Frasi offensive su "Facebook": corretto IL risarcimento alla persona offesa-Lex 24



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01.06.2018
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Frasi offensive su "Facebook": corretto il risarcimento alla persona offesa-Lex 24.it


A cura di Lex24




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Il Tribunale di Monza della Sezione IV Civile, con la recente sentenza 2 marzo 2010, n. 770, ha stabilito che colui il quale lede la reputazione, l'onore o il decoro di una persona tramite l'invio di un messaggio del social network "Facebook" è obbligato al risarcimento del danno.

Questa la vicenda sottoposta al Tribunale di Monza: una giovane donna, portatrice di una particolare tipologia di strabismo, definita "esotropia congenita", entra in contatto con un giovane attraverso il più famoso social network "Facebook".

I due intraprendono una relazione sentimentale, ma il giovane, stufo delle continue ed eccessive attenzioni della donna, decide di porre fine al rapporto con un messaggio, visibile da altri utenti, tramite "Facebook".

Nel citato messaggio il ragazzo non solo la offende sull'aspetto fisico e sulla particolare tipologia di strabismo, ma ne rende noti i gusti sessuali, ledendo la sua reputazione, l'onore ed il decoro.

La donna decide di citare in giudizio il ragazzo, chiedendo il risarcimento del danno morale soggettivo o, comunque, del danno non patrimoniale, conseguente alla lesione subita.

Il Tribunale di Monza, chiamato a decidere sulla vicenda, accoglie le pretese di parte attrice precisando come "nell'ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula danno morale non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive - tra i vari pregiudizi non patrimoniali - un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata: sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno, ma solo della quantificazione del risarcimento" (Cass. Sez. Un., sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 e n. 26975).

Secondo il Giudice di prime cure nella vicenda in esame "deve essere riconosciuto il diritto al risarcimento del danno morale soggettivo, inteso come "transeunte turbamento dello stato d'animo della vittima" del fatto illecito, vale a dire come complesso delle sofferenze inferte alla danneggiata dall'evento dannoso, indipendentemente dalla sua rilevanza penalistica.



Rilevanza che, peraltro, ben potrebbe essere ravvisata nel fatto dedotto in giudizio, concretamente sussumibile nell'ambito della astratta previsione di cui all'art. 594 c.p. (ingiuria) ovvero in quella più grave di cui all'art. 595 c.p. (diffamazione) alla luce del cennato carattere pubblico del contesto che ebbe a ospitare il messaggio de quo, della sua conoscenza da parte di più persone e della possibile sua incontrollata diffusione a seguito di tagging. Elemento, quest'ultimo, idoneo ad ulteriormente qualificare la potenzialità lesiva del fatto illecito, in uno con i documentati problemi di natura fisica ed estetica sofferti" dalla donna.

Il Tribunale di Monza, dunque, alla luce di quanto accertato in fatto della evidente lesione di diritti e valori costituzionalmente garantiti (la reputazione, l'onore, il decoro della vittima) e delle conseguenti indubbie sofferenze inferte all'attrice dalla vicenda in esame, stabilisce, in via di equità, che alla donna deve essere liquidata ai valori attuali, a titolo di danno morale ovvero non patrimoniale, la somma di € 15.000,00.


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