Georges Simenon



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Georges Simenon.

TESTIMONI.


Traduzione di Maria Luisa Bonfanti.

Copyright 1955 by Georges Simenon.

Copyright 1967 Arnoldo Mondadori Editore.

Titolo dell'opera originale: "Les témoins".

Prima edizione Ottobre 1967.

Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.

INDICE.
La farmacia Fontane e il bar Armando.

La guantaia di rue des Carmes.

Il rapido di Parigi e il treno del pesce.

La scarpa nella strada.

Il campanello d'argento.

La deposizione della levatrice.

L'alibi della briscola.

L'appuntamento di Lambert.

LA FARMACIA FONTANE E IL BAR ARMANDO.


Erano passati pochi minuti dacché si era alzato per raddrizzare un ceppo, caduto dagli alari tra un turbinio di scintille, e sentiva la pelle del viso ancora calda per la vicinanza della fiamma. Approfittò del fatto di essere in piedi per spingersi silenziosamente fino alla porta, sempre aperta, che divideva la sua camera da quella della moglie.

Laurence dormiva, o fingeva di dormire, semisdraiata nel letto con alcuni cuscini dietro la schiena. Erano anni che non si sdraiava del tutto. Sosteneva che, stando coricata, si sentiva assalire da un'angoscia insostenibile, come se stesse per morire. Anche il buio la spaventava e sul suo comodino restava accesa per tutta la notte una lampada dal paralume rossastro.

Lhomond non si soffermò a guardarla e tornò a sedere davanti al vecchio secrétaire che gli serviva da scrittoio quando lavorava in camera da letto. Aveva letto una trentina di righe del referto di Lamoureux quando dalla stanza attigua gli giunse il primo sospiro. Se lo aspettava. Si sarebbe stupito se la moglie avesse trascorso quella notte senza una delle sue crisi. Passò circa mezzo minuto prima del secondo sospiro, meno sonoro ma più angoscioso del precedente. Certo, un estraneo che non avesse conosciuto Laurence, si sarebbe indignato nel vedere Lhomond restarsene seduto davanti al fascicolo aperto con un'espressione annoiata sul volto.

Il terzo sospiro parve quasi un rantolo. Una cosa impressionante per chi non ci avesse fatto l'abitudine. Si sarebbe detto che Laurence tentasse di aspirare un po' d'aria e che questa si fermasse a mezza strada interrompendo di colpo un rumoroso sospiro , iniziato con uno sforzo violento. Seguiva sempre un silenzio più o meno lungo prima che Laurence ritrovasse la forza o la volontà per fare un altro tentativo.

Lhomond fini la pagina, la voltò, cominciò una frase del professor Lamoureux densa di termini medici, ma ormai non badava più a ciò che leggeva. Era in attesa di un altro rumore che non avrebbe dovuto tardare: il suono del campanello d'argento che la moglie scuoteva quando aveva bisogno di lui. Il campanello era a portata di mano sul comodino, accanto alla lampada, al bicchiere d'acqua, alla caraffa, alla boccetta della medicina e agli occhiali. Durante il giorno era Léopoldine, la cuoca, che Laurence chiamava servendosi del campanello elettrico sospeso alla testiera del letto.

Xavier Lhomond si sentiva stanco quella sera, forse depresso. Per tutta la giornata, al palazzo di giustizia, si era chiesto se non stesse covando l'influenza; e gli era capitato più volte di guardarsi la lingua nello specchio. La lingua era biancastra e le tonsille gli dolevano. Si era ripromesso di prendere due aspirine e un grog al momento di coricarsi, ma prima doveva tener fede alla propria abitudine di rivedere, alla vigilia di un processo, tutti gli incartamenti inerenti alla causa.

Ne avrebbe avuto ancora per una mezz'oretta, ma era normale che la moglie non gli concedesse il tempo di arrivare fino in fondo. Poco prima, quando si era avvicinato alla sua stanza, con tutta probabilità Laurence non stava affatto dormendo. Aspettava. Era sempre lei a scegliere il momento.

Il quarto sospiro parve un rantolo vero e proprio, e subito dopo il campanello suonò. Xavier depose pipa e matita, si alzò e si diresse verso la stanza vicina.

Non si poneva più domande, ormai. Da quando questa situazione aveva avuto inizio, cinque anni prima, le crisi avevano assunto un andamento pressoché costante. Lhomond sapeva che avrebbe trovato Laurence con la mano contratta sulla parte sinistra del petto, lo sguardo fisso e vuoto. Sapeva pure che non una parola sarebbe uscita dalla sua bocca, come se le fosse impossibile parlare, e che i suoi occhi lo avrebbero seguito in ogni gesto.

In simili momenti si poteva davvero credere che Laurence stesse spirando, domandandosi se il marito l'avrebbe lasciata morire.

Lhomond accostò un bicchiere d'acqua alle labbra della moglie, che attese di aver ripreso abbastanza fiato per inghiottirne un sorso. Intanto le teneva il polso con due dita per controllarne i battiti e fissava la lancetta dei secondi sul quadrante della sveglia. Infine si drizzò e disse:

«Più o meno normale.»

Era sempre così, o quasi. A volte le pulsazioni scendevano a sessanta, anche a cinquantacinque, e dieci minuti dopo erano di nuovo a settanta.

Laurence girò la testa per indicargli con gli occhi la boccetta sul comodino. Il movimento mise in risalto la magrezza del collo, un collo da vecchia ormai. Anche di quel gesto Lhomond conosceva il signIficato. E lei sapeva che lui aveva capito. Ora stava certo chiedendosi che cosa avrebbe fatto, lui. Erano le dodici e quaranta, aveva piovuto tutto il giorno e tutta la sera, probabilmente pioveva ancora. E la boccetta era vuota.

D'accordo, era colpa sua. Dopo cena, soprattutto a causa del processo Lambert che lo preoccupava non poco, Lhomond si era dimostrato di cattivo umore e Laurence ne aveva approfittato per lamentarsi di una grondaia bucata il cui sgocciolio le dava

ai nervi.

«Che cosa vuoi che ci faccia? Che chiami lo stagnino a quest'ora?»

Lei sapeva benissimo che il caso Lambert lo preoccupava, lo inquietava anzi; ma se la grondaia non si fosse rotta, avrebbe trovato qualcosa di diverso, una cosa qualsiasi, per togliergli la libertà d'azione. Lhomond glielo aveva fatto osservare. Di quando in quando gli capitava di buttar fuori ciò che gli pesava in cuore. L'aveva pure minacciata di andare a lavorare giù nello studio, dove aveva i libri a portata di mano. Tutto questo, come c'era da aspettarsi, le aveva provocato una crisi; e lui, nervoso e maldestro, aveva rovesciato la boccetta che si era rotta.

Ora, a distanza, Laurence gliela faceva pagare. Alle otto Lhomond le aveva proposto di andare a far rifare la medicina.

«Non è necessario che ti disturbi, se hai tanto lavoro. Non ne avrò certo bisogno stanotte.»

Aveva sbagliato a darle ascolto e se ne era subito reso conto. Ma la pioggia cadeva a dirotto, con rovesci che scuotevano gli alberi di avenue Sully; e per andare alla farmacia Fontane, in rue Saint-Séverin, non valeva la pena di tirar fuori la macchina dal garage, di aprire il portone che poi bisognava richiudere, per riaprirlo e chiuderlo di nuovo al ritorno. La farmacia era al tempo stesso troppo vicina e troppo lontana; abbastanza lontana comunque per bagnarsi fino alle ossa.

Così, ansioso di immergersi ancora nella lettura del processo, Lhomond non aveva insistito.

E adesso che era in pigiama e vestaglia e si sentiva caldo in tutto il corpo, doveva rivestirsi da capo a piedi e andare fin laggiù a svegliare il vecchio farmacista. Per fortuna Fontane era quasi un amico.

«Vado a dire a Léopoldine di scendere» dichiarò.

Laurence, sempre con la mano sul seno sinistro, non si mosse. Lhomond usci dalla stanza, girò l'interruttore dell'andito, sali la scala che portava al secondo piano. Non accese la luce nel corridoio per non svegliare Arina, la cameriera, che dormiva con la porta spalancata. Dalla sua stanza proveniva un odore forte, rancido e piccante, caratteristico della ragazza. Questa si girò pesantemente al suo passaggio, emettendo un brontolio e facendo cigolare le molle del letto.

Fu sufficiente bussare una volta sola alla porta; Léopoldine, lucidissima, sussurrò:

«Sì, vengo subito.»

Anche lei ci aveva fatto l'abitudine e non poneva più domande ormai. Lhomond ridiscese. La moglie era nella stessa posizione di prima.

«Mi vesto. Léopoldine sarà qui fra un istante.»

Passò nella propria camera e gettò uno sguardo sconsolato alle sue carte. Quando ne uscì, la cuoca, avvolta in una vestaglia di lana viola, era seduta al capezzale della padrona.

Poco dopo Lhomond scendeva lo scalone, toglieva il cappotto dall'attaccapanni, si metteva in testa un vecchio cappello. La casa, costruita durante la Restaurazione, era vasta, con stanze alte e spaziose. Nella parte posteriore, in fondo al cortile, tre vecchie scuderie erano state trasformate In un garage, una rimessa e un deposito di mobili.

Non dovendo percorrere che sei o settecento metri, Lhomond non andò a prendere la macchina. Passò attraverso la porticina ricavata in uno dei pannelli del portone e fu sul marciapiede. Qui l'aspettava una sorpresa: invece della pioggia, fiocchi di neve ancora inconsistenti tracciavano nell'aria un pallido tratteggio, per scomparire appena giunti al suolo.

Anche sul cappotto fondevano al primo contatto, trasformandosi in grosse gocce trasparenti.

Non c'era un passante in avenue Sully, dove quasi tutte le case, pressappoco della stessa epoca, avevano l'aspetto imponente della sua. Soltanto da casa Morcelle veniva luce; e lì davanti, accostate al marciapiede, stavano posteggiate tre auto. Era lunedì, martedì anzi, dato che la mezzanotte era passata. Ogni lunedì sera i Morcelle organizzavano un bridge, e anche a lui un tempo capitava spesso di parteciparvi con Laurence. Ma era realmente esistito un tempo simile?

Camminava svelto, con le mani in tasca, rimpiangendo di non essersi portato la pipa. A un certo punto pensò anche a Dieudonné Lambert che, in prigione, attendeva l'inizio del processo. Voltò a sinistra e si trovò all'altezza della chiesa di Saìnt-Séverin dove, essendo ormai il centro della città, cominciava un intrico di strade sempre più strette e frequentate. Passò una coppia alla quale non prestò attenzione. L'esterno della farmacia Fontane era dipinto in verde scuro, quel verde che chiamano bottiglia sebbene non si siano mai viste bottiglie di un simile colore. C'erano le imposte sui vetri, anche su quello della porta, ma Lhomond sapeva dell'esistenza di un pulsante bianco sormontato dalla scritta "Chiamata notturna".

Tossì come per schiarirsi la voce e la tosse risonò così forte nella strada deserta da metterlo a disagio. Le case erano basse, a ridosso l'una dell'altra, e dietro ogni finestra doveva esserci qualcuno che dormiva.

Attese due minuti abbondanti sotto la neve fradicia, si accertò che nessuna luce fosse apparsa al primo piano, poi suonò ancora. Noti doveva aver udito, Fontane. Era vecchio, ormai. Aveva per lo meno... Fece un rapido calcolo e scoperse che il farmacista non aveva più di settant'anni, appena quindici più di lui. La cosa lo colpì: in cuor suo lo aveva sempre considerato un vecchio.

E il dottor Chouard, credeva nell'efficacia della sua medicina? Probabilmente no. 0 ci credeva soltanto a metà? Lhomond non aveva mai osato insistere troppo con lui su tale argomento perché, sebbene Chouard fosse il suo medico oltre che di sua moglie, questo non lo esimeva dal segreto professionale.

Molto tempo prima, all'epoca delle prime crisi, si era accontentato di chiedergli:

«C'è pericolo, dottore?»

«Pericolo di cosa?»

«Può morire all'improvviso?»

«Tutti possiamo morire all'improvviso.»

«Lei pensa che debba star sempre a letto?»

«Visto che le fa piacere!»

Così erano cinque anni che Laurence non usciva più dalla sua camera, e molto raramente Lhomond l'aveva vista fuori del letto.

«Si può darle la medicina tutte le volte che la chiede?»

«Perché no? Mi stupirebbe che ne abusasse.»

Si era domandato più volte se Chouard avesse sulla malattia di Laurence la stessa opinione che ne aveva lui. Lo sospettava, ma proprio per questo non poteva costringere il medico a essere più esplicito.

«Glielo chiedo perché ho visto che c'è della stricnina nella ricetta.»

«Oh, in dose minima!»

Impossibile che Fontane non fosse in casa. Era un pezzo che non usciva più, di sera. E poi, dove sarebbe potuto andare a quell'ora? Suonò per la terza volta e si portò nel mezzo della strada per sorvegliare le finestre del primo piano. Non aveva portato la ricetta e, non poteva rivolgersi a un'altra farmacia disposta ad aprirgli.

Doveva essere diventato un poco sordo, Fontane. Anche sua moglie era sorda e lui, che le assomigliava stranamente, da qualche tempo teneva come lei la testa un poco piegata verso gli interlocutori.

Non si vedeva che un'unica luce rossastra all'angolo di rue Saint-Séverin con rue Bresson: la parola Armando scritta al neon al disopra di una porta a vetri. Era un bar, il solo che restasse aperto fino a notte tarda, un bar dove Lhomond non aveva mai messo piede, ma di cui conosceva l'esistenza attraverso i rapporti della polizia.

Se Fontane non sentiva il campanello, avrebbe forse sentito il trillo più forte del telefono.

Camminò fino all'angolo della strada, voltandosi due o tre volte per assicurarsi che la luce non si era accesa in casa Fontane; poi, rassegnato, spinse la porta del bar. Fu investito da un soffio caldo e rumoroso di vita. Era uno di quei bar americani ch'egli aveva visto soltanto a Parigi, con il lungo banco di mogano, alcuni sgabelli molto alti, fotografie di artisti e di pugili alle pareti. Il tutto immerso in una luce che il fumo denso della stanza rendeva anche più incerta.

Lhomond non guardò niente e nessuno in particolare; ebbe solo l'impressione che un volto femminile, dalla parte del banco, gli fosse vagamente familiare. Chiese a un uomo in giacca bianca:

«Potrei telefonare?»

«Le do il gettone.»

Pagò, attraversò la sala sgusciando tra gli avventori e si chiuse nella cabina vetrata. Stavolta Fontane rispose e Lhomond gli spiegò di che cosa aveva bisogno, osservando intanto, attraverso il vetro, quattro uomini che giocavano a poker, con pile di gettoni blu, bianchi e rossi sul tavolo.

Senz'altro, nel locale, dovevano esserci tipi che egli aveva già incontrato o che avrebbe incontrato un giorno nell'esercizio delle sue funzioni. La cosa lo infastidiva. Si sentiva quasi in colpa per essere entrato li dentro e non poté fare a meno di prendersela con la moglie.

Anche davanti alla cuoca Laurence si sentiva in dovere di conservare l'atteggiamento e lo sguardo vuoto di chi si sente sfuggire la vita dal corpo? Riattraversò la sala senza guardarsi attorno, con l'impressione che tutti gli occhi fossero puntati su di lui. Poi aperse la porta e si precipitò fuori, andando quasi a sbattere contro un uomo e una donna che passavano in quel momento reggendo ciascuno un ombrello.

Balbettò:

«Mi scusino.»

Solo quando, dopo alcuni passi, l'uomo si voltò, Lhomond riconobbe in lui il consigliere Frissart, che l'indomani, alle Assise, sarebbe stato uno dei giudici a latere. Non ci furono saluti. Strano! Possibile che Frissart non l'avesse riconosciuto? E, se era così, perché si curvava ora sulla moglie che, qualche metro più avanti, si voltava a sua volta con gesto furtivo?

Andavano tutti nella stessa direzione. Lhomond seguiva la coppia, che accelerava il passo ed evitava di parlare. Poi i Frissart girarono a destra in rue des Abbesses, dove abitavano, e lui vide gli ombrelli immobili davanti al portone. Da qui, certamente, i due lo guardarono passare.

In casa Fontane una finestra del primo piano era illuminata e la luce filtrava da sotto la porta della farmacia. Il vecchio non era sceso in vestaglia; si era preso la briga di infilare una giacca e un paio di calzoni neri e aveva messo anche - certo per imposizione della moglie - una sciarpa di lana intorno al collo. Effettivamente faceva freddo lì dentro.

«Non capisco perché né lo né mia moglie non abbiamo sentito il campanello. Devono essersi scaricate le batterie. Bisogna che controlli domattina.»

Fontane aveva un lungo naso che finiva in un bulbo violaceo. Era la prima volta che Lhomond lo vedeva senza dentiera. Il farmacista era già intento a preparare la pozione.

«Non l'ho preparata la settimana scorsa?» domandò.

«Sì, credo che mia moglie abbia mandato la donna. Giovedì o venerdì.»

Fontane pareva sorpreso, ma, come Lhomond con il medico, non osava insistere. Si limitò a chiedere senza dare importanza alla cosa:

«Si è sentita peggio in questi ultimi giorni?»

«No, sta come sempre. Soltanto che stasera ho lasciato cadere la boccetta e l'ho rotta. Speravo che Laurence non dovesse averne bisogno stanotte...»

I flaconi, i boccali, le pile di specialità e i cartelli pubblicitari che apparivano lì, alla luce di un'unica lampadina, erano familiari al giudice quanto al farmacista. Lhomond si serviva da Fontane da oltre quarant'anni; ci andava bambino, quando il banco era troppo alto per lui e lo costringeva ad alzarsi sulla punta dei piedi.

«Spero che domani si sentirà meglio» disse il vecchio.

«Lo spero anch'io.»

Ma non lo credeva affatto. Laurence non stava mai bene quando c'era un processo in Assise. Quanto più Lhomond era occupato, quante più noie e responsabilità aveva, tanto più la moglie sentiva il bisogno di complicargli l'esistenza. E, stranamente, lui non le serbava rancore. Solo di quando in quando, come era successo quella sera, aveva uno scatto d'impazienza che era incapace di dominare. Lhomond aveva una visione chiara della faccenda. Conosceva Laurence e non si faceva illusioni sul suo conto. Perché avrebbe dovuto serbarle rancore?

Accompagnandolo all'uscita per mettere il paletto alla porta, Fontane osservò in tono leggermente eccitato:

«Pare che nevichi!»

«Sì, ma è neve che si scioglie subito!»

La cosa non aveva la minima importanza per loro. Nessuno dei due si divertiva più a far fantocci di neve, a tracciare piste per scivolarci sopra. Che la neve si sciogliesse o meno, interessava soltanto ai bambini. Per la gente della sua età, per quella dell'età di Fontane soprattutto, non significava che una serie di seccature: doversi mettere le calosce, far spazzare il marciapiede davanti a casa e, peggio ancora, correre maggiori rischi con l'automobile.

Proprio così. Eppure ogni anno, sempre con la stessa nostalgia, lui seguitava a dire: "Dura" o "Non dura". Perché? Ci pensò per un buon tratto di strada.

Da casa Morcelle gli ospiti se ne erano andati e un'unica finestra restava illuminata al secondo piano. Dovevano essere la signora e il marito che, parlando del bridge e degli amici, si stavano svestendo.

Cercò la chiave nella tasca, richiuse la porta dietro di sé e si preoccupò di mettere il catenaccio. La casa era ampia, ma dotata di un'ottima acustica. Laurence udiva tutto dal suo letto, e se per disgrazia lui si fosse dimenticato del chiavistello, non avrebbe mancato di sussurrare:

«Eppure lo sai che non riesco a dormire quando chiunque può venir dentro.»

Spesso, anche quando lo aveva fatto, Lhomond era costretto a ridiscendere perché Laurence non era sicura di avere udito.

Si tolse cappello e pastrano, salì le scale ed entrò in camera della moglie. Si sarebbe detto che, per tutto il tempo che era stato fuori, tanto lei che la cuoca fossero rimaste immobili come statue. Léopoldine, con i capelli grigi arrotolati su delle forcine, aveva in quelle circostanze un volto impenetrabile. Credeva alle crisi della padrona? Non ci credeva? Era impossibile stabilirlo; come era impossibile sapere se ne avesse compassione o meno, se le fosse affezionata o la detestasse.

Erano diciassette anni che la donna viveva con loro, da quando le era morto il marito. Cucinava in maniera eccellente e rendeva la vita impossibile alle cameriere, che ogni due o tre mesi dovevano essere cambiate. Quel che pensava di loro lo teneva per sé.

«Va meglio?» chiese Lhomond.

La cuoca si alzò. Laurence invece non si mosse, limitandosi a seguire con gli occhi i movimenti del marito.

«Nevica» annunciò questi.

Nessuna reazione da parte delle due donne. Léopoldine, già presso la porta, domandò, sicura della risposta:

«Non c'è più bisogno di me?»

«No» disse Lhomond.

La donna chiese ancora:

«Alle sette come sempre?»

Il giudice si alzava sempre alle sette; gli piaceva lavorare nella quiete del suo studio prima di recarsi al palazzo di giustizia.

Con la boccetta inclinata sul bicchiere d'acqua, contava ora le gocce:

«... nove... dieci... undici... dodici!»

Se avesse lasciato cadere la tredicesima o si fosse fermato all'undecima, avrebbe visto un'ombra passare sulle pupille della moglie.

Laurence bevve. La cuoca, ormai nel corridoio, richiudeva la porta.

«Cerco di star tranquilla. Non mi è stato facile svegliare Fontane.»

Sapeva che la moglie aveva calcolato il tempo da lui impiegato per andare e venire dalla farmacia. Come se la medicina avesse un effetto istantaneo, subito Laurence fu in grado di parlare con voce quasi naturale.

«Credevo che esistesse un campanello per le chiamate notturne.»

«C'è, ma non deve aver funzionato. Forse si è scaricata la batteria, come sospetta Fontane.»

«E allora che cosa hai fatto?»

«Sono entrato nel bar che è all'angolo di rue Bresson, a telefonate. Ci avrei messo più tempo a tornare qui.»

Laurence non conosceva il bar Armando, che non esisteva quando lei conduceva ancora una vita normale.

«Ho sempre creduto che i bar chiudessero a mezzanotte.»

«Non quello.»

«Ah!»


Lhomond le tastava di nuovo il polso muovendo le labbra nel conteggio:

«... sessantasei... sessantasette... sessantotto... Hai visto?»

Non doveva dirlo. Dieci volte al giorno commetteva sbagli del genere, che non riusciva a evitare pur rendendosi conto, sul punto di aprire bocca, che avrebbe fatto meglio a tacere. Laurence non amava affatto sentirsi dire che il polso o la temperatura erano normali, né che aveva un bell'aspetto o che i suoi occhi erano limpidi.

«Hai finito di lavorare?»

«No, ne ho ancora per una mezz'ora.»

«Perché non finisci domattina?»

A che scopo spiegarglielo? Vivevano insieme da ventiquattro anni e Laurence sapeva benissimo che lui non presiedeva mai un processo - tanto meno in corte d'assise - senza aver riesaminato tutti i documenti la sera prima. Non che fosse indispensabile. C'erano giudici che non lo facevano. Forse era uno scrupolo eccessivo da parte sua; forse era la prova di una certa mancanza di fiducia in se stesso. Comunque fosse, era diventata un'abitudine ormai, quasi una superstizione.

Avrebbe potuto insistere, tener duro. Niente gli impediva di tornare nella propria camera e di finire la revisione del fascicolo. Ma, dopo qualche minuto, avrebbe sentito Laurence sospirare ancora o agitarsi nel letto, in modo da fargli capire che lui la condannava a soffrire per soddisfare una mania.

«Bene, lavorerò domattina.»

Era più facile cedere. E forse cedere gli procurava anche, sotto sotto, una soddisfazione un poco amara.

«Non hai bisogno di niente?»

«Di che cosa dovrei aver bisogno?»

«Non hai troppo caldo?»

«No.»


Non si baciavano più, nemmeno sulla fronte. Lhomond andò a spogliarsi, rimise le carte nella borsa, ripose la pipa che aveva acceso quando era stato strappato al suo lavoro dal campanello d'argento. In vestaglia, si chinò sul caminetto per coprire i ceppi di cenere grigia. C'era il riscaldamento centrale nella casa, ma a lui piaceva avere, nella sua camera e nello studio, un fuoco di legna ch'egli stesso alimentava.

Passò una volta ancora nella stanza attigua.

«Buonanotte, Laurence.»

«Buonanotte.»

Andò nel bagno, poi si mise a letto e spense la luce. Un chiarore rossastro veniva dalla porta aperta e i ceppi, crepitando, si spegnevano a poco a poco... Si era dimenticato del grog e delle aspirine, ma non aveva il coraggio di alzarsi di nuovo. Si addormentò più in fretta di quel che avrebbe creduto.




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