Francese e francesi in italia tra sette e ottocento



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  1. FRANCESE E FRANCESI IN ITALIA TRA SETTE E OTTOCENTO



  1. Eventi politici e culturali

Nel XVIII secolo il francese diventa la lingua generale e comune degli spiriti colti di quasi l’intera Europa (illuminismo, potenza politica e militare della Francia, prestigio di Parigi...: strumenti per la crezione di un’Europa “gallicizzata”).

Superiorità del francese: espressione di una superiore civiltà; struttura logica, chiara, garantita dall’ordine diretto; omogeneità: non deve cambiare i suoi connotati a seconda che serva alla prosa o alla poesia, e si adegua perfettamente al pensiero e alle diverse emozioni che vi si manifestano.

1799: Piamone, il Governo delibera l’annessione alla Francia: il francese si impone nell’isruzione, nell’amministrazione e nei tribunali. Forte francesizzazione anche nelle altre zone annesse all’impero.

La reazione contro il francesismo non tarda a farsi sentire, ed è in primo luogo un effetto di quella valorizzaacione delle componenti nazionali alimentata dalle stesse idee giacobine. Intesa la lotta sul versante letterario, in particolare dai puristi. Ugo Foscolo insofferente dei gallicismi.

In anni successivi l’intensa francesizzaacione dei primi anni del secolo rimarrà vivamente impressa nella memoria degli spiriti colti.

Ma la stessa dominazione francese finì col promuovere la cultura italiana, con inevitabili effetti anche linguitici. Napoleone ripristinò nel 1811, come istituzione autonoma, la gloriosa Accademia della Crusca. 1809: decreto col quale Napoleone consetiva l’uso dell’italiano in Toscana, accanto al francese, negli atti amministrativi, riconoscendo del toscano “il più perfetto dialetto italiano”.


  1. I francesisimi

Tre fonti per avere un’idea dell’influsso francese:



  1. Repertori puristici

  2. Scritture di registro colloquiale (epistolari, giornali...)

  3. Testi appartenenti a quegli àmbiti settoriali più aperti per ragioni storico-culturali all’accoglimento dei gallicismi, per esempio: politica, soprattuto in età giacobina, burocrazia e diritto, (alcune scienze)

Categorie formali di apparteneza dei francesismi:

  1. Prestiti non adattati

  2. Prestiti adattati

  3. Calchi formali: casi in cui l’italiano riproduce il modello francese con materiale indigeno. Il calco sarà dunque un derivato o un composto. Fequenti i composti dotti, che risultano di due elementi greci, di due elementi latini o una combinazione ibrida. Calco sinttatico: risultante da più parole che danno vita a una locuzione di significato stabile (manodopera).

  4. Calchi semantici: quando una parola preesistente in italiano riceve un’accezione diversa per influsso di un’altra lingua. Significativo in queanto comporta un rinnovamento concettuale della lingua ricevente alterandone la forma interna.

Prestiti morfosintattici: segno di una francesizzacione ancora più profonda, come il superlativo relativo costruito col doppio articolo (la cosa la più bella), e il tipo vengo di dire invece di ho appena detto, diffusosi all’inizio del XVIII secolo.


  1. La propagando politica

La Rivoluzione francese e la sua diffusione in Italia comportano precisi problemi linguistici. Problemi di cui i giacobini anno piena consapevolezza: introducono il concetto “che in un paese moderno non è più possibili l’assenza di una politica linguistica”. Il nuovo verbo rivoluzionario deve raggiungere in primo luogo le masse ileeterate. Né vale l’obiezione che è impossibile “rendere filosofo un popolo immenso che forse non sa ancora ben leggere”: infatti non è necessario “saper leggere per sentire di avere dei diritti incontrastabili alla vita, alla libertà, al possesso degli acquisti”.

Nel “triennio rivoluzionario” (1797-1799) la propaganda giacobina concentra i massimi sforzi per fare presa sui ceti più umili. Il ricorso al dialetto come strumento di propaganda è ecczionale. Le varie iniziative della propaganda giacobina suscitano puntuali contro-iniziative da parte degli avversari. Un’interesante reazione a repertori lessicali del genere dei “cataloghi” del Benincasa o del Compagnoni è rappresentata dal Nuovo vocabolario filosofo-democratico per chiunque brama intendere la nuova lingua rivoluzionaria. L’operetta consiste in una rilettura in chiave vivacemente reazionaria di parole-chiave della Rivoluzione quali Giacobino (ateo, asssasino, traditore, crudele...) o Democrazia (atesticrazia o assassinocrazia).



  1. FONTI DI EDUCAZIONE LINGUISTICA: SCUOLA E GIORNALISMO

Tra i portati dell’intesa francesizzazione avvenuta tra Sette e Ottocento, due hanno speciale significato linguistico: lo sviluppo dell’istruzione elementare e la trasformazione dei periodici con la nascita del giornalismo politico, fortemente orientato sull’attualità.



  • Scuola:

Con la Restaurazione la scuola ritorna nelle mani dei religiosi e riaffiorano nell’opinione pubblica le tradizionali diffidenze nei confronti dell’insegnamento organizzato dallo Stato.

Pochi stati d’europa vantarsi possono di avere nelle piccole città tanti itituti di superiore istruzione e sì frequentati come è il casi in Lombardia. Anche in Piemonte e in Toscana buona situazione. Ma a questi pochissimo adolescenti privilegiati, si oppone la gran masa di vbambini e regazzi tagliati fuori da ogni rudimento di istruzione. Ma la situazione della scuola variaba da luogo a luogo: malcerti i programmi e l’orario delle lezioni, mal pagati e poco motivati i maestri, indifferenza o ostilità per l’istruzione femmiline, sfruttamento in una società prevalentemente agricola del lavoro infantile... Tuttavia il bilancio non è completamente negativo.

Secondo decennio del secolo: scuole di mutuo insegnamento (ideate da Lancaster): addestramento elementare (leggere, scrivere e far di conto) in parte demandato dal maestro agli scolari migliori, detti monitori.

Degna di nota la diffusione degli oratori, centri di incontro e di ricrezacione originariamente destinati a giovani poveri, promossa da san Giovanni Bosco.

Conclusione: nel primo cinquantennio dell’Ottocento l’istruzione elementare tende a coinvolgere masse crecenti d’individui. All’Italia settentrionale, di cultura più dinamica e di economia più articolata, si contrappone l’Italia centro-meridionale, prevalentemente agricola e con ritmi di alfabetizzazione più lenti; persiste queasi ovunque un forte squilibrio a vantaggio maschile.


  • Diffusione della stampa periodica (quella di argomento politico conosco una vera e propria esplosione nel “trienio”:

Fiammata effimera: nell’età napoleonica la ferrea censura esercitata dal governo rende precaria la vita dei giornali che stentano a trovare abbonati e con la Restaurazione tutto si fa più difficile. Eppure, il giornalismo ha romai acquistato un suo spazio presso il pubblico colto e gli stessi governi ne percepiscono il grande potenziale propagandistico. Ugo Foscolo: “si potrebbe forse asserire senza esagerazione che è maggiore il numero dgli autori in Inghilterra, che non quello de lettori in Italia”. Fattori che limitivanao la circolizazione della stampa:

  1. La scarsa accultazione delle masse

  2. La produzione artigianale dei giornali e per giunta con pessima distribuzione

  3. I caratteri intrinseci dei periodici, resi poco attraenti dall’intervento della censura, dal tipo di notizio offerte e anche dal linguaggio spesso ricercato e letterario, riservato di fatto a un pubblico di intelletuali.

Quale era il grado di comprensione di un giornale per il lettore medio? Lo svecchiamento della prosa tradizionale operato dal Manzoni con la revisione dei Promessi Sposi procede di pari passo con l’invenzione di uno “stile giornalistico” che rinunci a termini peregrini, ricorra a una sintassi prevalentemente coordinativa, povera di inversioni e ddi tmesi, si rivolga al lettore non specializzato assumendosi il compito di una seria divulgazione.

Esigenze del genere sono ancora più forti, com’è intuibile, in periodici che si rivolgono non alla borghesia, ma al proletariato. Il più importante sono le Letture Popolari, cui destinatario è un pubblico di artigiani, operai e contadini e lo stile si sforza di adeguarsi il più possibile all’esperienza linguistica del lettore tipo.

Generalmente, però, la lingua dei periodici popolari non differisce da quella dei giornali “colti”: ed era inevitabile, tenendo conto che i compilatori appartenevano queasi sempre agli ambienti del clero o della borghesia riformatrice, intellettuale o imprenditoriale, non al proletariato.

La presenza di popolarismi morfologici e stilistici contrasta con un periodare intricato e faticoso, irto di subordinate e talvolta ai limiti dell’intelliggibilità.

Dopo la prima guerra d’indipendenza compaiono i primi giornali a grande tiratura: la Gazzetta del Popolo(Torino); la rivista dei Gesuiti, Civiltà cattolica (Napoli).

Almeno un cenno merita l’editoria, che ha il suo massimo centro propulsore, ancora una volta, a Milano. Nel 1802 si costituisce la “Società tipografica dei classici italiani”. Da menzionare anche la “Biblioteca scelta di opere italiane antiche e moderne” di Giovanni Silvestri.




  1. IL DIBATTITO LINGUISTICO FINO AL MANZONI




  1. La “questione della lingua”

Il carattere astratto di molti dibattiti settecenteschi è superato dal desiderio da intervenire sulla realtà linguistica, senza limitarsi alle dispute letterarie. Più significativi esponenti delle varie posizioni:

  • il purismo (Cesari, Angeloti, Puoti)

  • il classicismo nelle sue varie componenti (Monti, Perticari, Giordani e Gherardini)

  • il neotoscanismo (Tommaseo)

Dapprima purismo e purista ebbero connotazione marcatamente negativa e furono respinti dai loro destinatari. Successivamente i due termini avrebbero perso gran parte della loro carica polemica, finendo con l’essere accettati senza troppe resistenze.

  • PURISMO:

Capofila del purismo ottocentestco è il prete veronese Antonio Cesari, autore, importante soprattuto due testi: la Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana, e il dialogo Le Grazie. Cesari sostiene che tutte le lingue sono uguali e sono, in sé, “belle”. Il suo antifrancesismo non è diretto contro il francese, ma contro la mescidanza (mezcla) tra questo l’italiano. E ancora: la diversità tra lingua della prosa e lingua della poesia è una prova di smisurata riccezza. La preminenza del Trecento non dipende per lui dalla grandezza artistica del Petrarca e del Boccaccio. Il Cesari che “Tutti in quel benedetto tempo del 1300 parlavano e scrivevano bene”. L’assunzione del modello fiorentino trecentesco da parte del Cesari comporta la saldatura tra la “dottrina classicista del dire, con la sua vocazione per la lingua fissata nelle scritture” e i presupposti “del naturalismo fiorentino cinquecentesco, con la sua elezione del toscofiorentino – divenuto lingua letteraria d’Italia – come lingua naturalemente pura e perfetta”. Spiccata nel Cesari l’ostilità nei confronti del rinnovamento lessicale. Il rigorismo arcaizzante propugnato del Cesari tendeva fatalmente a diventare ancor più radicale e oltrazintisco.

Nel Cesari le idee linguistiche e letterarie si accordano con posizioni moderate in politica. Ma Luigi Angeloti l’accesa passione per il Trecento convive con attegiamenti ideologici liberatri, anzi giacobini: la difesa della purezza linguistica è strettamente connesssa alla “rivendicazione dell’unità spirituale e ideale della nazione”. Le sue idee risultano soprattuto da un nutrito gruppo di lettere pubblicate sul giornale milanese “Il Poligrafo”. Il suo purismo manterrà un’impronta classicistica, almeno in 3 punti: 1) ammirazione per gli “eccelenti scrittori” del Trecento, in particolare per il Boccaccio. 2) conseguente valorizzazione della sintassi periodica, di tipo ciceroniano, che ha il suo massimo monumento volgare appunto nel Decamerone, e riconoscimento della belleza che ricevon le prose dall’inversione sintattica. 3) fastidio per i modi idiomatici della tradizione popolare toscana.



Basilio Puoti: più significativo esponente del purismo meridionale. Forse ricordato per la scuola privata da lui creata a Napoli. L’assiduo lavoro sui testi, quel continuo “leggere, tradurre, comporre, notare”, si risolveva in un forte stimolo alla cultura, in un’apertura intellettuale che superava di gran lunga i confini un po’ angusti della personalità del maestro (Cesari). In comune con lui, il Puoti condivideva l’avversione al neologismo e al francsismo, il forte normativismo e la disarmante soggettività del giudizio. Differenze: del Trecento il Puoti ammira la semplicità, la purezza della lingua e dell’elocuzione non é tutto.

  • CLASSICISMO:

Classicisti e puristi procedono entrambi da un indirizzo tipicamente retorico di origine classica. I classicisti insistono sul carattere letterario, sulla qualità d’arte delle scritture prese a modello e ammettono un margine di rinovamento del sistema linguistico attraverso l’arricchimento promosso soprattutto dall’analogia.

Il più significativo esponente del classicismo linguistico è senza dubbio il poeta Vicenzo Monti: si dedicò alla riflessione linguitisca negli anni della maturità. Tra i suoi scritti vanno ricordati alcuni vivacissimi dialoghi satirici contro il purismo e l’Accademia della Crusca. Il Monti sostiene “il rpincipio di una legislazione linguistica determinata da tutti i dotti della nazione” e guarda con sarcasmo al modello trecentestco, che gli sembra anacronistico e inadeguato culturalmente. In lui opera anche il disprezzo dell’intelettuale di formazione settecentesca per i testi devoti del Trecento. Nel suo intento di valorizzare gli apporti non toscani a lla clutura italiana, il Monti si ricollega alle posizione “italianistiche” di ascendenza cinquecentesca, per le quali l’italiano letterario non risultava specificamente dal fiorentino trecentesto, bensì dall’apporto degli scrittori di ogni parte d’Italia.



Pietro Giordani: di forti aperture culturali (ammiratore della prosa secentesca), participe delle vicenede politiche contemporanee e più volte vittima della censura e insieme scrittore in una prosa nobilmente atteggiata, aliena dai riboboli popolareschi cari a certo purismo. Tuttavia, come i puristi, ance il Giordani vedeva nel Trecento il secolo d’oro della lingua italiana, affascinato da quella “età di bellezza vergine e adolescente, che non è recuperabile”.

Giovanni Gherardine: che ritroveremo tra i lessicografi, è notevole l’accentuazione, della componente linguistica colta, ancora una volta in direzione anticruscante e antitoscanista. Nella sua Lessigrafia italia, enuncia il principio che la lingua scritta non debba rifarsi alla “depravata” pronuncia del popolo; al contrario, la scrittura “dee, per mezzo degli occhi, parlare schiettamente all’intelletto”, adeguandosi all’etimo delle diverse parole. La suggestione del modello latino e dell’etimologia è forte un po’ in tutti i classicisti.

  • NEOTOSCANI:

Al primato del toscano sugli altri dialetti italiano e insieme al prestigio che compete a una lingua parlata, spontanea e naturale, rispetto agli artifici propri della lingua letteraria, si richiamano i neotoscanisti e con loro Niccolò Tommaseo. La norma linguistica risiede nell’uso toscano vivo. Arriva a mauspicare, per l’educazione linguistica degl’italiani, il diretto contatto con toscani nativi non necessariamente colti. Tuttavia il toscanismo del Tommaseo, a differenza della coerente costruzione manzoniana, è tutt’altro che compatto. Intanto, è forte e dichiarato il legame con la tradizione letteraria. Inoltre, l’accoglimento del modello toscano è pur sempre subordinato a motivazioni di gusto personale.


  1. La linguistica

Si sono valorizzati i legami della cultura ottocentesca con le indagini che il secolo precedente aveva dedicato alle origini della lingua; dall’altro l’ambiente italiano è apparso meno attardato e appartato rispetto alla glottologia (lingüística) tedesca.

Indubbiamente, i primi decenni dell’Ottocento segnano un certo ristagno (estancamiento). Bisogna arrivare anni Trenta e Quarante del XIX secolo per incontrare la personalità più rilevante, il Cattaneo. Questi ha lasciato una sua impronta nella linguitisca generale, sostenendo l’origine umana (non divina) del linguaggio; il carattere inizialmente umile, “ferino” di tutte le lingue del mondo; la mancata connessione tra affinità linguistica e affinità razziale (in opposizione alle correnti schiavistiche americane). Ricordato per il concetto di sostrato: insieme dei fenomeni fonetici, morfosintattici o lessicali propri di una lingua che venga dominata e poi assorbita da un’altra lingua i quali finiscano con l’essere accettati dall’idioma egemone. Importanza del sostrato nella differenziazione dei vari dialetti italiani rispetto al comune fondo latino volgare sarebbe stata riconosciuta successivamente.



Giacomo Leopardi: riflessione in merito nelle pagino dello Zibaldone. “È colpito dal continuo intrecciarsi dei temi e dei deiversi punti di vista: il linguaggio considerato nei suoi aspetti teorici, il problema storico-nazionale della nostra lingua, i rilievi puntuali sull’evoluzione di varie lingue, la prospettiva tipologica e comparatistica, le note filologiche e quelle relative all’etimologia”. Leopardi coglie con nettezza la formazione di un lessico intellettuale comune alle grandi linee europee, parlando appunto di europeismi ed enunciando “l’idea di una realtà interidiomatica, di una superlingua”.


  1. I grammatici

Non particolarmente feconda l’attività grammaticale del primo Ottocento. Le imprese originali si possono distinguere in due grandi gruppi:

  1. Le grammatiche ragione, sulla scia del Soave:

Hanno il loro archetipo nella Grammatica di Port-Royal, che rappresentò in certo modo il versante linguistico del cartesianismo. Tutte le lingue naturali, secondo i potorealisti e i loro epigoni ottocenteschi, non sarebbero che manifestazione diverse di analoghi meccanismi del pensiero: la parte essenziale della grammatica è l’analisi logica, che ha il compito di individuare e descrivere le varie relazioni logico-sinttatice sussistenti tra le diverse componenti della frase.

  1. Grammatiche puristiche, di carattere più schiettamente normativo:

Campione indiscusso sono le Regole elementari della lingua italiana del Puoti. Molto fermo nel rifiutare aperture all’uso, ance se ben radicato. Alcuni arcaismi, considerati di uso esclusivamente trecentestco, sono rifiutati.

Grammatica della lingua italiana del classicista lombardo Ambrosoli: risente in qualche misura della grammatica ragionata, sebbene la sua formazione linguistica non dipenda dai razionalisti francesi bensì da autori italiani. Si differenzia dal Puoti per un minore rigorismo, talvolta solo di facciata.

Notevole interesse i repertori di verbi: Mastrofini e Teoria e prospetto ossia Dizionario critici de’ verbi italiani coniugati: le diverse forme verbali sono disposte in quattro colonne, a seconda che il loro uso venga giudicato “regolare”, “antico”, “poetico”, oppure “incerto”, “erroneo”.

Sarebbe avventato fondarsi su questo dizionario per ricostruire l’uso antico; ma è legittimo fidarsene, controllando le indicazione con altre fonti coeve, per cogliere il valore stilistico che una certa forma verbale presentava alla sensibilità di letterati ottocenteschi. Ne risulta che forme oggi arcaice erano considerate sostanzialmente intercambiabili, almeno nell’uso scritto, con varianti poi generalizzatesi.


  1. LA LESSICOGRAFIA


1.Dizionari generali

1) Dizionario universale critico enciclopedico della lingua italiana (Francesco D’Alberti di Villanuova): farraginoso, disorganizato e privo della necessaria revisione dell’autore, però segna un forme stacco rispetto alla lessicografia settecentesca, dominata dall IV edizione del Vocabolario della Crusca. Fa largo spazio a voci tecnico-artigianali e scientifiche anche recentissime, a francesismi e a varianti regionali. Modello lessicografico che punta sulla quantità e sulla modernità dei lemmi, con intenti più descrittivi che normativi. Nomi di animali e piante molto comuni erano definiti nella Crusca, col semplice riferimento alle conoscenze presupposte nel lettore, ma ora la definizione poggia su coordinate scientifiche.

2) Crusca veronese (Cesari): rappresenta un cospicuo incremento di materiali rispetto all’edizione precedente. Naturalmente, i lemmi realmente nuovi sono pochissimi e tutti cavati da scritture approvate. Più numerosi sono i derivati da una base già accolta nelle edizioni precedenti e soprattutto semplici variante grafice o fonetice cui il Cesari dà credito per il solo fatto di averle scovate in testi antichi, esponendosi al sarcasmo degli avversari. Non mancano peraltro acquisizioni notevoli: esempi d’autore per voci che ne erano prive e specialmente accezioni e modi idiomatici in precedenza non registrati.

Ideal del classicismo letterario più vicini al modello della Crusca ce non al Dizionario del D’Alberti. Dalla Crusca il lessicografo milanese mutua il principio della necessario selezione nel canone degli scrittori. Ma se nelle “forme del dire” è opportuno attenersi ai classici del Trecento e del Cinquecento, per i “nudi vocaboli” è necessario accogliere una voce nuova. D’altra parte un vocabolario non deve escludere gli arcaismi.

In tanto fervore di iniziative l’Accademia della Crusca resta in secondo piano.
2. Dizionari settoriali, metodici, sinonimici

I dizionari settoriali registrano il vocabolario di un àmbito specialistico (agricoltura, medicina) o comunque particolare (magia, mitologia).Nell’Ottocento l’assoluto maggioranza di queste opere è di italiani (a differenza del secolo prima che gran parte venivano tradutto soprattuto dal francese).

Problema di tracciare il confine tra lessico settoriale e lessico comune: spesso includevano termini che oggi non figurerebbero in opere consimili.

Un lemmario molto ampio è una costante dei dizionari di medicina.

Questi dizionari ordinano il vocabolario di una lingua per categorie, “in modo da far trovare la parola, a chi non la conosca o non la ricordi, per mezzo delle parole dello stesso àmbito concettuale, e da servire all’apprendimento metodico della lingua”. È significativo ce questi dizionari (strumenti per insegnare a produrre la lingue più che per descriverla) si concentrino in due periodi fondamentali della storia dell’italiano: il Cinquecento e l’Ottocento.

Il Carena dichiara di aver raccolto “nelle case e nelle botteghe della Toscana, e specialemente di Firenze, ogni più avverata e ferma denominazione di tante cose usuali e necessarissime” tralasciate dal Vocabolario della Crusca per carenza di documentazioni letterarie. Il Vocabolario di Taranto e Guacci (di notevole organizzacione), rispetto al Carena si distinguono le sfere d’uso dei singoi vocaboli e si danno spesso riscontri con napoletano.

Neotoscanismo: Dizionario dei sinonimi del Tommaseo, il quale dipende dalle teorie dall’abate Grabiel Girard (che afferma l’obiezione che non esiste una sinonimia perfetta). Tommaseo si dimostra finemente sensibile ai livelli diafasici (letterario/usuale, scritto/parlato, ecc.) e attinge largamente alla toscanità viva.
3.Dizionari puristici

Primo dizionario puristico a Milano (1812), di Bernardoni: comprende una serie di neologismi in gran parte d’àmbito burocratico, accomunati dalla carateristica di non essere stati registrati da nessun dizionario, nemmeno da quello dell’Alberti. Al Bernardoni replicò Gherardini. Molto forme –nota il Gherardini- hanno in realtà esempi d’autore, anche se non antichi; altre sono “voci di regola”, cioè ricavate regolarmente da legittime basi lessicali. Al Bernardoni si rifarrano i “rigoristi”, al Gerardini i “permissivisti”.

La lotta al neologismo condotta dala lessicografia puristica si concentra su tre bersagli principali: i forestierismi (per la quasi totalità francesismi), i latinismi e i dialettismi.

La censura dei gallicismi è formulata con grande vivacità. Altrettanto netto il rifiuto delle forme culte, latinismi o grecismi. I latinismi vengono tollerati nei linguaggi settoriali (anche nelle poesie e nelle prose elevate), ma non nel linguaggio corrente. Insieme col lessico latineggiante sono colpite serie suffissali, caratteristiche del linguaggio astratto, in cui si inquadrano numerosi neologismi.

All’educazione classicistica dei lessicografi in genere e dei puristi in particolare, dovevano fatalmente riuscire sgradite le voci dialettali che punteggiavano l’italiano locale del XIX secolo. Quasi ogni repertorio contiene un certo numero di regionalismi, perlopiù legati alla peovenienza del rispettivo autore.

I dizionari puristici ebbero grande successo editoraile: 1812-1861 64 titoli. Tanta risonanza presso il pubblico dell’epoca può dar conto dei discreti risultati conseguiti dalle campagne puristiche.





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