Gabriele d'annunzio



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GABRIELE D'ANNUNZIO




O falce di luna calante (Canto novo).

metro: tre strofe di quattro versi senza rima (due novenari, con accenti fissi sulla seconda, quinta e ottava sillaba; e due doppi senari, il secondo tronco, con accenti fissi sulla seconda e quinta sillaba).

La raccolta traduce in poesia un'esperienza, vissuta dal diciannovenne D'Annunzio, di immersione panica nella natura estiva della Versilia assieme a Lalla (Elda Zucconi). Talora la solarità e la pienezza della vita lasciano il campo a una sensualità meno intensa. Ne è un esempio O falce di luna calante, un notturno in cui è rappresentata una situazione di sospensione. La luna si riflette sul mare, in un bacio luminoso tra cielo e terra, ma si riflette anche sulla messe dei sogni degli uomini e sugli aneliti notturni del mondo vegetale. Anche durante la notte opera la fusione panica, ma si fa più sommessa.
La poesia si regge sull'immagine della falce di luna (v. 2): di essa nella prima strofa sono presenti il versante letterale e analogico, nell'ultima solo il secondo. La catena tematica "falce"-"messe" ha un doppio significato: è simbolo della pienezza dell'estate (il culmine di questa linea di significato è costituito dall'espressione sensuale del v. 9), ma si carica anche di valenze negative: la luna è calante, suggerendo la fine dell'estate; le acque sono deserte (v. 2); la "messe di sogni" sarà tagliata; tutto tace (v. 8).
Questa dialettica non ha carattere drammatico, ma inerente al panismo, che coinvolge tutti i momenti della natura, diurni e notturni, di vita e di morte, dato che tutta (cielo, mare, terra, mondo vegetale, animale e uomini) è riassorbita in un'unica dimensione. Il bipolarismo semmai serve a rappresentare il trascorrere del tempo: la falce, pronta a mietere i sogni, è quella del tempo. La luna è, in effetti, il più primitivo strumento di misurazione del tempo.
La lirica pullula di richiami di suoni, riprese di termini e immagini, ripetizioni di interi versi. Produce un gioco di echi che è tutt'uno con la trama: la luna si specchia sul mare e riecheggia nei sogni notturni degli uomini. Il ritmo, dattilico e costante, crea una cadenza musicale con effetto ipnotico.

La sera fiesolana (Alcyone)

metro: tre strofe di 14 versi, in cui si alternano endecasillabi, novenari, settenari, quinari e versi di dodici e tredici sillabe. A ogni strofe segue un terzetto, composto da un endecasillabo, un ternario (il vocativo "o Sera"), un dodecasillabo e un quinario.



La più antica lirica di Alcyone, scritta nel 1899 alla Capponcina, appartiene alla prima sezione che presenta con testi ambientati in giugno i temi della raccolta: la compenetrazione natura-arte, l'antropomorfismo della natura, la metamorfosi. L'equivalenza uomo-natura si traduce in tre strofe tessute di corrispondenze e simmetrie; ognuna consta di un solo lungo periodo con frequenti enjambement, che conferiscono fluidità e continuità. Apparentemente al centro sono due amanti (la presenza femminile è affidata a un discreto "ti") che contemplano i colli di Fiesole, in una giornata in cui la primavera sembra prendere congedo. D'altra parte, la presenza umana non è centrale nella lirica, ma il paesaggio, che perde le sue connotazioni realistiche per diventare paesaggio dell'anima. Tale trascolorare avviene attraverso un'antropomorfizzazione, per cui ogni aspetto naturale è umanizzato: ogni presenza umana pare dissolversi e da questa atmosfera di mistero la sera emerge trasfigurata in una creatura femminile.
La prima strofe inizia con una sinestesia ("fresche... parole"), ampliata dalla similitudine musicale affidata a una triplice allitterazione ("come il fruscio che fan le foglie"); nei primi tre versi si intrecciano sensazioni tattili e foniche. Poi, un gusto pittorico dilata i valori cromatici ("annera", "inargenta", "cerule"), mentre appaiono le prime spie dell'antropomorfismo. Il paesaggio, infatti, sente, patisce, parla: al v. 8 appare la personificazione della Luna, che distende un velo; al v. 11 la campagna, dotata di capacità sensitive umane, coglie l'effetto benefico del velo e beve la pace sperata. L'atmosfera onirica è avvalorata dalla ripetizione di "par".
La triplice antifona, la cui struttura ricalca il Cantico delle creature di San Francesco, è dedicata alla sera introdotta sempre da un vocativo e alla sua metamorfosi. La creatura che ne emerge è tratteggiata secondo i canoni dello Stil Novo: il "viso di perla" (v. 15) ricorda la Vita Nova (Donne ch'avete: "color di perle ha quasi..."); "i grandi... occhi" (v. 16), attributo della donna angelo, qui indicano le pozze ove la pioggia si è fermata.
La seconda strofe presenta un attacco identico alla prima, con la variazione dell'aggettivo: a "fresche" subentra "dolci" (nuova sinestesia), entrambi risalenti all'incipit della canzone petrarchesca Chiare fresche e dolci acque. La natura è umanizzata: "commiato lacrimoso" (v. 22), attribuito alla pioggia, diventa quasi pianto d'addio; i "novelli rosei diti" (v. 23) sono i germogli dei pini che giocano (vv. 23-24) col vento; il fieno "patì la falce" (v. 27), cioé è stato tagliato, ma con un'idea tutta umana di dolore. Il ritmo è, rispetto alla prima strofe, più rapido grazie all'uso del settenario dopo i primi due endecasillabi e in accordo col cadere della pioggia. L'immagine degli olivi "fratelli" (vv. 29-31) è francescana: fratellanza, santità, letizia rimandano ai caratteri della religiosità francescana.
La seconda antifona (vv. 32-34), incentrata su sensazioni olfattive, ripropone la metamorfosi della sera in donna dalle vesti profumate, trattenute da una cintura (paronomasia: "cinto che cinge"), come Beatrice nel capitolo II della Vita Nova.
L'ultima strofe si regge sull'anafora di "io ti dirò" (vv. 35 e 39) e sul polisindeto. Qui interviene l'ennesima trasformazione della natura: le colline con le loro linee ondulate si trasformano in labbra femminili, rese seducenti dalla volontà di svelare un segreto. La strofe è giocata sul conflitto tra tensione a decifrare il linguaggio degli "antichi rami" e il divieto che chiude le labbra e intensifica, mentre sembra negarla, la volontà di dire. Il poeta è unico interprete del mistero, cogliendo la volontà di dire della natura. Il lessico immerge in un'atmosfera fiabesca ("reami d'amor") e sacra: "fonti eterne", "antichi rami", "mistero sacro". L'ultima antifona lega il tema della loda a quello della morte pura: la sera dilegua nella notte che sopraggiunge e che è annunciata, in un clima d'attesa, dalle prime stelle.

La pioggia nel pineto (Alcyone)

metro: strofe di 32 versi, di varia misura, fra il ternario e il novenario, con predilezione per il senario. Libera è la corrispondenza delle rime, sostituite spesso dalle assonanze. Ogni finale di verso trova una o più corrispondenze foniche nella sua strofa; quando non sembra accadere, si ha una rima interna, determinando sempre un ternario interno o alla rima o dopo la rima.



L'attacco della poesia è ispirato a Sentence del poeta simbolista francese Henri de Régnier ("Écoute, sur le seuil..."). Si possono individuare tre motivi: il più vistoso è la registrazione della sinfonia di suoni che la pioggia, cadendo sulla vegetazione versiliana, suscita e delle altre voci della pineta (il coro delle cicale, l'assolo della rana). Il secondo è la metamorfosi del poeta e della sua compagna (Ermione, cioé la Duse) in creature silvane. Più in ombra il terzo motivo: quello della poesia, come sintesi musicale dei suoni della natura. All'equivalenza tra poesia, natura e musica D'Annunzio è condotto da Verlaine (de la musique avant toutes choses) e Wagner.
Due volte appare l'espressione "la favola bella", ma nell'iterazione del sintagma alla fine della lirica si nota uno scambio tra il passato remoto e il presente e tra i pronomi di prima e seconda persona. "La favola bella" si rivela essere la poesia, che canta l'amore, suprema illusione, e la metamorfosi; prima che essa avvenga, ancora sulle soglie del bosco, il poeta afferma di essere incantato da quella favola. A metamorfosi compiuta, a poesia completata, tempi e pronomi sono mutati. E' la donna ora ad essere incantata, illusa dalla poesia che per il poeta è esperienza conclusa: la poesia è cosciente della propria natura effimera.
La lirica inizia col duplice invito alla compagna a cogliere parole non umane. In quest'esortazione iterata, che scandisce i tempi e i modi dell'immersione panica dei due amanti, è chiusa la tensione a cogliere l'essenza delle cose. Altra iterazione coinvolge una parola chiave: "piove", che ricorre dieci volte (tre volte "pioggia", tre "pianto"); il primo "piove" è congiunto alla preposizione "da", gli altri alla preposizione "su" quasi ad accompagnare la pioggia in un movimento verticale dall'alto in basso. I cinque "piove" all'inizio dei vv. 10, 12, 14, 20, 22 sostengono una enumerazione, a coppie o terzetti, di cinque elementi naturali (tamerici, pini, mirti, ginestrie, ginepri) e cinque umani. Ecco che nell'orchestrazione suscitata dalla pioggia si delineano i tratti umani destinati alla trasformazione (volti, mani, vesti, pensieri), disposti in una climax ascendente, che procede dall'esterno all'interno dei due amanti: i volti diventano "silvani", quando ancora gli amanti sono sulle soglie del bosco; le "vesti", bagnate, aderiscono al corpo e quasi scompaiono; i "pensieri" diventano per sinestesia "freschi" e dunque quasi purificati; l'anima pure è "novella".
Al v. 52 si annuncia la metamorfosi dei due amanti; adoperando la prima persona plurale, il poeta afferma di essere immerso con Ermione nello spirito silvestre. Passando alla seconda persona, si rivolge alla donna di cui coglie la trasformazione con evidenza maggiore che la propria. Il volto di lei madido è come una foglia, i capelli profumano come ginestre e la donna diventa un essere generato dalla terra ("terrestre"). In loro si attua la compenetrazione fra dato sensibile (la pioggia) e immaginazione poetica, che trasforma le sensazioni in musica.
Nella terza strofa riprende variata la sinfonia della pioggia, mentre il canto delle cicale si attenua ("s'allenta, si spegne", "trema, si spegne", "risorge, trema, si spegne"). La strofa è intessuta di notazioni acustiche in cui si perdono le isolate denotazioni visive. Al v. 88 un nuovo richiamo all'ascolto introduce, dopo la cicala, la figlia del limo (non sfugga l'opposizione alto-aria/ basso-fango né l'allitterazione del suono /i/), che canta in un luogo oscuro e indefinito. La metamorfosi è al culmine, mentre il volto di Ermione pare inondato di pianto, suscitato dal piacere: la pelle si fa verde, il cuore una pesca non toccata, gli occhi sorgenti, i denti mandorle acerbe; dai malleoli l'intrico vegetale sale alle ginocchia, suggerendone un radicamento nella terra (si notino l'allitterazione di /v/ e /r/ e la forza avvolgente dei due verbi "allaccia" e "intrica").

Le stirpi canore (Alcyone)

metro: strofe di 37 versi liberi, dal ternario al novenario.

Modello di questa poesia, scritta nell'estate 1902, è le Corrispondenze di Baudelaire. Si tratta di un testo metapoetico, dove la poesia parla di se stessa, celebrata da D'Annunzio per la sua naturalità. Essa è, infatti, figlia della natura, voce del grande tutto, poiché tra parole e cose c'è una misteriosa corrispondenza, che solo il poeta-superuomo può esprimere completamente. Partendo da questo assunto, seguita a proporre esempi di come la sua poesia possa essere pesante, leggera, profonda, lieve, duttile (insomma sia capace di ogni stile e registro) in una continua similitudine con gli elementi naturali.
La lirica è strutturata in due momenti: nel primo è introdotto il tema (la poesia figlia della natura), che, poi, dal v. 7, è sviluppato attraverso uno schema fisso di analogie riproposto per 14 volte. Ad ogni carattere della parola poetica corrisponde un aspetto della natura.
Le rime sono presenti in tutti i versi, tranne al v. 19, in assonanza con altri sei. Frequenti sono le assonanze, le consonanze, le paronomasie, le allitterazioni. Da notare anche le variazioni di timbro e di tono, in parallelo con quelle di significato: "sono profonde come" (vv. 8-9: timbro scuro della /o/), "terrene... serene" (versi 10-11: tono basso della /e/); "dumi confuse... fumi confusi" (vv. 15-17: timbro scuro della /u/).

Meriggio (Alcyone).

metro: quattro strofe di 27 versi, più un verso di chiusura; i versi vanno dal quadrisillabo al novenario; rime, assonanze e rime interne sono numerose e irregolari.



Composta nel 1902, la poesia descrive l'estate al suo culmine e una nuova metamorfosi panica del poeta, che perde la propria identità nel silenzio del mezzogiorno, su una spiaggia presso la foce dell'Arno. Il dissolvimento nella natura non è, però, esperienza da tutti: solo chi sa andare oltre la sorte umana può cogliere questa vita divina. La struttura è simmetrica: le quattro strofe si possono dividere in due gruppi di due. Il primo è dedicato alla rappresentazione del paesaggio e del momento temporale; il secondo descrive l'evento che in quell'ambiente si compie.
La prima strofa si apre con una panoramica su uno scorcio marino ed è pervasa da una sensazione di calma e lentezza. Di effetto e la triplice anafora negativa, che offre un'idea di stasi; la climax ascendente consente di introdurre il motivo del silenzio, che caratterizza il paesaggio. La sinestesia "chiaro silenzio" (vv. 15-16) esprime in sintesi l'ambiente presentato. Dal v. 13, il panorama si allarga: dalla spiaggia ci si spinge a Capo Corvo e all'isola del Faro, a Capraia e Gorgona, verso le Alpi Apuane. Lo spazio immenso rende più forte l'impressione dell'immobilità e della indeterminatezza. La strofa si chiude con uno scorcio montano: si determina un'opposizione fra orizzontalità del mare e verticalità delle montagne. Essa è una variante di quella fra mare, simbolo femminile, e il sole, simbolo maschile.
All'inizio della seconda strofa, l'inquadratura stringe sul fiume, per aprirsi verso lo spazio aperto. L'impianto è identico, come l'impressione che vuole creare: il silenzio e immobilità. Molti elementi della prima strofa sono ripresi: la costruzione inversa (vv. 29-33), l'immagine del bronzo sepolcrale (v. 34), le frasi negative (vv. 39-40, 46), espressioni o singoli termini (es. "pallida", v. 35). Se il soggetto della prima strofa è il mare, quello della seconda è la foce, il luogo simbolico in cui il fiume diventa mare, perdendo identità. È dunque il simbolo della metamorfosi che il poeta sta per vivere.
I primi due versi della terza strofa riassumono il significato delle strofe precedenti. La metamorfosi si snoda in diverse fasi: l'inizio è descritto attraverso la metafora della maturazione dell'estate sul capo del poeta. In questa immagine si colgono un aspetto letterario (la personificazione dell'estate) e un aspetto ideologico: l'estate è un frutto che solo il poeta può cogliere. La sacralità del vento è affidata al silenzio e alla presa di distanza da ogni consuetudine umana (vv. 64-66). Il momento decisivo è la perdita del nome (v. 68). Subito dopo l'io poetico si scompone nei suoi elementi corporei e si fonde con la natura.
Nella quarta strofa il processo passa ad un piano religioso. Ai vv. 82-88 la natura si immedesima nelle parti corporee del poeta; ai vv. 89-97 l'io si annulla negli elementi naturali. Mentre le prime due strofe sono descrittive, le ultime sono più enfatiche, come provano le ripetizioni e il taglio solenne. L'espressione chiave "non ho più nome" (v. 68) è ripetuta ai vv. 99 e 105, racchiudendo l'intero rito.

La sabbia del tempo (Alcyone, Madrigali dell'estate).

metro: madrigale di due terzine di endecasillabi, legate dalla rima centrale e da una quartina di endecasillabi a rima alternata.

Uno dei Madrigali dell'estate, un gruppo di undici brevi componimenti, composto tra settembre e ottobre 1903, la lirica prende le mosse da una sensazione termica e tattile, attorno a cui ruota il tessuto metaforico. Da tale sensazione percepita da una mano in ozio, quasi autonoma dal soggetto cui appartiene, si genera la coscienza della fine dell'estate e dello scorrere del tempo. Al v. 4 appare l'ansia che assale il poeta.
Nella prima strofa la mano e il cuore del poeta suggeriscono immagini di misurazione cronologica, di cui diventano strumenti. Il v. 4 introduce una connotazione temporale, l'avvicinarsi dell'equinozio di autunno, mentre il v. 5 si chiude con una metafora sinestetica: il colore dorato delle spiagge salate sarà meno brillante, perché si avvicina l'autunno.
La seconda strofe presenta un accumulo di immagini legate alla sabbia. La mano è "urna" e il vocabolo, dalle connotazioni funebri, istituisce un raccordo fra il giorno breve e la morte. Il cuore "palpitante" è "clessidra": il participio è legato all'ansia del poeta e la clessidra è strumento di misura del tempo. Ultima immagine è quella della meridiana, un emblema evocato dall'ombra crescente degli steli esili e senza fiori, come l'ago nel quadrante, "tacito", perché privo di ogni meccanismo.





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