Francesco D’Agostino Presidente centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani a ldo



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Francesco D’Agostino 

Presidente centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani 

 

A

LDO 

M

ORO E LA 

T

EORIA DEL 

D

IRITTO 

*

 

 

 



Aldo  Moro è stato un grande statista. Ed è stato, anche, un giurista  non meno grande: e 

proprio in quanto tale voglio qui ricordarlo. Grande  giurista, innanzi tutto, sotto un profilo 

dottrinale:  la sua cultura  giuridica  era  ampia,  profonda  e sottile, come è testimoniato dalle 

pubblicazioni scientifiche penalistiche che ci ha lasciato e che ancora oggi mantengono un notevole 

valore, a partire dalle due monografie che l’avevano imposto giovanissimo  all’attenzione della 

penalistica italiana, La capacità giuridica penale del 1939 e La  subiettivizzazione della norma 



penale del 1942.  Ma era grande giurista anche –e a mio avviso soprattutto- per un’altra ragione, più 

difficilmente esprimibile, meno immediatamente palpabile, ma ben avvertibile per chi si immerga 

soprattutto nella lettura delle sue lezioni di filosofia del diritto (e a maggior ragione per chi l’abbia 

conosciuto e frequentato di persona), per una dote oggi profondamente misconosciuta, ma che per i 

giuristi ha un valore assolutamente fondamentale: la bontà. Percepisco, pronunciando questa parola 

così semplice e coinvolgente, ma anche così problematica, lo stupore di alcuni di voi; non però di 

coloro che ricordano le splendide parole che pronunciò Papa Paolo VI, il 10 maggio 1978 (il giorno 

dopo l’assassinio di Moro) prima ricevendo un gruppo di giovani, poi, premettendole al discorso 

sulla Pentecoste,  nell’Aula delle Udienze dei Palazzi Vaticani  davanti a un foltissimo gruppo di 

partecipanti: il Papa, ricordando con espressioni sofferte l’uomo, prima ancora che lo statista, 

menzionava di Aldo Moro la mitezza, la religiosità e soprattutto –ripetendo più volte questo 

termine- la bontà.   

La bontà alla quale voglio fare specifico riferimento è una qualità da intendersi non nella sua 

dimensione  etica, psicologica  o emotiva, quanto  piuttosto nel suo valore ontologico:  alludo infatti 

alla  bontà  quale  via  di accesso ottimale  alla comprensione della realtà. Non la curiosità, la 

freddezza  analitica,  l’ansia di rivelare verità mal percepibili o addirittura occultate e nemmeno il 

dubbio, lo spirito critico pervicace e ostinato ci aiutano a conoscere la realtà, ma la bontà e la bontà 

sola: perché solo la bontà può arrivare a percepire che il mondo è intriso di bene e che proprio per 

questa ragione (e per nessun’altra) merita di essere conosciuto. Chi  non ama, diceva Pascal, non 

può comprendere il mondo. Ma poiché solo chi è buono è capace di amare, ecco che la bontà va 

riconosciuta come la cifra, come la chiave ermeneutica fondamentale per la comprensione di tutte le 

cose, perfino di quelle che più ci turbano, che più ci fanno orrore, come la malattia e la stessa morte. 

Moro uomo buono, Moro uomo sapiente e forse –si spera presto-  Aldo Moro beato,  dato il 

recentissimo annunzio che la Conferenza episcopale italiana ha dato il nulla-osta all’avvio  del 

processo canonico di beatificazione, sollecitato da venticinque cardinali e da più di cinquanta 

vescovi. 

                                                      

*

 Relazione presentata il 23 settembre 2016 a Maglie (città natale di Aldo Moro) al Convegno di studi organizzato  in 



occasione del Centenario della nascita dello Statista. 


 

 



 Il giurista, più di qualsiasi altro “attore sociale” ha bisogno di vivere in profondità la bontà, 

perché egli è chiamato ad operare in un mondo che della bontà sembra non sapere che farsene: un 

mondo pieno di conflitti, di liti, di scissioni, un mondo dominato dalla freddezza delle pretese e 

delle rivendicazioni, dal desiderio di vendetta (a stento sublimato dal sistema penale), dalla rigida 

distinzione tra il “mio” (sempre esasperato) e il “tuo” (sempre marginalizzato). Ma Aldo Moro si è 

sempre mosso, fin dagli anni della sua prima formazione, in un altro orizzonte. Abbiamo molti testi 

del giovanissimo Moro che ci convincono di tutto questo e che ancora attendono di essere 

adeguatamente riletti e studiati. Ma abbiamo anche e soprattutto un suo testo fondamentale, quello 

delle lezioni su Il Diritto e su Lo Stato, che egli tenne ancora giovanissimo nell’Università di Bari 

nel 1944-45 e nel 1946-47  (le citerò utilizzando la benemerita edizione dell’editore Cacucci,  Bari 

1978). Leggendo queste lezioni,  vediamo  come le sue pagine appaiano segnate  non solo da una 

cultura  giuridica fuori del comune,  ma da uno stile,  che Norberto Bobbio seppe percepire ed 

evidenziare da par suo, quando scrisse che quelle di filosofia del diritto di Moro “non sono lezioni 

accademiche  nel senso usuale della parola. Sono per molta parte espressione di un pathos etico-

religioso che dà ad esse un timbro insolito e le trasforma in discorsi vibranti e volti non solo a 

conoscere o a far riflettere, ma anche a persuadere, a esortare, a scuotere, a suscitare emozioni e a 

formare convinzioni…una occasione per elaborare e presentare agli studenti la propria concezione 

della vita e del mondo” (Diritto e Stato nel’opera giovanile di Aldo Moro“Il Politico”, 1980, anno 

XLV, n° 1, p. 16; questo testo è stato ripubblicato nel volume Cultura e politica nell’esperienza di 



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