Gaetano benedetti: la lezione di un maestro



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26.01.2018
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Per l’ottantesimo compleanno di Gaetano Benedetti, che l’ASP festeggerà il 17 giugno per ringraziarlo del suo contributo alla nostra Associazione ed a tutti gli psicoanalisti “milanesi” che alla sua scuola si sono formati ed appassionati alla psicoterapia della psicosi, Setting pubblica questo testo di Daniela Maggioni, che ne ricorda l’insegnamento come supervisore del lavoro clinico dei più giovani colleghi. La supervisione, esperienza difficile e delicata, coinvolge non solo il terapeuta e il supervisore, ma anche il paziente, che ne è, in fondo, il protagonista. Nel caso di Alessandra, la giovane donna che è al centro della rievocazione di Daniela Maggioni, sono le sue stesse parole , fedelmente riportate, che ci testimoniano la lezione di un grande maestro della psicoterapia delle psicosi.


GAETANO BENEDETTI:

LA LEZIONE DI UN MAESTRO




Daniela Maggioni



Ritornando indietro nel passato vedo come questo ebbe le sue origini nella meraviglia che provavo da ragazzino ascoltando come mio padre parlava in casa dei suoi pazienti. Ricordo come allora, all’età di dieci-dodici anni, stavo in ansia per la loro vita. Mio padre, chirurgo, non parlava che degli aspetti somatici dei loro mali, casi urgenti, ma passava delle ore a discorrere con i suoi pazienti che di notte venivano a bussare al suo portone per condurlo nei punti più lontani della Sicilia. Già a quei tempi avevo deciso di diventare medico. Nel passato remoto della mia famiglia vi erano gli avi medici di mia madre, uno in particolare emigrato come chirurgo a Il Cairo, di cui sentivo raccontare come di frequente lavorasse, spesso senza soldi, per quello che oggi si chiamerebbe il Terzo Mondo. La mia identificazione con la figura del chirurgo, tradizionale nella mia famiglia, terminava improvvisamente durante i miei studi di neuropsichiatria a Catania, in seguito alla mia decisione di dedicarmi ai malati mentali. Il loro totale abbandono da parte del personale medico e la loro mancanza di assistenza mi poneva in uno stato di dissidenza con la clinica, interessata unicamente agli aspetti somatici della malattia e quindi non alla psichiatria, ma esclusivamente alla neurologia: durante tutto l’anno accademico solo tre ore venivano dedicate alla psichiatria. Con gli ammalati psichiatrici, in genere, non si parlava neppure: “Perché stai a discorrere con loro? – mi diceva il capoclinica – non vedi che non capiscono?”1

Così ripercorreva la sua scelta professionale ed esistenziale Gaetano Benedetti, dieci anni fa, in occasione del suo settantesimo compleanno, attorniato dai suoi Allievi e Colleghi “milanesi”, che dagli anni ’60 si erano incontrati, conosciuti e riconosciuti nei Seminari e nelle supervisioni con lui, che con lui avevano imparato ad accostarsi con rigore ed amore alla “follia” della psicoterapia della follia ed avevano collaborato alla costruzione di un modello teorico-clinico che costituisce uno dei più solidi riferimenti della nostra Associazione e della Scuola di Psicoterapia che dal primo gruppo di quegli analisti degli anni ’60 si era andata costituendo.



Benedetti non ha mai potuto accettare che quei malati “non capissero”, che il parlare con loro fosse una perdita di tempo o comunque qualcosa che non potesse essere dotato di un preciso significato terapeutico e, tanto meno, che la “follia” fosse incommensurabilmente separata dal funzionamento psichico delle cosiddette persone sane. Lontano dagli slogan che per alcuni decenni parte del mondo latino professava, negando l’esistenza della malattia mentale o riducendola ad uno stigma sociale e quindi attribuendo alla società ed alla cultura il compito della riabilitazione o re-integrazione, Benedetti ha continuato ad essere uno “psichiatra psicoterapeuta” anche quando la psicofarmacologia e la tecnicizzazione del trattamento, a fini di riduzione della spesa sanitaria, hanno cominciato ad imperare. E non si pensi primariamente ad una sorta di volontaristica dedizione ai malati più gravi o ad una ribellione al sapere costituito: per lui il malato è innanzitutto un “caso”, un soggetto-oggetto delle nostre cure con la sua storia e la sua peculiarità, un enigma che ci sfida attivamente più che una passiva risultante di forze patologiche. Voglio dire che Benedetti, sia nel suo lavoro di formazione orale che nei suoi scritti, mi è sempre apparso in veste di tecnico – seppure di tipo particolare – e di scienziato-ricercatore solitario, impegnato nel vìs-à-vìs con la malattia mentale camuffata da non-senso e da incurabilità, poco interessato all’istituzionalizzazione del sapere, persino distratto rispetto agli elementi della biografia del paziente sui quali la psicoterapia non potesse far presa per costruire ponti di significato relazionale in vista di e all’interno della psicoterapia stessa. Eccentrico rispetto alla malattia psichiatrica ed incentrico rispetto alla sofferenza psichica: forse è così che si può definire la sua posizione, ostinatamente e scientificamente sostanziata di una simmetria, profondamente psicoanalitica, tra la personalità del paziente e l’offerta del terapeuta come continua scelta-conflitto, ad armi pari sempre, nella diversità delle rispettive armi. Perché tutto ritengo di aver imparato da Benedetti tranne l’onnipotenza narcisistica dell’”io ti salverò”, dell’empatia riparatrice delle offese che la vita e la genetica hanno arrecato ai nostri pazienti, dell’illuminazione salvifica del terapeuta geniale suo malgrado.

Tra [Manfred]Bleueler e me si sviluppava una forma di simbiosi fisiologica nel senso che lui mi motivava nello studio della psichiatria e io motivavo in lui l’interesse per la psicoterapia. Non dubito che il suo ritorno agli interessi di suo padre, Eugen Bleuler, sia avvenuto anche sotto la spinta del nostro comune lavoro. Il Prof. Bleuler non mancava tuttavia di ammonirmi che il mio interesse precipuamente psicoterapeutico sarebbe stato di ostacolo per una carriera scientifica, per una carriera universitaria. Un sogno che feci in quell’epoca contribuì tuttavia alla mia decisione di rimanere psicoterapeuta senza abbandonare la mia ricerca scientifica. Il mio sogno, che racconto a voi perché come me abituati a interessarvi dell’inconscio, era il seguente. Mi trovavo con Manfred Bleuler a discutere di psichiatria su un terreno pianeggiante bellissimo. Ad un certo punto vedevo inerpicarsi un cammino difficile su per la montagna e proponevo al mio compagno di salire su. “Alla mia età non posso – mi replicava lui – bisogna che ci separiamo qui”.

Come mi ero separato da mio padre e dalla identificazione con la chirurgia per diventare psichiatra, così mi separavo da Bleuler per diventare psicoterapeuta; mi separavo, intendo, nel sogno. Il cammino si inerpicava su per la montagna e conduceva infine in una specie di antro mefitico, che sembrava contenere le esalazioni maleodoranti del mondo. Nel frattempo fuori si scatenavano uragani, pioggia dirotta; mi ricordavo, a questo punto del sogno, di aver lasciato aperti sotto la pioggia, nel punto ove mi ero separato da Bleuler, tre bellissimi volumi scientifici, che ritenevo fossero stati rovinati dall’acqua. Tuttavia, dopo lunghe peripezie, ripassavo da quel punto e constatavo con gioia e sorpresa che i volumi scientifici aperti erano rimasti intatti sotto la pioggia, non logorati da una sola goccia d’acqua. Il sogno si proponeva dunque di unire la scienza alla psicoterapia; la separazione da Bleuler non era che parziale, perché ancor oggi le visite biennali al grande vecchio di 85 anni mi ricordano quelle fatte 30 anni prima a Jung nella sua torre. Con Jung cominciavo a imparare la psicoterapia delle psicosi, training continuato poi con la Sechehaye in Svizzera e con lo psicoanalista americano Rosen a New York.2

Alessandra, giunta da me dopo una telefonata un po’ sibillina e un po’ provocatoria (“Lei lo sa che cos’è la schizofrenia?”), grida che non vuole vivere e deborda dalla poltrona, inondandomi di uno strano odore di sudore e stantio per quasi un’ora; solo il viso conserva tracce della bambina impertinente che è stata non troppo tempo prima (ha meno di trent’anni), attaccato ad un corpo sfatto da ottantenne obesa, che ha partorito da poco più di un anno un figlio di cui non è in grado di occuparsi e che ha affidato a sua madre, la quale ha sempre dichiarato alla figlia di non avere mai sopportato l’odore della figlia e, soprattutto, quello delle sue feci.

Rimasi un po’ interdetta, dopo quel primo incontro, e non particolarmente motivata a rivederla: mi sembrava una paziente venuta dal nulla e che andava nel nulla, ed anch’io –ricordo- aprii la finestra per qualche minuto, quando se ne andò. Ma evidentemente si era pre-costituita, per noi due ed al di là della consapevolezza, una possibilità terapeutica che, nelle parole di Benedetti, ha a che fare con la “controidentificazione”:

Per analogia al termine di controtransfert io chiamo l’identificazione terapeutica ‘controidentificazione’, sebbene a rigore la sequenza di primario e secondario sia invertita rispetto al modello della neurosi. Mentre in quest’ultima è il transfert che evoca il controtransfert, nella psicosi è l’atto identificatorio del terapeuta che evoca il controtransfert, nella psicosi è l’atto identificatorio del terapeuta che provoca in realtà la ‘controidentificazione’ del paziente. Quest’ultima è il segno che il paziente ha percepito sufficientemente il messaggio del terapeuta, che questi sa porsi nello stesso dilemma del paziente riflettendolo su di sé (anziché riflettere analiticamente su di lui). La controidentificazione terapeutica è dunque, anziché una traslazione controtransferale di una propria problematica sul paziente, un rifletterne la situazione usando lo specchio della propria immaginazione o fantasia; uno specchio che continua, ma anche raddrizza automaticamente, senza una volontà pianificante da parte del terapeuta, le immagini dell’infermo.”3

Nel mio ricordo di quel primo incontro, Alessandra si insedierà vestita di nero, con una cintura incapace di segnare una qualche distinzione tra tronco e vita, identica nella poltrona del mio studio alla nonna che io vedevo da piccola in casa, sempre nella sua poltrona, obesa e quasi inferma, e che morì a 85 anni, quando io ne avevo sei. Ferma e debordante, con occhi nerissimi e mobilissimi, un piglio tra l’infantile e l’autoritario quando mi faceva accostare per stringermi forte il nastro in mezzo ai ricci e mi diceva, come per una consegna solenne e un po’ incomprensibile: “Tu che sei savia, quando io sarò morta, dirai quella preghiera che ti ho insegnato tutte le volte che passerai davanti alla Madonna della strada; ma ricordati, neh, tutte le volte che passi!”. Figura di cui ricordo solo il continuo lavorare a maglia, il corpo fermo contrapposto al viso liscio e come rimasto infantilmente mobile a causa dello sguardo acuto e curioso, queste poche parole a me “savia”, nessuna carezza e lo strano nome, che io avevo deciso che sarebbe stato quello della mia prima figlia.

Credo che questa “ricontestualizzazione” della prima seduta con Alessandra, nella sua apparente a-simmetria bizzarra (io piccola e lei vecchia, lei che affida a me “savia” un compito, da lei stessa insegnatomi con precise parole, ma da svolgere solo dopo la sua morte, nei confronti di una figura materna, la Madonna, precisamente e concretamente individuata in una raffigurazione pittorica ad entrambe nota e non in un’entità astratta o più trascendente; ma i rispettivi ruoli possono essere anche invertiti, senza sostanziale capovolgimento di senso, per la strana ma per niente folle simmetria della psicoterapia), sia proprio visivamente emersa mentre preparavo la supervisione con il Prof. Benedetti delle prime sedute con lei; almeno, l’ho trovata annotata sul quaderno che usavo per le supervisioni di quell’anno (1986).

Aggiungerò solo, anche se l’”ingaggio” avvenuto tra Alessandra e me risulta oggi piuttosto evidente fin dal primo incontro, che la Madonna in questione era una strana e informe Madonna dalla pelle scura e dal manto color mattone, incapace, per difetto del pittore, di tenere e sostenere il suo bambino, avvolto completamente in un’ansa del mantello; che la madre non lo guardava, ma fissava qualcosa davanti a sé, forse il vuoto o forse i passanti. Una Madonna da guardare e salutare per ridare vita ad una nonna-Alessandra-figlia che si dava per morta ma mi insegnava a guardare e salutare con precise parole quella Madonna immobile, senza sguardo, senza maternità. E per quella strada entrambe, ormai senza la regolarità delle sedute psicoterapiche degli anni 1986-1993, continuiamo a passare ed a ridare vita e sguardo con la comune “preghiera” che abbiamo costruito e che Alessandra, due anni fa, ha così definito:

“Io credo che Lei non si libererà mai di me. Il nostro è un rapporto un po’ particolare; sembra che io possa stare senza di lei, ma poi è come se non funzionassi più, e io non so, in quei momenti lì, se è lei che è morta o se sono io. Come l’altra volta4 che mi è successo, e io credevo che non potesse più succedermi di tornare di colpo come negli anni in cui ero sempre ricoverata e mi dicevano che dalla schizofrenia non si guarisce”.

Alessandra oggi sa che io non adotterò mai suo figlio - all’inizio della terapia mi voleva costringere a firmare un documento in tale senso – e pensa che forse il suo iniziale rifiuto ad accudirlo è stato un modo anche per preservarlo dal male che avrebbe potuto fargli quando proprio non sapeva che lui ci fosse – un lembo di mantello che non si può individuare e tenere in braccio come altro da sé – e riconosce che ho fatto bene a dirle che io l’avrei potuta aiutare a stracciare quel documento, “adottando” lei come paziente perché potesse diventare madre.

Alessandra può scrivermi parole che noi non troviamo nei nostri manuali, e che non ricalcano interpretazioni, ma nascono dalla relazione terapeutica come siamo state capaci di costruirla e che progressivamente è diventata “venire qui”, “andare dalla Maggioni”, “stare con Lei”, “essere capace di tenerLa vicino e di metterLa al posto di quella bastarda di schizofrenica che è sempre in agguato, quando le lascio prendere troppo spazio e si ricrea il vuoto nel quale io, purtroppo, mi sento a mio agio”.

Dopo anni dalla conclusione della terapia, nel giugno ’98, rispondo per la prima volta per scritto ai suoi auguri di compleanno, ricambiandoglieli (ricordavo la simmetria-sfasatura di dieci anni e un mese che lei aveva istituito tra le nostre due date di nascita) e offrendoLe la possibilità di un colloquio, in relazione alla grande difficoltà esistenziale che la malattia del suo uomo le creava, e Alessandra sembra capace di rileggere il suo bisogno antico di fusione e la sua attuale capacità di sorreggersi da sé, la sua voglia di vincere con le sole carte della sua “mano”, sapendo di poter ricorrere al mio aiuto “se vedessi che sto per perdere la partita”.
Ho ricevuto il suo scritto e ne sono stata colpita.

Per tutti gli anni che sono stata con Lei, e anche dopo, nel

giorno del mio compleanno (14 Maggio) mi

chiedevo “Chissà se la Maggioni si ricorda che è il mio

compleanno?!”

E se si ricorda, perché non chiama per farmi gli auguri?!”



Mi sono sempre risposta che forse c’era una motivazione; alla quale però non ero ancora giunta, e forse nemmeno ora. Però, adesso ho ben chiara e forte la commozione nel leggere la Sua lettera per me.

Per quanto riguarda invece la Sua offerta per una eventuale necessità del “mio stare male”, La ringrazio; e io SO che Lei C’E’. Seppure non sono felice, ho nei confronti della richiesta d’utilizzo del nostro rapporto una sorta di paura a sprecarla (ha presente la fiaba della Piccola Fiammiferaia? La quale aveva pochi fiammiferi per illuminare i suoi più bei sogni e li voleva usare al meglio). E’ come se volessi riservarmi il suo aiuto per quando verrà un qualsiasi “peggio di così” e nel frattempo mi sorreggo da me.

Comunque non tema, se ho bisogno, La CERCO!!

Lei è il mio jolly, nel caso vedessi che sto per perdere la partita; ma io vorrei essere un po’ fortunata da vincere con le sole carte della “mia mano”.

Le voglio bene

e … grazie.

Credo che, in un certo senso, Alessandra abbia ragione.

Durante una vacanza estiva non l’avevo portata stesa su un letto, in una camera chiusa, accanto alla mia – come lei avrebbe voluto, per poter morire di schizofrenia lontano da tutti (!); sapendo di essere il suo unico riferimento mi ero assunta l’impegno (“Molto più che lasciarLa in un letto a morire, lontano da tutti tranne che da me”) di telefonarle due volte la settimana; lei talora non rispondeva e io le lasciavo il messaggio (“Come d’accordo, io ci sono. Adesso ha il telefono spento, ma lo sa che io La chiamo e sentirà il messaggio”), e lei mandava fax deliranti in studio, dove sapeva che io non ero. In quell’occasione, per tre settimane, io provavo una strana sicurezza nei suoi confronti, a dispetto di lei e della mia preoccupazione per lei e per me, per niente scevra da rabbia verso la distruttività di cui aveva riempito le ultime sedute e la mia casa (aveva telefonato decine di volte il venerdì pomeriggio in studio, era entrata quasi con la violenza dalla porta di casa il sabato sera, mi aveva fatto cercare e “sgridare” dal medico di base e dallo psichiatra, aveva ricominciato a telefonare in continuazione alle 7.00 del mattino di domenica …). Io sentivo la sua disperazione, ma la sentivo viva (“vedevo” il suo viso ben truccato, mentre le telefonavo) quando mi diceva che io stavolta non potevo seguirla né capirla perché “morta come solo i malati possono morire”, e le dicevo che era preda di un terribile trucco, ed alzavo la voce contro la sua certezza di essere morta nelle pause delle sue urla, che pure sentivo “giuste”.

Quello che Alessandra non sa è che un altro sguardo ed un altro curioso ed a volte incomprensibile compito mi rendevano capace, particolarmente ma non solo con lei, di essere “savia”: quello che mi assegnava, durante le supervisioni, il Prof. Benedetti, che mi esortava continuamente a scrivere, a capire, a provare a chiedere alla paziente di costruire con me un nuovo senso di quella sofferenza che la faceva stare “sotto di sé, al di là di sé”, “dove non c’è un brandello di me dove Lei possa attaccarsi”. Io lo vedevo scrivere, quasi freneticamente, e talora coglievo come un rovesciamento della relazione tra allieva e maestro: “Lei che cosa ne dice, collega Maggioni?”, “E allora ... sì, sì … è per questo che Lei ha detto alla nostra paziente …Sì, interessante questa sua risposta…”.

Nelle supervisioni di questo caso abbiamo cercato nuove definizioni e nuovi esempi di quel particolare terreno affettivo-simbolico su cui si gioca la partita con il paziente psicotico, che Benedetti ha teorizzato con i costrutti di “simmetria”, “dualizzazione” e “psicopatologia progressiva”. Leggo qua e là, nei suoi scritti, brevi definizioni che mi pare esprimano particolarmente bene l’esperienza psicoterapica con Alessandra, sotto lo sguardo partecipe – non solo iniziale, come avrò modo di dire – e l’incrollabile ottimismo nei confronti della terapeuta, della paziente e della psicoterapia del loro autore.
Chiediamoci piuttosto che cosa significa per il paziente psicotico il fatto che il terapeuta viva con lui.

(…) E’ attraverso la percezione del proprio dolore che incomincia l’identificazione con quello altrui, la percezione di esso. Può sembrare strano che il paziente scopra il dolore, quando noi lo conosciamo come non-esistente e come portatore quindi di un dolore di cui noi, nonostante tutta la nostra capacità o volontà di identificazione, non riusciamo mai a veramente capire la portata.

(…) Ma io torno a dire che la percezione del proprio dolore nel paziente psicotico è qualche cosa di diverso che non la sensazione di esso. Per percezione del proprio dolore intendo la capacità di configurarsi come Io di fronte a esso, di ordinarne l’esperienza nella propria autoidentità. Questo è impossibile nel paziente proprio per la crisi dell’autoidentità. Perciò il vissuto del terapeuta riflesso nel paziente è un modo per ricostruire la propria identità attraverso l’identificazione di un altro Io.5

Naturalmente siamo qui … in una situazione profondamente asimmetrica: presenza e forse anche ricchezza di simboli nel terapeuta; apparente ipertrofia di essi in un paziente che, scambiandoli con le immagini, e non usandoli più come simboli distinti dal mondo, non ha più simboli. (…) Quello che mi preme di dire è che la creazione di simboli da parte dello psicoterapeuta significa, pur nella profonda asimmetria tra paziente e terapeuta, un arricchimento comune. Nel paziente, un ritorno al proprio Sé umano, il quale non può non esistere in modo organizzato se non entro la struttura simbolica. Nel terapeuta, un approfondimento del proprio Sé attraverso la capacità di creare non solo simboli del proprio paziente, ma per lui. (…) Questa scoperta di simmetria parziale è possibile al terapeuta attraverso la presa di coscienza di un aspetto-paziente della propria persona, ossia dell’indivisibilità del dolore. 6

Credo che Alessandra abbia potuto arrivare a percepire e non solo a sentire, attraverso la psicoterapia, il proprio dolore, e che il fatto che sia in grado di usare di tanto in tanto con me la scrittura - strumento quasi sconosciuto, per lei – per esprimere tale percezione non sia che da riportarsi ad una serie di comunicazioni, in buona parte inconsce, tra lei e la terapeuta, che dice spesso di dover scrivere per “riuscire a pensare”. (E nelle supervisioni il professor Benedetti scriveva, ed esortava la terapeuta a scrivere il caso di Alessandra, ed oggi la terapeuta scrive di Alessandra per scrivere di Benedetti nell’unico modo che tanti di noi possono fare: parlando della “follia” della cura dei nostri ed un po’ suoi pazienti.)

Quando riesco a scrivere è perché sono un po’ più distante dal caos assoluto (mai provato così) del dolore, dello star male e dell’impotenza di fronte a queste cose che mi sovrastano. Io penso, penso e poi non mi sento nella realtà degli altri, delle cose; sento l’assenza di ponti tra me e il fuori e ne sento il fastidio della stonatura. Istinto e continua provocazione da tenere a bada. Sono esausta e depressa, impazzita. Meglio confondere il ponte sul quale passo con l’istinto interno di buttarsi giù, come quando venivo da lei all’inizio? Io certe volte la invoco, quella confusione che Lei mi ha tolto, mettendosi di mezzo tra il ponte e il mio istinto di suicidio con i suoi occhi non spaventati in cui io riuscivo a vedermi morta, a vedermi come ‘Io morta’, e non mi confondevo più col ponte, e al ritorno ci ripassavo e mi ripetevo ad alta voce che mi buttavo ma mi vedevo morta nei suoi occhi nei catarifrangenti e così, non so come, mi ritrovavo viva alla fine del ponte, scampata ancora una volta. Un lunedì sera, dopo la seduta, li ho visti piangere per me morta e l’istinto di farlo per vedere se era vero che Lei piangeva per me è stato così forte che ho rischiato di morire davvero, perché non riuscivo a contenere l’eccitazione e stavo perdendo il controllo della macchina.” (dicembre ’98, fax con richiesta di colloquio)

“Esistere nel terapeuta – scrive Benedetti 7- è un’immagine che si può prendere alla lettera, da parte del paziente, ma che può ben veicolare quell’inarrestabile slittamento tra letterale, transizionale e metaforico che caratterizza la simmetria terapeutica con lo psicotico: noi condizioniamo e forse costringiamo il paziente, come Alessandra sembra dire nei momenti di crisi e di identificazione impossibile con l’integrazione di sé che in me vede, ma egli accetta di pagare questo prezzo, perché è il prezzo di un’esistenza autonoma.”

E’ bruttissimo come ci si sente e come si è sbattuti fuori strada di se stessi, quando si sta dentro di me. Forse per lei i disturbi magari sentiti e risentiti sono relativi, rispetto al fatto se si vuole andare oltre o meno.

Ma quando l’anima e la mente subiscono questi terremoti, ti lasciano quei mille crateri aperti, che lasciano un territorio tutto disunito. Io quando nella mia testa e nel mio cuore comincio a sentire il terrore, comincia il tremore del vulcano che con la sua eruzione comincia a mandare in tilt la testa e mi sento strana dal mondo, entro nel mio buco che è un recinto che diventa un universo quasi di protezione e lì comincia la mia merda=vita. E lì comincia il vortice , comincio a pormi domande, a rispondermi a contropoporre a fronte e a retro di ognuna di esse in modo continuo e ossesso, fino a perdere il senso di ciò che è in me e fuori di me. Fare cose senza rendersi conto non riuscire a pensare, a ricordare, a percepire e a risolubilmente trovare un cappio dove potere o volersi agganciare in quei casi. I continui brutti impulsi. Alzo la cornetta del telefono senza che nessuno chiami etc. etc. La mente scivola via e vede quello che vuole come e quando meglio crede. Nel frattempo di tutto ciò si sta di schifo, capisco l’esatto contrario di ciò che mi dicono di aver detto. Lo so!! Mi son detta fra i mille miliardi di pensieri, che come dice lei non sono “pensieri”, che la malattia io la scelgo di fronte alla precarietà (non assoluta) della sanità mentale, perché dolorosa sì, MA FORTE, SICURA E ASSOLUTA. Ma questo non basta a farla finire; a fermare quella giostra del tipo “forza centrifuga” (il tuo centro è tutto sbattuto all’esterno).

Senza provocarla; io so che per Lei sono una paziente, ma io per me sono la Alessandra e per Lei raccogliere i miei racconti è facile, ma viverli quel caos quella paura che grazie a quella stortura che ho dentro di me diventano paradossalmente forza, sicurezza, garanzia è terribile. Io essere così non volevo proprio. Volevo essere normale come Lei e come tutti coloro che hanno la vita raccolta, tutta infilata come una collana dei loro reali “dentro e fuori” tutta sorretta dagli eventi, dai ricordi, da interessi, da cose pratiche, dalle cose semplici come l’erba. (…) Voglio solo dire che nella mia realtà interiore la scelta della morte è motivata, il non scegliere sarebbe per me a questo punto sovrumano? O devo accettare la mia fine? O cosa potrebbe esserci, un miracolo che mi porti via di nuovo il mostro? (…) Io ho paura di me, perché è il mostro che mi fa non accettare la vita. Non vorrei avere questa libertà di scelta. Lasciar perdere me stessa per poter vivere? La vita dentro di me dov’è? E’ forse dentro il suo rifiuto?” (giugno ’99)

E’ proprio prima dell’ultima crisi che Alessandra si confronta con il paradosso della malattia: la vita dentro di lei sta forse nel rifiuto della vita? Prima che la catastrofe spazzi via in mille direzioni – coriandoli bianchi di pura forza centrifuga – le concrezioni di Io e di dualità terapeutica, la percezione della impossibilità di esistere è l’unica corda ancora tesa, e la terapeuta non è più l’occhio catarifrangente o il jolly da giocare per salvare la partita, ma una figura di diversa normalità che non può più condividere con lei una pur altra nostalgia di essere diversa.

Il vulcano che comincia a tremare, la giostra dei “non pensieri” che ti sbattono fuori di te, la stortura che diventa garanzia: come non pensare e non lasciarsi guidare, nel rimanere fermi accanto ad Alessandra, all’onnipotenza negativa come specchio dell’esistenza negativa cui Benedetti ha dedicato commosse e rivoluzionarie pagine?

“Certo, questo non è specifico della psicoterapia della psicosi. La psicoanalisi conosce tutto ciò. Ma nessuna forma di trattamento ci espone a questi orizzonti come proprio il trattamento del paziente psicotico; l’aggressività viene trasformata anzitutto nel trasformarla in noi, non senza lotta, con la nostra nostalgia di essere diversi. E il paziente psicotico ci diviene, in questo, un maestro.” 8

Lo sguardo e il piglio di Benedetti, che mi costituiva “savia” senza che io ne fossi certa, con la sua competenza di ricercatore e psicoterapeuta della “follia”, certo hanno costituito il fondamento affettivo-relazionale del trattamento di Alessandra e di quello con altri pazienti psicotici, ma la sua sfida scientifica contro il riduzionismo e la psichiatrizzazione della “follia” hanno costituito il fondamento di tanti altri trattamenti e di un modo di accostarsi alla sofferenza psichica che noi tutti suoi Allievi crediamo di aver coltivato e di riuscire a trasmettere.

Glielo dovevo, almeno in occasione di questa festa per i suoi ottant’anni9, a nome dei tanti altri Allievi che avrebbero potuto farlo e dei tanti pazienti che, seguendo il suo modello, abbiamo curato o ai quali abbiamo dato almeno l’occasione straordinaria e di per sé terapeutica di condividere dal dentro (della psicoterapia) la sofferenza psicotica (“Dica alla paziente, preoccupata di trasmettere per via genetica la sua depressione ai figli, che si trasmette anche lo sforzo di uscirne e l’incontro terapeutico” – mi disse a proposito di un’altra paziente).

Glielo dovevo anche perché, incontrandolo dopo anni, nel 1996, mi tese la mano e, salutandomi, mi disse: “E come sta la nostra Alessandra?”. Io trasecolai, ma solo per un attimo: i pazienti seguiti in supervisione dal professor Benedetti restano per lui intimamente connessi con il terapeuta e con la storia a tre delle supervisioni, e lui continua a seguirli, da lontano, e quando ti incontra ti chiedi se sta per tirar fuori un pacchetto di fogli bianchi e per annotare il seguito della storia.

E lo scorso anno, nell’intervallo di uno dei Seminari che con grande entusiasmo e fecondità ha tenuto per gli Allievi della nostra Scuola, mi chiedeva e mi ricordava particolari momenti (esperienze di simmetria tra una mia fantasia ed un dono della paziente nella seduta successiva, alcune espressioni della paziente che secondo lui potevano essere ulteriormente illuminate di significato psicoterapico) della psicoterapia di Alessandra, e quasi mi redarguiva perché si accorgeva che non ne avevo immediatamente presente uno per lui molto significativo: era come naturale, per lui, riprendere una supervisione interrotta quasi dieci anni prima. E mai col tono del docente che sbacchetta e valuta.

Benedetti, ed attraverso di lui soprattutto Alessandra, mi confrontano continuamente con il diritto negato alla piena esistenza di certi nostri pazienti, la cui causa forse un giorno individueremo, ma la cui restituzione non potrà che passare attraverso la nostra comprensione psicodinamica.

Alessandra finì la sua psicoterapia con un nuovo (e primo vero, per lei) amore, in cui riusciva a lasciarsi amare e ad amare “tutta intera”, ma la vita – la morte, in questo caso – forse gliene impedirà il lieto fine. “Io volevo un amore finalmente normale, dopo aver sempre rifiutato il bene perché il mio Io voleva solo l’assoluto; avevo fatto tanta fatica per desiderarlo, e finalmente l’avevo.” Per questo, essenzialmente, Alessandra è tornata da me, con l’unico vestito che le restava amico da sempre, cioè quello della psicosi: perché il dolore “normale”, il lutto per un uomo, da amare per intero ed entro i limiti umani, che la malattia sta portandole via, non poteva essere affrontato con le normali difese, e rischiava di toglierle, insieme al dolore, l’amore che aveva saputo vivere.

Alessandra oggi sa di aver amato, è quasi certa che lei può vivere questo dolore e che anche la sua terapeuta può morire, mentre un tempo gridava che, senza la certezza che noi due anche nell’aldilà saremmo state insieme, non aveva senso la terapia.

All’inizio della terapia Alessandra vedeva due cani neri su due auto di divere dimensioni ad un casello di entrata in autostrada, e uno dei due cani – che si rivelava enorme e minaccioso – si confondeva con violenza nella vettura e nelle sembianze dell’altro; più tardi avrebbe sognato due gemelli, in due identiche culle disposte parallelamente; nell’autunno scorso mi ha detto che io sono un tassello per riparare i buchi dei mobili, di legno come il mobile da riparare, che però è ad espansione e che, se il buco non è troppo grosso, riesce ad amalgamarsi con il legno ed a tenerlo insieme. Pur rimanendo tassello, senza mai poter eliminare il buco di chi non ha “la vita raccolta, tutta infilata come una collana”. E talvolta il legno può cedere e tentare di espellere quel corpo estraneo che dello stesso legno, per quanto voglia, non potrà mai essere.

Alessandra oggi ha bisogno di capire cosa succede quando arriva “la crisi”, e mi propone in tono interrogativo, quasi schernendosi, interpretazioni di grande profondità, come quando dice (dicembre ’99):

“Quando ho visto la mia fine, mi vergognavo di sentire. Quando La sentivo vicina o comunque mi accostavo a Lei o viceversa poi mi sentivo in colpa, come se La tradissi. E poi mi sentivo impazzire da morire. In questo senso di colpa è come se La volessi salvaguardare. Era nel silenzio di questa stanza che la mia anima ricominciava ad esistere, ma a quel punto era lei che diventava morta come di una morte psichica, e allora ricominciavo a non esistere io.”

Oppure, rendendosi conto di temere una gravidanza che le analisi ed il ginecologo le hanno escluso, dice: “Io penso che è una mia modalità quella di capovolgere una mancanza in qualcosa non solo di contrario, ma di vivo e addirittura di super-vita. S. [il suo uomo] non può avere spermatozoi ancora vivi, con tutte le chemio che ha fatto, e ultimamente non riesce ad avere rapporti; allora io, quando sono lì, sul punto di fare i conti col dolore normale di perdere il mio uomo in senso totale – cioè non perché mi lascia o perché finisce la nostra storia – mi faccio da sola incinta, ed è come se sentissi dentro un bambino, e poi soffrissi per non poterlo tenere. Come se avessi bisogno di soffrire per un figlio ucciso da me per non soffrire per un voler bene ucciso dalla morte. Ma in certi momenti è come se io proprio vedessi il bambino, e non c’è ragione che mi ferma, proprio io che non ho mai potuto desiderare un bambino e soffrire per non essere incinta. E’ lì che io trasformo la mancanza in un pieno, automaticamente, e io mi perdo nel vuoto. E’ una cosa automatica del mio pensiero e del mio corpo; i sentimenti a quel punto non riescono più a tenermi insieme e a tenermi legata a qualcuno; proprio, non li provo, come se non ne avessi neanche il ricordo. Vedo quello che penso e il corpo risponde alla testa piena; non c’è altro. E’ un deserto, la mia malattia, che avanza in un attimo. Perché Lei non riesce a mettersi proprio dentro di me? Eh, no … sarebbe bello, ma dopo dove andrei a ritrovarmi?”. E Alessandra ride, appena appena truccata e con gli occhi impertinenti.

Forse gli stessi occhi che, in un’estate dei suoi quattordici anni, spiavano con nuova curiosità i corpi dei ragazzi accanto a lei ed alle sue amiche su una spiaggia; e forse i suoi desideri da adolescente e quelli che leggeva, nei confronti del suo corpo, di cui la madre non poteva da sempre sopportare l’odore, si confusero talmente, ed i corpi erano così vicini nel caldo e nella nudità e negli sguardi e nelle voci dell’estate in spiaggia che, la mattina seguente, a scuola, Alessandra ebbe la sua prima “crisi”. Nel vociare caldo e confuso dell’intervallo, Alessandra aprì la finestra e, agitando le mani come fossero piccole ali, ripeteva: “Cip…cip… sono un passerotto. Cip ... cip…”.

Daniela Maggioni

Viale Corpo Italiano di Liberazione,3 – 24128 Bergamo

E-mail: daniela.maggioni@galactica.it


1 In: M. Saviotti (a cura di), “Il settantesimo compleanno di Gaetano Benedetti”, Quaderni dell’Associazione di Studi Psicoanalitici (1990), n.2, pp 56-7.

2 In: M. Saviotti (a cura di), “Il settantesimo compleanno di Gaetano Benedetti”, Quaderni dell’Associazione di Studi Psicoanalitici (1990), n.2, pp 57-8.


3 G. Benedetti, Alienazione e personazione nella psicoterapia della malattia mentale, G. Einaudi Editore, Torino 1980,

p. 188.


4 Non ho rivisto la paziente, dopo la conclusione della terapia, per più di cinque anni: mi telefonava o mi scriveva ogni anno per Natale e per il mio compleanno, è venuta - “… solo per salutarLa e per avere negli occhi il suo studio nuovo; così, quando ci penso, sono sicura che è come io l’ho in testa, anche se non è importante. Passando, un giorno, ho pensato che non poteva non essere quello coi fiori sul davanzale.” – a vedere dove si trovava il mio nuovo studio nel 1995, qualche volta mi ha telefonato prima delle ferie estive per dirmi come stava, augurarmi buone vacanze e ricordarmi/si il terrore parossistico che la prendeva, in passato, quando io interrompevo il ritmo delle sedute, fino alla certezza di non esistere più, di “essere di colpo un vortice di coriandoli tutti bianchi e stropicciati che non cadono neanche a terra, ma girano, girano, girano e continuano a girare e continuano a sparire, ma forte”.

Nel 1998 mi telefona per comunicarmi che il suo uomo ha un cancro, ma che lei non sta male “come sappiamo noi due”; che, anche se è triste e disperata, con la testa c’è, tiene: “Questo è un vero dolore normale, in un certo senso non credevo di poterlo provare, credevo di poter sentire solo quello assurdo, che è un dolore vuoto e non pieno, della malattia mentale”.

Nel 1999, quando il figlio ha la stessa età dell’esordio della sua malattia e lei si sente minacciata dall’adolescenza che dovrà affrontare come madre mentre la malattia del suo uomo si aggrava, si renderà necessaria un’altra tranche di psicoterapia, con sedute bisettimanali per circa un anno e riedizione e superamento, molto più rapidi ma altrettanto profondi, della situazione sintomatologica originaria. Attualmente l’accordo con la paziente è di vederci circa una volta al mese a scopo “preventivo” e talvolta la paziente ricorda con incredulità e rabbia non la “crisi” dell’anno scorso, ma “che sia sparito tutto, di nuovo, come se avesse ragione sempre Lei e non quella mia parte bastarda che credeva di aver ucciso per sempre anche Lei”.


5 G. Benedetti, Alienazione e personazione nella psicoterapia della malattia mentale, G. Einaudi Editore, Torino 1980,

pp. 192-3.




6 G. Benedetti, Paziente e terapeuta nell’esperienza psicotica, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 283.

7 G. Benedetti, Alienazione e personazione nella psicoterapia della malattia mentale, G. Einaudi Editore, Torino 1980,

pp. 19.



8 G. Benedetti, Paziente e terapeuta nell’esperienza psicotica, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 159.


9 Il 17 giugno l’A.S.P., di cui Benedetti è Presidente onorario, lo festeggerà con una Giornata di Studio intitolata “La ‘follia’ della cura della follia”al Centro Congressi “ Stelline” di Milano.







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