Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770 –1831)



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24.01.2018
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Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770 –1831)


Il pensiero di Hegel, in generale, può essere compreso a partire da quelle che sono le tesi di fondo del suo idealismo1: a) la risoluzione del finito nell’infinito; b) l’identità fra ragione e realtà; c) la funzione giustificatrice della filosofia.

Le tesi di fondo dell’idealismo hegeliano

a) la risoluzione del finito nell’infinito


Con questa tesi Hegel intende dire che la realtà non è un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario di cui tutto ciò che esiste è parte o manifestazione. Tale organismo, non avendo nulla al di fuori di sé e rappresentando la ragion d’essere di ogni realtà, coincide con l’Assoluto e con l’Infinito, mentre i vari enti del mondo (gli enti finiti) sono manifestazioni di esso. Di conseguenza, il finito, come tale, non esiste, perché ciò che noi chiamiamo finito è nient’altro che un’espressione parziale dell’Infinito (una sua manifestazione). Infatti, come la parte non può esistere se non in connessione con il Tutto, in rapporto al quale soltanto ha vita e senso, così il finito esiste unicamente nell’infinito e in virtù dell’infinito. Detto altrimenti: il finito, in quanto è reale, non è tale, ma è lo stesso infinito.

L’hegelismo si configura quindi come una forma di monismo panteistico: esiste un’unica realtà divina (monismo) di cui il mondo visibile costituisce la realizzazione o la manifestazione (nella concezione cristiana invece Dio è trascendente, c’è una distinzione ontologica fra il Creatore e il mondo creato).

Tuttavia il panteismo di Hegel si differenzia da quello di Spinoza, per il quale l’Assoluto è una Sostanza statica che coincide con la Natura, per l’idealista Hegel invece l’Asssoluto si identifica con un Soggetto spirituale in divenire, di cui tutto ciò che esiste è un “momento” o una “tappa” di realizzazione. Infatti, dire che la realtà non è “Sostanza”, ma “Soggetto”, significa dire, secondo Hegel, che essa non è qualcosa di immutabile e di già dato, ma un processo di auto produzione che soltanto alla fine, cioè con l’uomo (= lo Spirito), giunge a rivelarsi per quello che è veramente: “Il vero - scrive Hegel nella Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito - è l’intero. Ma l’intero è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo sviluppo. Dell’Assoluto devesi dire che esso è essenzialmente Risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità ...”

b) Ragione e realtà


Il Soggetto spirituale infinito che sta alla base della realtà viene denominato da Hegel con il termine di Idea o di Ragione, intendendo con queste espressioni l’identità di pensiero ed essere, o meglio, di ragione e realtà. Da ciò il noto aforisma, contenuto nella Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto, in cui si riassume il senso stesso dell’hegelismo: «Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale».

Con la prima parte della formula, Hegel intende dire che la razionalità non è pura idealità, astrazione, schema, dover essere, ma la forma stessa di ciò che esiste, poiché la ragione “governa” il mondo e lo costituisce. Con la seconda parte della formula, Hegel intende affermare che la realtà non è una materia caotica, ma il dispiegarsi di una struttura razionale (l’Idea o la Ragione) che si manifesta in modo inconsapevole nella natura e in modo consapevole nell’uomo. Per cui, con il suo aforisma, Hegel non esprime la semplice possibilità che la realtà sia penetrata o intesa dalla ragione, ma la necessaria, totale e sostanziale identità di realtà e ragione. Tale identità implica anche l’identità fra essere e dover essere, in quanto ciò che è risulta anche ciò che razionalmente deve essere. Il mondo (con tutti i suoi fenomeni e accadimenti) non è altro che razionalità dispiegata, ovvero ragione reale e realtà razionale che si manifesta attraverso una serie di momenti necessari che non possono essere diversi da come sono. Infatti, da qualsiasi punto di vista guardiamo il mondo, troviamo ovunque, secondo Hegel, una rete di connessioni necessarie e di “passaggi obbligati” che costituiscono l’articolazione vivente dell’unica Idea o Ragione. In altri termini, Hegel, secondo uno schema tipico della filosofia romantica, ritiene che la realtà costituisca una totalità processuale necessaria, formata da una serie ascendente di “gradi” o “momenti”, che rappresentano, ognuno, il risultato di quelli precedenti ed il presupposto di quelli seguenti.


c) La funzione della filosofia


Coerentemente con il suo orizzonte teorico, fondato sulle categorie di totalità e di necessità, Hegel ritiene che il compito della filosofia consista nel prendere atto della realtà e nel comprendere le strutture razionali che la costituiscono: “Comprendere ciò che è, è il compito della filosofia, poiché ciò che è, è la ragione”. A dire come dev’essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi; giacché sopraggiunge quando la realtà ha compiuto il suo processo di formazione. Essa, afferma Hegel con un paragone famoso, è come la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo, cioè quando la realtà è già bell’e fatta. La filosofia deve dunque “mantenersi in pace con la realtà” e rinunciare alla pretesa assurda di determinarla e guidarla. Deve soltanto portare nella forma del pensiero, cioè elaborare in concetti, il contenuto reale che l’esperienza le offre, dimostrandone, con la riflessione, l’intrinseca razionalità.

Questi chiarimenti delineano il tratto essenziale della filosofia e della personalità di Hegel. L’autentico compito che Hegel ha inteso attribuire alla filosofia (e ha cercato di realizzare con la sua filosofia) è la giustificazione razionale della realtà, della presenzialità, del fatto. Questo compito egli l’ha affrontato con maggiore energia proprio là dove esso sembra più rischioso: cioè nei confronti della realtà politica, dello Stato (infatti può sembrare ovvio che il mondo naturale sia razionale, in quanto regolato da leggi necessarie, mentre è più difficile riconoscere che qualsiasi costruzione storica dell’uomo sia l’espressione di una necessità razionale, e che quindi debba essere accettata così com’è).


Idea, Natura e Spirito. Le parti della filosofia


Hegel ritiene che il farsi dinamico dell’Assoluto passi attraverso i tre momenti 1) dell’Idea “in sé e per sé” (tesi), 2) dell’Idea “fuori di sé” (antitesi) e 3) dell’Idea che “ritorna in sé” (sintesi).

L’Idea “in sé e per sé” o Idea “pura” è l’Idea considerata in se stessa, a prescindere dalla sua concreta realizzazione nel mondo. Essa coincide con il programma o all’ossatura logico razionale della realtà. L’Idea “fuori di sé” o Idea “nel suo esser altro” è la Natura, cioè l’estrinsecazione o l’alienazione dell’Idea nelle realtà spazio temporali del mondo. L’Idea che “ritorna in sé” è lo Spirito, cioè l’Idea che dopo essersi fatta natura torna “presso di sé” nell’uomo. Ovviamente, questa triade non è da intendersi in senso cronologico, come se prima ci fosse l’Idea in sé e per sé, poi la Natura e infine lo Spirito, ma in senso ideale. Infatti ciò che concretamente esiste nella realtà è lo Spirito (la sintesi), il quale ha come sua coeterna condizione la Natura (l’antitesi) e come suo coeterno presupposto il programma logico rappresentato dall’Idea pura (la tesi).

A questi tre momenti strutturali dell'Assoluto Hegel fa corrispondere le tre sezioni in cui si divide il sapere filosofico: 1) la logica, che è “la scienza dell’Idea in sé e per sé”, a prescindere dalla sua concreta realizzazione nella natura e nello spirito; 2) la filosofia della natura, che è “la scienza dell’Idea nel suo alienarsi da sé”; 3) la filosofia dello spirito, che è la scienza dell’Idea, che dal suo alienamento ritorna in sé attraverso l’uomo.


La Dialettica


Come si è visto, l'Assoluto, per Hegel, è divenire. La legge che regola tale divenire è la dialettica, che rappresenta, al tempo stesso, la legge (ontologica) di sviluppo della realtà e la legge (logica) di comprensione della realtà.

Hegel distingue tre momenti o aspetti del pensiero: a) l'astratto o intellettuale; b) “il dialettico o negativo razionale”; c) “lo speculativo o positivo-razionale”.



Il momento astratto o intellettuale consiste nel concepire l’esistente sotto forma di una molteplicità di determinazioni statiche e separate le une dalle altre. In altri termini, il momento intellettuale (che è il grado più basso della ragione) è quello per cui il pensiero si ferma alle determinazioni rigide della realtà, limitandosi a considerarle nelle loro differenze reciproche e secondo il principio di identità e di non contraddizione (secondo cui ogni cosa è se stessa ed è assolutamente diversa dalle altre). Il momento dialettico o negativo razionale consiste nel mostrare come le determinazioni siano unilaterali ed esigano di essere messe in movimento, ovvero di essere relazionate con altre determinazioni. Infatti, poiché ogni affermazione sottintende una negazione, in quanto per specificare ciò che una cosa è bisogna implicitamente chiarire ciò che essa non è, risulta indispensabile procedere oltre il principio di identità e mettere in rapporto le varie determinazioni con le determinazioni opposte (ad es. il concetto di “uno”, non appena venga smosso dalla sua astratta rigidezza, richiama quello di “molti” e manifesta uno stretto legame con esso. E così dicasi di ogni altro concetto: il particolare richiama l’universale, l’uguale il disuguale, il bene il male ecc.). Il terzo momento, quello speculativo o positivo razionale, consiste invece nel cogliere l’unità delle determinazioni opposte, ossia nel rendersi conto che tali determinazioni sono aspetti unilaterali di una realtà più alta che li ricomprende o sintetizza entrambi.

Globalmente e sinteticamente considerata, la dialettica consiste quindi: 1) nell’affermazione o posizione di un concetto “astratto e limitato”, che funge da tesi; 2) nella negazione di questo concetto come alcunché di limitato o di finito e nel passaggio ad un concetto opposto, che funge da antitesi; 3) nella unificazione della precedente affermazione e negazione in una sintesi positiva comprensiva di entrambe. Sintesi che si configura come una riaffermazione potenziata dell’affermazione iniziale (tesi), ottenuta tramite la negazione della negazione intermedia (antitesi). Riaffermazione che Hegel focalizza con il termine tecnico di Aufhebung il quale esprime l’idea di un “superamento” che è, al tempo stesso, un togliere (l’opposizione fra tesi ed antitesi) ed un conservare (la verità della tesi, dell’antitesi e della loro lotta).


La Fenomenologia dello Spirito


La Fenomenologia dello Spirito (1807) è la prima opera in cui Hegel espone il suo pensiero “maturo”.

Il termine Fenomenologia (dalla parola greca phainomenon = ciò che si manifesta, che appare) significa “Studio delle manifestazioni” dello Spirito.

Nella Fenomenologia dello Spirito Hegel vuol descrivere il percorso della coscienza verso il sapere assoluto, vale a dire l’itinerario dalla coscienza comune alla piena coscienza filosofica. “La coscienza comune è la coscienza dell’uomo che vede il mondo come un insieme di oggetti e soggetti indipendenti gli uni dagli altri senza rendersi conto che il mondo costituisce un’unità e che anche la differenza tra il soggetto cosciente e le cose va compresa all’interno dell’unità razionale dell’Assoluto. La coscienza filosofica è invece quella che vede le cose e gli eventi come la frammentaria manifestazione del Tutto, e considera una semplice illusione la possibilità di identificarle separatamente. Alla coscienza comune il mondo appare come un arcipelago composto da moltissime isole - gli uomini, gli oggetti, gli eventi - separate le une dalle altre. La coscienza filosofica scopre invece che le isole sono le cime di monti sottomarini, che formano un’unica catena montuosa che si eleva dal fondo del mare. Allo sguardo del filosofo dietro la differenza compare la comune radice di ogni essere”.

L’itinerario dalla coscienza comune alla coscienza filosofica è segnato da una serie di tappe (che Hegel chiama figure) che costituiscono fasi della storia dell’umanità, fasi che il singolo individuo deve ripercorrere per elevarsi alla coscienza filosofica, al punto di vista dell’assoluto. Ma queste tappe sono anche “manifestazioni dell’assoluto” perché tutti gli eventi della storia non sono altro che momenti necessari del divenire dell’assoluto, della totalità infinita. Quindi la fenomenologia descrive la via che conduce l’individuo al sapere assoluto (in questo senso la Fenomenologia dello Spirito può essere intesa come un romanzo di formazione, nel quale il protagonista, attraverso il duro tirocinio di un’esperienza sofferta, supera le originarie convinzioni e giunge alla verità), ma descrive anche, e soprattutto, la via attraverso la quale l’Assoluto stesso giunge all’autocoscienza (l’Assoluto si autoconosce attraverso l’uomo). La Fenomenologia dello Spirito è costituita da 6 tappe fondamentali: COSCIENZA – AUTOCOSCIENZA – RAGIONE - SPIRITO - RELIGIONE - SAPERE ASSOLUTO



1 Corrente della filosofia che considera lo “spirito” come unica realtà e le cose finite come sue produzioni o manifestazioni. Si sviluppa a partire dal tentativo di ripensare la filosofia kantiana eliminando il concetto di “cosa in sé”, ovvero di qualsiasi entità estranea all’io, il quale diviene quindi realtà “creatrice”. Tra i principali esponenti dell’idealismo tedesco troviamo il filosofo Johann Gottlieb Fichte (1762-1814)



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