’artista accanto a quello di Marco Maria Zanin, yin yang – bianco e nero, notte e giorno, tenebre e luce, ovest ed est - di una visione dialettica che i due fotografi hanno voluto spillare dalle ataviche contraddizioni di una Janua bifronte.



Frammenti di quella natura che mente e occhi, dietro la lente di un obiettivo , prolungamento meccanico dell’occhio di Luisa, strumento del suo sguardo - piuttosto che davanti a una tela sul cavalletto del pittore - hanno scelto e registrato. Fotogrammi di sguardi che frugano nella concretezza della natura e ne restituiscono immagini diverse per racconto interiore: da un lato, i fogli di carta cotone trattengono dettagli perentori e netti di alghe, pesci, nuvole, petali, schiume marine pietrificati dall’ incantesimo digitale o gelificati nella fluidità di acque trasparenti al di là di un ramo sottile, di piccole gocce, di un vetro appannato, di un pentagramma elettrico teso contro il cielo. Dall’altro, aprendo l’ottica a prospettive più ampie, l’obiettivo affonda nei precipizi della scogliera di Nervi, trapana i tunnel sotto la ferrovia per catturarne, al fondo, un salvifico abbaglio luminoso, punta verso le nuvole e l’orizzonte marino lontano. In altri luoghi di riprese, emergono volti nell’indefinitezza di ricordi lontani, apparizioni di sbiadita memoria e visioni dai contorni apocalittici e lunari tra minacciose lagune oleose e fumanti campi di imprecisate tragedie. E’ quello sguardo che, per dirla con Byron, può contenere tutta un’anima, frutto dell’incontro, nella visione che ne scaturisce in un punto immaterialmente materiale, di natura e di spirito, del mondo della cose e di quello delle idee. Ed è proprio lo sguardo di un’anima drammaticamente trasparente quello con cui, oggi, Luisa Menazzi Moretti, entra in Galleria e condivide col pubblico le sue emozioni.



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